Metà Terzo stato, metà Berlusconi

Anna Lombroso per Il Simplicissimus

Circola grande indignazione anzi viene erogata con liberalità da qualcuno che ne genera anche per noi, come fosse un esercizio di potere sostitutivo. Infatti tutti i suoi detentori esclusivi diramano proclami e appelli volti a suscitare ribellione e svegliare le coscienze assopite di milioni di casalinghe di Voghera obnubilate da troppa tv troppo beautiful troppi bonbons mediatici.
L’effetto è piuttosto irritante. I professionisti della sveglia profetica tramite lettera aperta in questo caso sono uomini o signore che soggiornano abitualmente in territori piuttosto privilegiati e c’è da sospettare poco dediti all’ascolto e alla misurazione dei nostri livelli di indignazione.
Io temo quel tanto di Berlusconi che c’è in me, ma anche quel tanto di Concita e anche quel tanto della Buongiorno. Perché la lontananza siderale dalle nostre esistenze e un certo ecumenismo di genere condizionano il loro giudizio, dandogli una specie di spolverata della cipria dell’ipocrisia perbenista, sempre quella della vecchia, rassicurante e salvifica morale cattolica. Che le muove a giudicare con sprezzante implacabilità la generalità delle donne comprese le figlie degli operai del si a mirafiori, ma a indulgere invece sui turbamenti ondivaghi della Carfagna, sul revisionismo tardivo della signora Lario – nell’oblio totale e incondizionato del suo irsutissimo pelo sullo stomaco. E a giustificare e rimettere i debiti delle giovani e rampanti peccatrici ancorché non penitenti.
Il fatto è che le donne aquilane, quelle di Terzigno, e le madri di studenti di ogni ordine e grado, le insegnanti, le infermiere, le dipendenti pubbliche e le casalinghe di Voghera che non arrivano a fine mese, la loro condanna definitiva del premier l’hanno emessa da tempo e non solo perché è uno squallido sporcaccione e intemperante e trasgressivo.
Quella è la punta dell’iceberg, la più vistosa e pittoresca, di un regime personalistico, anticostituzionale, autoritario, ottuso, sessista e lesivo della dignità delle persone uomini o donne che siano, xenofobo e razzista, e come se non bastasse incurante dell’interesse generale, inefficiente, corrotto e corruttore, fondato su un sistema di cricche che vi aderiscono con una pratica mafiosa di affiliazione e fidelizzazione come valori primari, intriso di individualismo sfrenato, di ambizioni smodate, di sospetto e diffidenza come motori di un atteggiamento esclusivo e solipsistico nei confronti degli altri soprattutto se “diversi”, di disprezzo per la legalità, per il dialogo con chi la pensa altrimenti, per le regole e la trasparenza.
No, la colpa più infame che le donne attribuiscono al premier al suo governo e alla sua cultura di governo è quella di aver manomesso la nostra aspettativa di futuro. L’hanno fatto svuotandone i contenuti morali e le possibilità concrete legati al sapere e alla conoscenza, riducendo il quadro di garanzie, avvilendone la portata con la proposta di modelli effimeri e di scorciatoie umilianti in sostituzione di riferimenti legati all’affermazione di vocazioni, indole, desideri e visioni.
Quell’erosione del futuro e quei modelli esistenziali che hanno persuaso senza condizioni centinaia di ragazze ciniche spietate avide, tutte ugualmente bellocce vestite tutte uguali e confondibili, pronte a pratiche rivoltanti accettate di buongrado spesso nell’acquiescente consenso di famiglie e fidanzati. E nei cui confronti bisogna essere impietose. Come è doveroso esserlo nei confronti di chi fa scelte lesive della propria dignità e di quella degli altri, rinunciando a arbitrio e responsabilità, in cambio di una pratica insensata di accumulazione di beni effimeri. Come mi è capitato di dire altre volte non c’è giustificazione per chi scelto dalla lotteria naturale è nato dalla parte giusta, dotato della comoda attrezzatura di privilegi e della facoltà di scegliersi un destino di libera espressione di sé si aggiudica invece un destino che riduce la loro umanità al di sotto di quella terribile e subita loro malgrado delle schiave del sesso venute dai territori del bisogno.
Sono i peccati originali del premier che hanno favorito quell’allontanamento dalla politica e quel disamore per la pratica democratica, quel vuoto di appartenenza e passione per questo Paese che le donne però riempiono con un loro dialogo un loro ragionare insieme sempre più intenso e disperato ma che c’è, all’insaputa probabilmente di osservatori privilegiati e commentatori illuminati. E che si svolge in tutte le sedi della socialità.
E che probabilmente manca invece agli uomini che oggi ci invitano a scendere in campo impartendoci una lezione che prima di tutto dovrebbero dare a se stessi se si cimentassero con consapevolezza e autocoscienza. Per distinguersi loro sì, da un pratica bestiale della sopraffazione, da un modello avvilente di virilità collegata imprescindibilmente all’uso del corpo delle donne e all’umiliazione della loro testa, da un esercizio della fantasia impiegata per accendere sensi sopiti anzichè immaginare destini migliori per sé e gli altri, dalla dismissione di ogni idea bella gratificante e entusiasmante dell’amore e della sua potenza in favore di un facile consumo di emozioni, dalla rinuncia a essere uomini preferendo essere solo maschi.
Si certo magari andremo in piazza anche stavolta, ma l’appello lo preferiremmo rivolto e raccolto da tutto l’universo scontento, rabbioso ma ancora denso di speranza di chi vuole riprendersi dignità di cittadino e appartenenza e identità “umana”.