Alle volte mi sembra di vivere in un mondo a prospettiva invertita, dove le cose vicine sono piccole e grandi invece quelle lontane, di essere in una dimensione parallela dove i valori di realtà sono tutti sballati.

Protestano le infermiere per i camici indossati nelle serate del bunga bunga dal battaglione puttanesco e  protestano i poliziotti per le divise di cui facevano sfoggio le signorine ventiquatt’ore  allo scopo di sollazzare alcuni vecchi rimbambiti. Ma si sa che quei travestimenti sono dei classici per qualche brivido delle anime morte.

Nell’universo che conosco o che conoscevo infermiere e poliziotti dovrebbero incazzarsi altro che per le divise dell’harem a pagamento. Mi incazzerei per le paghe troppo basse, per gli orari massacrati, per la presa in giro delle promesse bugiarde,  per la svalutazione del lavoro dato in pasto all’avidità di pochi, per la fatica svenduta come merce di poco conto. E la dignità violentata.  Rimarrei incazzato a lungo.

Non so, queste fiammate di protesta per offese del tutto marginali rispetto all’offesa di fondo, mi paiono più che altro grida che vengono dalla rassegnazione, dall’aver accettato la deprivazione di speranza, l’ineluttabilità dello sfruttamento. Per cui ci si riesce ad indignare solo di fronte ai lampi di futile e depravata simbologia del rispetto infranto.

In fondo è quello che accade a tutti noi, anche a quelli che non hanno divise da offrire  alle serate del premier. Perché ci indigniamo e ci incazziamo più per le sue notti da satrapo che per i suoi giorni da satrapo. Perché ci colpisce più la simbologia che la realtà dalla quale non sappiamo più estrarre una forte e attiva speranza di trasformazione.

Si sarebbe proprio il caso di offrire al Cavaliere e alla sua corte di servi uno striptease collettivo delle nostre divise di rassegnati, di attoniti di ricattati ed impauriti.  Allora si che sarebbe un bunga bunga come si deve.