Non sono ontologicamente un homo religiosus, quindi non ho fedi metafisiche e nemmeno articoli di fede più laici e più terreni. Non so quindi dire se il nucleare in sé sia un bene o un male. Solo non vorrei essere preso in giro né da Chicco Testa e dai suoi spot  falsamente “neutrali”, nè dal governo che mente spudoratamente sulle cifre.

Non è una fede, ma la ragione che mi dice alcune cose: il nucleare come si va delineando in Italia è solo un grossissimo e pessimo affare sul quale si sono scatenate cricche di ogni genere. Solo così si può giustificare il precipitoso ritorno a questa forma di energia quando tutto consiglierebbe di attendere e semmai di ricreare un tessuto di competenze tecniche specifiche prima di prendere una decisione definitiva.

La fretta, incomprensibile al di fuori di logiche affaristiche che sarebbe eufemistico definire opache, ci porterà a comprare a caro prezzo tecnologie dalla Francia, proprio nel bel mezzo di una crisi che ha ridotto i consumi energetici, farà mancare risorse finanziarie alle energie rinnovabili sulle quali puntano invece i Paesi forti, Cina compresa e si situa nel mezzo di un cambiamento tecnologico che probabilmente renderà le centrali italiane già obsolete al momento in cui saranno in grado di fornire energia. E se per caso non saranno obsolete le nostre, vorrà dire che tutto il nucleare sarà obsoleto.

Non voglio entrare nel discorso delle varie generazioni di centrali: siamo alla terza che però è in pratica la seconda con in più la possibilità di bruciare oltre all’uranio arricchito anche il plutonio delle testate nucleari, mischiate nel celebre yellow cake. La quarta generazione,  quella davvero nuova, dista da noi ancora un decennio abbondante, ammesso che i costi proibitivi, non ne rimandino l’applicazione.

Questo senza nemmeno mettere in campo i rischi che non sono necessariamente della dimensione della catastrofe, ma forse più subdoli con l’aumento di radioattività nelle aree circostanti le centrali con tutte le conseguenze del caso. rischi dunque molto consistenti in un territorio fortemente e diffusamente antropizzato come quello italiano.

Oltretutto  il nucleare è anche molto costoso, tanto che ovunque sia in progetto una centrale devono subentrare finanziamenti pubblici per sostenerlo: questo vale per le due centrali progettate in Georgia, per quella finlandese che si sta tramutando in una sorta di fabbrica del duomo, per l’altra francese e per le due in Moravia. Ed ovviamente anche per quelle progettate nei Paesi in via di sviluppo dove forse più dell’energia contano altri fattori, non ultimi quelli militari. Non mette forse in sospetto il fatto che siano così poche le centrali in cantiere nelle aree industrializzate?

Il governo italiano ci presenta le quattro centrali che dovrebbero coprire il 5% del consumo del Paese, facendo finta che l’energia costerà 60 euro a megawattora, mentre il costo reale è di quasi 73 euro per megwattora. Il trucco è semplice: consiste nel considerare il costo del capitale al 5%, vale a dire del tutto irrealistico, mentre gli effettivi costi sono del 10%.

Bene: una centrale a gas produce la stessa quantità di energia a 61 euro e una a carbone a poco più di 57. Ma le differenze sono assai più marcate perché nel costo finale non si tiene conto degli investimenti necessari alla gestione e allo stoccaggio delle scorie che fanno lievitare le cifre di almeno un altro 15 per cento.

E c’è un altro fattore: i costi saranno più alti in Italia rispetto a Paesi dove il nucleare si è già sviluppato in passato. Quindi è possibile che i costi effettivi raggiungano e superino gli 80 euro/ megawattora.

Ora di fronte a questa realtà cosa ci dice la pubblicità di Chicco Testa? Ci dice che il nucleare costituirà un aggravio in bolletta? Ci spiega perché le energie rinnovabili non saranno sufficienti? Ci rivela dove verranno messe le scorie? E ci spiega che per una reale diversificazione delle fonti 4 centrali servono a poco o niente e che ne occorrerebbero almeno 15? Ci fa balenare infine l’idea che al pari dei combustibili fossili anche l’uranio possa cominciare a scarseggiare e a salire vertiginosamente di prezzo? E infine ci rivela il mistero per cui anche col nucleare non viene davvero diminuito l’uso dei combustibili fossili? La Francia, il paese in assoluto più nuclearizzato, consuma più petrolio di noi.

No, non spiega nulla di tutto questo, ma si limita ad utilizzare gli strumenti classici della comunicazione pubblicitaria e i suoi trucchi, per dare l’idea di una posizione neutra che tuttavia è superata dalla positività che viene attribuita al messaggio del “nucleare sì”, attraverso la voce suadente, il colore degli scacchi e l’assoluta “astensione” dai veri problemi.  Una specie di riassunto comunicativo dell’era berlusconiana: qualcosa che non dice assolutamente nulla. Una pubblicità da profumo, come se dovessimo vestirci di Chanel numero 5, da veri coglioni.

E naturalmente poiché il no al nucleare si fonda sul catastrofismo e non sulle  problematiche concrete e meno che mai sulla contestazione di un potere che predilige produzioni energetiche molto accentrate piuttosto che diffuse, tutta l’atmosfera dello spot, con quel bianco e con quella calma costituisce di per sé un elemento di seduzione nuclearista.

Sarebbe almeno onesto dire che lo spot è di fatto pagato dagli stessi che vogliono costruire le centrali nucleari, così tanto per non perdere la testa e arricchire Chicco Testa.