Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si è detto che viviamo nella fase della “solitudine normativa” della democrazia,un progetto inadempiuto soprattutto nel riconoscere  diritto alle differenze, alle autonomie, alle cittadinanze.

Ma tutti abbiamo sbagliato perché abbiamo permesso che le offensive esercitate dai vari fondamentalismi, le controversie fittizie sui “valori”, alimentino un antagonismo irriducibile nei rapporti tra fede e politica e tra regole giuridiche e regole etiche. Tanto che assistiamo a forzature e ingerenze autoritarie nel processo di costruzione di una moderna, dignitosa e coerente sfera pubblica armoniosamente integrata con quella privata, nella realizzazione di un pensiero e di comportamenti congrua con il libero sviluppo delle personalità individuali e con il ruolo dello Stato.

L’infame “possessione” delle spoglie di un illustre defunto e peggio ancora la tracotante proclamazione di una giornata pro-vita il 9 dicembre hanno il sapore di una ferita ai cittadini e alle persone, offese nella loro speranza e aspirazione a una dignità intera, una libertà intera, una cittadinanza piena, a tutti quelli, cristiani e non, agnostici e non, che  vogliono essere garantiti nell’esercizio di manifestare e realizzare la loro indipendenza di pensiero, giudizio, vita e morte dignitose.

E la sente come una ingiuria chi ha avuto una indesiderata intrinsechezza con la malattia, chi ha assistito persone amatissime cui la malattia toglieva desiderio di vita se la vita era umiliata offesa impoverita, cui la menomazione fisica e mentale rubava dignità.

In loro nome siamo obbligati a ricordare che amore, solidarietà e cura non sono un monopolio confessionale. A loro lasciamo volentieri carità, noi preferiamo la solidarietà. A loro lasciamo volentieri la pietà. Perché chi è laico preferisce esercitare invece la “compassione”, quella di Rosa Luxemburg che ne scrive a proposito di un bufalo al giogo, immagine esemplare di “servitù”, quella di Kierkegaard, che viene dall’ “essere provati alla stesso modo”, quella che si esercita mettendosi al “posto di chi soffre, al posto di ogni sofferente”. Quella di Shopenhauer, che la vede come un’estensione dell’amore di sé, come condivisione del dolore proprio e altrui.

Pietismo e carità pelosa la affido a chi all’amore per individui e persone preferisce l’amore per una indistinta Umanità, poco identificabile e poco onerosa. Quello dei pii veneti, nelle cui anime e nelle cui coscienze convivono sorprendentemente  il primato del no profit e il consenso a una forza politica razzista e xenofoba. O dei probi cittadini che fanno volontariato ma chiudono i nonni in ospizio.

Io mi accontento di una “compassione civile e politica”, sdegnata partecipe solidale e “comune”, perché l’affronto fatto a chi soffre è commesso anche contro di noi “umani” tutti, contro quelli di noi che hanno patito miseria, umiliazione, offesa alla dignità, espropriazione del proprio diritto a vivere e morire secondo la sua coscienza.   E non si tratta di atteggiamenti confessionali: ci sono cattolici, ebrei, protestanti, musulmani che laicamente  sono altrettanto convinti che il principio di eguaglianza politica e civile tra cittadini non è il risultato di una condizione naturale, che precede la formazione della sfera politica, oggi soprattutto, che si è allargata la frattura prodotta dalla “lotteria naturale” tra le differenze di origine, tra chi vive nel pingue occidente e chi tra i sommersi del resto del mondo, quello della sopravvivenza e della promessa di morte per privazioni. L’uguaglianza “civile e sociale” non è una dotazione naturale, bensì una conquista che gli individui acquistano accedendo alla sfera pubblica e che deve essere garantita da istituzioni politiche democratiche.

Assistiamo a un vero attentato concertato contro quella che Rodotà ha chiamato una laica religione civile e contro il dispiegarsi di tutti i diritti di cittadinanza, uguali e con pari primato, proprio nel momento in cui il principio di laicità dovrebbe assumere un carattere di priorità nell’agenda di consolidamento della democrazia, poiché riflette il bisogno di riconoscimento di pluralismo, diversità culturali, etniche, culturali, nazionali. Per quello che ne so il movimento pro-vita che nulla sembra avere a che fare con i valori cristiani, ha assunto la tracotanza di un movimento contro valori di dignità, responsabilità e autodeterminazione. E segna il manifestarsi arrogante della solita millenaria sopraffazione di coscienze e di libertà individuali e collettive.

Per questo non possiamo lasciare ad altri da noi, che lo se lo arrogano come esercizio di potere,  l’autorità in materia di valori fondativi della società. Nel mettere un’opzione sul nostro futuro, chi ha prodotto un terribile danno sul tessuto morale della società, la pone anche sulla nostra libertà, delle scelte di vita, dei suoi modi e dei suoi tempi, fino al suo termine. Sulla libertà come emancipazione, come assenza di dominio degli uni – privilegiati e prepotenti – sugli altri, come tutela per tutti dello “svolgersi” della sequenza delle conversioni da schiavi a sudditi a cittadini, un sequenza morale che deve generare i principi e i criteri delle istituzioni, delle politiche, delle pratiche della democrazia.