Non capisco come si possa sopportare tutto questo: la corsa affannosa e scomposta al cordoglio, la tempesta delle dichiarazioni e dei telegrammi, lo sgomitare per essere presenti sul necrologio in diretta. Ma soprattutto quell’aria di sgomento come se i militari in Afganistan fossero in campeggio e non bel mezzo di una guerra. Al fronte, come si diceva una volta.

E francamente mi disgusta il disonore reso a queste vittime di una follia, quando qualche comandante parla di “attentato infame” come se non si sapesse che esiste un nemico tra l’altro di gran lunga inferiore in mezzi e risorse. Come se non esistessero le stragi dei civili.

Ah già, è una missione di pace, dimenticavo. Però anche questo è insopportabile, la valanga di ipocrisia che rotola a valle come una frana, la stupidità incarognita di un ministro che meriterebbe solo di essere consegnato ai talebani e poi l’appello a riflettere sulla missione.

Su cosa si deve  riflettere?  Su una guerra, inutile, costosa, controproducente e peraltro già persa? Sul fatto che gli stessi americani che ci hanno imposto questa avventura, affondando la loro volontà nel burro di un precedente governo Berlusconi, non vedano l’ora di andarsene e stanno ancora lì con il solo scopo di rendere il governo afgano capace di resistere qualche mese dopo il ritiro, giusto il tempo per poter negare di aver perso?

Spagna e Olanda se ne sono già andate e altri come i tedeschi stanno sbaraccando senza dare nell’occhio. Solo noi aumentiamo le truppe, stiamo lì fingendo di credere nella missione, ma molto più probabilmente per darci perdonare dagli Usa le “scappatelle” del premier in fatto di oleodotti per favorire Putin.

Può anche darsi che in qualche delirante prospettiva, anzi nella mancanza assoluta di prospettive, sia concepibile sacrificare vite per questo obiettivo. Ma non è tollerabile la menzogna su una missione già fallita.

Il silenzio sarebbe molto più dignitoso: i soldati muoiono in guerra. Ma i nostri ormai muoiono per una bugia.