Officine delle Aldini Valeriani nel 1898

Chi può stare senza “e’ mudor”? Dalla bassa fumosa di nebbie che comincia tra Parma e Reggio Emilia, fino all’azzurra visione del circuito di Santa Monica, si sente quel rombo in sottofondo che insieme è leggenda, economia, lavoro, lotte operaie. Ma anche testate ribassate, cambi strappazzati,  catene incandescenti, ribaltabili scricchiolanti dietro la benevola foschia.

I nomi li conoscono tutti, Ferrari, Lamborghini, Ducati, Maserati, VM e molti altri, ma non solo blasoni, anche piramidi di motori per trattori, per moto, per ascensori, per camion, per treni, per aeromodelli, per tosaerba, diesel che insospettabilmente girano per le strade dell’Asia sotto le più esotiche marche. E in più macchine automatiche che hanno ancora fama di eccellenza. Più di un secolo di storia lungo la via Emilia.

Ci si può chiedere come mai in una terra a vocazione agricola e con un accumulazione capitalistica limitata, sia potuto sorgere questa specie di regno tecnologico che ha fatto la ricchezza di una regione e che ancora oggi produce gli unici oggetti italiani conosciuti nel resto del mondo. Brunello e ammennicoli di moda a parte.

La risposta è semplice, anche se probabilmente incomprensibile a chi sta distruggendo la scuola italiana. Una risposta che ha un nome: Istituto Aldini-Valeriani per Arti e Mestieri, una scuola tecnica che permise a tutta l’area, nel raggio di 60 chilometri dalle due torri bolognesi, di formare generazioni di tecnici eccellenti, in grado di supportare la rivoluzione industriale italiana.

Nacquero proprio in un periodo di grave crisi economica con la progressiva decadenza dell’artigianato locale e dell’industria della seta. Era il 1844 e il comune di Bologna decise di sfruttare i lasciti dell’economista Luigi Valeriani e del fisico Giovanni Aldini, nipote di Galvani, per fondare le scuole tecniche bolognesi che nel 1878, dopo varie vicissitudini si trasformarono in Aldini- Valeriani.

Nell’ex convento di Santa Lucia, oggi aula magna dell’Università, c’erano aule e officine, secondo un modello didattico all’avanguardia, dove si studiava e si faceva, specializzandosi nella meccanica e nell’automazione. Il riscontro sull’economia fu straordinario perché non soltanto rivitalizzò le imprese che già c’erano, ma attirò investimenti da fuori perché si formavano e si trovavano le competenze necessarie.

Oggi grazie a un governo ottuso e a un ministro ignorante e incompetente, gli istituti tecnici industriali non avranno geografia, studieranno meno matematica, meno meccanica, meno sistemi e tecnologie. Gli studenti non sono più visti come fonte di sviluppo, ma come fonte di futura manodopera a basso costo per soddisfare ciò che rimane o rimarrà del sistema produttivo.

L’esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare, un ritorno al passato. Grazie al Pio Istituto Gelmini per senz’Arte né Parte.