Il numero di suicidi aumenta ogni giorno e sebbene il premier abbia attinto ai barili del mal gusto e del cinismo per dire che stiamo meglio perché abbiamo meno tragedie che in Grecia, non c’è dubbio che il divampare della ribellione all’Imu e così pure l’ostilità verso la tassazione “ingiusta” sono temi che percorrono il profondo del Paese. Una parte di tutto questo deriva dai metodi opachi e vessatori dei gabellieri di Equitalia che s’ingrassano sulle disgrazie altrui guardandosi bene dal colpire l’evasione per pescare invece nelle situazioni debitorie “in chiaro”, ma la reazione così intensa dimostra ancora una volta, la dissennatezza di voler far quadrare i conti per mano di un governo tecnico, quando invece ci sarebbe stato bisogno di un supplemento di politica. Di un colpo d’ali come si sarebbe detto fino a qualche mese fa, quando a frullare erano poi solo le veline e i cialtroni di ogni specie.
E’ del tutto evidente che occorre rifondare il patto sociale, già disgregato a partire dagli anni ’70 e definitivamente affossato da quella lunga assurda strizzatata d’occhi ai vizi e all’immobilismo che è stata l’era Berlusconi. Non c’è bisogno di lunghe ricerche per capire che l’ostilità così radicata a una tassa sulla casa deriva certo dai parametri ingiusti e recessivi con cui è stata concepita da tecnici tutt’altro che neutrali, ma è un unicum in occidente dove simili imposizioni sono universali e spesso assai più onerose. In Usa è addirittura sei sette volte superiore. Ma è accettata perché imposta su un bene che aumenta di valore col tempo, che recupera l’inflazione, che è dunque un investimento. Paradossalmente non è sentita come altrettanto ingiusta un’altra imposizione “patrimoniale” vale a dire la tassa sulla proprietà dell’auto che non solo è ancora più iniqua (per ragioni tecnologiche che che non è qui il caso di esaminare), ma spesso più pesante in termini assoluti e oltretutto esercitata su un bene che perde valore ogni giorno che passa.
E’ del tutto evidente che dopo aver istigato per quarant’anni e passa la separatezza, il familismo, il laissez faire in proprio (oltre che le più sfacciate speculazioni edilizie), si è perso il senso della responsabilità che la proprietà anche comporta, divenendo un dominio esclusivo dell’individuo e trovando come suo fulcro proprio la casa. Deprivazione di senso sociale che del resto è avvenuta a tutto campo dalle aziende, alle banche, dalla pubblica amministrazione alla stessa politica. Ovvio che la reintroduzione in termini più onerosi, meno progressivi anzi recessivi perché chi ha di meno paga in proporzione di più e in tempi di vacche magrissime con la disoccupazione a mille e i salari tra i più bassi del mondo industrializzato, non può che aumentare l’opposizione a una tassa divenuta col tempo odiosa.
La stessa cosa si può dire per l’evasione da sempre tollerata, formalizzata con gli studi di settore, aumentata per raccogliere una questua abbondante da chi non può sottrarsi, negli ultimi anni persino blandita, per decenni arginata solo episodicamente e dunque anche ingiustamente: alla lunga è divenuta un fattore economico strutturale, senza il quale molta parte di attività economiche nate in questa logica non potrebbero sopravvivere. Anche qui la soluzione non può che essere graduale, politica e culturale: implica cambiamenti complessi e profondi, non tutti alla portata della mentalità mercatistica e men che meno attuabili da un giorno all’altro per decreto.
La socialità negata. imbarbarita dentro il bozzolo di interessi personali, noncurante degli altri, ora si è trasformata in senso di solitudine, a volte disperata. Ma per evitare che il Paese si disgreghi occorre un progetto, una speranza, non basta la paura. Occorre una nuova architettura e non capomastri di incerta bravura e per giunta inviati da ditte concorrenti. Ma con tutta evidenza, la politica, ciò che ne è rimasto, non si è sentita all’altezza compito, si è abbandonata a presunte necessità che già oggi mostrano la corda, si è aggrappata ancora una volta all’emergenza nella quale vive da troppo tempo. E adesso è terrorizzata dalle conseguenze e aspetta da fuori il suggerimento, l’aiutino per la loro sopravvivenza.


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La banda di incapaci, ladri, delinquenti, corrotti e corruttori che ci ha governato e CONTINUA A FARLO per mezzo TERZI merita solamente la Ghigliottina. Dobbiamo liberarci di almeno i 2/3 dei politici attuali dai sindaci all’inquilino del Colle più alto di Roma!
Felice di propormi gratuitamente per tirare la cordicella che libera la lama!
Mi pare evidente che il “mantra” della crescita che ci ha ossessionato negli ultimi mesi è destinato a diventare un araba “fenice”.
Crescere ma perchè ?
Forse questo diventerà a breve il nuovo mantra con il quale fare i conti.
Del resto, basta fare un giro nei supermercati, in qualche immobiliare, in qualche concessionaria d’auto … per rendersi conto della enorme mole di “invenduto”; del principale fattore cioè che sta alla radice della crisi economica planetaria (o quasi): la sovraproduzione dei beni economici di largo consumo.
E allora ? Come si può pensare di crescere in questo contesto ?
Automazione dei processi produttivi, informatizzazione, globalizzazione, e-commerce … stanno presentano il loro conto.
Enormi quantità di merci che una volta, per essere prodotte richiedevano consistenti apporti di manodopera, vengono ora realizzate su linee produttive robotizzate, a costi notevolmente inferiori di quelle tradizionali.
Incentivi, agevolazioni fiscali, provvidenze statali elargite a vario titolo esauriscono il loro effetto lasciando coloro che ne hanno fin qui beneficiato in drammatica “crisi di astinenza”.
Come non bastasse, entrano prepotentemente sulla scena players mondiali che, alla faccia del comunismo nominale di cui si fregiano, mettono a disposizione del produttore locale masse enormi di manodopera presso che schiavizzata; moltitudini di disperati disposti a lavorare dodici ore al giorno per due dollari l’ora.
Quale economia può pensare di essere competitiva con concorrenti di questo tipo ?
Intere settori produttivi nostrani finiscono fuori mercato.
Fine delle rendite di posizione, o quasi.
Solo le potenti lobby delle cosiddette “professioni intellettuali” riescono a farsi tutelare. Ma fino a quando ?
Fine degli arbitraggi mercantili di ogni genere, escluse forse pochissime transazioni di nicchia.
Nascita di nuove forme speculative delle grandi istituzioni finanziarie, tanto aborrite nella grande “tradizione umanistica” del nostro paese e dalla sinistra in particolare.
Che fare dunque ?
Servirebbero competenze in grado di pensare e mettere in campo misure differenziate a livello settoriale e soprattutto territoriale.
Operazioni strategiche georeferenziate, non semplici revisioni contabili o di bilancio.
E’ realistico, per il nostro paese, pensare di crescere sotto la guida di una banda di idioti (se va bene) o di ladri e corrotti (se va male) come quella che ci ha governato finora ?
Avete mai visto una holding o un gruppo imprenditoriale in crisi mettersi nelle mani di una squadra di ragionieri ?
Noi si !
E i risultati si vedono.
Giorno dopo giorno.