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Guerra a Primavalle

primav Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un assedio notturno di oltre 200 agenti in tenuta antisommossa, iniziato alle 23.30 e durato tutta la notte, con 18 blindati della polizia, 6 camionette dei carabinieri, 6 defender, 2 camion idranti e un elicottero,  si è concluso  nella mattina di ieri con lo sgombero, programmato da tempo dalla Prefettura, della vecchia scuola di Primavalle, occupata da quasi 20 anni da circa 350 persone per lo più stranieri ma anche famiglie italiane con molti minori.

Il Campidoglio ha reso noto di aver proposto a 199 di loro,  soggetti “in emergenza abitativa”,  supporto e accoglienza alloggiativa all’interno di un progetto personalizzato di inclusione. Ma voi ci credereste se foste stati trattati   come  criminali,  già bollati da irregolari, già dichiarati  fuori legge quando siete entrati in Italia o quando avete occupato, costretti con la minaccia  a  lasciare un tetto precario  che però è l’unico che vi abbia dato riparo? 

E’ passato poco meno di un anno da quando il ministro dell’Intermo si è macchiato di una colpa poco rammentata  e biasimata,  forse perchè non ci sono in ballo intrepide valkirie e nemmeno Buzzi e Odevaine,   ma solo qualche sfigatissimo centro sociale. Parlo di quella circolare, ben puntellata dalla direttiva Minniti dell’anno precedente,  che ha stabilito che le occupazioni abusive di stabili sono non una negligenza e una responsabilità di Stato, governo centrale e amministrazioni locali, incapaci, corrotti e dissipati ma pure incravattati da vincoli esterni, bensì  una emergenza di ordine pubblico da contrastare – per «il miglioramento delle condizioni di vivibilità delle città» e «la prevenzione delle situazioni di degrado e di condotte illecite» – con la doverosa repressione muscolare e con i necessari strumenti di garanzia, delicato eufemismo per definire quello che è capitato ieri a Primavalle.

Come sempre annusando dietro ai dogmi si sente il fetore dello sterco del diavolo e infatti la circolare era la non inattesa reazione alla sentenza di un paio di mesi prima del tribunale di Roma che aveva stabilito che il Viminale risarcisse per 28 milioni la proprietà dell’ex fabbrica Fiorucci a Tor Sapienza, occupata nel 2009 e diventata anche uno spazio espositivo autogestito (il Maam, a conferma di che lana caprina sia l’ideologia del salvinipensiero.  Un susseguirsi di sentenze del giudice civile rendevano sempre più potente la pressione proprietaria:  in Italia secondo l’Istat 7 milioni di alloggi disabitati, togliendo le seconde case sono  quasi tre milioni gli appartamenti sfitti e più di 650 mila famiglie iscritte da anni alle graduatorie per un alloggio di residenza pubblica e per  l’Eurostat, il 9 per cento della popolazione e il 14 per cento dei minori vivono in una condizione di “disagio abitativo grave”.

E se Roma piange con 92 insediamenti abusivi “ufficiali” Milano non ride:  sono diecimila le case popolari non assegnate e 23 mila le famiglie in graduatoria, 42 gli stabili occupati e   la stima degli inquilini fuorilegge è di circa 1300. Basta pensare al Giambellino, quello del Cerutti Gino che oggi sarebbe in graduatoria con migliaia di persone  che aspettano una casa popolare che non viene assegnata: su  2.667 alloggi, più di 900  sono vuoti e più della metà è stata  occupata, tanto che ripetutamente la regione ha chiesto l’invio dell’esercito.

L’azione dell’Aler, l’azienda regionale per l’edilizia in fallimento e commissariata in attesa della attesa autonomia, si è limitata per ora a mettere i chiavistelli alle abitazioni vuote togliendo i sanitari e le tubature e a lasciare nel degrado e nell’abbandono quelle abitate regolarmente e irregolarmente. Ma rivendica che negli anni ha ristrutturato una novantina di alloggi, una novantina su 900 sui quali ha competenza. Il perchè è presto detto, visto che fa parte di un processo in corso in tutta la Capitale morale, rendere invivibile la città per gli abitanti, cacciarli nell’Hinterland e intervenire dopo con investimenti pubblici oltre che privati per allineare i vecchi quartieri popolari agli standard della nuova Gran Milàn, quella degli emiri, dei fondi sovrani, delle Olimpiadi del terziario oligarchico. E infatti nel 2013 arriverà al Giambellino la metro e in attesa alcuni terreni sono stati ceduti all’azienda che la sta realizzando, e della quale il comune è socio di maggioranza,  cui è concesso di farne uso in festosa deroga delle norme urbanistiche.

Indovinate chi nel 1994 coniò lo slogan “padroni in casa nostra!”. Fu lo stesso dei condoni e delle leggi che hanno contribuito a gonfiare il valore immobiliari delle abitazioni come voleva il crescere delle bolle immobiliari soffiate qui da oltre Atlantico facendo della casa, ma solo per chi poteva permettersela, o per chi si illudeva di potersela permettere, il pilastro su cui poggiava la società. E creando la contempo le basi di un permissivismo  nei confronti della cancellazione delle regole di tutela, derubricando corruzione e speculazione come effetti collaterali e inevitabili dello sviluppo.

Nemmeno la crisi dei subprime li ha fermati: nel 2009 sempre Berlusconi annuncia il Piano Casa e da allora Regioni e Enti locali fanno a gara nel mettere a punto un impianto di deroghe e licenze alla pianificazione   per appagare gli appetiti sempre più voraci delle lobby edilizie e immobiliari, ma il record va giustamente attribuito ai governi Monti, Renzi e Gentiloni che producono quei provvedimenti in favore del settore privato che hanno trasformato l’urbanistica in un format per la negoziazione tra amministrazioni e lobby, nella quale sono sempre le prime a rimetterci. I Piani regolatori vigenti contemplano incrementi di cemento illimitati: solo a Roma e a Milano ammontano a 120 milioni di metri cubi, dando a intendere che siano al servizio di un milione di nuovi abitanti in città che perdono popolazione da trent’anni.

Ma basta guardare ai centri storici delle due capitali, a Firenze, a Venezia, a Napoli, a Palermo per immaginare che ricambio hanno in mente gli impresari della rendita parassitaria. Converrebbe stare al fianco dei 350 di Primavalle, può essere che prima o poi sfrattino anche noi.

 

 


Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.


Stadio Tor-ta di Valle

stadio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mai avrei pensato per raccogliere informazioni su un’opera molto controversa di dover attingere alla stampa di settore, ben oltre l’autorevole Gazzetta dello Sport: il Romanista, Forza Roma, info, il Roma.net., perché numeri e documentazioni sono secretati e in barba allo streaming tutto si svolge nelle stanze degli arcana imperii.

Mai avrei pensato che anche in questo contesto saltasse fuori una “manina” pronta a inquattare o estrarre un pizzino dalle carte riservate. Invece avrei dovuto prevederlo,  troppi sono gli interessi che si agitano intorno al futuro Colosseo, quelli della finanza, del cemento, della rendita immobiliare e pure quelli della propaganda che non si accontenta di ricevere con tutti i disonori il reprobo, ma vuole grandi liturgie di massa con tanto di gladiatori, pollice verso degli imperatorini e dell’imperatoressa nell’anfiteatro che avevano giudiziosamente osteggiato prima dell’assunzione al governo nazionale e della città.

Pare che i fatti si siano svolto così: prima che arrivasse sul tavolo  dell’Assessore Luca Montuori il parere finale del Politecnico di Torino, incaricato di effettuare lo studio di fattibilità dello Stadio della Roma a Tor di Valle,  sarebbe circolato uno stralcio di una bozza di relazione con su la scritta “riservato” che, si dice, anticipasse alcune perplessità in merito all’impatto dell’opera sul traffico. Va a sapere chi ci ha messo lo zampino: antagonisti anarco insurrezionalisti  No-Stadio? Ultrà laziali? Costruttori, società, banche concorrenti? Oppure, l’ipotesi non è peregrina, banche coinvolte preoccupate di impegnarsi concretamente in un intervento di quelli che giovano più quando sono solo sulla carta, e che presenta controindicazioni di carattere ambientale oltre che economico (ne abbiamo scritto molte volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/).

E malgrado il Comune abbia chinato la testa su tutto, cucinando un progetto fatto delle frattaglie di quello originario che aveva tanto entusiasmato Marino in cerca di un’impronta da lasciare ai posteri con la sua piramide personale, ma che  sia pure con il proclamato tagli del 50%  prevede una cubatura di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), realizzando quindi poco meno di quei 600mila che costituivano  la proposta iniziale del costruttore Parnasi e del presidente della AS Roma Pallotta, prima della dissennata disponibilità del marziano a Roma.

La sindaca Raggi commenta così il suo cammino verso la redenzione costruttiva,  “abbiamo ridotto le cubature del 50%, con edifici a ridotto impatto ambientale realizzati con gli standard energetici più avanzati al mondo e un superamento del rischio idrogeologico della zona…unificheremo  due strade molto importanti, Via Ostiense e Via del Mare, un’opera attesa da anni,  prevista, del resto, anche nella precedente versione del progetto”.

La sindrome si- terzo Valico,  si-Tap, si – Triv, ha colpito ancora e in forma più morbosa, perché in questo caso i poteri forti non hanno incontrato resistenze, il ricatto non viene esercitando con l’intimidazione per sanzioni, multe, risarcimenti onerosi, macché, si adotta invece il modello di governo dell’urbanistica e della pianificazione ridotte a contrattazione negoziata con la proprietà privata, sia sotto forma di immobiliaristi, costruttori, finanza allegra di fare affari a spese nostre, in nome di un superiore interesse generale. Perché, tanto per fare un esempio, dimezzare la superficie business park (il mega centro destinato ad ospitare locali direzionali e commerciali) comporta la diminuzione degli investimenti dei proponenti in infrastrutture direttamente o indirettamente funzionali all’impianto in qualità di “compensazioni”.

La spesa per le  opere pubbliche a carico dei privati ammonterà a circa 120 milioni di euro, un bello sconto di 75 milioni a beneficio di As Roma e Eurnova S.p.A. (la società di Parnasi di nuovo nel mirino dell’autorità giudiziaria per illeciti finanziamenti ad associazioni legate a Pd e Lega), rispetto alla quota stabilita nella delibera della Giunta Marino.  L’unificazione di via del Mare e via Ostiense impegnerà i 38 milioni ipotizzati per lo svincolo ma che adesso dovranno servire per tutta la tratta, per gli interventi sul fosso del Vallerano a elevato rischio idrogeologico serviranno oltre 12 milioni, più del doppio del primo stanziamento pronosticato,   il potenziamento della  Roma- Lido richiederà altri 40 milioni  e 5 andranno all’esecuzione  di un ponte ciclopedonale tra la nuova stazione “Tor di Valle” del trenino e lo stadio  mentre per  la realizzazione del parco fluviale sul Tevere, inizialmente considerato opera accessoria  vengono assegnati  14 milioni di euro. Non si farà dunque il Ponte sul Tevere in favore del futuro Ponte dei Congressi pagato con fondi pubblici (circa 150 milioni) stanziati dal Cipe; e decadono, che strano!,  alcuni interventi nel quartiere della Magliana giudicati “non pertinenti allo stadio”.

Da tempo sappiamo che l’investimento per lo Stadio è frutto di un’operazione “volta al finanziamento dei costi preliminari di sviluppo connessi al progetto ‘Stadio della Roma’ mediante la sottoscrizione di un contratto di finanziamento, per un ammontare massimo pari a 30 milioni, con Goldman Sachs International”, la banca americana con cui abitualmente lavora Pallotta e che già è la principale finanziatrice dell’As Roma che copre gran parte dell’esposizione bancaria del club calcistico, mentre Unicredit agirebbe soltanto come “fronting bank”, cioè come istituto creditore solo sulla carta ma non nella sostanza, tanto che nei mesi scorsi si è parlato del tentativo dell’amministratore delegato Mustier, che non amerebbe il calcio tanto da revocare la sponsorizzazione della Champions League, di rientrare dei debiti del club.

Era da immaginarlo, lo Stadio diventa l’allegoria della definitiva consegna dei nuovi calabraghe ai poteri forti locali e nazionali. E un modello esemplare e ripetibile per altre iniziative indirizzate a togliere fondi per opere e azioni di pubblica utilità per investirli in opere e azioni di interesse privato. Il format è chiaro: gli strumenti urbanistici vengono piegati alle esigenze degli imprenditori per sanare i bilanci facendone pagare il peso alla comunità. La scelta del sito avviene tramite una selezione opaca per identificare quello che più si attaglia alla produttività della rendita fondiaria. Le autorizzazioni sono “sponsorizzate” dalla rassicurante presenza di istituti finanziari, gli stessi che così possono rientrare dei debiti in sofferenza. I costi  dell’operazione devono essere taciuti per dare spazio solo ai calcoli immaginari sulle ricadute sociali dell’insediamento, occupazionali e turistici. Fin dalla prima fase progettuale deve partire una campagna promozionale con tanto di prestigiosi testimonial, opinionisti un tanto all’etto, impegnati a criminalizzare gli stolti oppositori che contestano la magnifica impresa.

Non è l’unico esempio dal quale anche senza Qatar si capisce che il calcio si regge sui mattoni finanziari, sulla speculazione, sui regali alla rendita, sugli accordi opachi con costruttori pronti a edificare nuovi falansteri commerciali che resteranno con tutta probabilità vuoti, ridotti dall’ultima pietra a archeologia immobiliare. E che ormai nulla ha a che fare in questo teatro o anfiteatro che sia con la passione sportiva, il gioco, come non l’avevano le lotte così attuali tra leoni e gladiatori e la pretesa di far dimenticare la mancanza di pane coi circenses.

 


Gli ultrà del cemento

stadio3Anna Lombroso per il Simplicissimus

“e famolo sto stadio!”. Si racconta che sia stato questo richiamo al riscatto di ultras e curve lanciato da Spalletti in una popolare trasmissione sportiva nel febbraio 2017 e ripreso su Twitter dall’ottavo indiscusso re di Roma, Totti, con la storcia frase  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, a far cadere tutte le riserve della nuova amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati   sulla realizzazione dello stadio a Tor di Valle.

Si racconta che sotto il peso di quella pressione popolare, l’amministrazione 5Stelle non abbia retto “il colpo di quelle dichiarazioni”: così il progetto prima osteggiato – per via della malaccorta localizzazione (un’enclave priva di requisiti urbanistici e di collegamenti, che avrebbe richiesto oneri e stanziamenti  per collegare il sito prescelto a carico della collettività ), dell’imponente impatto ambientale ( quella è un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico hanno consigliato estrema cautela), delle volumetrie insensate pretese dai promotori per corredare l’arena di una corona di non meglio identificati servizi (ai centomila metri quadri di edifici per attività sportive previsti dal piano urbanistico vigente, l’amministrazione guidata dall’onesto Marino aveva approvato una corposa aggiunta di altri 200 mila metri quadrati per uffici e  terziario) –  diventa d’improvviso nelle parole della sindaca Raggi  un  intervento “unico, innovativo, moderno e rispettoso dell’ambiente perché ecosostenibile ma al tempo stesso tecnologicamente all’avanguardia”, elargito alla plebe    generosamente, ma soprattutto, e doverosamente, a costruttori e immobiliaristi,  quale tardivo ma entusiastico riconoscimento del loro   status di padroni della città, e a società finanziarie e istituzioni bancarie spregiudicate fino al crimine, in qualità di padroni del mondo.

Abbiamo appreso poi che quel Parnasi, scaciato debitore delle banche, Unicredit in testa, esposto per centinaia di milioni fu lieto di incrementare il suo abisso debitorio per fare un po’ di doverosa manutenzione della democrazia parlamentare erogando in forma bipartisan e egualitaria un canone fisso a esponenti di tutti i partiti dimostrando un lodevole disinteresse per la loro militanza calcistica oltre che per la loro professione di fede politica. E non stupisce ( da cosa nasce cosa) che da là prendano il via le giuste rivendicazione della Lazio intenzionata ad ottenere il suo stadio e di altre  cordate di costruttori impegnati a “valorizzare” zone trascurate della città, dare occupazione di quella precaria con il marchio della contemporaneità e  passare alla storia con l’impronta della loro piramide.

«Spenderò qualche soldo sulle elezioni – pare abbia detto a un collaboratore l’intercettato Parnasi, quando iniziò il suo corteggiamento, come lo ha definito la stampa, dei 5stelle – è un investimento che devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te le racconto». E proprio la ricerca  di quelle «cifre spese in passato», ha persuaso la pm a procedere con il rito ordinario allargando l’inchiesta e esplorando nuovi e più estesi confini del sequel di Mafia Capitale, fino all’altra capitale, quella morale, sfiorata dalle prebende del “palazzinaro trasversale”.

C’è un risvolto nella vicenda infinita dello Stadio romano che va oltre il ritratto delle opache intese tra schieramenti e interessi solo apparentemente opposti o divergenti. Ed è quello che riguarda le nuove frontiere dell’urbanistica, diventata l’arte della negoziazione del settore privato con quello pubblico, sempre ginocchioni e assoggettato ai comandi del padronato proprietario, convertita in  scienza della concertazione sicché viene concessa insieme al neo-colosseo la realizzazione di 950 mila metri cubi di edifici per uffici e commercio, configurando la più grande variante urbanistica degli ultimi decenni della capitale. Se ne fa promotrice la giunta di Marino a ridosso della squallida conclusione davanti al notaio, in mezzo alla fanfara della sconfitta del marziano suonata alla grancassa dagli imprenditori esclusi e amplificata dalla libera stampa ostile, Messaggero di Caltagirone in testa.

D’altra parte è dalla fine degli anni Novanta e poi con l’empia accettazione dei capestri europei che  i trasferimenti di risorse alle autonomie locali vengono decimate dai tagli alla spesa pubblica, riducendo le amministrazioni ostaggio delle trasformazioni pretese dai privati, con tanto di moltiplicazione di deroghe, di variazioni delle destinazioni d’uso a seconda delle convenienze di mercato, dalle quali si possono ricavare finanziamenti, nel migliore dei casi, finalizzati a realizzare servizi e interventi, nel peggiore, a monumenti del superfluo a futura memoria, talvolta nati già con il destino di archeologia industriale,  dai quali ritagliare qualche scampolo da reindirizzare nelle greppie elettorali.

La verità è che la megalomania agonistica del marziano, in favore di calcio e Olimpiadi,  le sue cortesie elargite a Parnasi (il sindaco nel 2014 vola in gran fretta a New York per accattivarsi le sue simpatie e esternargli la sua favorevole disposizione d’animo) e oggi il “ravvedimento operoso” dell’amministrazione Raggi  sono inopportune: dopo le esperienze del passato è evidente a chiunque che Roma non aveva bisogno di una grande opera, come non aveva bisogno delle Olimpiadi, di formidabili motori, cioè, di malaffare, corruzione oltre che di tremende pressioni sull’ambiente. Sono fuorvianti: ancora una volta si fa finta di credere che un Grande Evento o un intervento muscolare sia la scorciatoia per risolvere problemi di mobilità, occupazione, anche grazie al paradossale contributo della tecnica dell’emergenza che permette l’aggiramento di regole e l’attribuzione di poteri straordinari. Sono inique: antepongono l’interesse di pochi che già detengono posizioni di privilegio largamente immeritate, a quello dei cittadini, appagano l’avidità di un ceto che già  ampiamente trae profitto dallo sfruttamento dei beni comuni.

Ma esprimono un paradosso che ha caratterizzato le politiche locali e non solo di questi anni. Si tratta di scelte legali: c’è una legge dello Stato che consente alle società professioniste di costruire impianti privati. E c’è una legge dello Stato, anzi più di una, che permette ai privati la concessione a edificare su terreni pubblici offerti a poco prezzo, in cambio di compensazioni e promesse. E c’è una legge dello Stato che fa sì che le amministrazioni siano obbligate a favorire le speculazioni e la renduta fondiaria  a sostenerle, erogando servizi e infrastrutture. Si, si tratta di scelte legali, certo, ma illegittime, perché trasformano i beni comuni in merce di scambio e mercatizzano risorse e territorio. In sostanza privatizzano le città e il paese come è avvenuto a Milano con l’Expo e con le sempre rinnovate smanie costruttiviste, come avviene a Venezia, dove è stato perfezionato un sistema grazie al quale riunendo in un’unica mano controllore e controllato, si è pervenuti alla corruzione per legge e alla corruzione delle leggi, come avviene con l’alta velocità, come avviene con le autostrade, con le trivelle.

La Roma dei senzatetto sgomberati con la forza (ieri 40 a Via Raffaele Costa) non ha bisogno di piramidi, mausolei, circhi, obelischi, Vele, Nuvole, non ha bisogno di altre colate che soffocano la città e i diritti di cittadinanza: sono più di centomila gli alloggi e  migliaia gli uffici vuoti. Sulla Cristoforo Colombo che doveva essere l’arteria-vetrina dei grandi gruppi, sono almeno 5 i palazzoni nuovi già abbandonati, precursori del destino che aspetterebbe il polo del terziario che dovrebbe corredare lo stadio. A Roma le macerie ci sono già e da tanto, sono quelle della polis, dei diritti, della giustizia.

 

 


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