Il brand dell’oltraggio, parte seconda

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quanti improperi, quante accuse di provincialismo sono state indirizzate a chi nell’anno di grazia 2105, Renzi Presidente, aveva messo in guardia dalla decisione dell’allora Ministro dei Beni Culturali di chiamare a dirigere i più importanti musei di Stato italiani a personalità straniere.

Bastava grattare un po’ sotto la superficie del cosmopolitismo Pd, che ha da tempo sostituito il molesto e arcaico internazionalismo, per capire che a ingolosire non era l’appartenenza etnica o la congruità con i più frusti stereotipi, mondanità francese, eleganza britannica, efficienza tedesca, bensì un certo tipo di competenza richiesto per sviluppare la missione imposta dalle nuove frontiere dello sfruttamento intensivo del nostro patrimonio artistico e culturale: fare cassa.

E infatti la selezione ministeriale premiò, sulle orme  degli indimenticabili Bondi e  Ornaghi che misero a reggere le sorti dei musei Mario Resca grazie alle sue referenze conquistate in McDonald e al Casinò di Campione, soggetti che vantavano un curriculum di manager particolarmente versato nelle discipline del marketing.

Tanto che dopo tre sentenze del Consiglio di Stato e due del Tar del Lazio, chiamati a dirimere il contenzioso aperto da chi sosteneva che il bando  internazionale andava contro le regole nazionali  che impediscono di far assurgere ai posti di vertice della pubblica amministrazione cittadini stranieri, il sempiterno Franceschini ha potuto rinnovare il mandato per la seconda volta a Eike Schmidt in qualità di direttore degli Uffizi, si, quello che abbiamo visto, gongolante e compiaciuto, salutarsi col gomito con l’illustre testimonial, cui non poteva giovanilmente dare il cinque per ragioni sanitarie.

Fiero di aver aperto la strada a altri operatori culturali sbarcando tra i primi su Tik Tok, lo storico tedesco  rivendica con orgoglio “l’operazione”  Ferragni “volta, dice, ad avvicinare anche i più giovani ai grandi capolavori del Rinascimento”. E aggiunge: “quello dei giovani è un problema che ci ponevamo anche prima, per esempio quando abbiamo invitato le star del festival Firenze Rocks a visitare i nostri musei….   Noi abbiamo una visione democratica del museo: le nostre collezioni appartengono a tutti, non solo a un’autoproclamata élite culturale, ma soprattutto alle giovani generazioni. Anche perché, se i giovani non stabiliscono oggi una relazione col patrimonio culturale, è improbabile che in futuro, quando saranno loro i nuovi amministratori, vorranno investire in cultura”.

Davvero mi domando come mai non sia stato offerto un prestigioso ruolo dirigente nei beni culturali ai pubblicitari che hanno avvicinato i ragazzi di allora al repertorio classico, riempiendo i teatri, comprando Cd e poi scaricando brani a raffica, dopo essere stati cullati dalla Romanza per violino e orchestra n. 2, op. 50 di Beethoven che creava un’atmosfera nel sorseggiare il cognac.

O quelli che avevano ballato su “per Elisa” rivisitata da Presley, o sulle note di saccheggiatori rei confessi di Pachelbel o di Schubert. Il fatto è che l’estrapolazione estemporanea è come le citazioni, solo chi è curioso e avido di apprendere va a cercarsi la fonte, gli altri meccanicamente registrano con indifferente noncuranza, contraddicendo così  le convinzioni di alcuni  che manifestano soddisfazione perché l’immagine della celebrata sciacquetta in braghette e ombelico in bella mostra davanti alla Venere, ha fatto scoprire ai rampolli il Botticelli. Più o meno come un tempo si familiarizzava con il Colosseo o San Marco dentro alla sfera con dentro la neve.

D’altra parte ormai la realtà viene guardata e ammirate e entra nelle esistenze umane solo così, a vedere i turisti che percorrono il Canal Grande o le strade di Roma sul bus a due piani, contemplando sullo smartphone in versione virtuale i monumenti che scorrono di fianco a loro.

E se a testimoniarne (ne ho scritto ieri: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/ ) è l’incarnazione della perentoria volgarità post berlusconiana, idolatrata perché come il Cavaliere fa un sacco di grana, paga e pretende, approfittando di generazioni di citrulli che vorrebbero consumare come lei la stessa robaccia standardizzata, meglio ancora.

E meglio ancora se a far stabilire “una relazione emozionale con il nostro patrimonio”, è sempre il direttore a dirlo,  ci pensa una nuova divinità contemporanea, un bel quarto di ciccia – ma guai a dirlo per non beccarsi l’inevitabile accusa di sessismo – che potrebbe essere infilata in mezzo a due fette di pane, come voleva fare appunto con i nostri tesori d’arte Tremonti, al fine di renderli finalmente redditizi.

Però sarebbe ingiusto attribuire ai governi del ventennio berlusconiano l’irruzione del mercato, della commercializzazione, della speculazione nel settore dei beni culturali.

In realtà a essere posseduti dal demone liberista, a dannarsi in cambio del favore di imprenditori e finanziatori privati pronti a prodigarsi con generosi benefici fiscali per “partecipare” della manutenzione, tutela e soprattutto gestione dei nostri giacimenti, sono stati in prima linea i fan di un progresso che in vista del declino dell’economia produttiva, della renitenza del nostro sistema a investire in ricerca innovazione, tecnologia, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, hanno creato il mito fasullo della vocazione del Paese a diventare la “meta” più frequentata dall’immaginario globale.  Condannato dunque  a trasformarsi in parco tematico, albergo diffuso, parodia di una nazione con il suo popolo convertito in una moltitudine di osti, gondolieri, suonatori di mandolino, pizzaioli, facchini e affittacamere a casa loro.

Che poi questa “predisposizione”, ammesso che esistesse, non veniva sostenuta né con investimenti né con la volontà politica. Non solo si sono invece abbandonati il territorio, il paesaggio, i siti archeologici senza garantire la manutenzione indispensabile, non solo si sono consegnate le città svuotate dei residenti alla più mediocre mercatizzazione, non solo si è alimentata la trasandatezza che ha trasformato la crisi delle città in emergenza abitativa, dei servizi, della mobilità, ma non è stato fatto nessuno sforzo per reggere la concorrenza con altre realtà meno care, più organizzate, più strutturate e più dinamiche.

Basta pensare al caso Eurodisney: è il 1984 e tra le localizzazioni individuate per il più grande parco di divertimenti del continente c’è anche Bagnoli, con l’immensa area Italsider già in dismissione. Pare così appropriata che i competitori alzano la posta, la Francia con Parigi, la Spagna con Barcellona, ma i tempi si allungano, le procedure sono complicate alla fine la Disney si spazientisce, sceglie la capitale francese e il nostro Paese, che pure ha investito in innumerevoli fallimenti ludici, tra calcio e olimpiadi, rinuncia a oltre 35  mila posti di lavoro e non quelli effimeri dei cantieri, a milioni di visitatori ogni anno che avrebbero gravitato su  un’area più vasta da Napoli a Pompei, a Paestum, a Ercolano.

Invece la consuetudine che ha preso piede è stata quella di appagare gli appetiti delle cordate impegnate nei Grandi Eventi Effimeri, per speculare sulla occupazione di territori che finita l’occasione hanno perso valore, su cattedrali e infrastrutture “nel deserto”, sulla menzogna del project financing che ha  costretto enti pubblici e amministrazioni a garantire reti viarie e servizi di sostegno a spese della collettività.

È  stato questo lo spirito che ha animato e ispirato le scelte politiche da quando la Costituzione – e quello che detta in materia di cultura e diritto al sapere, all’istruzione e al godimento dei beni comuni, bellezza compresa, è diventata un testo letterario da rispolverare nelle occasioni celebrative.

E i nostri tesori ereditati sono stati convertiti in un pozzo da prosciugare, come non fanno ad Abu Dhabi che sta costruendo il più grande museo del mondo dove stipare tutto quello che il petrolio ha comprato dai paesi che hanno trascurato memoria e proprietà collettive, anche grazie alla legenda diffusa secondo la quale è democratico che anche gli straccioni possano stiparsi in pullman per poi sfilare svelti svelti davanti al “Buon Governo”, mentre una èlite sociale e morale può entrare nel Colosseo deserto invitata dal re dei mocassini, o nel Louvre allestito in forma di ristorante esclusivo per onorare il profumiere.

Ha cominciato, è giusto ricordalo, Ronchey, promosso sul campo “professore” dal governo Amato e anticipatori di altri severi frugali, a introdurre i privati nei musei anche grazie alla istituzione dei servizi aggiuntivi, merce, ristorazione, poi seguiti dall’editoria e da varie forme di produzione di eventi.

Poi Paolucci, che non aveva nemmeno l’attenuante dell’incompetenza, arriva a allargare la gamma  delle attività delegate ai privati investitori, in attesa del più dinamico nel consolidare il flirt tra stato e imprese, Veltroni, che sancisce che se il settore pubblico non garantisce la tutela e la cura del nostro patrimonio è doveroso affidarlo all’iniziativa di altri. Se si aggiunge l’accoppiata con Melandri che approfitta della Bassanini per attribuire nuove competenze alle regioni creando una giungla ci norme e funzioni contraddittorie e ingovernabili, il gioco è fatto e i ministri berlusconiani trovano la tavola allestita.

Ma il vero trionfo della “partecipazione” attiva delle rendite e dei signori dello sfruttamento si celebra con il renzismo, con la cacciata dell’unico ministro degno di consenso, Bray, con la consegna dei beni artistici e  della memoria agli speculatori delle multinazionali della “fruizione culturale”, poliedrici nel fare cassa con l’editoria, gli eventi tarocchi, il merchandising e soprattutto svendendo, locando, offendo in comodato, alienando la roba nostra come fosse loro. Proprio come è successo in Grecia, come sta succedendo e succederà in forma accelerata da noi.

Ci aspetta di essere infilati in una palla di vetro, ma senza neve. che comunque sarebbe a spese nostre. (fine)

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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