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Ricchi, aghi, cammelli

camm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà quanti cammelli sono passati per la cruna di un ago e non ve ne siete accorti, impegnati  come eravate ad assicurare che ai ricchi fosse concesso di godere di fortune   in terra e poi di essere ammessi al regno dei cieli. come  indica  la entusiasta dimostrazione di stima e ammirata fiducia riservata a esponenti del delfinario del privilegio che non pur non facendo scelte francescane, senza rinunciare a beni e prerogative, senza dare il mantello sontuoso al mendicante, hanno riscosso considerazione fino alla venerazione rivendicando che proprio grandi mezzi, rendite e trattamenti di favore li hanno resi più sensibili di noi, costretti all’egoismo della sopravvivenza, alla causa degli ultimi , favorendo una redentiva scoperta del bello della carità.

Già da tempo questo nuovo  e originale fenomeno  era stato promosso da qualche fine pensatore, da qualche divino schizzinoso che ci aveva spiegato che non gli occorreva rubare essendo ricco di suo, convinzione smentita dal più stonato vizio di chi ha, l’avidità insaziabile che lo spinge ad avere sempre di più; da qualche raffinato antagonista che voleva dimostrare che si può essere sofisticati gagà e comunisti,   che si può patire per gli sfruttati in abito di Caraceni o con una pashmina così sottile da passare per un anello (questa storia di attraversamenti impervi pare ritorni) magari comprata in viaggio di studio in Afghanistan e che beni perlopiù ereditati sono una pesante condanna all’incomprensione rancorosa di quelli che dovrebbero essere loro grati per spirito sdi servizio.

Quella fase non è terminata,  al contrario: i nostalgici del Cavaliere lo rimpiangono anche in veste di tycoon che ha fatto i danè a differenza di questi straccioni  del nuovo ceto dirigente che non hanno mai saputo alzare un quattrino, che se rubano si fanno beccare  incapaci di farsi leggi ad personam su misura, che non tirano fuori un’euro per farsi un G8 più signorile e poi non danno lavoro a tanta gente, veline e calciatori compresi.

Eh si, adesso i ricchi li si ammira e gli si dà credito, se si osa mettere in dubbio il prestigio conquistato via mare come un eroe di Conrad, andando in visita pastorale dai potenti recando in dono pensierini edificanti e salvifici, allora si è sicuramente posseduti da acrimoniosa gelosia, obbligati a raccogliere fondi quando, proprio come i poveracci non tutelati da denaro e alte protezioni, anche se molto più raramente, sono costretti a dare conto delle loro  responsabilità e degli effetti dei loro atti, costretti ad emozionarci per loro e a dare tangibile riscontro dell’approvazione e del consenso che meritano.

Forse che se la beneficenza ha sostituito la solidarietà e la carità la coesione sociale, l’invidia avrebbe preso il posto della lotta di classe? per quanto mi riguarda ammetto di essere  bastarda e astiosa nei confronti dei ricchi che hanno sempre avuto il culo al caldo,  che gironzolano per università finchè non maturano una vocazione appagata e premiata con carriere facilitate, creative, artistiche, che saltano un anno di scuola che verrà recuperato anche grazie alla chiara fama conquistata per fare lodevole proselitismo, che hanno a disposizione innumerevoli agenzie di viaggi che propongono pacchetti solidali per  enfant gâté in cerca di vacanze avventurose a caro prezzo comprensive di salvataggio di alberi secolari e specie in via di estinzione dall’altra del mondo dove i loro familiari hanno tratto considerevoli profitti in qualità di consulenti di produttori di armi, imprese energetiche, aziende che praticano la cooperazione contribuendo a esportazioni coloniali di democrazie. E che nel migliore dei casi praticano qualche “rifiuto” sdegnoso e estemporaneo su issue particolari, senza mai mettere in discussione il sistema nel quale stanno piacevolmente annidati.

E’ che l’hanno avuta vinta anche stavolta, trasformando il conflitto di classe e l’identificazione di nuovi ceti estromessi dalle classi agiate nello status di espropriati e sfruttati, nella condanna generica di “incidenti” e  di presunte anomalie della società: corruzione, speculazione, familismo, clientelismo, arroganza, repressione. E nel biasimo circoscritto a chi ne è affetto come se si trattasse di caratteri e vizi personali e individuali, e non dell’indole, della cifra, del codice genetico della ricchezza che non viene cancellato da qualche atto lodevole di altruismo e benevolenza, compiuto sia pure in buon fede.

La fede però è meglio riservarla ad altro, e in attesa che sia loro negato il regno dei cieli, comincerei con l’attribuir loro la colpa per quello che ci tolgono in terra.

 

 

 

 

 

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Da Trumfobia a Trumpmania, il lamento dei misfattisti

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se lo spettacolo offerto ieri fosse più grottesco o più patetico: in molti tra quelli che subiranno un Senato di nominati, la cancellazione del voto, sostituito nel migliore dei casi da un atto notarile di conferma di scelte imposte dall’alto, l’asfissia dell’opposizione, l’alterazione del circuito dell’informazione ricattato o comprato, hanno fatto le pulci agli elettori americani.

Eppure per capire qualcosa di loro, prevedendo l’accaduto, basta vedere la loro produzione di telefilm, quella cinematografica, gran parte della loro letteratura.

Per spiegare il loro assoggettamento a modelli esistenziali e di consumo, è sufficiente tornare alle ragioni della crisi che partita di là e serpeggiata in tutto l’occidente come un serpente velenoso grazie alla promessa di soldi facili, case per tutti, fondi provvidenziali, grazie al proselitismo dell’idolatria del Mercato. A interpretare la  loro generalizzata arroganza, basta rifarsi all’ideologia e alla retorica della “superiorità” che rappresentano e difendono con guerre preventive e missioni belliche, che passano sotto il nome di esportazione di democrazia, tanto che ormai non vengono più accreditate come scontro tra civiltà, ma scontro per la civiltà, per non dire della loro patriottismo culminato nel Patriot Act, redatto per limitare diritti e libertà pubbliche e private in nome della sicurezza. A illustrare la loro concezione di libertà è sufficiente guardare non solo al loro credo liberista, quello della libera volpe in libero pollaio, ma anche al ricorso alla repressione, interna come sistema di governo per garantire una sicurezza disuguale, esterna, a sostegno di dittature sanguinarie e a gruppi paramilitari capaci di ogni atrocità.

A cogliere i perché delle loro nevrosi di bambini malcresciuti senza essere innocenti, ingenui senza essere integri, del loro ribellismo affidato a attori, cantanti e poeti maledetti lontani distanze siderali perfino dai nostri futuristi, dei loro tabù, dei loro capricci e delle loro compulsioni basterebbe la mitologia del loro “stile di vita”, l’american way of life, frutto di meccanismi di propaganda e produzione dei desideri   secondo tendenze imposte dal capitalismo inevitabile e insostituibile, che testa su di loro prodotti e merci, dentifrici o leader, attori o valori morali, mode o visi da diffondere poi come vuole la cultura universale dei consumi che dovrebbe unificare primo, secondo e terzo mondo, in modo che la vera libertà concessa e agognata sia quella di comprare, tanto da convertirsi in dovere sociale.

Eppure, e ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma, riescono ciononostante nell’opera di colonizzazione perfino del nostro immaginario e probabilmente del nostro inconscio,  che prosegue quasi indisturbata e malgrado tutto coi suoi topoi irrinunciabili da Tocqueville, al ruolo di liberatori, dal Piano Marshall: come farsi belli agli occhi del mondo con quattro soldi, alle domestiche visioni ottimistiche, eque e solidali di Frak Capra, dalla Grande Mela coi suoi vanti: crimini, razzismo, omofobia, inquinamento e rifiuti per strada, alla narrazione di una tolleranza smentita dalla pratica dell’emarginazione, del rifiuto, della xenofobia, esercitati con entusiasmo non solo contro afroamericani e messicani, ma anche contro gli italiani presto dimentichi.

E ci riescono così bene che in tanti ieri si sono sentiti disillusi e spaesati. Qualcuno, di quelli che sbrigativamente si sono dedicati in questi mesi al gioco riduttivo del “chi vi ricorda” per via di parrucchini e tinture, passione per i troiai e slogan sessisti, si è mostrato avvilito e frustrato al pensiero che quelli siano proprio come noi. Qualcuno ne approfitta per dire che allora, là come qui, sarebbe bene rivedere sistemi e meccanismi elettorali, perbacco, per ridurre il pericolo che la gente si esprima contro l’establishment, per limitare l’accesso alla cabina e presto anche al Pc, garantendo l’auspicabile governabilità imperitura, in attesa finalmente di sciogliere l’indesiderabile e molesto popolo, e di averla vinta nella lotta di classe alla rovescia, che, si sa, i poveri e gli operai votano con la pancia, specie se è vuota.

Tutti o quasi, non solo tra cottimiste del senonoraquandismo e forzati del politically correct, hanno replicato pensieri e modi già visti. Perché è così comodo e assolutorio e soavemente irresponsabile contestare il puttaniere volgare, il tycoon spregiudicato, piuttosto che il golpista, o peggio che mai, il coattivo produttore di conflitti di interesse, diventati carattere irrinunciabile di leader e premier in forma bipartisan. Perché lo sanno anche i bambini che è più educato sopportare i tagli al Welfare di Renzi che la rimozione dell’Obamacare, più virtuale che virtuosa,  ingiustamente attribuita a Trump, accettare F35, bombe e armi nucleari della signora Pinotti e di padre Gentiloni piuttosto di quelle del becero La Russa, tagli e svendite a cura di Monti o Padoan, più distinti e temperanti di quelli di Tremonti.

Ma possiamo stare tranquilli, il tempo cura tutto o meglio, nutre la cancrena del conformismo. Così al pari del presidente del consiglio che ha battuto sul tempo  Merkel e Hollande congratulandosi col vincitore, già da oggi vedremo rapide e tempestive conversioni dalla trumpfobia a una ragionevole e composta attenzione, nello spirito di doverosa collaborazione e di quella disponibilità già espresse da Obama. Come in fondo impone quell’aberrante ossequio all’egemonia indiscutibile della legge del più forte, potente là come qua, dove la maggioranza vince sempre e su tutto, anche quando è viziata da svariate forme di illegittimità: aggiramento di regole democratiche, imposizioni autoritarie in nome della obbligatorietà di misure e uomini forti, primato della “mancanza di alternative”,  occupazione militare dell’informazione, culto dell’emergenza e dello stato di necessità diventati sistemi di governo.

Proprio come da noi anche negli Usa si vota turandosi il naso, come da noi ci sono mezze figure incaricate di far fuori candidati scomodi o talmente assatanate di potere o così comprese della funzione di rappresentare interessi formidabili da scendere in campo con tutti i rischi che l’incarico o l’insuccesso comportano, qui come là comandano gli stessi padrini, padroni visibili o dietro le quinte. Qualcuno ha detto che la scelta era tra l’infarto o il cancro. I vizi, la crisi cominciata e promossa proprio là, il totalitarismo finanziario nutrito nel loro impero e affetto da evidenti pulsioni suicide, evoca Terenzio e la nostra vocazione a essere punitori di noi stessi come nel Heautontimorumenos, e fa tornare alla mente Susan Sontag quando disse che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste e che della loro peste il mondo è condannato a morire.

 

 

 

 

 


Democrazia e “metodo finlandese”

finlandia-elezioni-euroLe elezioni in Finlandia sono il migliore indizio di come la democrazia stia lentamente abbandonando il continente europeo e di come crisi e stagnazione possano essere utilizzati per confermare ricette e teoremi che le hanno innescate. La formula non è molto lontana da quella utilizzata altrove, Italia compresa, dove ormai si giubilano i membri delle commissioni che non sono d’accordo: quando si avverte la stanchezza dell’opinione pubblica nascono miracolosamente personaggi destinati ad incarnare un “nuovo” di cartapesta, la fiction del cambiamento.

Così nel week end scorso il vincitore delle elezioni politiche in Finlandia è stato tale Juha Sipilä a capo del Partito di centro che nel 2011 aveva perso disastrosamente essendo stato il principale donatore di sangue della formazione di estrema destra Veri Finlandesi. Ma chi è questo Sipilä che è riuscito a sconfiggere i conservatori di Katainen, oggi vicepresidente della commissione Ue? Bene è una sorta di magnate locale, divenuto ricco dopo aver venduto agli americani un’azienda nata attorno al miracolo Nokia di cui era azionista e Ad. Dopo di allora è stato a capo di altre imprese non brillantissime, tutt’altro, tanto da essersi trovato a svendere, sempre a multinazionali Usa, il lavoro fatto sul WiMax. Tuttavia è rimasto una delle figure simboliche di quel periodo, lontano ricordo disperso in un lento calvario di perdite di posizione, di chiusure di aziende e di licenziamenti.

Ora Sipilä non si era mai interessato di politica, ma nel 2011 entra dall’oggi al domani nel partito di centro in una stagione nella quale estrema destra, ma anche forze di sinistra minacciano di rendere la vita dura al conservatorismo locale esploso nei favolosi anni ’90. Viene subito eletto con circa 5000 voti (la Finlandia ha poco più di 5 milioni di abitanti)  e l’anno dopo è già presidente del partito. Insomma diviene l’alternativa di stampo conservatore ai conservatori insidiati dalla crisi economica, dalle defezioni in seno alla maggioranza e dal malumore popolare per la disoccupazione al 13% e la perdita di tutele.

I casi di personaggi che emergono improvvisamente alla ribalta politica dal nulla, oppure da palcoscenici del tutto diversi e in pochi anni divengono padroni di partiti di lunga storia, ormai non è raro e appare funzionale alla necessità di cambiare le facce, man mano che le politiche mostrano la corda. Personaggi di sostituzione, destinati a promuovere la continuità di politiche austeritarie e/o di regressione sociale grazie alla loro apparente  “novità” sono una strategia che nel breve termine si rivela efficace e può anche essere rinnovata. Naturalmente non c’è da pensare a un grande vecchio che tira i fili e manovra ogni disegno: quando i poteri che guidano il continente sentono puzza di bruciato, si danno da fare con una sinergia naturale corrispondente al proprio interesse. Un banca, tanto per fare un esempio che non riguarda il Paese scandinavo,  può organizzare un convegno nella città dove opera il piccolo politico segnalato come adatto allo scopo, al convegno viene invitato, con ricco cachet, un personaggio di fama politica che gli fornisce l’investitura adatta, mettiamo il caso, tanto per non vagare nell’astratto, che sia Tony Blair il quale  prima di allora non aveva cognizione alcuna dell’esistenza dello scalpitante guappo politico, ma la cui capacità gli viene assicurata da questo o da quell istituto finanziario e magari anche da qualche ministro. Così il misirizzi di provincia che apparentemente milita all’opposizione, balza alle cronache nazionali, acquista credibilità, raccoglie montagne di soldi per la scalata del partito di riferimento, promette, minaccia  e diventa in poco tempo l’uomo nuovo. Pronto a fare della propria novità il lasciapassare per il vecchio, con seguito di giornalisti, intellettuali di corte, grancasse assortite.

Ora che senso ha chiedersi cosa cambierà con una Finlandia non più direttamente governata dal partito di Katainen, ma da uno che sulla carta dovrebbe essere più moderato? Non cambierà nulla perché il tycoon formato finlandese è lì per fare politiche, secondo le sue stesse parole, di “tagli e riforme”: ovvero proprio ciò che l’elettorato ha sostanzialmente bocciato, può riperpetuarsi identico a prima grazie a una faccia diversa. La Finlandia non cambia  come ritualmente scrivono i giornali : solo che i disastri provocati dall’austerità negli ultimi anni vanno portati avanti con un nuovo banditore il quale per prima cosa si è lamentato della lentezza nel massacro del welfare.  Mantenendo i vecchi protagonisti c’era il pericolo che il Paese si mettesse su una rotta di collisione con Bruxelles o quanto meno adottasse posizioni più critiche e meno oltranziste in fatto di liberismo e di ricette fallimentari. Pericolo scampato.


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