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Santa Impunità

pedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ammettere la mia ignoranza. Dei tribunali ecclesiastici avevo conoscenze superficiali. Dopo l’Inquisizione che uno spera sempre sia stata superata da forme meno oscure e cruente di indagine e giudizio, l’altro organismo noto a tutti è la Sacra Rota, famosa per avere in passato e ancora oggi sostituito istituti giuridici civili a beneficio di illustri ipocriti danarosi.  E di  qualche aula  dove l’aspersorio è più potente del martello e della verità,  avevamo avuto notizia quando alcuni giornalisti hanno rischiato supplizi e roghi, oltre ad anatemi e scomuniche, ,  dopo aver pubblicato notizie scomode su scandali finanziari e non solo che lo Stato straniero in terra patria aveva tentato con qualche successo di celare.

In questi giorni invece in occasione del summit voluto dal Papa per la protezione dei minori, ci è stato rivelato che esiste il Supremo tribunale della Segnatura apostolica (Supremum Tribunal Signaturae Apostolicae), dicastero della Curia Romana e  supremo tribunale della Santa Sere.  Abbiamo anche appreso che si articola in due sezioni, la prima (giudiziaria) tratta le cause assegnatele secondo il Codice di diritto canonico, proroga la competenza dei tribunali costituiti anche per le cause matrimoniali,   cura l’erezione dei tribunali regionali o interregionali e gode dei diritti conferiti dai concordati con stati esteri. La seconda sezione (contenzioso-amministrativa) dirime le contese originate da atti della potestà ecclesiastica amministrativa. Esiste anche un tribunale di ultima istanza dello Stato della Città del Vaticano, Corte di cassazione della Città del Vaticano.

Sia pure con tutta questa “attrezzatura”, par di capire che in ogni caso e da sempre la preferenza in materia di giudizio venga attribuita prevalentemente al Giudice Supremo che amministra e esercita dall’alto dei cieli, come è stato più volte confermato nel caso dei sacerdoti che si sono macchiati del turpe reato di pedofilia. E in ragione di ciò chi veste l’abito talare può contare sui due livelli di indulgenza, terrena e soprannaturale e essere esentato dal giudizio dei tribunali statali dei Paesi nei quali ha commesso i suoi misfatti.

Tanto è vero che il Papa, per confermare che si tratta di “affari interni” –  è sempre meglio lavare in panni sporchi in casa – ha lanciato nella seconda giornata del Summit dedicata alle misure per contrastare le omissioni e i silenzi del vescovi negligenti una proposta definita “rivoluzionaria”,   quella di istituire  un corpo intermedio di vigilanza presieduto dai vescovi metropoliti e da laici selezionati e sodali in veste di specialisti e aperto perfino a donne distintesi nello “studio” della materia, per rimarcare l’importanza della voce femminile nella Chiesa. Un organismo incaricato, proprio come le commissioni parlamentari, quelle nominate da sindaci, ministri, amministratori,  di  contestualizzare un fenomeno anomalo nella “normalità”,   come fecero pensatori cattolici quando si cominciò a conoscerne numero e gravità, come ebbe la faccia tosta di sostenere il portavoce del Vaticano di allora, padre Lombardi:  la pedofilia è un peccato diffuso e in quanto tale, disse,  “va inserito in un contesto e in una problematica più ampia che riguarda la tutela dei bambini e dei giovani dagli abusi sessuali nella società”.

Sono passati quasi dieci anni ma sarebbe vano  aspettarsi grandi cambiamenti dall’augusto consesso. E dire che la Santa Sede poteva risparmiare quattrini e fatica: bastava che allestisse una bella sala da proiezione e facesse vedere a uso dei prelati e per non sbagliare anche della stampa di settore, il film  Il caso Spotlight che  narra le vicende reali venute a galla dopo l’inchiesta del quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law -un nome, un programma –  accusato di aver coperto gli abusi commessi in molte parrocchie. Strano che non ci abbia pensato il potere che da secoli ha assunto una leadership nel settore della comunicazione, del marketing e della propaganda:  medium e messaggio sarebbero stati più efficaci dei pistolotti e delle dichiarazioni di buona volontà,  proprio in vista della necessità continuamente ripetuta in questi giorni, non quella di fare giustizia, di punire i reprobi, macché, bensì quella di riconquistare la  fiducia dei consumatori dell’oppio dei popoli, di contrastare il clima di sospetto e diffidenza che rischia di allontanare i fedeli.

“Faremo – ha promesso  Monsignor Coleridge  a nome dei presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del mondo – tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi la guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi; renderemo più severi i procedimenti di selezione e di formazione dei leader della Chiesa; educheremo tutto il nostro popolo a ciò che richiede la tutela; faremo ogni cosa in nostro potere per garantire che gli orrori del passato non si ripetano e che la Chiesa sia un posto sicuro per tutti…”.

Ancora una volta questo Papa  che apre alle altre comunità di fedeli, che guarda con amicizia ad altre confessioni, che sembra fare da buon parroco professione quotidiana di umiltà, dimostra l’abituale e proterva arroganza nei confronti del potere temporale, che ogni giorno giudica, nei cui affari entra a gamba tesa, sulla cui etica pubblica pone veti in nome di una morale di parte sostitutiva, riconfermando che gli appartenenti alla sua istituzione non hanno obblighi civili, che sono preti prima che cittadini, che sono liberi dai vincoli imposti dalla carte costituzionali e dalle leggi dei paesi nei quali esercitano la loro professione, pur godendo di privilegi e prerogative speciali. E d’altra parte il fatto che la tonaca promuova automaticamente chi la indossa a cittadino di serie A fa il paio con la pretesa di non pagare l’Imu non solo per il luoghi di culto, ma pure per residence, attici sibaritici, alberghi, case missionarie.

Si doveva a lui nel 2015, l’ipotesi, che probabilmente oggi prenderà forma sia pure riduttiva con quel “corpo intermedio di vigilanza”, di creare un tribunale speciale interno per giudicare gli alti prelati e in particolare i vescovi rei di aver nascosto o coperto i preti pedofili e insabbiato le denunce, sottraendolo al braccio secolare perché non debba risponderne che in termini di carriera ecclesiastica, normalizzando la vergogna all’interno della eccezionalità ecclesiastica e ribadendo uno status privilegiato per cui valgono leggi diverse che non costituiscono un deterrente a non reiterare  abitudini inveterate e non sono soggette a deplorazione pubblica.

E si doveva a lui il silenzio indifferente che accolse l’anno prima  la richiesta ufficiale che il Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ Onu rivolse alla Santa Sede di estirpare la pedofilia aprendo i propri archivi in modo che “chi ha abusato dei bambini, ma anche chi ne ha coperto i crimini possa essere giudicato dalla giustizia civile”,  condannando l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche  “che non hanno preso le necessarie misure per affrontare i casi di abusi sessuali e per proteggere i bambini, (decine di migliaia) e abbia invece adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all’impunità dei responsabili”.

Qualcuno ha tentato di smuovere le morte acque dell’autorevole  assise, ben oltre i compassionevoli moti di cristiana pietà per le vittime alla pari con quelli riservati ai peccatori interni, ugualmente meritevoli di misericordiosa vicinanza, ma di un rispetto, invece,  disuguale. Si chiama   Reinhard Marx, il cardinale arcivescovo di Monaco- Frisinga e capo della Chiesa tedesca, che ha apertamente accusato  il Vaticano: “Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione, che non  ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile”. Aggiungendo  che i dossier che avrebbero potuto documentare gli abusi e i nomi dei responsabili  sono stati distrutti o nemmeno creati.

Ma è stata la sola voce che ha parlato a nome dei condannati, che non sono i colpevoli. Ma le vittime, oltraggiate tre volte dall’abuso, dall’incredulità, dall’ingiustizia.

 

 

 


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