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Bar Baretta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da trasecolare: Pier Paolo Baretta, candidato espresso dal Pd per la poltrona di sindaco di Venezia, esibisce come referenza significativa  nel suo sito di propaganda elettorale, che vale una visita non fosse altro che per  lo slogan C’è un altro modo, insieme,  una combinazione vintage di scoutismo e sardine, Veltroni e Zaccagnini,   e della cara antica e rimpianta ipocrisia della Dc e del politicamente corretto dei riformisti – i suoi natali nel sestiere  di Cannaregio.

Ciononostante ci ha fatto sapere che, in nome della stessa ragionevolezza che impone di completare la più poderosa macchina da corruzione creata in Italia, quel prodigio ingegneristico chiamato  Mose, che non ha salvato né salverà la Serenissima dalla furia del mare, ma ha garantito una beata sopravvivenza a una lunga lista di beneficiari di tutte le formazioni politiche, non si può realisticamente dire di No al passaggio delle Grandi Navi e alla breve sosta dei loro forzati, per gli innegabili benefici che portano all’economia cittadina e alla vocazione dell’intero Paese di diventare un luna park globale.

Così il brav’uomo – il compendio di soluzioni che immagina per la “sua” città gli meriterebbe il soprannome di “Banal Grande” appioppato a suo tempo a leader confindustriale cui oggi potremmo addirittura guardare con una certa nostalgia – dice di essere impegnato a esaminare lodevoli compromessi tra transiti alternativi con scavo e allargamento di canali, creazione visionaria di futuristi porti d‘altura, tutte ipotesi che prevedono la doverosa gratificazione  dei veri padroni di Venezia, Consorzio, nuova Agenzia “facciotuttoio” sostituta privatistica del Magistrato, cordate   del conflitto d’interesse occupate a scavare e riempire, dell’inquinamento e delle bonifiche.

Il fatto è che il tradimento da che mondo è mondo si sviluppa e declina in tanti modi, oggi addirittura più sfrontati da quando l’accesso e la circolazione delle informazioni lo rende più sfacciato e spudorato.

Basta pensare a politiche e ministre, che finiscono per legittimare il sondaggio sotto l’ombrellone dei leghisti che si sentono autorizzati per non aver mai espresso ministre dell’istruzione per evidente e incompatibilità, e che a misure e provvedimenti lesivi dei diritti dei lavoratori hanno  accompagnato il valore aggiunto della penalizzazione di genere.

Basta pensare a sindacalisti  che una volta dismessa la tuta, una volta abbandonati i solchi bagnati di servo sudor, si agitano a fare da relatori alle “riforme” di cui sopra, a spendersi per la cancellazione di garanzie e prerogative, come se abiura delle origini e della militanza diventasse una virtù del politico.

Basta pensare a pedagoghi e accademici che una volta saliti al soglio del dicastero di competenza, riescono a fondere impotenza a agire e onnipotenza a ipotizzare precetti in sfregio del diritto all’istruzione e in difesa della loro corporazione.

Basta pensare a cittadini esemplari, forgiati da battaglie per il territorio, che una volta alle prese con bilanci comunali e con le pressioni speculative, si parano dietro ai vincoli di spesa per motivare incapacità, inadeguatezza e assoggettamento a imposizioni private opache.  E mettiamoci anche personalità selezionate da cerchie intellettuali, professionali, tecniche (Venezia ne ha conosciuto un bell’esemplare) che alla prova dei fatti con schizzinosa solerzia vogliono dimostrare il loro disprezzo per elettori, sostenitori e concittadini, per il loro mediocri bisogni, per le loro miserie umane e per l’irriconoscenza per fatica che dimostrano nel condividere provvisoriamente  i loro meschini orizzonti campanilistici e provinciali.

Mica solo Grandi Navi, a ben vedere in tema di disconoscimento, rinuncia simbolica, eresia, il Baretta rivendica un talento speciale,  studente lavoratore (ma riconosciamogli di non ostentare un diploma di laurea mai conseguito) getta alle ortiche il proposito di laurearsi in Sociologia a Trento, sbocco formativo ideale di una cospicua frangia di giovani militanti cattolici, per lavorare brevemente in fabbrica come propedeutico fastidioso ma necessario a farsi accogliere nel ventre opimo della Cisl, dove “testimonia” per ben trent’anni nella lenta parabola discendente dell’organizzazione esemplarmente incarnata da Bonanni, contiguo anche per frequentazioni amichevoli al Sacconi di “siamo tutti nella stessa barca, imprenditori e lavoratori” . Tanto che si attribuisce alcuni successi che la dicono lunga sulla sua missione di rappresentanza e negoziale, a cominciare dalla “ristrutturazione” di Porto Marghera, una delle operazioni più ignominiose condotte ai danni degli operai, della città, dell’ambiente mai condotte e che ha messo il marchio del capitalismo più spregiudicato,  infetto e tossico su un sito industriale che non doveva nascere e che è stato fatto languire nel peggiore dei modi.

Dal 2008  il nostro ha rappresentato Venezia, cito, “sia da deputato che da Sottosegretario all’Economia, ruolo che tuttora ricopro, ho lavorato a diversi provvedimenti per la città e in particolare al rifinanziamento, dopo anni, della legge speciale…. Grazie all’apporto del governo che  è stato in questi 5 anni di 1 miliardo e 300 milioni”.

Trasferito giovani in terraferma, poi nella Capitale, per più alti destini, doveva essersi distratto o forse ci siamo distratti noi, fatto sta che abbiamo potuto godere del suo pudico silenzio, in mezzo al brusio mondiale sulla morte della sua città, in merito alla vicenda del Mose e agli scandali che l’accompagnano, a cominciare dalla sua accertata inutilità e dannosità, alla cacciata dei residenti dal centro storico, processo di gentrificazione che a Trento avrebbe potuto studiare con profitto, alle concessioni e svendite del patrimonio comune a dinastie e cordate private.

E vorrei ben vedere, perché il suo riserbo è stato rotto in accoppiata con Gasparri a tutela di una delle lobby più voraci e più intoccabili, quella dei gestori degli stabilimenti balneari che grazie a loro, oggi complice anche la pandeconomia del Covid che ha cancellato le spiagge libere,  hanno visto riconfermare i loro privilegi illegittimi.  

E dire che dopo sindaci arrivati a Venezia, che se li scaricavi a Piazzale Roma avevano bisogno del navigatore per giungere a destinazione a Ca’ Farsetti, sede storica del municipio, si poteva sperare in un candidato che avesse a cuore la sorte delle due città in una, quella insulare condannata a diventare museo a cielo aperto e quella di terraferma altrettanto destinata a appendice di servizio al sito turistico.

Invece … Ora vi domanderete perché dopo la conclusione forzata del mandato del sindaco Orsoni, espressione, c’è da sorridere per il paradosso, della virtuosa società civile, dopo l’esperienza a dir poco pittoresca di Brugnaro, il Pd candidi una figura scialba, sconosciuta ai più, catapultata in Laguna malgrado l’origine.

Presto detto, siamo all’ennesima applicazione del format Giachetti, la presentazioni di un improbabile più che impresentabile, senza programma se non l’esibizione di una lista di pensierini insignificanti, luoghi comuni dozzinali di quelli dei discorsi da bar, senza ideali e senza idee come è normale se si vuole riconfermare l’adesione cieca al sistema e alla sua ideologia, così è garantita la riconferma o il successo del competitor, che divide gli stessi interessi e le stesse aspettative, ma che si espone e viene sostenuto con maggiore audacia da chi ha capito che può trarre un bel po’ di profitto dalla “patata bollente”.


Noi e Loro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo proprio ben sistemati: da una parte le smanie plebiscitarie di un aspirante premier,  candidato unico e designato tramite voto come nei reality o in miss Italia, con esiti addirittura meno efficienti, contestabili ed esposti a infiltrazioni di probabili voltagabbana di professione,  interprete di un vertice a vocazione autoreferenziale di un organismo vivo, è vero, ma che sembra procedere a tentoni, affetto da tutte le patologie della crescita  – un ammiratore l’ha accusato di invecchiare senza diventare adulto : rissosità, inadeguatezza, soprattutto una rivendicazione di improvvisazione e inesperienza accreditate come virtù rispetto allo scafato professionismo della politica del malaffare, della corruzione, dell’interesse privato.

E non aiuta la “crescita”  che la critica all’opposizione sia scandita soltanto dal dileggio per il contrasto alla consecutio e per il disprezzo del congiuntivo dell’aspirante premier, dalla gara di chi è più fuori corso tra lui o qualche ministro o sottosegretario del partito unico, ma non possiamo aspettarci di meglio. Perché dall’altra parte  sta officiando  un golpe da regno delle banane  un ceto che blinda un sistema elettorale in modo che venga rimossa ogni parvenza di voto libero e di rappresentanza, convertendolo nel rituale della conferma notarile di scelte dettate dall’alto, con l’intento di aggirare la consultazione referendaria che aveva detto no al rafforzamento dell’esecutivo,  di restituire ogni decisione allo strapotere di capibastone e con liste bloccate che cancellano il vincolo di mandato. Proprio una “classe” al servizio di una oligarchia dominante in forma transnazionale: lobby, imprese globali, società finanziarie e gruppi di interessi particolari –  promotori del trattato Ceta entrato in vigore proprio ieri, e che condizionano i decisori, li pagano, li viziano, li intimoriscono, proprio come fanno le organizzazioni criminali e suggeriscono e scrivono norme e riforme confezionate in studi dove la giurisprudenza si preoccupa di ostentare una parvenza di legalità illegittima.

E poi ci siamo noi, noi  che se non andiamo a votare veniamo alternativamente  lodati per aver allineato l’Italia alla scrematura delle  democrazie occidentali dove l’astensionismo pare essere un indice di maturità, o criminalizzati e tacciati di qualunquismo per aver  dimostrato disincanto e disaffezione per una politica sempre più remota e lontana da quella della vita. Noi che dovremmo gioire dell’eclissi delle ideologie, probabilmente perché ha segnato la fine delle idee, noi popolo accusato di populismo quando denunciamo il tradimento, l’abuso, la sottrazione indebita di sovranità, sicché la nostra critica assume i tratti infami dell’eversione, della delegittimazione nichilista, come fosse un’ignominia contrapporre i troppo potenti ai troppo im-potenti, il burocrate  tracotante al cittadino escluso, l’azionista rapace alla tuta blu, il finanziere incontentabile al piccolo coltivatore che arranca. Noi, consumatori “consumati” dalla perdita di beni e speranze, tentati di prendercela con quel corpo estraneo di usurpatori cresciuto al nostro interno, ma anche con chi sta più sotto che non avrebbe nemmeno il diritto di rivendicare il torto subito con guerre e rapine consumate con la nostra correità o volontaria inconsapevolezza.

Se non sappiamo cosa fare, ci sarebbe da cominciare a sottrarsi a quel “noi” enunciato come colpa, condanna e pure assoluzione comune dalle responsabilità, in modo che l’essere insieme e uniti – opera che pare riuscire anche nelle sue forme aberranti della “maggioranza” al nemico di classe – sia un progresso per riprendersi una politica retrocessa a pure fenomeno del potere, per tornare a essere “popolo” e non più plebe o massa. E sovrano e non suddito o schiavo.

 


La Francia paga il duro salario della guerra di inciviltà

20151113PHOWWW01049Ciò che impaurisce, allarma e indigna nella strage di Parigi non è il numero dei morti, ma l’impossibilità di spiegarla. Sono i penosi contorcimenti dei leader e dei media occidentali nel prendere atto della mattanza tentando di contenerla nella minuscola cassetta degli attrezzi del discorso pubblico e della più elementare propaganda di potere fin qui esercitata. Lasciando intatta la menzogna che occupa lo spazio della comprensione.

Ma solo sgombrando il campo dalle mistificazioni di cui siamo vittime quotidiane si può comprendere il perché della strage e il perché di Parigi. Certo non può farlo Hollande che ieri è comparso in Tv con la faccia impaurita del ragioniere che ha in casa la finanza, né gran parte del milieu politico francese connivente e men che meno Obama e Cameron, complici e soci nell’affaire siriano. Avrebbe dovuto farlo quell’intellighentia che in Francia è tornata in grande stile alla corte di Versailles e l’informazione mainstream se non fosse stata comprata in blocco dal potere che conta. Il presidente francese avrebbe dovuto spiegare – al di là dei finanziamenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar – perché la Francia è diventata la calamita del terrorismo e fare mea culpa assieme a Sarkozy e a un ceto politico insignificante che ha pensato di superare la crisi di consenso innescata dalla crisi economica e dal ruolo subordinato della Francia, mettendo in piedi un anacronistico e sgangherato progetto neo colonialista.

Un clima così distorto  e denso di nequizie che ha indotto l’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing, ascoltato consigliori in occidente, a proporre il 27 settembre scorso che l’Onu concedesse una sorta di mandato amministrativo sulla Siria con la Francia in posizione guida al fine di rovesciare Assad. E questo quando la Russia era già intervenuta militarmente. Ma facciamo un passo indietro tornando al 2010 quando su impulso della segretaria di stato Hilary Clinton ( è questo già illustra che tempi ci attendono) Francia e Inghilterra firmano  una sorta di intesa, detta di Lancaster House, in cui viene stabilito che le forze dei due Paesi attacchino Libia e Siria il 21 marzo 2011. E la Francia, con Sarkozy che scende nei sondaggi,  freme a tal punto da anticipare di due giorni l’attacco a Tripoli, mentre per la Siria  salta tutto a causa di un ripensamento americano.

Ma questo non vuol dire che Parigi non agisca egualmente: nell’estate dello stesso anno  reparti della Legione straniera trasferiti in tutta fretta dalla Corsica e agli ordini del generale  Benoit Puga, capo di stato maggiore presso la presidenza della Repubblica, fondano e inquadrano l’Esercito siriano libero, con 3000 “estremisti moderati” raccolti un po’ dovunque, in Europa  e soprattutto nella Libia conquistata. Ancor prima di essere portati ad Homs per farne la capitale della liberazione, l’Esercito – poi in gran parte confluito nell’Isis – si distingue per le esecuzioni degli omosessuali e per la pratica di mangiare il cuore e il fegato dei soldati siriani catturati. D’altronde il primo atto di liberazione fatto ad Homs è stato lo sgozzamento di 150 persone a dimostrazione di essere veramente dei moderati,  mica come quel boia di Assad. Tutto sotto l’occhio benevolente, anzi plaudente della Francia che per bocca del ministro degli Esteri Laurent Fabius, fa sapere che Assad “non merita di stare sulla terra”  e la quale non si fa problemi a combattere Al Quaeda in Mali e nel Sael con un numero di vittime civili sconosciuto, ma certamente con tre o quattro zeri, mica per far la guerra al terrorismo, ma per prendersi le risorse minerarie di quei Paesi. E’ la stessa Francia che oggi grida alla barbarie. Ma chi semina vento raccoglie tempesta.

Tutto questo ha creato un enorme problema quando il mostro creato per concretizzare le ubbie neo coloniali di Parigi e le mire geopolitiche degli Usa, finanziato, armato e foraggiato, è divenuto incontrollabile, anche a causa del fatto che il regime di Assad ha resistito oltre ogni aspettativa dei dementi servizi occidentali, vittime della propria stessa propaganda. C’è il problema dei “moderati” trasferiti in Siria dai Paesi europei e poi tornati a valanga quando i russi hanno cominciato a far sul serio la guerra all’Isis. C’è il problema dell’impossibilità di controllarli visto che ormai i sistemi di intelligence  non sono più in grado di infiltrare gruppi e gruppuscoli  e si limitano a guerreggiare con la privacy dei cittadini e con le loro libertà, attraverso i sistemi di scanner delle comunicazioni. Ma soprattutto è intervenuto un cambiamento radicale che correva già sottopelle ed è stato catalizzato dalla vicenda ucraina, vale a dire il ritorno sulla scena mondiale della Russia. Con l’intervento in Siria l’idea di abbattere Assad e papparsi tutto il Paese e le sue risorse, è andato in acido. La stessa Francia che per due mesi ha tentato di frapporsi all’inevitabile accordo sottobanco fra Washington e Mosca sul futuro siriano, oggi non può che cominciare a fare davvero la guerra all’Isis. Dunque è vista come una traditrice dal quel misto di fanatismo, nazionalismo arabo, integralismo che essa ha utilizzato ed è divenuta territorio ideale oltre che simbolico di strage.

Naturalmente questo fa il gioco di chi ha creato le condizioni per la strage e che adesso può trovare il pretesto per un ribaltamento di fronte senza perdere la faccia: i cittadini impauriti da un’inaudita violenza che non è più lontana e mediatica, che nemmeno sceglie più le vittime, ma spara nel mucchio, cercano rifugio sotto le gonne del potere non comprendendo che proprio opponendosi alle sue malefatte saranno in grado di strappare maggiore sicurezza e sfuggire al ruolo di carne da cannone. Solo quando sarà chiaro che non si tratta di una guerra di civiltà come sussurra l’istinto più idiota, ma di una guerra di inciviltà, si potrà uscirne fuori.  Solo quando i cittadini saranno in grado di decidere e non essere strumenti sacrificali di interessi oscuri che si nutrono della loro paura, potranno evitare le stragi.


Hollande, non cherchez la femme, cherchez la finance

l43-hollande-120719195518_bigI giornali francesi dopo la tempesta d’alcova che ha coinvolto il presidente e dopo che tutti i particolari della vicenda sono venuti alla luce, cominciano a farsi inquietanti domande e a scorgere singolari coincidenze. Perché Hollande che aveva tutte le possibilità di spostamenti riservati e protetti se ne va dall’amante in motorino, venendo subito beccato? Perché una storia che dura ormai da due anni è stata scoperta alla vigilia di una drastica serie di provvedimenti volti ad onorare l’austerità dettata da Berlino?

Si tratta di una serie di tagli draconiani in ogni settore compreso quello dei beni culturali: 175 siti e monumenti tra i quali alcuni celebri in tutto il mondo non potranno più avvalersi della tutela dello stato. Ma è solo un esempio di una potatura drammatica nel corpo vivo della società francese, già in pieno subbuglio, che si è cercato di far passare con il metodo spread, ossia evocando  un attacco dei mercati (leggi sistema finanziario) alla Francia. La cosa però non ha convinto più di tanto, anche perché l’evasività riguardo alle cifre è risultata sospetta. Così con Hollande in piena crisi di credibilità, la Le Pen sempre più rumorosamente alle porte,le elezioni europee vicine, la tentazione di distrarre l’opinione pubblica con un coup de theatre studiato a tavolino è tutt’altro che da escludere. E qualcuno sussurra anche i nomi degli esperti di immagine che ne avrebbero curato la regia.

Infatti ecco che all’improvviso scoppia lo scandalo, la discussione sui tagli passa in secondo piano, il presidente mozzarella diventa all’improvviso un tombeur de femmes, cosa che piace molto al di qua e al di là delle Alpi, Hollande si sbarazza dell’odiata madame Trierweiler, conome del secondo marito, noto intellettuale e germanista, assai comodo come entratura per la carriera e al suo posto compare la Gayet, più discreta e percepita come più “francese” nel ruolo di premier dame. Insomma si spera che questa buriana possa distrarre e risollevare in qualche modo il partito socialista, le cui promesse elettorali sono state quasi completamente disattese, ma anche il fronte europeista in piena crisi. E permettere così che i dettami della finanza non vengano disattesi di fronte all’ostilità popolare.

Questo è ciò che succede. Ed è singolare che una questione di donne abbia inguaiato il presidente in pectore Strauss Kahn, un po’ troppo socialista per i gusti della finanza e una questione di donne venga invece a salvare lo spento Hollande. Si, questione di donne, ma forse non è proprio il caso di chercher la femme.


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