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Marlane, altra strage, altra assoluzione

sit-in MarlaneAltra strage, altra assoluzione. La giostra infame del medioevo prossimo venturo gira incessante con i suoi clangori e le sue urla, con l’umiliazione del lavoro e della vita e la concessione alle aziende di uno status reale di impunità, prima ancora di trasferire in capo ad esse un vero e proprio potere legislativo. Dopo la remissione totale dei peccati dell’Eternit adesso è toccato alla Marlane – Marzotto di Praia a Mare godere dell’impunità per la morte di 107 operai (oltre che per l’inquinamento dei terreni e delle acque) a causa dei coloranti usati per i tessuti e dell’amianto usato per macchinari: Pietro Marzotto, ex presidente dell’omonimo gruppo e  altre 10 persone sono state assolte, nonostante i pm avessero chiesto 60 anni totali di carcere.

Eppure il disastro ambientale c’è e ci sono anche i morti per cancro, ci sono anche un’altra cinquantina di ammalati, c’è un altro migliaio di morti in 40 anni, ci sono le statistiche secondo le quali l’incidenza di tumori in quella fabbrica era oltre mille volte superiore rispetto a quella regionale. Per di più l’azienda ha già pagato dei risarcimenti, riconoscendo in modo indiretto le sue colpe. Sarebbe davvero dura sostenere che il fatto non sussiste o che non ci sono sufficienti prove di una causalità diretta tra l’esposizione ai veleni della fabbrica e le morti per tumore.

Tuttavia, è proprio questa la “verità” della sentenza: si è voluta scansare l’evidenza ed evitare persino condanne puramente simboliche che possano costituire un precedente in terra calabrese. Le aziende non si toccano. Ecco perché  “il fatto non sussiste” e se per caso sussistesse  c’è “insufficienza di prove”. Alla fine non si trovano colpe precise non perché sia impossibile trovarle o addossarle, come sarebbe naturale, alla proprietà della fabbrica come oggettivamente responsabile, ma perché ormai si ritiene di dover assolvere qualsiasi attività economica, anche quando si presenta come devastante, anche quando non prende alcuna precauzione per aumentare il profitto a danno dei suoi lavoratori e del territorio dove opera.

Eternit, Thissen Krupp e ora Marlane dimostrano che questa è la nuova realtà: i protagonisti del capitale sono legibus soluti per definizione,  che il virus di quest’ebola sociale è ormai penetrato dovunque per la via diretta dell’egemonia culturale o per i sordidi vicoli indiretti delle pressioni di ogni tipo. Leggi arcaiche, in questo caso pre galileaiane, e un’opinione pubblica costantemente indignata, ma anche ben decisa a non fare nulla sul piano complessivo, completano il lieto panorama.

Del resto non è difficile immaginare – lo dico tra i dentini – che una delle strategie considerate vincenti della governance italiana sia magari quella di rendere possibile scempi altrove inammissibili, come Thissen ed Eternit dimostrano  ad abundantiam, per mantenere o attirare attività produttive a basso costo di manodopera ed altissimo costo umano. Facendo intendere che qui è sensato pagare con la vita un lavoro malpagato.

 


Quando i carnefici si fingono vittime: il filantropo killer di Eternit

eternit-processo-ansa-300x207 Ernest Schmidheiny a suo tempo creatore della Eternit è indignato per la condanna a 18 anni: non poteva sapere che il suo materiale era mortale, quindi non immaginava le migliaia di morti destinati a purtroppo a crescere col tempo. Sebbene l’asbesto fosse stato individuato come cancerogeno fin dal 1962 (anzi è stato il primo composto a ricevere questo lusinghiero riconoscimento ufficiale) le fabbriche del magnate svizzero improntate alla massima incuria e  insicurezza, hanno continuato ad avvelenare  fino all’86. Anzi a sottolineare la spasmodica attenzione alle vite degli altri che regna nelle salvifiche corporation, una società belga lo produce ancora in numerosi Paesi tra cui Russia, Tailandia, India, Cina, Egitto, insomma in quei luoghi dove la vita ha poco prezzo o si possono facilmente comprare le indulgenze.

Ed è naturalmente indignato anche Riva, che si finge vecchio e malato, vittima di un ingiustizia. Ed erano vittime anche i dirigenti della Thissen Krupp, naturalmente applauditi in quella tana di rampolli avidi e incapaci tenuti fuori dalle aziende a fare lobby, che è Confindustria. La sentenza sull’Eternit sarà anche storica, ma è il culmine di una storia di oltre un trentennio nel quale il profitto ad ogni costo altrui è divenuto il faro della civiltà, nel quale si è fatto in modo che le vittime introiettassero la figura del carnefice e nel quale, a causa della corruttela diffusa l’Italia è stata l’India dell’Europa.

I poveri miliardari vittime di questi maledetti morti, così modesto sacrificio alla legge del profitto incisa anche sull’ondulato eternit, piangono la grave ingiustizia e forse temono che le sentenze possano preludere a un giro di boa della storia. Non ne sarei così certo, perché tra questi casi quello di Schmidheiny è esemplare e inquietante. Dopo aver avvelenato Casale, Rubiera, Cavagnolo e Bagnoli con fabbriche senza alcuna sicurezza per gli operai e per gli abitanti, tanto che l’asbesto veniva sparato nell’aria, come fosse essenza di lavanda, il miliardario fu nominato nel 1990  consigliere capo per gli affari e l’industria per il segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (UNCED). Alla faccia. E oggi -udite, udite – è presidente onorario del Word Business Council per lo sviluppo sostenibile. Certo è anche proprietario in Cile di 120 mila ettari di foreste che il popolo Mapuche reclama, svendute per quattro soldi da Pinochet al miliardario, ma insomma mica vogliamo togliere tutti gli sfizi a questo filantropo.

Magari non lo sappiamo, ma è un convertito, che tuttavia fa la vittima di fronte alla leggerezza e noncuranza con cui ha fatto soldi a palate con l’Eternit. Ma la questione è invece che quando il profitto diventa il primo comandamento si può essere assassini e filantropi allo stesso tempo.E quando si possiedono 2 miliardi di euro in sole posizioni finanziarie, si è filantropi per definizione.

 


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