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Gilet su misura

gilet_aranciAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri era la volta dei gilet arancioni, gli olivicoltori in piazza per protestare contro una manovra che non contempla misure di emergenza necessarie a garantire adeguate risorse al Fondo di Solidarietà Nazionale per far fronte alle pesanti calamità che hanno colpito importanti aree del Paese, a partire dalla Puglia dove si realizza la maggioranza dell’olio italiano e si contano 90 mila ettari di uliveti senza produzione, un taglio di circa 2/3 del raccolto e un equivalente di 1 milione di giornate lavorative perse.

L’altro ieri era stata la volta dei pastori sardi cui il governo ha risposto con un’offerta umiliante alla filiera del pecorino di un prezzo del latte a 70 centesimi con la “speranza” che con il ritiro delle forme in eccedenza entro tre, quattro mesi il listino si alzi a un euro.

Tante volte si è pensato che il riscatto potesse venire da moti del pane, dal risveglio di ceti ridotti alla fame che assaltano i forni e impauriscono i palazzi. Tante volte si è pensato che non si fosse ancora giunti ai limiti della sopportazione, che gli aerei e i ristoranti sono pieni grazie a quei “fondamentali” sani, risparmi, oculati bilanci familiari, nonni che contribuiscono con le loro pensioni a garantire minimi sindacali di sicurezza e speranza per i giovani. Tante volte si è pensato che il progresso si sviluppasse anche dando voce ad antagonismi facilmente conducibili nei canali della negoziazione “democratica”, ancor prima che svariati forconi indossassero le nuove divise di ordinanza sotto forma di gilet, che hanno suscitato l’interesse dei commentatori che vedono in quelli gialli anti Macron l’embrione di fermenti rivoluzionari, come da tradizione, prodromi di un augurabile “regicidio”. E in quelli tricolori il coagulo di una opposizione all’attuale governo, l’auspicato argento vivo che segnala che la temperatura è salita in virtù dell’affermarsi generalizzato di una pallida retorica umanitaria ben attenta a non intralciare il cammino del capitale globalizzato.

Così anche la stampa mainstream, sempre attenta a criminalizzare il movimentismo proprio come i ministri della sicurezza che si sono avvicendati e come i padroni che convocano gli sbirri per risolvere conflitti e contrattazioni complicati, si compiace della spettacolari forme che assume il dissenso, sdoganando il populismo contro i populisti al governo. Succede così non solo perché il corporativismo è l’unica forma di rappresentanza sindacale concessa e accettata in qualsiasi regime autoritario, la più ricattabile e quella che più facilmente si accontenta di appagare bisogni minimi di categoria. E perché uno dei caratteri potenti dei questa contraffazione democratica aiutata da una stampa che in luogo dell’informare giudica sul libro paga, è quello di annegare tutto nell’abitudine: passati i primi giorni, nei quali gli osservatori interrogano i guerriglieri in piazza come fossero fenomeni del folclore regionale, gli mettono il gelato in bocca in qualità di casi umani, li invitano nei salotti televisivi e nelle salette dei Think tank per tastare il polso dello strapaese, tutto si normalizza, tutto diventa breve in cronaca.

E non può essere che così. perché quello che conta è non disturbare il manovratore, ma non quello locale, le maggioranze che si avvicendano al governo, ridotte a droni guidati da distanza con un clic. Ma quello globale, che guarda a questi infimi accadimenti con interesse minore di quello di un entomologo con lo spillone pronto a infilzare l’insetto che batte le ali invano.

È per questo che il flash mob dei pastori incazzati ha incantato gli spettatori virtuali, che la bara piena di bottiglie d’olio davanti a Palazzo Chigi è uno spot che vale il premio della pubblicità, perché vengono presentati  e replicati come incidenti sulla strada del progresso, come effetti collaterali dello sviluppo che non può né deve essere ostacolato da questi arcaici borborigmi che arrivano dalla pance – vuote – delle lontane province. Meglio dunque non ricordare che le quote latte sono una delle declinazioni tra le più infami delle politiche coloniali europee rivolte anche ai danni del terzo mondo interno, che con una produzione praticamente dimezzata, è stato l’olio extravergine di oliva Made in Italy a subire gli effetti più pesanti del cambiamento climatico con una strage che lo scorso inverno ha compromesso 25 milioni di ulivi in zone particolarmente vocate e fatto crollare il raccolto che quest’anno si aggira attorno ai 200 milioni di chili, un valore vicino ai minimi storici per la pianta simbolo della dieta mediterranea e che per un combinato disposto dei due fattori per la prima volta nella storia la produzione spagnola stimata quest’anno in 1,6 miliardi di chili è superiore di oltre sei volte quella nazionale che potrebbe essere addirittura sorpassata da quella della Grecia e del Marocco.

E dire che di dissenso ce n’è e ce n’è stato in questi anni, in Sardegna militarizzata ci sono comitati che si battono da anni contro la svendita del territorio al turismo di lusso di sceicchi ed emiri e ai signori delle guerre, in Puglia intere geografie si rivoltano contro le trivelle e Tap, in tutti i centri urbani ci sono coordinamenti di lotta per la casa, si stanno riorganizzando quelli che denunciano il tradimento del pronunciamento per l’acqua pubblica. E ci sono operai che resistono alle delocalizzazioni, che in piazza ci sono magari andati sabato scorso sperando di trovare posto in quella unità artificiale, padroni compresi, e che hanno scoperto che hanno così aderito ai Si-Tav e diviso la piazza con quelli che pensano che il reddito di cittadinanza (che non mi ha certo convinto) sia peggio delle mancette di Renzi, perché garantirebbe un provento troppo alto rispetto ai salari da fame che i disoccupati troverebbero sul mercato del lavoro, o di quanto guadagnano attualmente gli occupati, grazie all’accettazione da parte dei sindacati di politiche e misure inique. E che possa indurre a un neghittoso scoraggiamento in quelli che non cercano attivamente lavoro per via di due considerazioni inoppugnabili: l’alta percentuale di disoccupati e le condizioni, retributive e non retributive (orari di lavoro, precarietà, intimidazione e ricatti), che attendono i più fortunati premiati da una assunzione a termine, con contratti anomali e capestri.

Bisognerebbe davvero che non lasciassimo soli quelli che lottano invece di appagare il nostro senso di giustizia con una umanitarismo sempre più esangue che non ha la forza né la volontà di contrastare il sistema.

Altrimenti dobbiamo dar ragione a chi,  analizzando i conflitti che da qualche anno incendiano ricorrentemente  le maggiori società occidentali contrapponendo la cerchia antagonista e il ceto dirigente,  società civile e élite, sostiene che l’esercito di chi ha troppo e comanda avrebbe dovuto soccombere, essere spazzato via da noi “straccioni” in gilet o coi forconi, se non ci avessero persuasi che i suoi interessi coincidono  con quelli di buona parte della collettività.  È proprio questa la grande menzogna che va smentita, se il “loro” sviluppo indirizza gli investimenti a beneficio delle cordate padrone della Tav e non sui treni dei pendolari, se l’istruzione pubblica è penalizzata e le carriere si dischiudono davanti alle dinastie degli abbienti, se le politiche urbane promuovono l’edilizia del lusso e del terziario costringendo all’esodo gli strati sociali più bassi, se  la lotta al cambiamento climatico affida al mercato il contenimento dei danni che crea, se gli ulivi di Puglia sono ridotti a paesaggio agricolo a beneficio dei turisti e le coste sarde vengono saccheggiate, sventrate e svendute. Non fidatevi di chi invece di chiamarvi popolo vi chiama populisti-

 

 

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Tav, l’Inutile che piace agli Inutili

Tav, il cantiere di Saint Martin de la PorteAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cito dal Corriere: “Oggi il professor Marco Ponti, presidente della commissione che ha prodotto l’analisi costi- benefici sulla Tav verrà audito in commissione Trasporti alla Camera: «Sono contento, credo di aver fatto un buon lavoro…», sarà il suo incipit”. L’autorevolezza del documento che declassa l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione a opera inutile, dalla «redditività impalpabile», troppo costosa al punto da «produrre perdite per 7 miliardi di euro», è stata già aprioristicamente  impugnata da Francia e Ue bollandolo quale “verdetto annunciato” con “l’illusione ottica dell’obiettività”: un teorema prodotto «a uso interno del governo», o meglio di quella parte che aveva bisogno di spendere la moneta politica di un dossier in un clima politico assurto, cito ancora la prestigiosa testata, a “fuoco amico elevato a prassi ordinaria che rende facile anche individuare le prossime scorribande a portata di mano dell’anima più oltranzista dei 5 Stelle …. Il guaio è che in questa storia di ripicche e di concorrenza elettorale, di Tav azzerate e di navigator senza patente nautica, ci va di mezzo il Paese”.

E infatti il capogruppo della Lega  alla Camera Riccardo Molinari, ha definito la cancellazione della Tav «un’ipotesi non percorribile»,  subito imitato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che mette sul tavolo il dato dei «50 mila posti di lavoro a rischio», in totale sintonia con Cgil-Cisl e Uil: «Vanno garantiti gli investimenti già fatti», ricordano  inviando a Palazzo Chigi le immagini dei 200 mila di piazza San Giovanni, che non dovevano aver capito che con la gita a Roma sottoscrivevano anche il sostegno alla Tav e l’adesione alla scelta politica di Salvini.

Insomma è andata come previsto, eppure tutti sembrano sorpresi più che dalla sfrontatezza conservatrice dei 5Stelle che vogliono ostacolare il progresso e mettere a rischio la nostra reputazione di Paese moderno leader nel consesso mondiale, dalle conclusioni cui arrivano i tecnici chiamati a pronunciarsi. Come se i resistenti della Val di Susa  fossero dei  terroristi situazionisti, o dei montanari rozzi forti solo della loro cultura contadina, interpreti in odor di animismo di fenomeni naturali, fasi lunari e gravidanze, abbaiare dei cani e alluvioni, volo d’uccelli e terremoti. E come se fossero altrettanto inaffidabili quanto strumentali  le affermazioni contenute in un rapporto commissionato da un precedente governo  In un documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  nel quale gli stessi tecnici incaricati da Palazzo Chigi fanno marcia indietro,   ribaltano  tutti i presupposti presi a pretesto per la realizzazione ad ogni costo della grande opera e ammettendo che è di fatto inutile perché la linea già esistente non solo è ampiamente sufficiente ma sovradimensionata: “Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza”.

Il fatto è  che numeri, analisi, dati, previsioni, fino ad oggi avevano la stessa credibilità degli oroscopi di Branco, delle profezie dalla Pizia, delle superstizioni dei montanari, dei pronostici del lotto in Tv e delle assegnazioni delle agenzie di rating.  Non si conosce l’entità  definitiva del costo dell’opera e nemmeno quella dell’attuale stato di avanzamento, meno che mai è possibile quantificare a quanto ammonterebbero le spese in caso di scioglimento dei contratti già stipulati, un calcolo che attiene più a Nostradamus che al parere dell’Avvocatura dello Stato che pare non sia in grado di quantificarlo dopo una prima di ipotesi di 400 milioni di euro, poca cosa se dovessimo fare un conto della serva di quanto si dovrebbe investire per il completamento dell’intervento.

E resta nel contesto della radiose e immaginifiche visioni di un ideologia che ha sostituito la democrazia con il  modernismo, il socialismo con il progressismo come sempre è accaduto nei regimi fascismi, quando il passo coi tempi va in sincronia col passo dell’oca, gestito in maniera propagandistica e compensativa rispetto ai diritti e alle speranze sottratte e quando le  grandi opere non sono realizzate al servizio della gente, bensì per lasciare un’impronta incancellabile, il pronostico sui vantaggi ambientali del trasporto di merci – che di questo si tratta con buona pace della signorine Felicita dei Flash mob torinesi – su ferro e attraverso gallerie scavate nella montagna con un – anche quello  imprecisato impatto – in un tempo nel quale l’assetto planetario degli scambi commerciali ha determinato forti cambiamenti spostando l’asse principale verso nord e verso est. E dimostrando che non ci sarebbe nessuna convenienza a   passare per il Frejus o il Monte Bianco invece che da Ventimiglia.

Un documento del coordinatore per il progetto Laurens Jan Brinkhorst, ripreso dalla rivista francese  Reporterre  spiega che in futuro per trasportare le merci fra Italia e Francia (quelle stesse che secondo i nostri fan richiederebbero un tunnel di oltre 50 km nelle montagne) potrà essere utilizzata la linea ferroviaria esistente, recentemente ristrutturata e gravemente sottoutilizzata. Le merci, pochissime oggi, anche se aumentassero di tre-quattro volte nel futuro, transiteranno tranquillamente sui binari e nella galleria attuali.

Altrettanto aleatoria è la prefigurazione delle ricadute occupazionali. Gli “800 operai attualmente impegnati”  secondo la stampa  sono 530 in Francia, oltre 250 sono invece impiegati di Telt, la società italo-francese incaricata di realizzare l’opera  10 soltanto sono quelli di Chiomonte. Altre 280 persone sono impiegate tra società di servizi e di ingegneria nella stessa società pubblica che si occupa della realizzazione della Torino-Lione.  E mentre industriali, sindacati, Pd, Lega e Forza Italia si strappano i capelli sui ” 4 mila posti a rischio”, numero risultato di studi-parametro effettuati sui dati relativi a cinque opere geognostiche terminate in Francia, una corretta valutazione parla al massimo di 720 l’anno con una media di 470 nei dieci previsti. Ancora più arbitrarie le valutazioni sull’occupazione indiretta, se pensiamo che le analisi sugli impatti economici dell’opera, come ha ricordato Chiamparino, sono state  sette in 22 anni,  nessuna delle quali però  ha fornito risposte  anche perché “si tratta per definizione di studi teorici, basati su calcoli e modelli astratti applicati di volta in volta a scenari specifici”. Molto meno aleatorie sono le supposizioni sulla qualità dei posti di lavoro, per loro natura a termine in quanto legati all’attività di cantiere, e comunque appartenenti alle categorie del lavoro manuale secondo Sohn Rethel, quello che sarebbe destinato a scomparire sostituito da efficienti robot ma che all’occasione viene propagandato e rimpianto per la sua funzione di anestesia tramite fatica e ricatto delle facoltà legate alla coscienza di classe.

Le precedenti abiure dei 5Stelle non confortano, troppe volte il cedimento alle intimidazioni  è stato rivendicato come solido realismo e maturo senso di responsabilità e già ieri il ministro Toninelli ha sommessamente fatto riferimento al peso sulle decisioni del governo della valutazione dei costi per l’interruzione dell’opera. Sarebbe invece ora di calcolare quando costa alla collettività e alla democrazia un intervento che rappresenta il bottino più ghiotto per gli attori delle rinnovate tangentopoli, aziende e un ceto dirigente che traggono e imputano al debito pubblico le risorse necessarie alla sua realizzazione e al consolidamento delle loro funzioni e poltrone. Il tutto grazie a  un format di architettura finanziaria e contrattuale, che affida in concessione la progettazione, costruzione e gestione dell’opera di “interesse generale” ad una società di diritto privato (Spa), ma con capitale tutto pubblico. La Spa pubblica nel modello TAV serve soltanto quindi per  attribuire al contraente generale (il privato) il pagamento oggi del 100% del costo della progettazione e della costruzione e di accollare a sé (il pubblico) il rischio del recupero dell’investimento e della gestione dei debiti.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si al dirottamento di quegli investimenti in trasporti sostenibili ed efficienti per i pendolari e in tutte le nostre geografie, nel risanamento e nella salvaguardia del territorio che anche in quei territori viene sacrificato alle ragioni del profitto, della speculazione, del cemento.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a quelli che oggi chiedono la verità e il risarcimento per quanti sono stati bollati come terroristi se anticipavano i pareri scientifici e  tecnici sull’inutilità di un intervento per il quale si rubano i soldi dalla tasche di un Paese già impoverito.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a chi si oppone a un sistema feroce  che condanna i territori a morire  di abbandono  in nome della libera circolazione di capitali, eserciti, merci, come condanna la gente a fuggire dalle proprie terre e dalla proprie case, in Val di Susa e ovunque ha portato guerra e fame e povertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Firenze pappa anche senza pomodoro

matta Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai quando Mattarella festeggia c’è da preoccuparsi, si tratti dell’acclamazione di un usurpatore o di una esultante inaugurazione, come è successo ieri a Firenze dove alla sua presenza accolto da molti applausi e da un gruppo di bambini che sventolavano bandierine tricolore proprio a lato della fermata, ha tagliato il nastro della linea T2 della tramvia, insieme al sindaco Nardella, al presidente della Regione Rossi, al ministro Toninelli e alla commissaria europea Corina Cretu, che ha annunciato: “Dall’Europa arriveranno altri 40 milioni di euro per completare le nuove linee”:  costo totale 600 milioni di euro, dei quali 26 provenienti dalla Ue. Secondo le entusiastiche previsioni rivendicate  da Renzi il Magnifico, con la linea T1 e la linea T2 volute e regalate da lui alla cittadinanza ci saranno 37 milioni di viaggiatori l’anno, 14 mila tonnellate in meno di CO2, 27 mila auto lasciate a casa, 2,4 tonnellate in meno di Pm10 e il 10% in meno di traffico.

Tutto bene direte voi, peccato che la presenza del Capo dello Stato suoni come il sigillo definitivo su dubbi e opposizioni in merito al complesso di opere e interventi che la cerchia dell’ex presidente della Provincia, dell’ex sindaco e ex premier ha avviato per lasciare la sua impronta indimenticabile sulla città del Giglio e il suo hinterland, e cui il governo non più tanto nuovo guarda con la tenera e comprensiva indulgenza che pare voglia dedicare agli abusi e agli oltraggi del passato.

Non  rassicura di certo la pensosa ponderatezza del ministro delle Infrastrutture che ha fatto effettuare un’analisi costi-benefici della cosiddetta Tav “per capire quanto hanno sbagliato e come possono rimediare a un’opera” che fra inchieste giudiziarie, progetti fallimentari e imprese in crisi “purtroppo è partita male e mi pare che stia purtroppo proseguendo peggio”. Insomma, mica si può rottamare quello che è stato cominciato!  lasciando intendere che se la Regione riuscirà  “ad andare avanti senza di noi (Governo e Stato) andrà avanti”, secondo una interpretazione fatalista del federalismo che la dice lunga sul senso di responsabilità e la lungimiranza del ceto del cambiamento.

Chi si è battuto per individuare gli strumenti di pianificazione per un approccio strategico dello sviluppo toscano e dell’Area Metropolitana Fiorentina e di quali servizi, di quali funzioni pubbliche, di quali trasporti essa avesse bisogno, è stato sconfitto. Patti opachi e l’insano protagonismo de capoluogo sono stati polarizzati intorno al Termovalorizzatore di Case Passerini e, una volta che questo non ha appagato gli appetiti privati, sul nuovo Aeroporto di Peretola.  E intanto l’Alta Velocità (fortunatamente) è ferma, il lotto Mezzana Perfetti Ricasoli al palo come la terza corsia autostradale, il collegamento Firenze-Prato bloccato, la realizzazione del polmone verde e del segno paesaggistico pensato  come il gioiello ambientale per l’area tra Firenze e Prato cancellata, l’Arno ancora da mettere in sicurezza, il Polo Scientifico Universitario incompleto. A rafforzare  la scelta della concentrazione di funzioni a saturazione del centro cittadino e  alla faccia del ruolo di Sindaco metropolitano,  basta pensare a come e dove si realizzerà il sogno viola del nuovo stadio:  riposta nel cassetto l’ipotesi di localizzarlo  in una grande area dismessa e a destinazione commerciale alle porte della città, la nuova amministrazione fiorentina ha deciso di integrarlo al centro urbano già congestionato dei Mercati Generali.

Non a caso le gioconde mosche cocchiere  ieri hanno  acclamato alla celebrazione del dinamico avvicinamento  della città al resto del mondo, inteso come  l’aeroporto, narrato e descritto come un ponte necessario verso la modernità, come irrinunciabile suggello sulla vocazione turistica, come marchio dell’attitudine cosmopolita dell’ex capitale.

Ormai a quell’infrastruttura maledetta siamo condannati, con la  ragionevole accondiscendenza dell’influente ministro del governo – forse tra i più calabraghe degli ultimi anni – che evoca lo spettro di ben altra condanna, quella della Commissione che potrebbe sanzionare l’Italia per aver erogato per l’opera 150 milioni di fondi pubblici sotto forma di aiuti di Stato, per motivare la sua assennata proposta rivolta al presidente della Regione “ di entrare nel capitale attraverso soldi pubblici per gestirli insieme a Toscana Aeroporti, insieme a lui e tutte le altre autorità”.

Insomma si ripete il copione già sentito e che temo sentiremo ancora e che non prevede mai di annoverare la parola No: il ministro ha ribadito con la sua proverbiale fermezza di voler lasciare tutti i soldi a Firenze e alla Toscana, ma ripeto, ha proclamato,  li voglio utilizzare bene questi soldi e senza sanzioni europee. C’è chi voleva la sua banca, c’è chi vuole il suo aeroporto e se non può averlo in regime di esclusiva si accontenta di entrare nell’affare? Perché di affare si tratta, visto che nell’infinito ripetersi di analisi costi-benefici non si viene mai a capo dell’utilità sociale dell’infrastruttura intorno alla quale si agitano ben 32 attori interessati alla trasformazione del  l’aeroporto Vespucci assolutamente congruo con la sua funzione di servizio, in prestigioso scalo intercontinentale che ha avuto il parere positivo della Conferenza dei servizi malgrado l’opposizione delle amministrazioni più colpite dagli effetti collaterali della nuova pista di 2.400 metri parallela all’autostrada A11 Firenze-Mare, dell’hub megalomane, della pressione su un’area densamente antropizzata colpita da accertati problemi ambientali e sanitari.

Tutto in questa impresa è opaco e bugiardo, a cominciare dal fatto che la Valutazione di impatto ambientale è stata concessa sulla base di un masterplan e non di un progetto di fattibilità e dall’indebita decisione del governo Gentiloni di far approvare in fretta e furia  un Decreto legislativo che comportasse  la decadenza di un bel numero delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via.

Non occorre poi un ente scientifico per confermare che sorgerà in una zona già compromessa da fattori ambientali negativi e che accerti il probabile impatto inquinante, visto che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione quando sanno anche i bambini che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi.

Per non dire dei costi: è il  governo Renzi che fece piovere sull’iniziativa al 90% privata robusti finanziamenti pubblici: oltre ai 100 milioni messi in campo da Enac (l’Ente nazionale aviazione civile, che dipende dal ministero delle infrastrutture), sono stati stanziati altri 50 milioni dallo «Sblocca Italia» in qualità di finanziamenti che andrebbero a opere complementari, come  la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altri interventi che solo la nuova pista rende necessari, ma che attualmente funzionano efficacemente.

Va riconosciuto alla Cgil di non aver ceduto al solito “ricatto occupazionale”: il beneficio in termini di posti di lavoro  è stimato dall’Irpet in 2.500, e ammesso che questa stima sia credibile, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili, a confermare che il futuro dei ragazzi fiorentini, ad di fuori dei rampolli delle dinastie renziane, sarà affidato a carriere servili e dequalificate. Sempre la Cgil ha denunciato altre criticità: : dall’interruzione del collegamento fra Sesto e l’Osmannoro, al pregiudizio sullo sviluppo del Polo universitario, alla messa in discussione del Parco della Piana così come previsto dagli strumenti urbanistici di Regione e comune di Sesto, agli ostacoli alla vocazione produttiva e manifatturiera dell’Osmannoro.

Tra i 32 attori interessati all’aeroporto, non ci sono i cittadini, tagliati fuori da ogni decisione (Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge) e da ogni attività di controllo: dalla composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto insieme all’altro compagno di merende l’ancora onnipresente Lotti. E non è un caso: sono tagliati fuori anche da una città dove si perpetuano le alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico, dove i residenti vengono persuasi ad andarsene dai fitti sempre più alti, dallo spostamento nella cerchia dell’hinterland di servizi essenziali e scuole, dalla trasformazione di un centro abitato vivo in un luna park popolato da inservienti, affittacamere, bottegai che propongono merci uguali a Dubai e Singapore. E che il futuro non interessi a chi governa indegnamente la città trova anche una motivazione demografica: dati aggiornati al 2017  mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), come a dire che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. E non sono mica degli anziani Paperoni: la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, fenomeno attribuibile all’espulsione forzata dei ceti più fragili.

Anche Firenze, come altri centri urbani, come i paesi del cratere del sisma smette di essere una città per diventare un villaggio turistico, un parco tematico a ricordo e vergogna di un popolo di artisti e di comuni che hanno dato forma alle prime democrazie.


Tutti a Tav-ola

i-banchetti-rinascimentali-l-nvekn8 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si-Tav a tutti i costi. È proprio il caso di dirlo se il tavolo- o la tavola –  su cui si gioca la partita dell’alta velocità non è e non è mai stato quello della effettiva utilità dell’opera e sui suoi reali benefici, se è stata riesumata per l’occasione la maggioranza silenziosa che parla troppo e a vanvera, con tanto di sciure in pelliccetta sia pure ecologica, mariti del rotary dietro le quinte a suggerire gli slogan, ottantenni speranzosi di un recapito più rapido dei pannoloni,  leghisti motivati a mettere ancora una volta in minoranza politica e morale gli esitanti alleati, pochi giovani, che c’è da augurarsi stiano dall’altra parte (ma non è sicuro, se diamo ragione  a Tolstoj che li definisce l’ala più reazionaria e conservatrice della società).

Si-Tav a tutti i costi, se ancora una volta il movimento 5stelle cederà anche su quello, trasformando l’ardito No di un tempo in un “non si può fare altrimenti” e i vaffanculo d’antan in educati quanto confusi conti della spesa, come è successo con Terzo Valico, con le Trivelle, con Tap e fingendo di dar  credito alle baggianate in merito a tremende sanzioni, esose multe, vergognosa espulsione dal sistema della concorrenza e dal consorzio civile, se appena appena si pretendono calcoli attendibili che suffraghino, tanto per fare un esempio,  i dubbi, espressi perfino dall’Osservatorio Torino – Lione e espressi nel documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030” commissionato dalla Presidenza  del Consiglio Gentiloni vigente, sulla effettiva utilità ed efficacia di un intervento per il trasporto veloce delle merci, laddove le produzioni e il traffico conseguente hanno subito un progressivo e e costante ridimensionamento.

Si-Tav a tutti costi, se secondo le mosche cocchiere della stampa dipende da quello la salute, anzi la sopravvivenza  delle nostre imprese, penalizzate da insani ostacoli alla modernizzazione del paese tramite l’ingegneria, il cemento e il genio pesante, che dopo aver tanto contribuito al sistema autorizzato per legge della corruzione si trovano a mal partito se si ferma la poderosa macchina del malaffare e risentono della crisi che ha colpito perfino il perverso assistenzialismo. È per quello che la povera Mantovani società presente in tutte le cordate delle mazzette, legalizzate e non, non può portare a termine l’incarico che si era assunta, pagato profumatamente, di riparare  il tubo del depuratore di Malamocco. E, diciamolo, è stato per quello che i Riva anche in anticipo sull’apocalisse finanziaria, non è stata in grado di adottare misure anti inquinamento e di effettuare le doverose bonifiche, che De Benedetti è stato costretto a rinunciare agli accorgimenti per tutelare lavoratori e popolazione dagli effetti dell’amianto e che giù giù in un regime di scala, gli impresari edili non dotano di caschi e attrezzature di sicurezza gli operai, italiani e stranieri, che si inerpicano sulle impalcature.

Si-Tav a tutti i costi, se ci si preoccupa perfino dei lavoratori minacciati dal contagio della sindrome Nimby, quelli precarizzati dalla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste sudate in decenni, comunque condannati a tirar carriole, trascinare macigni, scavare nell’eterna ammuina di una industria che ha scelto la pesantezza, la pressione sul suolo e sull’ambiente, l’ingegnerizzazione e la cementificazione come per i ponti, il Mose, i grattacieli che hanno ancora un mercato solo negli sceiccati megalomani e a Milano, e come per la Fiat,  agli investimenti in tecnologia e innovazione, nella trasformazione aberrante di un mercato del lavoro convertito in tratta degli schiavi, nella rassegnazioni di uno Stato ridotto all’impotenza che non sa e non vuole immaginare un disegno organico di salvaguardia e risanamento del territorio combinato con una strategia per l’occupazione che impegni risorse professionali e manodopera nella conservazione, protezione e valorizzazione del territorio.

Si-Tav a tutti i costi, se così si aggira e si può non evadere davvero qualsiasi domanda venga dal basso proprio sui “costi”. Perché vige una beneducata riservatezza su quanto costano, sono costate e costeranno le grandi opere, i grandi eventi, le grandi guerre e i grandi imbrogli che si consumano, soprattutto se vengono avviati, non vengono mai finiti e diventano così una formidabile fonte di redditi opachi  per studi di progettazioni, aziende che guadagnano sui ritardi, sull’affitto delle gru montate e dei macchinari che stanno fermi, sulle necessarie modifiche in corso d’opera, sulle riparazioni imprescindibili per danni prodotti magari volontariamente, sugli incarichi di ripristino dati allo stesso soggetto che ha causato il male, come succede a Venezia dove il Consorzio Venezia Nuova assume in sé il ruolo di guastatore e riparatore, di scavatore e riempitore ed è perciò diventato un modello esportabile di misfatti a rigor di legge.

E d’altra parte non vorrete mica che il popolo bue in odor di populismo venga a conoscenza di dati così sensibili che riguardano la sicurezza dello Stato e il segreto industriale? Che si sappia davvero quanto sborsiamo di tasca nostra per comprare armi, quanto ricaviamo senza saperlo dalla svendita di porzioni del nostro suolo patrio convertito in poligoni per testare strumenti di morte, quanto cacciamo fuori per consentire a aziende di guadagnare dai nostri pedaggi senza che vengano effettuati controlli e adottate misure di sicurezza, quanto sborseremo per realizzare le infrastrutture indispensabili per collegare inutili stadi e falansteri annessi al resto delle città dove non vengono invece creati e potenziati i trasporti pubblici?

Si-Tav a tutti i costi, perché non è casuale che si investa nelle grandi menzogne che fanno da camouflage alle nostre miserie pubbliche o in quelle che caricano del nostro sospetto e della nostra diffidenza feroce ipotetici nemici da criminalizzare e punire. In questi giorni anime belle si compiacciono per una lettera di una terremotata che informa che ad Amatrice non sono sotto le tende e che comunque loro sanno e rivendicano che la colpa dei ritardi e delle disfunzioni non è certo da attribuire agli stranieri  e al loro costo per la cittadinanza. Messaggio encomiabile, se non fosse che non sono sotto le tende, vorrei anche vedere al terzo inverno dal sisma, ma in centinaia sono ospiti da familiari, in hotel della costa, in casucce il cui tetto vacilla sotto la neve, concesse con sistemi e tempi vergognosi, che non sono fatte per sopportare condizioni climatiche avverse, che appena montate hanno mostrato cattivi funzionamenti. E se non fosse che a Norcia sono stati investiti quattrini  per montare un obbrobrio destinato a ospitare non meglio identificati trattori e osti , confermando il più inquietante sospetto, che i pochi soldi stanziati per la ricostruzione, la pressione delle burocrazie chiamata in campo ma mai contrastata, le scelte discutibili sulle priorità nascondano l’intento di fare di quell’area un parco tematico, una disneyland dell’alimentazione per il turismo religioso e non, coi produttori, agricoltori e allevatori trasformati in inservienti e commessi addetti alla vendita di merci tutte uguali là come ai banchi di Fico e della Coop e prodotte chissà dove.

Si-Tav a tutti i costi, perché mica possiamo fare una figuraccia con chi non l’ha voluta e l’ha appioppata al cugino cretino, con chi la vuole imporre per indebitarci sempre di più e ricattarci sempre meglio. Si-Tav per chi nelle more delle miserie parlamentari aspetta come una manna la rinuncia e l’abiura dei pasticcioni istituzionali, per chi tra i suddetti arruffoni spera, magari tramite opportuno referendum, di essere costretto all’assenso ed essere cooptato così tra gli utili servi dei padroni.

E allora spetta a noi riprenderci i nostri No.


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