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Culi al caldo nella tormenta

signoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Le fanciulle- gardenia di Francis Scott Fitzgerald pensavano che la potente economia americana consistesse in lunghi treni che attraversavano il continente per recare loro il chewing gum preferito, quello al sapore di fragola e che milioni di persone si prodigassero doverosamente per rifornirle di quella pelliccia di scoiattolo irrinunciabile nel freddo inverno newyorchese.

La Grande Crisi spazzò via, ma non abbastanza, quella visione, e neppure quell’altra crisi cominciata nel 2008, se  la convinzione di essere un impero nel quale a tutti è offerta la possibilità di veder premiato arrivismo, spregiudicatezza, avidità e  prepotenza  con i servizi di prestatori d’opera “inferiori”, interni ed esterni ai confini, dura ancora. Proprio come, per dirla con Susan Sontag, una pestilenza che ha contagiato perfino l’immaginario di altri popoli.

Vien fatto di pensarlo oggi e qui: che avesse creduto che l’epidemia possedesse un effetto redentivo, promuovendo solidarietà e coesione, si è sbagliato, al contrario ha dato enfasi a tutti i vizi, le disuguaglianze, le ingiustizie del “prima”, di quella normalità che, è perfin banale dirlo, è all’origine del danno, dell’attuale anomali, del presente stato di eccezione.

Così ancora di più da ora in poi chi si ammala avrà qualche margine di salvezza rivolgendosi alla sanità privata perché sul sistema pubblico peseranno i costi dell’emergenza, così solo per qualcuno che se le potrà comprare,  sarà possibile godere di quelle delizie della vita, arte, paesaggio, musica, viaggi, che secondo Keynes dovevano essere il premio offerto da un sistema che aveva accumulato e sfruttato abbastanza da saper ridurre fatica, sopraffazione, abusi. E possiamo aggiungerci anche l’amore, gli affetti, le amicizie trattate secondo il nuovo codice della bio-morale  secondo il quale sono ammessi solo legami “stabili” e certificati con apposita modulistica.

E infatti proprio come le fanciulle gardenia c’è una parte del paese cui, in presenza di una patologia misteriosa, fosca e incontrastabile, è stata concessa salvaguardia e salute restando a casa, proteggendosi dal pericolo di contatti impuri, cui, con quei lunghi treni affollati, metro strapiene, bus gremiti devono essere recate merci per la sopravvivenza prodotte da un’altra parte del paese selezionata secondo i criteri dell’essenzialità più arbitraria, dando non sorprendente preferenza alle catene di distribuzione, alle  multinazionali, alle grandi imprese, alle iperproduzioni, armi comprese.

L’elemento unificante tra i due target è che a tutti, sono stati tolti diritti e libertà fondamentali, in nome di una valore e un bene supremo, la sopravvivenza, ma anche in questo caso in presenza di differenti standard di tutela e protezione, ai secondi non è garantita per via della loro missione di servizio, si tratti di personale sanitario, magazzinieri, operai in fabbrica, e presto nei cantieri dove si continuerà a morire non di Covid ma di cattiva manutenzione, carenza di dispostivi di tutela, fatica come  e più di prima, cassiere, commessi, pony, che se non cadono come mosche, con mascherine farlocche e orari sfiancanti, fanno sospettare che forse il mostro scatenato dai Cavalieri dell’Apocalisse non sia così cruento e inesorabile.

Poco male, sembrano pensare gli uni e gli altri.

Quelli che si muovono e faticano non ci pensano proprio, intenti a scegliere tra la borsa e la vita, come al solito.

Gli altri sono ormai perlopiù convinti che si tratti di un sacrificio trascurabile in cambio della salvezza elargita da un centro di comando di salute pubblica,  nel quale sacerdoti della scienza pare stiano dettando regole incontrovertibili a decisori che hanno sospeso, per il bene comune e l’interesse generale, il dettato costituzionale, come si racconta sia doveroso in condizioni di emergenza. Accelerando così quello che da un bel po’ forze esterne e interne hanno cercato di fare nel confronto supercilioso tra Costituzione senza decisione, Costituzione irrealizzata, Costituzione senza sovrano, Costituzione troppo socialista (è l’Europa a dirlo e Draghi a scriverlo a 4 mani con Trichet), così dopo il tentativo mancato di manometterla per via referendaria, la strada più rapida  e risolutiva è quella di destituirla.

Qualcuno, tra filosofi apocalittici e arcaici cultori del libero pensiero, si è chiesto “come mai è  potuto avvenire che un intero paese sia, senza accorgersene, eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia”.

Ma anche in questo caso ci sono delle differenze.

C’è chi ha subito, per non poter fare altrimenti.

E c’è chi pensa di averlo scelto, che valessero la pena la rinuncia a mandare i figli a scuola, a mantenere in piedi un’attività, a coprire le funzioni lavorative per le quali è comunque pagato, sostituendole con occasionali dialoghi con i cristalli liquidi, a non prestare assistenza a genitori anziani, a non assisterli nella dolorosa agonia, a non seppellirli secondo riti dell’umana pietà, a non stare all’aperto, a non camminare, a non godere di monumenti e paesaggi, per assicurarsi la sopravvivenza, la nuda vita come le oscure presenze dei profughi che si proteggevano dalla nostra ostilità diventando invisibili, pregando nelle cantine, soggiornando in otto in una stamberga, cucendo in un sotterraneo. Che poi, si sa,  il sacrificio esonera da certe responsabilità, mette in secondo piano certi doveri, trasformando i fioretti e le privazioni in martirio che fa meritare la salvezza, secondo la lezione cristiana ma pure quella dell’austerità.

Per tutti l’obbligo, diventato ormai imperativo etico, è adattarsi, uniformarsi, tanto che perfino prestigiosi pensatori affiliati alla memoria della sinistra dura e pura, dichiarano che in certi caso l’obbedienza è una virtù alla faccia di Don Milani, di Capitini, di Gramsci, di Panzieri, Ernesto Rossi,  Pasolini, Dolci, dei fratelli Rosselli, di Gobetti, e pure dei loro padri partigiani che per loro e nostra fortuna non ci pensarono proprio a domandarsi se valeva la pena ribellarsi e trasgredire.

Il fatto è che le redazioni sono piene di gente garantita da editori impuri che rappresentano interessi padronali, che hanno perso, come loro, qualsiasi legame con la realtà, che pubblicano in ritardo su Facebook e Twitter, le veline del governo e le opinioni della comunità scientifica embedded, i social sono affollati dei sottoposti agli arresti domiciliari cui la paura del Covid19 ha tolto quella della celiachia e delle intolleranze al glutine e con la credenza piena di rigatoni rigati e di lievito per il ciambellone, compresi della missione di spioni e delatori dei comportamenti irresponsabili dei vicini, depositari dell’incarico di sanzionare virtualmente chi si interroga sulla ragionevolezza, utilità ed efficacia delle misure restrittive, come se si trattasse di potenziali promotori di popolose messe nere in assenza di quelle bianche, di frequentatori di rave party e organizzatori di sabba.

Purtroppo la parte visibile e ostentata dell’opinione corrente è costituita da chi sta nella tana di casa, convinto della superiorità morale del conformismo e dell’accettazione, che si associa e quella “culturale”, rappresentata da riconoscersi in valori somministrati e diffusi dall’establishment, congrui con la riscoperta di Dio, Patria, Famiglia (solo di congiunti), grazie a ripetitori di tv, di stampa e di piazza, Fazio, Saviano, Repubblica ora Stampubblica, sardine, sindacati, tutti variamente allineati nella comunicazione apocalittica.

Per essere icastici si tratta di pubblici che hanno il culo al caldo, che non soffrono ancora  degli effetti pandemici della precarietà, che si sono costruiti delle sicurezze potendo godere dei privilegi a pagamento del privato, assicurazioni e fondi, dipendenti pubblici, insegnanti che possono per un po’ rimuovere le umiliazioni e sospendere la avvilente retrocessione a formatori di personale specializzato in servitù, assecondando la favoletta della telescuola, professionisti abilitati a permettersi di rinviare scadenze trastullandosi con lo smartworking, grazia al quale accedono alle mancette per le partite Iva.

Questa sospensione artificiale dell’esistenza e della realtà non è loro sgradita, sono persuasi che gli strumenti morali, civili (hanno sopportato vent’anni di Berlusconi, connivenze mafiose e conflitto di interesse), intellettuali (hanno dileggiato le scie chimiche e in cerotto sottopelle che legge nel pensiero ma sono pronti per la vaccinazione tuttofare di Gates) e economici (hanno giustificato le privazioni come doveroso tributo per l’appartenenza all’Europa), che farebbero di loro secondo una recente vulgata, la classe signorile, e che danno loro una indiscussa superiorità rispetto a chi è obbligato a affaccendarsi, a chi non ha già più i soldi per la spesa, a chi non approfitterà die vantaggiosi 25 mila euro per risollevarsi perché altro non sono che un debito che si accumula su un altro debito, ecco sono quelli che pensano che sono e saranno risparmiati e che è quindi ragionevole abdicare a qualche libertà, a qualche diritto, a qualche affetto, a qualche piacere.

Prendono questa pausa dalla vita alla leggera perché è una comoda pausa dal ragionare e dal pensare che non sono esenti, che se oggi sono risparmiati non lo saranno domani perché chi sceglie per loro e in loro nome sa bene come privatizzare i profitti e socializzare le perdite soprattutto quelle che hanno provocato e prodotto, come fosse un sabbatico.

Ma intanto le streghe e i demoni se la ridono e ballano al loro sabba.


Da Trumfobia a Trumpmania, il lamento dei misfattisti

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se lo spettacolo offerto ieri fosse più grottesco o più patetico: in molti tra quelli che subiranno un Senato di nominati, la cancellazione del voto, sostituito nel migliore dei casi da un atto notarile di conferma di scelte imposte dall’alto, l’asfissia dell’opposizione, l’alterazione del circuito dell’informazione ricattato o comprato, hanno fatto le pulci agli elettori americani.

Eppure per capire qualcosa di loro, prevedendo l’accaduto, basta vedere la loro produzione di telefilm, quella cinematografica, gran parte della loro letteratura.

Per spiegare il loro assoggettamento a modelli esistenziali e di consumo, è sufficiente tornare alle ragioni della crisi che partita di là e serpeggiata in tutto l’occidente come un serpente velenoso grazie alla promessa di soldi facili, case per tutti, fondi provvidenziali, grazie al proselitismo dell’idolatria del Mercato. A interpretare la  loro generalizzata arroganza, basta rifarsi all’ideologia e alla retorica della “superiorità” che rappresentano e difendono con guerre preventive e missioni belliche, che passano sotto il nome di esportazione di democrazia, tanto che ormai non vengono più accreditate come scontro tra civiltà, ma scontro per la civiltà, per non dire della loro patriottismo culminato nel Patriot Act, redatto per limitare diritti e libertà pubbliche e private in nome della sicurezza. A illustrare la loro concezione di libertà è sufficiente guardare non solo al loro credo liberista, quello della libera volpe in libero pollaio, ma anche al ricorso alla repressione, interna come sistema di governo per garantire una sicurezza disuguale, esterna, a sostegno di dittature sanguinarie e a gruppi paramilitari capaci di ogni atrocità.

A cogliere i perché delle loro nevrosi di bambini malcresciuti senza essere innocenti, ingenui senza essere integri, del loro ribellismo affidato a attori, cantanti e poeti maledetti lontani distanze siderali perfino dai nostri futuristi, dei loro tabù, dei loro capricci e delle loro compulsioni basterebbe la mitologia del loro “stile di vita”, l’american way of life, frutto di meccanismi di propaganda e produzione dei desideri   secondo tendenze imposte dal capitalismo inevitabile e insostituibile, che testa su di loro prodotti e merci, dentifrici o leader, attori o valori morali, mode o visi da diffondere poi come vuole la cultura universale dei consumi che dovrebbe unificare primo, secondo e terzo mondo, in modo che la vera libertà concessa e agognata sia quella di comprare, tanto da convertirsi in dovere sociale.

Eppure, e ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma, riescono ciononostante nell’opera di colonizzazione perfino del nostro immaginario e probabilmente del nostro inconscio,  che prosegue quasi indisturbata e malgrado tutto coi suoi topoi irrinunciabili da Tocqueville, al ruolo di liberatori, dal Piano Marshall: come farsi belli agli occhi del mondo con quattro soldi, alle domestiche visioni ottimistiche, eque e solidali di Frak Capra, dalla Grande Mela coi suoi vanti: crimini, razzismo, omofobia, inquinamento e rifiuti per strada, alla narrazione di una tolleranza smentita dalla pratica dell’emarginazione, del rifiuto, della xenofobia, esercitati con entusiasmo non solo contro afroamericani e messicani, ma anche contro gli italiani presto dimentichi.

E ci riescono così bene che in tanti ieri si sono sentiti disillusi e spaesati. Qualcuno, di quelli che sbrigativamente si sono dedicati in questi mesi al gioco riduttivo del “chi vi ricorda” per via di parrucchini e tinture, passione per i troiai e slogan sessisti, si è mostrato avvilito e frustrato al pensiero che quelli siano proprio come noi. Qualcuno ne approfitta per dire che allora, là come qui, sarebbe bene rivedere sistemi e meccanismi elettorali, perbacco, per ridurre il pericolo che la gente si esprima contro l’establishment, per limitare l’accesso alla cabina e presto anche al Pc, garantendo l’auspicabile governabilità imperitura, in attesa finalmente di sciogliere l’indesiderabile e molesto popolo, e di averla vinta nella lotta di classe alla rovescia, che, si sa, i poveri e gli operai votano con la pancia, specie se è vuota.

Tutti o quasi, non solo tra cottimiste del senonoraquandismo e forzati del politically correct, hanno replicato pensieri e modi già visti. Perché è così comodo e assolutorio e soavemente irresponsabile contestare il puttaniere volgare, il tycoon spregiudicato, piuttosto che il golpista, o peggio che mai, il coattivo produttore di conflitti di interesse, diventati carattere irrinunciabile di leader e premier in forma bipartisan. Perché lo sanno anche i bambini che è più educato sopportare i tagli al Welfare di Renzi che la rimozione dell’Obamacare, più virtuale che virtuosa,  ingiustamente attribuita a Trump, accettare F35, bombe e armi nucleari della signora Pinotti e di padre Gentiloni piuttosto di quelle del becero La Russa, tagli e svendite a cura di Monti o Padoan, più distinti e temperanti di quelli di Tremonti.

Ma possiamo stare tranquilli, il tempo cura tutto o meglio, nutre la cancrena del conformismo. Così al pari del presidente del consiglio che ha battuto sul tempo  Merkel e Hollande congratulandosi col vincitore, già da oggi vedremo rapide e tempestive conversioni dalla trumpfobia a una ragionevole e composta attenzione, nello spirito di doverosa collaborazione e di quella disponibilità già espresse da Obama. Come in fondo impone quell’aberrante ossequio all’egemonia indiscutibile della legge del più forte, potente là come qua, dove la maggioranza vince sempre e su tutto, anche quando è viziata da svariate forme di illegittimità: aggiramento di regole democratiche, imposizioni autoritarie in nome della obbligatorietà di misure e uomini forti, primato della “mancanza di alternative”,  occupazione militare dell’informazione, culto dell’emergenza e dello stato di necessità diventati sistemi di governo.

Proprio come da noi anche negli Usa si vota turandosi il naso, come da noi ci sono mezze figure incaricate di far fuori candidati scomodi o talmente assatanate di potere o così comprese della funzione di rappresentare interessi formidabili da scendere in campo con tutti i rischi che l’incarico o l’insuccesso comportano, qui come là comandano gli stessi padrini, padroni visibili o dietro le quinte. Qualcuno ha detto che la scelta era tra l’infarto o il cancro. I vizi, la crisi cominciata e promossa proprio là, il totalitarismo finanziario nutrito nel loro impero e affetto da evidenti pulsioni suicide, evoca Terenzio e la nostra vocazione a essere punitori di noi stessi come nel Heautontimorumenos, e fa tornare alla mente Susan Sontag quando disse che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste e che della loro peste il mondo è condannato a morire.

 

 

 

 

 


Servilismo inNato

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli Usa? ci hanno colonizzato anche l’inconscio, si lamentavano due attempati e disillusi ex fricchettoni protagonisti di un film di Wenders. E Susan Sontag in una conferenza tenuta poco prima di morire aveva emesso una sentenza definitiva: gli Stati Uniti sono la peste che contagia il mondo e di quella peste l’Occidente sarà il primo a morire.

Pare che da noi gli infetti dal mito dell’american way of life, continuino a essere malati e contenti. Se avevamo sperato in un sia pure lento riscatto da un’egemonia sempre più compromessa da una crisi partita da là e dilagata proprio come un morbo grazie a bolle, fondi, derivati, a quei giochi d’azzardo dove vince sempre il banco, sempre più appannata da missioni “esportatrici di democrazia” segnate da insuccessi anche militari, beh, ci siamo sbagliati. La fascinazione che l’impero esercita è la stessa dalla Dc, a Veltroni, a Renzi, che non perde occasione per vantarsi, purtroppo anche in inglese, di relazioni privilegiate. E non si tratta solo di soggezione a un modello di vita, di consumi, culturale, che restituisce brillantezza a Nando Mericoni, nemmeno di prestarsi, e è già infame, a fare da intendenze che seguono, pronte però a sparare, a ruoli di ottusi vivandieri, a offrire il nostro territorio, e è già autolesionista, come trampolino di lancio o come zona di sperimentazione per sistemi velenosi di comunicazione. No, con, il Ttip verremo serrati in una gabbia di norme e obblighi  che subordina le industrie europee alle multinazionali statunitensi grazie a un sistema di facilitazione di “scambi atlantici”,  che renderebbe possibile il marketing bellico sia pure nelle maglie del pareggio di bilancio, in modo da assolvere gli obblighi dovuti all’influente e prepotente partner maggioritario, stringendo un vincolo indissolubile finanziario, energetico, economico, militare che ridurrà la decantata globalizzazione al sigillo anche simbolico sul dilemma impossibile “o con gli Usa o contro gli Usa”, lo stesso nodo sbrigativamente sciolto a colpi di spada, l’arma convenzionale preferita, con  guerre, repressioni, cannoniere molto convincenti, saccheggi e limitazione della democrazia e dei diritti che dovrebbe garantire.

E non occorre essere sospettosi per indovinare che dietro alle promesse di futura e radiosa prosperità per le due sponde dell’Atlantico, si nasconda l’intento non recondito di sciogliere definitivamente improbabili alleanze tra Ue e Russia e di arginare l’espansione della Cina, il fantasma  contro il quale è necessario unirsi per contenerne l’imperialismo commerciale, in modo che   luna e l’altra metà dell’Occidente non perdano terreno “ formando un insieme nei campi della ricerca, dello sviluppo, del consumo e della finanza. In caso contrario le nazioni d’Oriente, guidate dalla Cina e dall’India, supereranno l’Occidente in materia di crescita, innovazione e reddito – e infine, in termini di proiezione di potenza militare”, come ebbe a dire Obama in una delle sue performance propagandistiche in favore di telecamere italiane.

Eh si, avevano ragione i due reduci dei riti di passaggio on the road, ci hanno colonizzato tutto. Tanto è vero che da anni è tramontata la stella polare antimperialista, solo i più “datati” ricordano le manifestazioni contro il Patto Atlantico, anche quelle finite tra le vecchie polverose paccottiglie del secolo breve, mentre trova nuovo fulgido protagonismo lo scontro di civiltà, che restituisce interamente la sua funzione di guardiania alla Nato. E quel che peggio è che questa astensione generalizzata dalla critica, questo remissivo assoggettamento ne accredita, oltre a quello militare e poliziesco, anche il ruolo “morale” e pedagogico, lo stesso che rivendicano ormai di assolvere governi nazionali espropriati di sovranità, che spacciano soprusi, repressione, autoritarismo, lesione di garanzie e diritti come necessarie misure anche educative, prese per il nostro bene.

Tanto è vero che con sollievo la stampa ci rassicura. Dopo la richiesta giunta da Germania, Turchia e Grecia, la Nato ha acconsentito benevolmente ad inviare “senza indugio” una forza militare per pattugliare quel tratto di mare che separa la Turchia dalla Grecia, da cui transita la maggior parte dei migranti in arrivo in Europa. Lo aveva annunciato Obama al termine di un colloquio con il nostro influentissimo Mattarella: “Abbiamo parlato a lungo del problema dei profughi e dei migranti, che ha un impatto terribile sull’Europa e sull’Italia in particolare ….. Questo non è un problema solo dell’Europa ma un problema globale, che mette sotto pressione gli Stati Uniti e il rapporto transatlantico”.

Per una volta la missione non verrà travestita da intervento umanitario, in fondo siamo in piena guerra di civiltà e l’obiettivo primario deve essere quello di contrastare il rischio terrorismo. Si tratterà, ha messo in chiaro il segretario generale Jens Stoltenberg, di svolgere attività di intelligence, ricognizione e sorveglianza, ampliando l’area di intervento già dispiegata  grazie all’operazione antiterrorismo alleata nel Mediterraneo, la cosiddetta Active Endeavour, decisa dopo l’11 settembre, le cui finalità sono soprattutto di sorveglianza e formazione e che potrebbe in prospettiva ”trasformarsi in una operazione marittima a tutto tondo, che comprenderebbe anche la protezione di infrastrutture e la difesa delle attività marittime”, che la Nato mica è incaricata di gestire flussi migratori, né di provvedere alla ricerca e salvataggio in mare dei profughi. Mentre avranno ragione Medici senza Frontiere e Amnesty International, ritenendo che dei compiti istituzionali assolti con sbrigativa efficienza facciano parte azioni di chiusura delle vie di fuga, respingimenti illegali, deportazioni.

Contento quel cuoricino della Merkel, inorridita e “orripilata dalle conseguenze umanitarie” dei raid russi su Aleppo  e sulla pressione di nuovi fuggiaschi. Contento Erdogan  che ha già avvertito l’Ue: se non proteggete i miei confini vi mando tutti i profughi in bus in Europa, e che intanto si succhia i suoi 3 miliardi.  Contenti gli Usa che occupano definitivamente oltre al nostro immaginario e alle nostre coscienze sporche, anche quello che una volta si chiamava Mare Nostrum.

 


Non serve l’Isis per perdere la testa

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Il presidente iracheno, Fouad Massoum, ha lanciato un appello, prima dell’apertura della Conferenza di Parigi sulla strategia da adottare contro l’Isis, ad un intervento rapido contro lo stato islamico nel suo paese.Massoum ha detto alla radio Europe 1 che il suo paese ha “bisogno di un intervento aereo”: “è necessario che intervengano rapidamente, poiché se tarderanno, se questo intervento e questo sostegno all’Iraq tardano, forse lo stato islamico occuperà altri territori” . (Ansa)

Il premio Nobel per la pace ha promosso una fase tutta nuova della guerra imperialista. Adesso sono i Paesi minacciati di invasione, a rischio bombardamento, avvisati di future rappresaglie, oggetto di “campagne umanitarie”, a sollecitare raid aerei e, potendo, anche desert storm, che mieteranno vittime tra le popolazioni civili, quei soliti poveracci perché non si ha mai notizia di despoti, califfi o presidenti regolarmente eletti morti grazie alle missioni di pace cui il nostro Paese concorre magari solo come sguattero.

C’è poco da chiedersi come mai un capo di stato raccomandi l’accelerazione dell’interventismo americano, proprio quello che ha collezionato dalla Corea in poi, una lunga serie di fallimenti. C’è poco da chiedersi come mai Obama che aveva attribuito all’Isis il potenziale intimidatorio di una squadra sportiva universitaria, si sia invece deciso a combatterlo senza tregua, in Siria, nello Yemen, in Irak, in Somalia, per decapitare il nuovo nemico pubblico n.1. c’è poco da chiedersi come mai la campagna contro il barbaro califfato sia già previsto che durerà necessariamente più di due anni, addirittura oltre  la scadenza del suo mandato, a sancire la sua insostituibilità e a garantirgli un brillante futuro di consulente, conferenziere o inviato segreto in paesi strategici. C’è poco da chiedersi come mai 40 paesi più il Vaticano che teme la terza guerra mondiale, ignaro che è già scoppiata da un bel po’, 10 dei quali europei si sono mobilitati nella grande impresa, che costerà 500 milioni di dollari, destinati a rimpinguare le casse della Difesa statunitense, le industrie degli armamenti e le imprese della paura che hanno già avviato la produzione di strumenti bellici destinati a ridurre la libertà, la sovranità, le democrazie. C’è poco da chiedersi come mai ci sono morti di serie A e morti di serie B, quelli decapitati valgono più punti di quelli colpiti dai droni o delle prossime vittime civili, beccate in asilo, al mercato, per strada. C’è poco da chiedersi come mai questo sodalizio tra Usa e Ue coincida o almeno vada ad integrarsi con un’altra alleanza, la Ttip, Transatlantic Trade and Investment Partnership, quel trattato sul libero scambio di merci e investimenti che i due partner stanno sottoscrivendo e che tocca tutti gli aspetti della vita sociale, economica, culturale, cui si aggiunge così anche quello bellico.

C’è poco da chiedersi quale propaganda ha agito con tanta perizia e sapienza da permetterci di indignarci e sorprenderci di  fronte alla barbarie delle esecuzioni mediante decapitazione,  all’atrocità delle persecuzioni di minoranze che si avvicendano nel ruolo di diseredati e vittime con quello di insani killer,  senza effettuare nessuna riflessione sulle cause, sulle responsabilità, ben contenti di ridurre questi fenomeni a  velenosi sedimenti di un ferino e incivile passato medievale, i cui rigurgiti torbidi insidiano un Occidente che non vuole arrendersi al suo declino, che coincide con l’autodissoluzione del capitalismo nelle sue forme arcaiche. E che sembra  naturale  contrastare con un avventurismo militare poco adatto a fronteggiare un “movimento” feroce, ma strutturato, ricco, ben equipaggiato con armi americane, competente nello sfruttare   propaganda, media e rete  per incrementare la leggenda della propria brutalità, alimentando il terrore.

Qualcuno ha paragonato  le milizie armate del fondamentalismo islamico ai soldati di ventura o anche ai corsari e ai pirati come sir Francis Drake e tanti altri che hanno animato il nostro immaginario di ragazzi, che a intermittenza  sono stati al servizio dell’impero statunitense, per poi diventarne i nemici e viceversa.  E d’altra  da almeno vent’anni servizi segreti, organizzazioni di studi strategici,  avevano profetizzato che le guerre del futuro si sarebbero manifestate come conflitti di stati contro o pro Paesi nei quali le sovranità statali sarebbero state sostituite da potenze criminali di stampo “mafioso”, comprese, si direbbe, spregiudicate entità finanziarie immateriali,  entità di tipo terroristico, eserciti disperati cresciuti ai margini di megalopoli e impegnate in belligeranza quotidiane.  

Sarebbe troppo chiedere che commentatori, esperti, stampa, visto che non lo fanno premier e decisori, si interrogassero  sul fallimento della politica estera occidentale e della sua cultura americo-centrica, sul prezzo che siamo e saremo chiamati a pagare per non aver saputo interpretare le evoluzioni di quel mondo che pensava con tracotanza irrealistica di dirigere e disciplinare secondo le sue regole, le sue gerarchie, i suoi privilegi da custodire.

Ma sarebbe sciocco domandarsi le ragioni di questa rimozione: chi è nato dalla parte giusta ancorché iniqua, chi ha avuto la sorte di vincere alla lotteria naturale, nascendo al di qua di un al di là sventurato, resta per sempre legato perfino alla memoria dei propri privilegi, delle proprie prerogative, della,  perlopiù usurpata, egemonia, conquistata con le armi o con l’imposizione non del tutto incruenta di quell’American Way of life, a un modello di vita, abitudini, consumi che ha colonizzato anche il nostro immaginario e il nostro inconscio, ben oltre gli interessi commerciali e le ragioni del profitto.

A volte, quando da spettatori entriamo in quelle case dell’Oklahoma o del Colorado, attraversate da malesseri esistenziali, scontentezze, inadeguatezze, intrise di ipocrisie e convenzioni, c’è da chiedersi se non si stia pagando per i capricci di popoli bambini, viziati e prepotenti. Susan Sontag diceva che gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste e che di quella peste il mondo sarebbe morto.

Se avevamo un debito nei confronti di menti illuminate, di intelligenze che hanno invece fatto circolare ideali di libertà, democrazia, che hanno dato forma a sogni e illusioni, di minoranze che ci hanno impartito lezioni di autodeterminazione, quel debito ce lo fanno saldare con gli interessi altri governi infantili, altre canagliette nostrane, altri ragazzini guastati da un benessere e una irresponsabilità ereditata o regalata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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