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Mafia capitale: ingroiamoci il rospo

MOR_WEB_901_-_Altan_Murgia_il_rospo_thumbC’era una volta un giudice che voleva fare sfracelli in nome della sinistra. Ma siccome fu a sua volta sfracellato alle elezioni ha fatto un penoso giro delle sette chiese per trovare un qualunque posto all’altezza degli emolumenti da magistrato. E ora il mancato sfracellatore di nome Ingroia, riappare dalla Sicilia profonda nel quale sembrava essere precipitato e insorge come un sol uomo contro chi ha osato criticare la sentenza nella quale si sostiene che in Mafia Capitale non c’è mafia. Ha preso la tastiera ed è andato in soccorso del vincitore sostenendo che il fenomeno mafioso a Roma esiste eccome, ma non c’è in Mafia Capitale: “Occorrerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere meglio, ma è opportuno chiarire che seppure mafia e corruzione siano facce della stessa medaglia non sono la stessa cosa”.

Ingroia dimentica per strada che nei fatti non c’era soltanto la corruzione, ma anche l’intimidazione e la rete criminale volta a condizionare i poteri pubblici su appalti, concessioni e autorizzazioni che poi si traducono non soltanto in soldi e in dominio territoriale, ma anche in potere elettorale come tutti possono intuire. Insomma molto più di ciò che è presente in quella mafia che si sostiene essere visibile e attiva in altri fatti della Capitale. Solo che qui la liason con il milieu politico di alto livello era troppo evidente e probabilmente radicato per poterlo ammettere in una sentenza. Il ragionamento se tutto è mafia nulla lo è sembra futto di un democristianismo da far cascare le braccia perché qui anche tecnicamente c’erano o quantomeno c’erano parecchie delle fattispecie previste dalla legge  per stabilire l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Ingroia però si arrampica sugli specchi e sostiene che  “il 416 bis pretende la prova di un’organizzazione dotata di una forza di intimidazione diffusa sul territorio tale da determinare un alone di assoggettamento e di omertà che ne costituisce lo strumento tipico e la differenza dagli altri sodalizi criminali. Prova che evidentemente i giudici non hanno ravvisato, così scongiurando pericolosi fraintendimenti che rischiano di vanificare l’efficacia dell’incriminazione, se inflazionata”.

In realtà non è proprio così perché l’articolo a cui si riferisce dice esattamente: “L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione  del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”. Ora a me pare che parlare di mafia in questo caso non sia volontà di inflazione, ma di verità e che non parlarne indica chiaramente la volontà di chiudere gli occhi.

Il fatto è che il tempo passa incessabilmente e irreparabilmente, ma dentro l’immaginario del notabilitato italiano di cui anche i magistrati fanno parte, la mafia è ancora coppola e lupara, insomma fenomeno  bassamente criminale. Razionalmente lo si nega e lo fa anche Ingroia, ma tutte le volte che si arriva al dunque e che non si sia in Sicilia, Calabria o Campania, si tende pervicacemente a negare la mafiosità di certe azioni, come se la mancanza o l’esiguità di un “esercito” e dell’esercizio conclamato e continuato della violenza in luogo pubblico fosse la vera essenza della mafia. Per la verità proprio l’articolo di legge citato da Ingroia nega questa visione dal momento che applica dei supplementi di pena nel caso che l’associazione mafiosa disponga di armi, ma evidentemente una cosa è la legge scritta, un’altra quella che è in testa ai giudici, e in testa al Paese che continua a non pensare mafia se ci si veste Armani, si fa bussines o si va dall’assessore o si sembra delle cosiddette persone perbene. La mafia continua ad essere una cosa da lazzari, da briganti da strada e in sostanza da poveracci ancorché permetta di disporre di enormi risorse. Gli antichi guasti della doppia morale si perpetuano e come diceva Nando dalla Chiesa “lo Stato ha paura di coloro che interpretano troppo bene i doveri dello Stato”. Diciamo pure gli italiani genere. Vabbè ingroiamoci anche questo rospo.


Erri De Luca, l’alienazione dell’eretico

135959149-8ad956cc-1f5f-4447-97b6-0e1a858bdf5fL’effetto più stupefacente e in qualche modo grottesco della religione liberista è l’alienazione o meglio l’estraniazione in senso hegeliano non solo dalla dimensione della speranza e del progetto, ossia del futuro, ma anche dalla conoscenza dell’eterno presente che ci viene imposto. Esso in  quanto espressione dell’unica verità del mercato, va venerato e “pregato” attraverso il consumo facendo della nostra dimensione desiderante l’unica possibile, ma non va indagato nel suo complesso perché questo si rivelerebbe pericoloso per il culto. Ovviamente le eresie sono inevitabili e vengono punite, ma nel complesso sono tollerate come strumento di sfogo, purché non mettano in discussione l’esistenza dell’Ente supremo, la mano invisibile che dall’alto dei cieli governa il pianeta.

Si potrebbero fare migliaia di esempi, costruire un’intera enciclopedia britannica dell’alienazione contemporanea, ma ce ne si può fare una chiara idea prendendo ad esempio un notissimo eretico, tanto eretico da rischiare una condanna per terrorismo per ciò che ha detto sulla Tav e la cui sentenza uscirà proprio oggi. Sì, parlo di Erri De Luca, il quale sa cosa voglia dire opporsi agli affari e agli imperativi del mercato e per il quale sono stati chiesti l’altro giorno otto mesi di reclusione. Tuttavia quando si arriva al cuore della questione, al nodo gordiano della “parola contraria”, alla sacra arca della diseguaglianza si tira indietro e parlando intorno alla questione greca dice:  “Non esiste alternativa all’euro e nemmeno all’Europa”. Perché? De Luca non spiega questo passo teologico se non attraverso un elenco che sembra tratto dalla scolastica medioevale la quale si riprometteva di spiegare la fede con la ragione, ma non faceva altro che piegare la ragione alla fede:  “Non c’era piano B all’infuori di un ritorno alla dracma, una sospensione dall’euro che avrebbe subito dimezzato il potere di acquisto, dunque affondato la Grecia nell’abisso argentino di anni fa”. ha detto circa due mesi fa.

Un inviperito Brancaccio si è buttato a suo tempo su  quest’osso che dimostra la superficialità di giudizio e di conoscenza sul mondo contemporaneo, trafitto dai media così che è subito e sempre sera. Intanto c’è una totale confusione tra svalutazione e inflazione come se l’una fosse immediatamente l’altra. Sono invece due cose diverse ed è strano che un’italiano di una certa età non ricordi che gli anni successivi al settembre ’92, quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e svalutare del 24% furono proprio quelli a minor inflazione dal 1970. Poi sulla vicenda Argentina De Luca confonde la crisi del periodo in cui il peso era agganciato al dollaro e il tonfo economico che questo assurdo provocò con la successiva ripresa dovuta alla liberazione dalla camicia di forza dell’aggancio a una moneta forte. Insomma alla fine anche l’eretico celebra i fasti del pensiero dominante, anche se si oppone a una delle conseguenze di quest’ultimo, ma senza riuscire a collegare i fili d’Arianna per uscire dal labirinto.

Sbattuti come naufraghi in un’oceano di informazioni che non sappiamo dominare, che siano esse le crisi monetarie o le presunte nuove terre, alla fine non riusciamo che a cogliere e farci trascinare dalla nenia delle onde anche se non la sentiamo come nostra. Specie se non siamo direttamente coinvolti e non sappiano che dal 2009 ad oggi i lavoratori hanno subito un crollo del potere di acquisto dei loro salari superiore a quelli registrati nei casi dell’uscita dai regimi valutari avvenuti negli ultimi trent’anni. Siamo insomma estraniati da noi stessi e dalla nostra stessa esperienza, alienati dalla conoscenza che alla fine anche quando è acquisita, quando ci si rende come come De Luca della progressiva ” inconsistenza civile ”  diventa inutile perché è avulsa da tutto ciò che abbiamo introiettato, lontana e nemica dell’eterno presente.


Eternit: prendono in giro vivi e morti

>>>ANSA/ETERNIT: RABBIA DOPO LA SENTENZA. A CASALE LUTTO CITTADINONemmeno al risarcimento hanno diritto: La Cassazione ha stabilito che il processo di torino contro gli stragisti dell’Eternit era prescritto prima ancora di cominciare e quindi è giusto annullare tutto, condanne e indennizzi anche se inadeguati alla tragedia e soprattutto non in grado di costituire un deterrente per il futuro. E su questo si innesta anche la presa in giro di un  ceto politico che dopo non essere riuscito o non aver voluto pensare a leggi appropriate ai tempi e non arcaiche adesso, con ripugnante piglio demagogico e populista, pensa di far uscire a tamburo battente una legge sugli ecoreati per svuotare lo scandalo e presentarsi come mondo da ogni peccato.

Ora può darsi che l’accusa di disastro e non di omicidio  fosse sbagliata rispetto al fine di far condannare gli imputati visti i tempi della prescrizione, può darsi che la Cassazione abbia dato un’interpretazione restrittiva di una legge già da mondo preindustriale quando sostiene che il reato di disastro cessa quando vengono chiuse le fabbriche Eternit: perché è ben noto che i veleni rimangono e operano a lungo nel tempo, che le patologie mettono molto tempo a svilupparsi. Ma una cosa è certa: fra errori da dilettanti, interpretazioni riduttive, leggi anacronistiche, migliaia di morti non hanno altro colpevole se non il destino rio e crudele. E mi pare anche chiaro che in realtà non stiamo assistendo a uno scontro fra diverse idee di giurisdizione e men che meno a un dibattito fra diverse parti politiche, ma all’unica verità espressa dalle oligarchie del Paese, quella che la vita, la salute, la dignità sono secondarie rispetto all’impresa e al denaro.

Non c’è solo il job act a dimostrare che questo è il Paese nella sua miserabile autenticità qualunque siano le parti in commedia, ma la stessa legge sugli ecoreati così tardiva e così ad oroglogeria da sembrare una beffa ai morti dell’eternit e ai familiari delle vittime possa rappresentare addirittura un passo indietro rispetto all’attuale legislazione: tra manine che scrivono nell’ombra, emendamenti e sorpresine, il testo già approvato dalla camera un anno fa e rimasto opportunamente sospeso perché non corresse il rischio di danneggiare in qualche modo il capolavoro Eternit, si prepara un probabile pasticcio di fatto assolutorio per chi attenta all’ambiente e alle persone.

A parte l’aumento dei tempi della prescrizione che potrebbe salvare alcuni dei molti procedimenti già in corso, c’è il concreto rischio che il reato ambientale sia derubricato da colposo a doloso, il che implica nel caso specifico la quasi impossibilità di dimostrarlo; che le malattie ascrivibili allo stesso possano entrare in gioco solo se ” immediatamente visibili e quantificabili”  il che naturalmente escluderebbe qualsiasi patologia cronica o sviluppatasi nel tempo: in pratica l’Eternit e l’Ilva verrebbero assolte a priori; che le pene possano essere ridotte dalla metà a due terzi se “spontaneamente” gli imputati provvedono alla “messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi” prima dell’inizio del dibattimento di primo grado il che significa in due parole una bella croce sul passato e una sostanziale impunità a fronte di operazioni vaghe e indefinite, non imposte dai magistrati su basi oggettive e suggerite da esperti, ma autonomamente stabilite dai diretti interessati secondo i loro criteri. Ovvero il profitto. Non è nemmeno detto, se il salvataggio penale ci sarà anche se queste messe in sicurezza autarchiche siano solo in preparazione e non già terminate. Un bell’assist ai Riva e un bel colpo a Taranto.

Insomma un disastro su tutti i fronti e visto che il firmatario della legge è Ermete Realacci, un altro modesto esponente della sub cultura nazionale che del lavoro ha solo sentito parlare per caso e immagino con orrore e fastidio, si può essere ragionevolmente sicuri che inquinatori e avvelenatori saranno trattati adeguatamente. Lascio a voi l’interpretazione della frase.

 


Adozioni gay e morti viventi della politica

Adozioni gay,Oliviero toscaniAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era poco da rallegrarsi e c’era poco da preoccuparsi: il Tribunale non ha pronunciato una sentenza storica in merito alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, che abbiano esteso il loro vincolo affettivo ad un bambino “estraneo” ad ambedue, ma ciononostante desiderato e già amato. La sentenza infatti si fonda sull’articolo 44 della legge del 1983 che regola la materia e che prevede l’adozione «in casi particolari» sottolineando che «l’adozione è consentita, oltre che ai coniugi, anche a chi non è coniugato», a prescindere dalla sussistenza di un contratto matrimoniale, così come dall’inclinazione sessuale. Non vietandola dunque né ai single né agli omosessuali la legge stabilisce un principio di non discriminazione rispetto alle coppie gay così come a quelle di fatto eterosessuali, sancendo uno standard minimo di civiltà, ciononostante intollerabile – si direbbe – per gran parte del nostro ceto politico. Una parte del quale concorda nemmeno tanto silenziosamente con il truculento plagio di un poster di Toscani, che il partito di Giorgia Meloni voleva affiggere, nel solco della massima condivisa: meglio puttanieri che froci, che si sa si mettono in casa un bambino per capriccio e magari poi lo abbandonano in autostrada.

Altri manifestando la loro preoccupazioni per il benessere di minori, che trascurano sfrontatamente ogni giorno smantellando lo stato sociale, privandoli di cure e servizi, cancellando concretamente la possibilità di avere un futuro dignitoso, perché la dignità è un valore che rivendicano come un monopolio destinato soltanto a loro stessi privilegiati, garantiti, eterosessuali, bianchi, cattolici, meglio se del Nord, ancorché adulteri, frequentatori di corpi in vendita, zii adottivi di puttanelle, sulle cui origini non vanno troppo per il sottile, spesso irrisolti sul loro orientamento sessuale, problema che preferiscono affrontare in clandestinità e a pagamento. Altri ancora a cominciare dal premier, trattano la materia a intermittenza, giusto per assecondare superficialmente segmenti di elettorato, giusto per rassicurare estremismi confessionali, giusto per accendere un riflettore occasionale che diriga la luce altrove rispetto alle quotidiane avvelenate miserie, fingendo di provare interesse per temi etici, come se non lo fosse il lavoro, l’istruzione, il territorio, i beni comuni.

Da gennaio a oggi, navigando su Google, si può scoprire che il monello al governo si è occupato di unioni gay circa 12 volte, alternando la volontà di attribuire al tema la priorità promessa durante le primarie, con la necessità di offrire rassicurazioni alla pletora di riottosi alleati: quindi si fanno, non si fanno, sono pro e sono contro, ci sono problemi più rilevanti, no, colloco le unioni di fatto ai primi posti nel mio cronoprogramma. In realtà il tema proprio non gli piace, non è nelle sue corde, non ci si guadagna niente a meno che Oscar Farinetti non metta su una società di catering per nozze gay, a meno che un’abiura spettacolare dai più elementari principi di civile convivenza nel consorzio umano non gli garantisca l’appoggio per qualcuna delle sue riforme più oltraggiose della solidarietà e dell’uguaglianza. E in ogni caso il premier che confonde coraggio con spregiudicatezza, si è mostrato per una volta meno sbruffone, a conferma che la concezione di etica dei giovanotti al governo è discrezionale, si applica come strumento di controllo sociale sulle nostre esistenze, ma si può omettere in caso di lotta al malaffare, in caso di contrasto della corruzione, in caso di tutela dei diritti, dai quali ci si può astenere, che non rientrano mica nell’agenda del governo, nei 100 giorni, nel suo orizzonte limitato alla contemplazione di sé e della sua personale affermazione e permanenza al potere.

Così se proprio fosse costretto a “metterci la faccia”, sceglierebbe la soluzione più anodina, più asettica, quella che corrisponde di più a un sentimento diffuso: se proprio vogliono lasciamoglielo fare, ma nel modo più lontano possibile dal matrimonio così come lo prevede il diritto, pubblico, privato o canonico: una unione contrattuale alla tedesca, una civil partnership, un regolamento giuridico, così da assomigliare alla maggioranza, ma restando minoranza, ammessa con dei limiti, tollerata a certe condizioni, possibilmente meno esuberante e soprattutto indegna appunto di prendersi cura di un bambino, azione che la natura e una etica pubblica imposta da ragioni confessionali, concede a assassini, criminali, genitori indegni o semplicemente inadeguati, impreparati o semplicemente distratti, che si sa che per esserlo , padri e madri, non serve diploma, formazione, verifica dell’efficacia. Eh si, prima di tutto viene l’interesse del bambino e a nulla valgono ricerche, a nulla vale l’accettazione che i nostri figli dimostrano per bambini “altri”, spesso diversi solo perché sono stati più desiderati, più accuditi, più cercati, in modo meno autoritario, meno distratto, meno formale, meno repressivo, come si verifica anche nelle adozioni “tradizionali” A nulla vale l’obbligo di rispettare il diritto fondamentale di vivere liberamente la condizione di coppia e di famiglia, se sono fondati sull’amore, sul rispetto, sull’accudimento, sull’affetto e la solidarietà. A nulla vale che sia venuta l’ora che la giurisprudenza e il diritto, ridotti a funzioni notarili, riassumano il ruolo che compete loro e la potenza simbolica di legittimazione di comportamenti civili, basati sull’uguaglianza nel rispetto delle differenze di aspirazioni, inclinazioni, volontà, aspettative.

Ieri Gasparri, parlando di chi si batte per i diritti che riguardano la persona e lo svilupparsi della sua esistenza dalla nascita alla morte con dignità, li ha definiti “esercito del male”, rivendicando il monopolio dei temi etici per chi è autorizzato dall’appartenenza alla comunità dei cristiani a occuparsene e a difenderli dal rischio del pensiero e della libera espressione. Dimenticando che quella chiesa si è alimentata di parole e messaggi d’amore, di solidarietà, di comprensione e di compassione. Com’è moralmente ciclica e saltuaria rispetto alla morale, la classe dirigente lo è anche nella sua rappresentazione dello Stato, cui si toglie sovranità e potere, per esigerla quando si tratta di intervenire nel privato e nella privacy, terreno esclusivo di pochi e oggetto di scorrerie e ingerenze per quasi tutti gli altri, decidendo se un vincolo d’amore ha diritto a più rispetto di altri, se una morte è più onorevole, se una conversazione è più protetta, se una vita vale di più, se un affetto ha il marchio doc o è solo un capriccio.


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