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Razzismo vaccinale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ve ne siete accorti, ma anche la verità è disuguale, e dunque possono dirla in regime di monopolio solo i ricchi e potenti, che non temono ripercussioni, censure, ostracismo.

In questo caso poi il soggetto che si è espresso con icastica e incisiva brutalità possiede tutte le caratteristiche per essere protetto e intangibile da critiche che possano ledere il suo stato e ostacolare la sua azione, per nascita, privilegi ereditati, incrementati e arricchiti grazie a vincoli matrimoniali, amicizie e ambizione personale che le ha permesso di intraprendere carriere inarrestabili e insediarsi da inamovibile in vertici impervi per nuovi arrivati. Sono accessori questi che permettono all’élite di proferire frasi e minacce tremende che altri, più in basso, non direbbero mai per non passare da cinici sprezzanti, mentre è certo che le metterebbero, e le mettono, in pratica, saltando agevolmente le parole per passare ai fatti.

Qualcuno ipotizza che l’assessora lombarda tornerà sui suoi passi, che adesso come un Berlusconi, un Renzi, un Conte qualunque dirà di essere stata fraintesa, che quello che ha detto è stato estrapolato e manomesso.

Macchè con l’innocenza dei boia che rivendicano di fare con efficienza il loro mestiere, con quel piglio da praticona sbrigativa, che combina certe specificità attribuite alle donne con i modi spicci e spregiudicati dei maneggioni che ti appioppano fondi, assicurazioni, mutui capestro, la Moratti ha confermato che proseguirà con piglio imprenditoriale e tenacia amministrativa  sulla strada aperta da anni, quella dell’applicazione ad ogni contesto e settore delle leggi inderogabili del mercato, come hanno fatto e fanno altre signore prima di lei, Thatcher, Fornero, Lagarde, von der Leyen, che spesso hanno affogato gli stessi crimini in una palude ipocrita di lacrime e pentimento.

E infatti che cosa ha detto fuori dai denti?   Che i Vaccini anti-Covid devono essere somministrati “più in fretta” nelle regioni con maggior densità abitativa, più mobilità, fortemente colpite dall’epidemia e che contribuiscono in modo significativo al Pil, chiedendo di prendere in considerazione non solo fattori demografici e sanitari, ma anche economici, preponderanti nei territori che costituiscono il “motore del Paese”.  

Qualcosa cioè che ogni dirigente di rito ambrosiano, ogni notabile meneghino, ogni leader padano pensa e cerca di fare, a cominciare dal parlamentare europeo leghista Ciocca che ha affermato che “se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un’altra parte d’Italia”, del sindaco della Capitale morale in campagna elettorale che se la piglia su Instagram con l’assessora:  «Ci sono mattine in cui ti possono cadere le braccia. il tuo Paese in preda a una crisi politica difficile da decifrare e nel momento sbagliato, la tua Regione che chiede l’assegnazione dei vaccini in base al Pil», ma segue scrupolosamente le orme della ex sindaca mettendo al sacco Milano, svendendola a prezzi da outlet a multinazionali immobiliari, emirati compresi.

E qualcosa, vale ricordarlo, che sognano di fare con più energia e pervicacia anche presidenti “diversamente leghisti”, come Bonaccini che pretende, in accordo totale con la Coraggiosa, una maggiore autonomia della sua regione in materie strategiche, scuola, università e appunto sanità, in barba algi scandali delle spese pazze e alle prestazioni fornite in fase pandemica, grazie al moltiplicarsi delle spinte verso una estensione delle prerogative regionali, peraltro prevista dalla riforma costituzionale del 2001, voluta da un Centrosinistra succube del secessionismo bossiano e favorita dall’introduzione del federalismo fiscale, poi disciplinato da una legge del 2009 che porta il nome di Roberto Calderoli e che vige in grazia di Dio, del Pd, dei 5stelle, di Conte 1 e 2 e del popolo italiano che non perde occasioni per rimuovere l’opportunità di farsi giustizia con l’ultimo strumento democratico rimasto e ultimamente “abusato” da un ceto che non vuole riformarsi.

E dunque perché scandalizzarsi per la rivendicazione di essere autorizzata a fare quello che leggi e usi prevedono ampiamente, a realizzare quello già intrapreso, comprese le nefandezze degli immediati predecessori, dimissionari ma non commissariati, intervento di forza che rientra nelle competenze degli esecutivi ma esercitato solo nei confronti di regioni del Sud. A dimostrazione della dichiarata mediocrità politica e civile del Governo, interessato invece a non intervenire per mantenere una ripartizione dei poteri che permetta lo scaricabarile o la manutenzione di rapporti affaristici con interlocutori privilegiati.

Si sa che le competenze regionali in materia sanitaria sono talmente estese da costituire la parte assolutamente preponderante della loro azione, esattamente come i relativi costi rappresentano la principale componente dei loro bilanci incidendo per oltre l’80% della spesa corrente. A questo equilibrio squilibrato si deve la demolizione del sistema assistenziale e di cura pubblico, che ha origine nei tagli decisi in obbedienza ai diktat europeo, eseguiti con la correità delle Regioni nell’organizzazione e nel contrasto ai fenomeni come il virus:  dunque dipende da loro se si è scelto di privilegiare le strutture ospedaliere a scapito della medicina territoriale  di base, così come la penalizzazione del “pubblico” e il sostegno ai “privati”, tanto che i decantati modelli lombardo e anche emiliano si fondano nel primo caso sull’equiparazione meccanica dei soggetti, nel secondo anzi sulla competizione  e la concorrenza grazie alla spietata aziendalizzazione, che trova conferma esemplare nel ruolo dato al cosiddetto ”welfare aziendale” dei dipendenti regionali in materia di prestazioni sanitarie.

D’altra parte non deve stupire che un governo che sta rivelando la sua indole autoritaria, seppure coi guantini di velluto dello zerbinotto, non abbia preso di petto la questione, lasciando campo libero ai caudillos periferici, contribuendo così a alimentare la leggenda che una tragica pandemia si può contrastare solo riducendola a crisi sanitaria e a questione di ordine pubblico, arrivando a sdoganare  le performance del nemico giallo e attribuendo i successi del contenimento della malattia  all’intrinseca antidemocraticità del regime.

Si tratta della assegnazione politica e morale di un ruolo “guida”, che è stata rivelata il 9 marzo quando è stato esteso a tutto il territorio nazionale il lockdown stabilito la sera del 7   per la Lombardia, con un atto drastico e incomprensibile perfino ai tecnici che aveva suggerito una chiusura controllata delle zone a più alta incidenza epidemica. Cui fa da riscontro l’altra scelta, quella grazie alla quale i lavoratori delle aeree più colpite comunque hanno continuato  a viaggiare e esporsi nelle fabbriche, negli uffici, nei supermercati delle catene di distribuzione, senza che venissero adottate strategia di gestione dell’emergenza e piani di sicurezza, a dimostrazione che si voleva salvaguardare l’economia del “motore” del Paese dall’indebita concorrenza di aree più svantaggiate. 

C’è poco da scandalizzarsi per le sconcezze della madre badessa, sta semplicemente celebrando le liturgie della religione di Stato e di Governo, quella del dio profitto.


Magna Letizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vorrei  che occupati a approfittare dell’opportunità  offerta dalla rete di emettere una condanna giudiziaria, purtroppo solo virtuale, vi foste dimenticati di quella morale nel caso ricordaste la toccante immaginetta della ministra dell’Istruzione, candidata sindaco di Milano, Letizia Moratti Brichetto Arnaboldi  che un 25 aprile 2006 in piena campagna elettorale spinge spudoratamente la sedia a rotelle dell’anziano padre, in qualità di testimonial del suo antifascismo, “dinastico” come il talento per le assicurazioni e le intermediazioni.

 Ma della persona giusta al posto giusto, in questo caso quello di Assessora alle Politiche sociali della Regione Lombardia, ben altro potremmo dire oltre all’inanellarsi di accuse e pendenze, nonostante che  solo per quello si dovrebbe ricorrere a quella misura non eccezionale:  commissariare il Pirellone,  come si è fatto in passato con una determinazione attribuibile più che all’ardimento degli Esecutivi di allora al fatto che si trattava di enti che non possedevano l’autorevolezza politica e morale della operosa Lombardia e del suo capoluogo.

Eh si, non occorreva assistere al simpatico siparietto del leccaculo di tutti regimi, anche lui perenne e infestante come l’intervistata, per sapere che cosa aspetta la regione più colpita dal Covid, per effetto di anni di demolizione del sistema sanitario, dei guasti ambientali, di una urbanizzazione selvaggia compiuta per appagare gli appetiti di una cupola bancaria e imprenditoriale della quale la Moratti, da pochi mesi in temporaneo riposo dopo le dimissioni da presidente di UbiBanca,  è la plastica incarnazione, la figura allegorica ritratta sul frontone del tempio dei mercanti che impartiscono i comandi per quello che poi la politica scrive sotto dettatura.

E il delicato quadretto che ho richiamato alla memoria è davvero simbolico della sfrontatezza irriguardosa di certi personaggi durevoli.

Rivela il segreto della loro condizione di intoccabili e intangibili, con le mani in tutte le paste e in tutti i vasi di marmellata, invidiati e imitati per aver combinato una impudente spregiudicatezza con le benemerenze frugali e morigerate degli “anonimi lombardi” che crollano quando i cuori di mamma e i portafogli di papà devono ammorbidirsi per figli un po’ discoli. Come successe per il suo candidato assessore all’atto dell’elezione a sindaco, quel Maurizio Lupi già incaricato dell’urbanistica dal 1997 al 2001, con Albertini, poi deputato Pdl,  proponente di una legge che per miracolo non venne approvata e che sanciva  le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria devono avere  le stesse prerogative nel governare il territorio, infine poi titolare dei Trasporti coinvolto in uno scandalo per incarichi opachi. E anche lui afflitto da un junior ingombrante almeno quanto il proprietario della Bat-casa, il loft abusivo dello scapestrato rampollo della Letizia. 

Anche Lupi era un esponente di spicco di Comunione e Liberazione, un’appartenenza che distingue da subito la solida ragazzona, avviata dal babbo alla carriera di broker quando le altre festeggiavano il debutto in società al Circolo, in combinazione con quel piglio dinamico e spiccio di rito ambrosiano, interpretato magistralmente dalla Franca Valeri nel “Vedovo”.

E deve essere davvero una miscela vincente insieme a un arrivismo sfrenato e a una bulimica avidità in grado di garantire successo e incarichi politicamente e socialmente prestigiosi a soggetti  eternamente indagati e troppo spesso prosciolti, che restano là e si rinnovano indeformabili e  inviolabili.

Basta pensare a lei come  all’iniziatrice del sacco di Milano, anche se poi la sua opera sarà completata da due sindaci che hanno preso sul serio la missione di esecutori del suo disegno, ispirato alla trasformazione della pianificazione del territorio in una pratica negoziale per la cessione ai privati di territorio e beni comuni, la cancellazione dell’urbanistica dal panorama legislativo.

Si deve a lei il programma di scaricare  sulla città, grazie a un Pgt poi ritoccato addirittura in peggio dal successore, 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni  che dovevano essere  realizzate entro il 2030, un volume di quasi 160 nuovi Pirelloni che, uno sopra l’altro, formerebbero una torre di 20 chilometri, un frontline irto di grattacieli – secondo i suoi visionari amministratori dovevano essere almeno 50 nella Dèfense meneghina della Zona Nord, per far compagnia alle cinque torri di proprietà del gruppo Ligresti, destinate al terziario e già allora ridotte a inquietante archeologia a fronte della statistica che denunciava almeno un milioni di uffici sfitti. 

E sempre lei è la fanatica profetessa della “valorizzazione” grazie all’operazione  che ha come teatro l’ex Fiera/Citylife, il Porta Nuova District degli ex scali ferroviari FS/Sistemi Urbani, l’ex Piazza d’Armi, le ex caserme, le cui quantità edificatorie permesse dal Comune  sono state e sono “consensualmente contrattate” in base ad accordi con le proprietà fondiarie e gli investitori:   Intesa San Paolo, Generali, Hines-Catella, Fondo Sovrano del Qatar.

Nemmeno i fallimenti dei suoi sodali, le voragini in bilancio delle banche amiche aveva potuto dissuaderla perché intanto si mettevano le basi per il Grande Evento del secolo, l’Expo, con la sua Grande Corruzione malgrado la nomina di un Commissario che casualmente in seguito diventerà primo cittadino malgrado il flop e oggi ricandidato, malgrado il controllo dell’Autorità anticorruzione costretta a prendere atto del capolavoro di illegalità realizzato grazie alla conversione di un intervento  definito “di interesse generale” in “benedetta emergenza” da fronteggiare stravolgendo le regole e le procedure d’appalto, nominando autorità speciali, producendo varianti, comprando a caro prezzo terreni che ancora oggi sono ridotti a mesta discarica delle vestigia del Bal Excelsior della nutrizione.

Era quella la Città Ideale, l’Utopia di Letizia, laboratorio a un tempo della concezione di cittadinanza di Comunione e Liberazione e del New Public Management meneghino degli indagati dopo ManiPulite  che non si fecero mancare qualche imputazione di intreccio con la ‘ndrangheta.  

D’altra parte questa commistione tra marketing del bene comune   e il  bigottismo da inveterata baciapile aveva lasciato un’impronta indelebile con la sua riforma dell’istruzione , quella della Scuola delle Tre I – Impresa, Inglese, Internet,  ostaggio del pensiero quantitativa e dell’ideologia  del saper fare, dell’aziendalizzazione dell’istruzione fino alla fornitura gratuita di manodopera alle aziende con l’Alternanza scuola-lavoro, con le premesse per la creazione della figura del Dirigente Scolastico  e la premialità per docenti coinvolti in attività di tipo organizzativo o in base ad un “merito” valutabile attraverso test per infiltrare nel sistema didattico gli imperativi e  i criteri del mercato: debiti, crediti, successo formativo, performance, obiettivo, risultato, servizio all’utenza, open day. Anche grazie a una pedagogia selettiva rivolta a studenti-clienti.

E mentre al tempo stesso lanciava l’ipotesi di cancellare l’odiato evoluzionismo e Darwin dai programmi scolastici, preferendogli la narrazione mitico-simbolica della “creazione” con tanto di serpenti, mele, diavolacci e quella troietta di Eva .

E sempre lei in veste, come ama definirsi, di “civil servant”, si prodiga da presidente del servizio pubblico per dare concretezza al progetto di RaiSet, definendo la Rai doverosamente “complementare a Fininvest”, immaginando una felice ristrutturazione secondo i criteri dell’impresa privata per esaltare competitività e promuovere concorrenza interna, per incrementare i budget pubblicitari, ipotizzando la svendita del patrimonio immobiliare e la messa sul mercato con vari “scivoli” delle risorse umane, promettendo agli italiani un’ azienda “miliardaria” instancabile produttrice di intrattenimento, leggero come la scuola,  più che di molesta informazione.   

Insomma anche senza l’enunciazione dei suoi programmi, sappiamo cosa possiamo aspettarci da lei che non avrà nemmeno bisogno del fertile humus   dell’autonomia differenziata  per consegnare definitivamente i rottami della sanità pubblica a privati efficienti e officianti il rito della caritatevole assistenza a caro prezzo: obiettori di coscienza, preti, monache, aziende, “comunità” e ong opache e fondazioni sospette, come ormai è uso globale da quando tutto quello che riguarda l’interesse collettivo a cominciare da salute, ricerca, scuola è delegato alle major confessionali del Mercato.

Non c’era da credere a Cacciari quando disse che bisognava eleggere rappresentanti ricchi che così non erano costretti a  rubare, se nessun ente preposto cercherà l’antidoto per la malattia che affligge il privilegio, l’avidità.


Sinistra di Pfizer e di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sull’esistenza del gregge siamo sicuri, no? un po’ meno sull’immunità.

A guardarsi intorno gli italiani sono convinti di essersi conquistati la salvezza, aderendo in massa, per ora moralmente e psicologicamente al vaccino della ditta Pfizer, che sta faticosamente traversando le Alpi e recando  il suo messaggio di algida grazia e resurrezione.

E a ben vedere ormai la vaccinazione ha assunto i connotati di una particolare forma di militanza “antifascista”, come piace alla sinistra di governo senza lotta, di quelle light, senza resistenza, senza coscienza di classe, senza lotta contro autoritarismi, repressioni e censure, invece largamente impiegati da chi sta in alto e si sente dalla “parte giusta”, superiore e illuminato, per censo, cultura e qualità morale e perciò legittimato a esercitare una “necessaria” violenza sanzionatoria e repressiva, tanto da richiedere Tso, obbligatorietà, dunque licenziamenti , ostracismi, emarginazione per chi non obbedisce.

Chi si vaccina insomma acquisisce oltre a un patentino per lavorare nel settore pubblico, per andare in vacanza in hotel nei quali non siano ammessi disertori e cani, per viaggiare in aereo, l’automatico arruolamento nel  consorzio civile che si prodiga per emarginare chi non si adegua, ignorante e rozzo primitivo che si oppone al Progresso che ci ha regalato gli antibiotici, lo smartphone e casualmente la bomba risolutiva su Hiroshima, inevitabile effetto collaterale.

Sono gli effetti di una formidabile campagna di propaganda di contrasto a chi solleva  obiezioni e muove  critiche alla gestione di una crisi che si finge sia sanitaria, mentre è il frutto velenoso di una emergenza sociale.

Così da mesi una parte di cittadini viene arruolata a viva forza nelle file dei complottisti – non voglio nemmeno citare l’altra definizione nauseante  – in modo da suffragare l’ipotesi raccomandata e poi obbligata che si tratti di una patologia maligna come il diavolo,  incontrastabile con buone pratiche, buona medicina di base, buona organizzazione, buona profilassi.  Sicché tutto si rivelerebbe inutile, si, inutile, salvo stare rinchiusi, vivere una sub esistenza, limitare ogni forma di socialità anche dei bambini, remissivamente rinunciare a diritti e garanzie in attesa della salvifica immunizzazione.

Così da mesi non potendo fare di meglio,  si spargono, proprio come con il denigrato sistema dell’helicopter money, “soldoni” per i nuovi brand sanitari: mascherine, siringhe, terapie intensive dove mancano i medici, oltre a banchi, app, padiglioni vezzosi e incoraggianti, provvidenze per la famelica cerchia confindustriale. E invece  “soldini” per i “ristori”, la cassa integrazione, gli aiuti di Stato, del genere di quelli proibitissimi dall’Ue a meno che non si tratti di coperture a garanzia di aziende che se la sono data a gambe dall’Italia, di sostegno a multinazionali che fanno scalo brevemente per un mordi e fuggi che sgombri il campo dalla concorrenza leale.

Così da mesi,  a parte l’elenco delle  sostanziose risorse investite in Opere Strategiche, non è stato nemmeno abbozzato un piano di rafforzamento della sanità, mentre i burbanzosi “governatori” e non solo quelli che pretendono ulteriore autonomia, esigono licenza di continuare a uccidere nella linda e profumata sanità privata delle Rsa, delle cliniche, delle case di cura. Men che meno un programma per razionalizzare i trasporti pubblici: la ministra competente, si fa per dire, ha gorgheggiato solo due giorni fa di aver messo sul tavolo ben 53 milioni per “implementare il settore” con l’impiego di taxi, Ncc e bus turistici tramite gare da indire in 48 ore, a conferma della sconcertante nozione del tempo e della tempestività dell’Esecutivo.

Rasenta ormai il ridicolo la gestione della scuola, tra banchi, mascherine si o no, orari scaglionati, didattica digitale come complemento o soluzione finale che provvede a evitare moleste e costose assunzioni  di personale, in linea con il processo di demonizzazione dei dipendenti pubblici, ultima trincea di un ceto medio retrocesso a proletariato possibilmente senza figli, lusso e privilegio riservato a pochi, condotto con un livore che trova spiegazione solo nella volontà di rompere qualsiasi tentativo di creare un fronte unitario degli “sfruttati”.  

Eh si, ci vuole proprio un vaccino, uno qualunque, meglio se si tratta di quello più gradito ai resti dell’impero di Occidente, che non occorre che abbia passato il vaglio degli enti di certificazione, che abbia effettuato tutti i test indispensabili ad accertarne efficacia e eventuale dannosità, perchè  è comunque convincente e raccomandabile anche in forma coatta, costituendo l’unica soluzione dopo che si è scelto di non identificare, mettere a punto e poi applicare su larga scala un protocollo di cura e magari anche di prevenzione.

Tanto che è noto che i tentativi in forma volontaria e isolata di clinici e medici sono stati ostacolati e censurati, che alcune scelte terapeutiche sono state osteggiate, che addirittura non è stata data la possibilità all’Italia di provare gratuitamente gli effetti di un anticorpo monoclonale largamente applicato con successo per combattere la Sars-CoV-2 e in uso negli Usa e in Germania e Francia, malgrado venga prodotto anche in uno stabilimento del Lazio, come ha denunciato il Fatto quotidiano.

E infatti a fronte dei dubbi, degli interrogativi, ha avuto il sopravvento l’attesa messianica della salvezza sia pure non eterna dopo che hanno squillato per dieci mesi e più le trombe dell’Apocalisse.  

Pare che la maggior parte pur di uscire dall’ergastolo del virus sia pronta al patteggiamento con la Pfizer e l’industria farmaceutica,  la cui affidabilità pare sia stata esaltata dai successi azionari  delle case in questione e dalle plusvalenze multimilionarie realizzate dai loro amministratori, vendendo le azioni in loro possesso, a conferma  che il prestigio e l’autorevolezza dei potenti cresce man mano che aumento il loro conto in banca, attestato insostituibile di abilità e destrezza.  

Pare che magari nel lungo periodo il vaccino possa determinare benefici per i manager proporzionati ai danni per la salute, ma intanto è opportuno farlo “per se stessi”, ma soprattutto “per gli altri” a dimostrazione di un inusuale senso di responsabilità non suffragato da dati certi: nemmeno il Crisanti un tempo nume tutelare della salute, poi retrocesso a abbietto no-vax, oggi redento grazie all’atto di fede nell’Aifa, l’ente che scopre a scoppio ritardato nocività e pericoli, sa darci per certo che chi si vaccina sia davvero immune e che non costituisca un rischio di contagio per quelli che entrano in contatto con lui.

Pare che grazie al “miracolo” ormai il ceto politico abbia guadagnato una nuova e inattesa affidabilità, insieme a quello che viene chiamata “comunità scientifica”, un termine che racchiude in sé il senso di una comunanza appunto di convinzioni e pensiero, mentre da mesi assistiamo a scontri di dotte o sgangherate tifoserie disciplinari.

Così se si dà per scontato, anzi legittimo, che le industrie cerchino il profitto, sarebbe un’infamia da disfattisti e complottisti ritenere che Esecutivo e tecnici mettano a rischio la nostra salute, come se la demolizione del sistema sanitario fosse una colpa del passato, malgrado la stabilità dei governi regionali vigenti, la inamovibilità di ministri e decisori, come se  da fine febbraio le misure applicate non abbiano avuto solo un carattere di “ordine pubblico”, mentre l’edificio economico e sociale del Paese crollava insieme ai diritti del lavoro e dell’istruzione, e come se questa emergenza che ci si ostina a chiamare sanitaria non fosse frutto di una crisi sociale della quale ha esasperato disuguaglianze e ingiustizie.

Un effetto ce l’ha l’immunizzazione di massa dei grandi demiurghi, quello placebo, che ci autorizza a uscire di casa sia pure con tutti gli obblighi di prima dell’epocale distribuzione, che ci scaraventa, ma salvi, nel mare in tempesta delle nuove miserie, che funziona come un plebiscito per rafforzare governi nazionali e quello sovranazionale riconfermando il loro diritto a vessarci ma per il nostro bene.   


Medico, cura te stesso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando in tutta Italia sono stati chiusi reparti, ridotte o cancellate strutture ospedaliere specialistiche  abbiamo visto la “resistenza” di personale infermieristico arrampicato sui tetti dei vecchi nosocomi, i loro sit in che sollecitavano la partecipazione di cittadini.

Ma di manifestazioni di medici ne abbiamo viste poche e dire che quando è accaduto nel 2013, nel 2018 hanno avuto risalto sulla stampa per la sensazione suscitata dalle rimostranze  dei camici bianchi con stetoscopi penzolone scesi in piazza contro i tagli che hanno impoverito la sanità pubblica.

È che come è sempre successo ci vuole un bel po’, un bel carico di umiliazioni, un bel numero di affronti alla dignità e alla professionalità prima che certi lavoratori si accorgano di non appartenere più a ceti risparmiati dalla perdita di beni, di privilegi e del riconoscimento di una superiorità sociale, economica e morale.

E c’è da dire che otto mesi di promozione a martiri e eroi non ha  restituito interamente alla categoria  la reputazione  macchiata da obiettori di coscienza nel pubblico e cucchiai d’oro nel privato, intra moenia e extra moenia opachi, chirurghi che arrotondano col botulino, altri che dimenticano le forbici negli anfratti dello sventurato paziente, dentisti che preferiscono donare lo sfarzoso prodotto dell’implantologia piuttosto che emettere regolare fattura.

Ma anche dai molti medici di base, già prima retrocessi a ruoli impiegatizi di erogatori di ricette, che in questa fase godono le opportunità della smartworking, non rispondendo nemmeno al telefono per far dire 33 alla “clientela”, che non hanno preteso venisse predisposto un protocollo e un piano terapeutico per la cura del virus, lasciando alla buona volontà del singoli totale discrezionalità.

Non stupisce che la voce della corporazione si sia sentita poco in questo frangente, anche se da giorni associazioni di clinici specializzati lanciano l’allarme sui danni provocati da una gestione dell’emergenza indirizzata unicamente a contrastare il Covid, che lascia scoperte prevenzione e ordinaria assistenza e cura di patologie gravi, croniche, sottodiagnosticate o trascurate.

Il fatto è che le poche voci dissenzienti, le denunce di malgoverno della crisi e per l’incidenza di interessi privati, sono state censurate fin da marzo, in Sardegna, in Romagna, nel bergamasco, in Campania dove lo zar ha proibito al personale sanitario di “parlare con la stampa”, nelle zone più calde dove le rivelazioni sulla proibizione di fatto di eseguire autopsie sono state tacitate malgrado le ammissioni dello stesso Ministero della Salute, o sono state smentite alla stregua di fake news o fantasie di ciarlatani in cerca di notorietà.

E molti altri se non venivano zittiti, mettevano volontariamente il silenziatore facendosi assorbire da una spirale di soggezione e conformismo, nel timore di ripercussioni sulla carriera.

Sarà sempre peggio. E i precedenti lo lasciano intendere: molti medici  sono in attesa del verdetto della CCEPS, Commissione Centrale Esercenti Professioni Sanitarie, con la più grave delle sanzioni disciplinari, la radiazione, una punizione obbligatoriamente comminabile solo per condotte aventi rilevanza penale o assimilabili.

Invece gli accusati sono perseguiti per “reato d’opinione”,  per aver espresso   un loro convincimento non allineato con la determinazione del potere politico di promuovere la diffusione di determinati “trattamenti sanitari”.

Parte dei procedimenti risalgono ad anni nei quali regnava la ministra Lorenzin, altri si sono aggiunti,. La colpa della quale si sono macchiati non ha prodotto danni personali alla salute degli assistiti, né tantomeno sono venuti meno agli obblighi  sottoscritti con il giuramento di Ippocrate.

No, l’accusa è quella di aver manifestato le proprie convinzioni, nel pieno rispetto dell’articolo 21 della Costituzione che afferma che “tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione” e di  aver così influenzato  la popolazione istillando dubbi sull’utilità dei   vaccini.

Figuriamoci che gogna mediatica, che anatemi e che ostracismo colpiranno i 935 medici di Anpas e di altre associazioni che si riconoscono nella Medicina di Segnale, che si stanno esprimendo con forza per contestare la confusione artificiosa tra asintomatici, da sottoporre a inutili tamponi, e contagiati, che rischia di imporre restrizioni irragionevoli, proprio quando si starebbe consolidando “la resistenza anticorpale alla malattia”, in virtù di  un “autoritarismo emergenziale”, che ha come pilastro la  colpevolizzazione del comune cittadino, spezzando i già labili legami di solidarietà sociale.

Sono sempre loro che hanno cercato di mettere  in guardia i “decisori” sull’affidabilità dei tamponi, che comunque non hanno  alcuna efficacia sul piano della prevenzione, e non solo per gli eventuali danni prodotti da una procedura invasiva soprattutto se affidata a personale non adeguato, ma anche perché l‘amplificazione del materiale genetico può portare a errori “tecnici”, facendo risultare  positivo al test un soggetto affetto da uno qualsiasi dei virus che appartengono alla famiglia degli “orthornavirae”, i comuni virus influenzali. E quindi non solo il Sars-cov-2, ma anche quello del raffreddore, o della gastrite, ecc.

Qualche sera fa una trasmissione ha deciso che era proprio il momento opportuno per informare sui successi e le carriere di maghi, ciarlatani, guaritori della libera e disincantata America, e non si parla di quelli passati e futuri alla Casa Bianca.

Ovviamente l’occasione era buona per arruolare in questa stessa compagnia di giro, che in Italia ha avuto ogni genere di rappresentante da Vanna Marchi al mago Do Nascimento, da Di Bella, che almeno medico era al veterinario Bonifacio che oggi avrebbe nuovo sbocchi professionali grazie a Zaia, quelli che correntemente vengono ormai chiamati impropriamente negazionisti.

L’intento delle cheerleader della Pfizer, come di tutti quelli che si ostinano a condannare in qualità di apostati quelli che, in numero sempre più numeroso, non dichiarano l’inesistenza del virus ma contestano la strategia intrapresa per contenere e gestire una crisi sociale che ha creato i presupposti  di una emergenza sanitaria, è quello di persuadere il popolo puerile, ignorante, irresponsabile, che oppugnare una teoria scientifica significa disconoscere la Scienza. Quella scienza oggi incarnata in forma spettacolare da quei santoni che hanno riposto il caposaldo di ogni disciplina, quel dubbio che promuove ricerca continua, tenace sperimentazione.

Così non c’è diritto di cittadinanza per lo “scrupolo” che obbliga a cercare alte conferme ma solo per i dogmi incontrastabili, elargiti da un ceto di sacerdoti che possono contare sulla visibilità e la credibilità conferiti  dall’affiliazione non tanto alla casta accademica o a istituzioni rappresentative del sapere specialistico, ma dalla appartenenza a contesti, salotti, poteri  che consentono il diritto di parola solo a chi si muove nel solco del conformismo.

Il processo che concede solo a questa élite di esprimersi e di comunicare, collocando gli eretici nel girone infernale dei “pazzi” secondo  Galimberti molto citato in questi giorni, immaginiamo insieme a Galileo ma pure a  Pappalardo, è lo stesso che ha fatto dell’economia una scienza che si basa su leggi diventate naturali e perciò inconfutabili e incontrastabili, alle quali non è legittimo opporre un’alternativa.

Allo stesso modo gli stretti vincoli tra ricerca speculativa e applicazione profittevole sono gli stessi per i quali Schumpeter  o Keynes devono obbligatoriamente piegarsi agli algoritmi della realistica austerità interpretati dai “ragiunatt” bocconiani.   

L’anatema  e il disprezzo supponente espresso con violenza nei confronti di  mette in discussione una teoria egemonizzata dai poteri politici e economici, indicati come irresponsabili, disfattisti, nel più benevole dei casi, come visionari,  si basa sulla decodificazione aberrante del concetto di competenza, assurto a “principio” che diventa insindacabile, contro gli attacchi dei dissenzienti, grazie non alla verifica degli effetti e dell’efficacia dei risultati, ma solo all’autorevolezza e al prestigio dei suoi detentori autonominatisi. E che adottano il meno scientifico degli approcci, quello dell’assertiva imposizione dell’obbedienza a un dogma e a una teoria che non lasci spazio alla discussione, all’approfondimento, all’ulteriore indagine.   

A consolazione di quelli che oggi, come è successo a me, vengono zittiti in quanto negazionisti, offro come consolazione la frase che un perseguitato mette in bocca a un altro perseguitato per eresia: “Scopo della scienza non è tanto quello di aprire le porte all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza”.  (da “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht )


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