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I signorotti dell’epidemia

sigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti storici guardano al Risorgimento come al periodo che mise le basi per la costruzione di una nazione mite, di una società migliore più equa e meno lacerata da divisioni e contrasti di classe e campanili.

Qualcuno però si dissocia nel ricordare Nino Bixio e le intemperanze cruente degli eroi garibaldini, qualcun altro rammentando le prestazioni ad Addis Abeba di Graziani, cui in forma bipartisan si sono dedicate celebrazioni marmoree, legittimato a da un telegramma del Duce del ’36:  “Autorizzo V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e della sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”, o la parte da protagonisti recitata dai fascisti nelle “azioni” condotte a Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, la concorrenza sleale  che ha mandato nei lager ebrei denunciati da connazionali feriti nel portafogli, fino ai pogrom a Torino contro i rom, le insurrezioni nel Polesine contro le invasioni di immigrate incinte.

Difficile definirla mite questa Italia del passato e pure quella che dovrebbe risorgere migliore, coesa e solidale dopo la tremenda prova dell’influenza largamente interpretata come scintilla per la riabilitazione e la redenzione.

E infatti il Renzi che di pestilenze se ne intende  quanto di storia patria, ha voluto offrirci una reminiscenza estratta dal sussidiario delle scuole che ha frequentato così svogliatamente da distruggerle per vendetta postuma tramite una riforma,  quella di un Rinascimento nato dalla Morte Nera, dimenticando non solo che l’epidemia si diffuse proprio a causa della miseria, della carestia seguita alla bancarotta provocata da un ceto di banchieri, i Bardi, i Peruzzi,  e di proprietari ferocemente sfruttatori e speculatori, ma che in quell’arcadia per letterati e artisti i poveri restavano poveri, tartassati dal fisco per contribuire a fare Firenze sempre più bella, e i signori sempre più ricchi, come se quella vitalità e quel dinamismo altro non fossero che un brulicare di vermi su un corpaccione malato.

Si sa che la lezione sempre attuale del divide et impera dei Romani, cui qualcuno attribuisce il declino della loro grandezza a causa dell’eccesso di tolleranza e integrazione dei popoli barbari conquistati, mentre per alcuni dipenderebbe dall’eccesso della pressione fiscale su patrizi e plebei, funziona soprattutto se trova terreno fertile nell’indole dei sudditi. E infatti tutti i governi dall’Unità d’Italia si sono preoccupati non fare gli italiani, di far prosperare ceti e territori a spese di altre popolazioni e altre geografie, alimentando lotte di campanili insieme all’illusione secessionista, in modo da premiare chi aveva già e far piangere e fottere chi aveva sempre meno, erogando beneficenza e carità per circoscrivere gli effetti della fame e insieme attuando repressione di briganti e straccioni secondo la politica della carota e del bastone.

Ma certo è che ha trovato terreno fertile. Basta guardare a certi umori e malumori recenti e contemporanei.

L’acqua grande a Venezia viene interpretata come l’esito del malaffare e della corruzione, che apparterrebbero all’autobiografia dei tracotanti indigeni, colpevoli di applicare prezzi esosi al caffè del Florian a Piazza San Marco, come dell’aver votato  i carnefici della Serenissima. C’è una alluvione in Calabria? E cosa vi aspettavate da zone occupate militarmente dalla ‘ndrangheta dove le fiere popolazioni partecipano del brand mafioso prestandosi a fare da manovalanza e pure con il proselitismo e l’infiltrazione di posti altrimenti sani. I terremotati del Centro Italia sono ancora, se fortunati nella riffa in piazza, nelle casette temporanee al terzo inverno? Si vede che se lo meritano, mica sono come i dinamici friulani, che si sono tirati su i paesi come prima e meglio di prima. Si vuol fare la Tav, si scavano tunnel per l’alta velocità perfino sotto Firenze, ma nel Mezzogiorno non ci sono treni né infrastrutture per i i pendolari? Ma tanto quelli mica lavorano, sono dei mangiaufo buoni a fare da comparse per i turisti con la coppola in testa, che è meglio restino a casa invece di andare in giro a sparare con la lupara.

Ovviamente il Covid 19 è diventato un’arena per il combattimento dei galli di tutte le latitudini: anche grazie al fatto che le aule parlamentari sono diventate sedi museali per celebrare la memoria della democrazia rappresentativa, che l’Esecutivo ha ottenuto in virtù dello stato di eccezione ancora più poteri di quelli reclamati con un referendum che credevamo di aver vinto, che le regioni pur avendo dimostrato la loro superfluità in materia di coordinamento e gestione della cosa pubblica, governo del territorio, pur avendo rivelato la loro funzione criminale quando disinvestendo nella sanità  e  spostando risorse sulla presunta più efficiente sanità privata, ottenendo complessivamente un saldo negativo di posti letto, capacità di trattamento, numero di addetti, osano proporsi ancora come i depositari delle mansioni e responsabilità in materia di welfare, rivendicando autonomia di spesa e di legge.

Così a un De Luca che vuol chiudere le frontiere agli untori, corrisponde un Piemonte che si vanta di cavarsela da loro, rifiutando l’apporto di personale sanitarie extraregionale,  l’alta concentrazione di decessi nelle regioni più industrializzate e in particolare in Lombardia consente la rivalsa di maggiori aiuti e superiore considerazione da tradursi in più elevato grado di libertà dalle disposizioni del governo centrale.

Quanto al compiersi in tutta Italia dei delitti perpetrarti nei confronti degli ospiti e del personale delle strutture di accoglienza per anziani e disabili viene motivata come il verificarsi di inspiegabili focolai sfuggiti all’occhiuto controllo delle autorità o invece come l’effetto della presenza di criminali “portatori” venuti dal Nord. Quando si tratta semplicemente della non certo inattesa conversione in emergenza di un costume a carattere nazionale che prevede il conferimento dei soggetti non produttivi, inutili e parassitari per il sistema, in depositi temporanei con caratteristiche al di sotto di qualsiasi standard di civiltà e dignità, quelle riservate anche agli animali degli ex zoo diventati bioparchi.

Ora è vero che se i dati sulla mortalità della Lombardia si fossero registrati  in una qualsiasi regione del Mezzogiorno  sarebbe stato in tempo reale invocato e esercitato il commissariamento, mentre al contrario la Giunta avoca a sé una autorità speciale determinando date e modi dello stato di eccezione, continuando a mascherare  la spinta separatista con l’alibi “oggettivo” dell’emergenza sanitaria,  ma è altrettanto vero che da parte di tutti gli altri governi regionali è in atto una accelerazione alla bio-devoluzione armata in modo da dettare legge su riaperture e chiusure a tempo indefinito, calendario della ripartenza delle attività produttive e della clausura perenne per gli anziani, marketing dei brand della pandemia, mascherine, dispositivi e vaccini.

Intanto il governo scende in campo con lo stato maggiore delle task force, impegnate sul fronte del desiderabile affarismo della ricostruzione, con tanto di test psico-attitudinali per il consolidamento dello status di galeotti nel domicilio coatto nazionale di Oceania, a cura delle  varie task force appendici delle autorità imperiali da Bilderberg, alla famigliola felice, equa e solidale dei Gates, dalle agenzie dell’Onu a quelle di rating, dalle organizzazioni sanitarie a quelle che operano per la salute e il decoro dell’ordoliberismo.

E in mezzo come vasi di coccio ci siamo noi, più colpevoli che vittime, per averli votati, supportati o sopportati. Ormai non più solo vae victis, guai anche ai sani.

 

 


La Peste

Danza-macabraAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non si sa quando la “morte nera” cominciò ad aggirarsi con la falce luccicante in giro per l’Europa: pare che a portarla fosse stata una nave di mercanti genovesi scampati da Caffa in Crimea quando la città fu occupata dai Tartari. Era stato probabilmente quel bastimento carico di pellicce tarmate e sorci pulciosi a recare il tremendo flagello a Messina nell’ottobre del 1347 e di là a Tunisi, da dove si diffuse nell’Africa settentrionale e da lì, attraverso la Penisola iberica e le isole del Mediterraneo, in tutta l’Europa.

La chiamarono peste da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”. Tra il 1347 e il 1350 l’epidemia uccise da un terzo a metà della popolazione europea,  tra i venti e i venticinque milioni di persone e più. A Firenze, dove in pochi potevano trovare riparo sulle colline, magari nella Villa Paradiso di Niccolò Alberti dove Boccaccio riunisce sette giovani dame e i loro tre cavalieri, la popolazione scese da 75 mila abitanti e 45 mila. E a Venezia nei diciotto mesi dell’infuriare del morbo morirono, secondo i dati dei censimenti della Serenissima negli anni  1347-1349 la città perse  i tre quinti dei veneziani.

La grande strage era stata preceduta da vari fenomeni che fecero pensare a una maledizione o a una punizione divina: condizioni climatiche avverse che avevano fermato le produzioni agricole, carestie: la gente non aveva di che sfamarsi e, indebolita, fu più esposta al contagio. La  recessione colpì anche le grandi banche fiorentine trascinando i Bardi e i Peruzzi nella bancarotta  che aveva avuto origine, pare, dall’insolvenza della casa regnante inglese.

Erano altri tempi e contro una certa storiografia Braudel racconta che poi, dopo quelle emergenze, l’Italia rifiorì e riconquistò il suo primato per tutto quello che è stato definito il Secondo Rinascimento, dimostrando quindi una volta di più che le epidemie e le crisi sono ricorrenti, ma lo è meno la rinascita.

Ancora più dei testi di storia sarebbe da rileggere un grande romanzo del ‘900, la Peste appunto, di Albert Camus, che narra  di un terribile flagello che si abbatte su Orano, cominciato con una  moria di topi che vengono trovati morti a migliaia a ogni angolo della città, nell’indifferenza di tutti.  Ma  è solo la prima avvisaglia di quello che aspetta la città, chiusa da un cordone sanitario per circoscrivere la sua violenza devastatrice e dove gli abitanti reagiscono chi barricandosi in casa e chi invece dedicandosi a piaceri e trasgressioni prima proibite come per un presagio di morte e chi speculando sulla catastrofe. Quando infine si trova la cura, il sollievo fa dimenticare la tragedia, la città  è in festa, solo qualcuno,  inascoltato, si rivolge alle autorità per ribadire la necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

E infatti, per tornare dal romanzo alla cronaca del passato, le epidemie si riaccendono: a Venezia nel    1423 una nuova virulenza miete  40 vittime al giorno, tanto da convincere il Senato decimato (50 famiglia patrizie furono sterminate dal morbo) a chiudere la città agli stranieri provenienti da zone “a rischio” e a destinare un’isola a luogo di isolamento con la costruzione di un ospedale permanente, il Lazzaretto.

Eccellentissimo monsieur d’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune”. A scrivere è Alvise Zen, passato alla storia come il “medico della peste”, che si rivolge a un amico qualche anno dopo la nuova epidemia che decima la popolazione di Venezia in due ondate successive, nel 1575 e nel 1630. …Nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato….. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come “pizzegamorti” o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici…. Indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…..Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Per le strade cresceva l’erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell’università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l’esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calato su Venezia”.

Nel 1500 il numero dei veneziani  ammontava a circa 120.000 abitanti, nei settant’anni che seguirono, la popolazione urbana aumentò fino 190.000 abitanti, finchè  due pestilenze, quella del 1575-1577 e quella del 1630-1631 ridusse di più di un terzo la comunità veneziana.

Non occorre ricorrere all’allegoria di Camus che verso la conclusione  descrive il ritrovarsi  delle coppie separate dalla quarantena: “Queste coppie estatiche, strettamente unite ed avare di parole, affermavano in mezzo al tumulto, col trionfo e l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo. Negavano tranquillamente e contro ogni evidenza che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana (…) negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca di un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno”, e meno che mai a XFiles  per avere conferma che la peste c’è fuori  e dentro di noi, che è la malattia del vivere il cui microbo non guarisce se non lo preveniamo e curiamo e comunque non è mai detto che sia debellato.

Perchè è quella combinazione di indifferenza e indolenza che ci fa preferire non vedere e non sapere che siamo esposti, potenziali vittime, con una differenza rispetto alla concezione manzoniana che la interpretava come una livella che faceva giustizia “superiore” in un mondo diviso che guarda ai poveri come sottodotati di “personalità morale profonda” e di autocoscienza dell’oppressione, dove  la morte nera abbatteva ricchi e straccioni.

Mentre invece la contemporanea catastrofe progressiva con il corredo di intimidazioni, ricatti, paure alimentate ad arte, guerre convenzionali remote e quelle interne contro altri Terzi Mondi, continua a stringere un cordone sanitario a protezione di chi ha e pretende di avere sempre di più, delle sue fortezze chiuse nel timore che la plebaglia, i barbari affamati e incolleriti abbattano le porte e facciano irruzione calpestando i tappeti pregiati, spaccando gli specchi e le cristallerie, riprendendosi quello che è stato loro sottratto, erigendo Colonne Infami contro untori, streghe, ribelli.

E non è una peste al rallentatore, a bassa intensità quella che accende di tanto in tanto focolai di virulenza, ma che ha via via decimato la popolazione veneziana dai 175 mila degli anni ’50 dello scorso secolo ai meno di 53 mila di oggi?

Non è un morbo fatale quello che ci ha imposto la fine della possibilità anche di immaginare qualcosa di diverso dall’oggi e qui, dove ci si vuol dimostrare che ogni pressione e repressione, ognuna delle sette piaghe è incontrastabile e irreversibile e siamo condannati a sopportare il futuro che hanno disegnato per noi e contro di noi? E che non ci resta che chiuderci in casa, evitare i contatti, la vicinanza  con gli altri che potrebbero  preludere a compassione e solidarietà, per obbedire a regole, quelle dell’economia, del mercato e della finanza che sono diventate leggi di natura fatali in un mondo che sta rotolando verso la catastrofe ambientale?

Sicchè l’unica soluzione è l’isolamento, la limitazione dei diritti di circolare, pensare, esprimersi,  per dare forma al nuovo ordine sociale nel quale solo l’assoggettamento garantisce la salvezza perché fa da vaccino contro la libertà e permette, come compensazione, di saccheggiare il supermercato e salire sul tetto come cecchini per sparare ai passanti, potenziali untori.

 

 

 

 

 


Venezia, morti di turismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inutile chiedersi perché  ci immalinconissero quasi come una umiliazione collettiva quando apparvero anni fa a propagandare quelle nefande rivisitazioni vivaldiane tramite sintetizzatori e pianole elettroniche promosse addirittura a colonna sonora di Regate Storiche,  trasmesse a elevatissimi decibel per il godimenti dei mordiefuggi.

È che quei ragazzi messi  a patire il freddo in abiti di broccato, polpe  e crinoline a distribuire dépliant cercando clienti agli angoli delle strade, quelle desolate immaginette goldoniane  stavano proiettandoci il trailer sinistro del destino di una città che non aveva per fortuna voluto l’Expo del 2000 per trasformarsi in una squallida esposizione permanente, in uno di quei parchi a tema che retrocedono a  scenari e quinte   di cartapesta facciate e sfilate di palazzi  monumentali,  dove circolano quelli che erano gli abitanti ridotti ad umiliate comparse e avviliti figuranti in velluti  tarmati e lisi, in uno di quegli outlet della memoria e dell’immaginario, in uno di quei centri commerciali della cultura e dell’arte, senza più residenti ma solo inservienti e clienti.

È per denunciare questa trasformazione aberrante di Venezia, che venerdì veneziani di tutte le età hanno scelto in pieno Carnevale non un travestimento ma una maschera simbolica, quelle macchie nere su fondo bianco di un animale in via di estinzione minacciato a braccato  dalla violenta potenza del profitto e dello sfruttamento, sotto forma di interventi speculativi, di opere pesanti e rischiose, della mercificazione di paesaggio, cultura e storia convertiti in prodotti di consumo, proprio come le emozioni negate a cittadini di territori invasi, divorati e esauriti da invadenza e logorio, ma anche i visitatori resi passivi utenti di un rituale sempre uguale: arrivare, parcheggiare, comprare il biglietto, girare per il luna park e sostare per brevi istanti, quelli di un selfie, davanti alle attraction imposte dalla liturgia turistica, finalmente tornare alle auto, ai pullman. Insomma alla loro realtà.

Il fatto è che città come Venezia che hanno creduto di vivere di turismo, di turismo muoiono.  Anche prima di quello che potrebbe rivendicare di essere il peggior sindaco,  quello che vuole fare un nuovo porto offshore per le navi oceaniche, quello che pensa a una nuova Marghera con nel “waterfront grattacieli fino a cento metri con terziario e residenziale, tanti quanti ne vorranno i costruttori, alle spalle una zona industriale, sui canali la logistica”, quello che ha venduto l’aeroporto del Lido a 26 mila euro e ha privatizzato il Giardino di Papadopoli, solo per fare qualche esempio, anche prima con amministratori superboni e remoti, con altri esplicitamente ammanigliati, con commissari inutilmente autoritari, le invasioni turistiche ormai non più stagionali soffocavano la città.

Ma nel tempo l’allarme è stato addomesticato ad arte. Nell’88 uno studio condotto dall’Università di Ca’ Foscari e in particolare da Paolo Costa aveva fissato a 20.750 il numero di turisti “sostenibili”.

Poi Costa è diventato sindaco e dopo ancora presidente di quell’Autorità Portuale (ora torna nelle vesti di consulente influente del sindaco Brugnaro, come dire uno Schettino al management pubblico) che ha scelto come mission la promozione euforica delle crociere con categorico e doveroso passaggio in Bacino e ha rimosso il monito a conclusione del suo studio: troppo oltre quei 20.750 turisti, Venezia potrebbe non sopravvivere in quanto comunità urbana.

Così risale al 2009 una successiva analisi, considerata più “realistica”, commissionata dal Comune a un ente  che gli appartiene,  ha fornito sulla base di un modello matematico il dato della capienza massima della città: centocinquantamila persone. Tante sarebbe in grado di reggerne – fisicamente – Venezia,  tante ne possono   «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Oltre  il sistema  urbano collassa, diventa ingestibile. E aveva predisposto uno studio sui flussi cui per anni in troppi si sono riferiti, indicando in 21,5 milioni l’anno il numero di visitatori con una media di 59.189 giornalieri, secondo dati ricavati dai servizi di trasporto incrociati con quelli delle presenze alberghiere. Già c’era poco da crederci. Ma pensiamo a cosa è successo con il boom del turismo da crociera e alla sua incidenza se il report del Comune sul 2015 parla di 25 milioni di presenze “stimate” e se perfino l’inappropriato ministro “competente” Franceschini si è detto preoccupato dalla notizia che hanno gravitato nell’area Marciana di Piazza San Marco 27 milioni di persone.

È che è difficile una contabilità di passaggi, soste, pernottamenti  tra quelli che come marionette vengono trascinati per calli e campi e quelli che invece possono appartarsi nelle piscine del Cipriani, quelli che sfuggono a ogni controllo perché la crisi ha creato una economia sommersa di B&B e case vacanze, quelli che vengono vomitati per poche ore dai pullman e quelli che scendono per pochi minuto dai mostri marini, giusto il tempo per una foto e per sfiorare i pochi indigeni ormai molesti.

Ma comunque sono troppi. Sono troppi per una città così speciale e fragile e sono troppi perché la loro pressione è il segno del successo del disegno di cacciata dei residenti, della strategia di commercializzazione della città, di svendita del suo patrimonio monumentale e abitativo, di conversione delle sue botteghe e attività artigianali nei santuari del mercato, mall uguali qui come a Dubai, dell’espulsione di uffici pubblici diventati superflui, del rincaro di affitti e servizi promosso per favorire l’esodo, dell’espropriazione e alienazione anche dell’anima di una città che ha rappresentato un miracolo urbanistico, un prodigio di convivenza, un miracolo di mecenatismo e incoraggiamento di arti e mestieri.

Se non ci ribelleremo nulla verrà fatto per sospendere questo processo involutivo, che ci riguarda tutti non solo perché nell’immaginario Venezia è un bene comune, ma anche perché è un laboratorio osceno del destino che aspetta tutto il paese, con i paesi e i borghi investiti dal sisma condannati a svuotarsi per diventare anche quelli mete del turismo religioso, con la Sardegna svenduta agli sceiccati, con il Mezzogiorno abbandonato in modo che diventi merce deteriorata offerta a predoni variamente criminali, con Milano offerta a imprenditori intenti a svuotarla per convertirla in un grande centro direzionale di una economia immateriale e improduttiva. Le misure ci sarebbero: limiti alle presenze, controllo degli accessi e indirizzamento dei flussi,  decremento del turismo dei corsari delle crociere, vigilanza sulle forme illegali di ospitalità. Ma non bastano di certo se i veneziani non potranno riappropriarsi della loro città, ritrovare una vocazione che non sia solo quella servile di affittacamere e di ingordi quanto miserabili profitti, se non premieranno amministratori che vogliano sottrarsi agli imperativi padronali, ai gioghi del pareggio di bilancio, ai ricatti delle lobby.

Bene hanno fatto quelli dell’associazione ‘Veneziamiofuturo’ a scegliere il sagrato della Salute, la chiesa innalzata per celebrare la fine della tremenda epidemia. Oggi sono solo 54.600 i residenti nei sestieri, molti meno dei sopravvissuti alla peste del 1630 quando ci volle un secolo per tornare ai livelli di prima del terribile contagio, e pari al numero di quelli che sfuggirono alla falcidia  del 1348. Ma si vede che si trattava di flagelli meno cruenti.

 


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