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Europazzi

2 eAnna Lombroso per il Simplicissimus

La quotidiana pratica di umiliazione di cittadini ed elettori ha trovato il suo vertice in questa campagna elettorale nella quale l’Europa è stata un nome accompagnato da un più, da un “altra”, poco meno di un fantasma intimidatorio che si aggira nei territori nazionali in modo da avvilire  qualsiasi critica e opposizione ai comandi dell’Ue,  catalogandole come  razziste, neofasciste, xenofobe, sessiste, espressioni insomma del governo vigente che è arrivato come un fulmine inatteso a squarciare l’atmosfera solare, pacifica e limpida del “prima”.

Ci sarebbe quasi da compiacersi per l’inusuale pudore delle liste in lizza che non hanno nemmeno tentato di nascondere la portata “locale” della sfida, se non fosse sicuro che in caso di disillusioni e punizioni, anche quei risultati sarebbero immediatamente retrocessi a dati non significativi e decodificati in modo strumentale per non dire aberrante, fino a ipotizzare selezioni dei target degli aventi diritto in modo da scremare all’origine i più meritevoli.

Ma non c’è da stupirsi, si tratta di un male comune in questa “confederazione” di stati che, lo dice il nome stesso, avrebbero dovuto trovare una temporanea o permanente unità di intenti  per la comune difesa dei partner, regolata in base a norme di diritto internazionale, ma che fin dalla fase della sperimentazione in provetta ha imposto la doverosa cessione di sovranità in forma disuguale e iniqua a formare un super-sovranismo tenuto non sempre saldamente in due o tre mani di ceti dominanti che rinunciano a qualsiasi progetto nazionale che non si ponga l’obiettivo di generare una classe sottosviluppata, impoverita e dunque subalterna.

Ed è un prodotto esemplare di questa visione proprio quel Parlamento per il quale si vota domani, nato come organo puramente consultivo che solo nel 1999 ha visto rafforzare i suoi poteri ma che tuttora non possiede potere di iniziativa legislativa, che spetta invece alla Commissione. Mentre di fatto la “Legge Primaria” in Europa restano i Trattati, Maastricht, Lisbona, o il Fiscal Compact, ridicolizzando la partecipazione e rappresentatività dei cittadini elettori  e che  nessun partito e movimento nazionale o transnazionale ha la forza e la volontà di impugnare per contrastare le politiche neo-liberiste e la soggezione alla Nato e ai suoi fantocci,  a cominciare dal fascista e sfascita Salvini, che fascista è, che porta in piazza i suoi sovranisti per far contare i voti che porterà dopo domenica a alleati più compiacenti, antisovranisti a casa e sovrasovranisti a Bruxelles e Stasburgo, gli stessi che lo hanno più che sottovalutato, blandito, vezzeggiato, fatto crescere, perché è meglio un cagnaccio che abbaia ma sta nel canile a guardia dello stesso padrone.

Così officiata la solita liturgia e fatti i doverosi scongiuri e esorcismi contro il riaffiorare delle oscene pulsioni scaturite a sorpresa da chissà dove, ci viene somministrata la solita balla stratosferica sulla necessità di votare per la galera che applica la ricetta fallimentare dell’austerità per combattere la povertà che produce, di sostenere la fortezza che ci rimprovera per la cattiva accoglienza ai migranti che provoca in prima linea in guerre coloniali, di dare appoggio all’entità che ostacola e riduce le democrazie colpevoli di nascere da lotte di liberazione per salvare la democrazia dalle destre che nutre e alimenta, per gli sbirri della sicurezza secondo i comandamenti dell’ ordoliberismo  comunitario per tutelarci da quelli indigeni mandati a menare chi non abbraccia l’ideologia e le opere del totalitarismo mercantile, economico e finanziario, compresi i giornalisti scambiati per antifascisti che potrebbero disturbare mercati e la roulette del casinò globale protetta dai croupier del rating e dello spread.

A guardarsi intorno non c’è da fidarsi proprio di nessuno, non certo di un Salvini che ha imparato a cambiare felpa a seconda degli interlocutori del suo latrare grazie al frullato di populismo, sovranismo e neoliberismo, o dei 5stelle che hanno scoperto un realistico moderatismo democristiano la cui parola d’ordine ormai è “vorremmo ma non possiamo”, preoccupati delle intemperanze dello scomodo alleato quanto delle minacce di quella che si continua a chiamare troika che potrebbe metterci ginocchioni sui ceci se avanziamo legittime rivendicazioni, nemmeno a parlarne di quelli che con la loro presenza simbolica e purtroppo già collaudata l’Europa pensano di riformarla, mettendo un po’ di strofe di Bella Ciao, ormai sdoganata in chiesa e in piazza, non certo dell’Internazionale, come controcanto alla ferocia degli inni della guerra di classe alla rovescia.

Siamo oggetto di appelli al voto “comunque”, della implacabile offerta imperdibile del peggio (Pd e Fi),  conosciuto e purtroppo provato e non solo rispetto al peggio cominciato da poco, più maleducato, ma soprattutto nell’ipotesi indesiderabile per l’establishment di un meglio che ancora non sappiamo e che dovremmo farci noi, non stando più a ascoltare le loro sirene, mica solo quelle europee, piuttosto quelle delle ambulanze per il malato già morto.

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Benedetto Pasolini…

Polizisten gehen am 30.04.1968 vor dem Justizgeb‰ude in Rom massiv gegen...Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 50 da quando Pasolini pubblicò la sua provocazione: quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Come successe molte volte, fu profetico  perché oggi è probabile che giovani disoccupati che vengono dai bassi sulle cloache; o dagli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, si trovino a scegliere tra malavita e vita da sbirri, esistenze difficile, parimenti a rischio, soggette a paura, ricatti, intimidazioni.

Fu profetico,  ma non fu bravo storico, perché l’irruenza della difesa dei figli di poveri, che vengono da periferie, contadine o urbane che siano, gli fa dimenticare come fossero stati mandati dal dopoguerra in poi in battaglie feroci non solo contro i figli di papà, ma contro i loro padri, fratelli, amici, uguali per sfruttamento, soggezione e rabbia.  E se da allora molto è cambiato, nessuno oggi può dire di non sapere che i ragazzi contro i quali alzeranno gli scudi antisommossa o invece quelli cui vendono la cartina di veleno sono la loro immagine speculare, abbiano gli stessi occhi cattivi,  siano altrettanto paurosi, incerti, disperati  e non più sicuri nella loro cuccia piccoloborghese ormai degradata a sottoproletaria, figli della stessa classe e della stessa triste disperazione senza domani.

Nelle “Istruzioni pei funzionari di pubblica sicurezza”, del 1867 quando era ministro dell’Interno, Bettino Ricasoli sottolineava che  un buon poliziotto deve saper “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali…perchè non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi di interesse generale”.

Ma 100 anni dopo, in barba a quegli insegnamenti, in quei vent’anni dall’insediamento di Scelba sulla poltrona del Viminale, in quei diciotto anni dalla repressione di Tambroni, non si contano le violenze contro le manifestazioni di piazza dei lavoratori, contro gli operai in sciopero. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che durante le gestione di Scelba al Ministero degli Interni, gli scontri lasciarono sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Gli scontri di Genova (la storia si ripete),una città che nel 1960 soffre in una grave crisi economica per via della chiusura di diverse industria, tra cui l’Ansaldo dove la scelta di tenervi il congresso del Movimento Sociale  viene dettata provocatoriamente dalla volontà di dar vita a un braccio di ferro, hanno un tremendo effetto a cascata: a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria vedranno un morto e 24 feriti,  a Roma durante una manifestazione presso la Porta San Paolo i reparti a cavallo della polizia caricano violentemente i manifestanti, il 7 luglio una manifestazione sindacale a Reggio Emilia finisce in tragedia quando la polizia e i carabinieri sparano sulla folla in rivolta, provocando 5 morti. A Palermo in nuovi scontri si registrano due morti e 36 feriti da arma da fuoco.

Le cariche delle forze dell’ordine non sono dirette solo contro le proteste operaie: nelle lotte per la riforma agraria, è stato calcolato che  «i contadini denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multe».

Proprio nel ’68 a Avola contro i braccianti che hanno incrociato le braccia e abbandonato gli aranceti dilagando lungo le stradi provinciali accorre la polizia con nove camionette e una novantina di uomini armati di mitra, bombe lacrimogene, elmetti d’acciaio. Dopo una battaglia a colpi di lacrimogeni, i poliziotti cominciano a sparare. Le file dei braccianti indietreggiano, la polizia rimane padrona del campo: a terra rimangono due lavoratori uccisi dai proiettili e una trentina di feriti. A Battipaglia nel 1969 nel corso dello sciopero contro la minacciata chiusura della fabbrica, le operaie sono attaccate dalla polizia. Due persone restano uccise, un giovane tipografo colpito alla testa da un proiettile sparato da agenti di P.S. che morirà un’ora dopo all’ospedale e un’insegnante anche lei colpita da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa propria.

Si smentivano così i fasti del boom, perché quando dopo l’inebriante sbornia della ricostruzione, che non investì lo Stato e le istituzioni come avrebbe dovuto, la contestazione viene nuovamente interpretata come un segnale eversivo, la richiesta di riconoscimento di diritti e garanzie come illegittima rivalsa nei confronti di governi e classe imprenditoriale intenti a regalare al Paese un immeritato benessere, purché costituito nell’ordine e nella disciplina. Valori che la lotta al terrorismo ripristinano, quando l’impegno di contrasto alla oscura strategia della tensione, certamente con minore mobilitazione per quanto riguarda le stragi nere, richiede spirito si servizio unitario di istituzioni, corpi dello Stato, partiti chiamati a emarginare e deplorare i compagni che sbagliano, a mettere in campo misure di autodisciplina.

Ma qualcosa si stava muovendo comunque, lo Statuto dei lavoratori aveva assunto un formidabile significato anche simbolico, sancendo prerogative indiscutibili che lo Stato e le istituzioni erano chiamate a tutelare, via via aveva preso avvio il processo di sindacalizzazione della Polizia che segna il periodo della parziale riforma democratica sancita dalla legge 121 del 1981, dando vita alla Polizia di Stato. Perfino nella capitale dell’impero dell’auto si sa di questori e funzionari che si sottraggono ai ricatti della Fiat, che aveva costituito una sua milizia privata operante in fabbrica ma anche fuori; in molte città investite dall’autunno caldo e poi dalle prime lotte di territorio per la casa e per i servizi, si sa di dirigenti di polizia che scelgono la via della trattativa e del dialogo, in situazioni di tensione. Si fanno strada opinioni e interpretazioni della “missione” di custodia dell’ordine in contrasto con la sua privatizzazione o militarizzazione, contestando anche le inopportune deleghe che si cerca di attribuire alle polizie municipali in aiuto a sindaci sceriffi e nuovi podestà.

Non si erano fatti i conti con il vento che tirava dai regni carolingi, quell’ordoliberismo che doveva  trasmettere i valori della competizione dalla sfera economica a quella sociale, nel quale lo Stato espropriato di poteri deve comunque assolvere a un ruolo di forza “togliendo” la politica dalle relazioni sociali e economiche per permettere al libero mercato di esprimersi e esercitando una funzione repressiva con l’ausilio di istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), e di rappresentanze di interessi particolari – imprese, sindacati, lobby. Ed è simbolico il caso del G8 di Genova, quando divenne necessario dimostrare ai grandi convenuti l’immagine di una città e di un Paese soggetto alle regole imperiali,  strade pulite e niente panni stesi alle finestre proprio come durante la visita dell’Alleato a Roma il 6 maggio del’38.

Per questo non c’è da stare tranquilli: questa idea non nuova di ordine sociale non viene esercitata interamente dall’alto, ha occupato e infiltrato i tessuti connettivi della società. Nei ranghi delle forze di polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione anche se dovremmo volerne di meno rispetto alla funzione cui sono chiamati, anche loro ricattati e intimoriti contro altri ricattati e intimoriti, anche loro costretti o persuasi ai comandi.  Anche loro sono oggetto della continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti o fabbricate ad arte da un ampio arco di forze come dimostrano i “disordini” del Primo Maggio a Torino, quando la pubblica sicurezza è stata convocata a dar  man forte alle “ragioni” dei progressisti e dei riformisti che volevano il palco per sé, per urlare con l’altoparlante le ragioni della Tav, che hanno prodotto il Jobs Act e la Buona Scuola e la Legge della conterranea Fornero,  che hanno visto come un modello da rafforzare poi con qualche innesto sgangherato e smodato il sistema repressivo di Minniti, pensato per criminalizzare gli “altri”, quelli che si vorrebbero invisibili, immigrati e non, per punire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, facendo dei poliziotti i lavoratori usurati addetti alla segregazione, all’emarginazione, alla difesa del decoro.

Ci hanno voluto persuadere che la sicurezza altro non sia che la legittimazione della paura, la difesa personale dalle minacce, la prevaricazione come salvaguardia di beni e garanzie, un diritto da esercitare contro gli altri per difendere i propri, che probabilmente è preferibile delegare a corpi speciali, gestiti direttamente dai poteri economici che così ci garantiscono quel benessere minacciato da chi persevera nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza, sperando che tra questi ci sia qualcuno che non si arrende alla condanna di essere sbirro in concorrenza con altri sbirri più feroci e meglio pagati, sotto forma di contractors  e mercenari.

 

 


Favole spagnole

kisspng-don-quixote-sancho-panza-museu-picasso-painting-dr-5af51d75cae3e1.9625411015260133018311L’energia non si consuma, da qualche parte finisce e in Spagna come del resto altrove, quella che una volta serviva ad alimentare il motore della politica, oggi si limita a creare nuove geometrie e dislocazioni elettorali il cui senso è estremamente limitato vista l’assenza di politica di bilancio: i Paesi della Ue devono pagare il conto che impone Bruxelles e hanno facoltà di intervento solo sulla mancia sociale da lasciare sul tavolo, ovvero su cifre marginali. Se a questo si aggiunge il fatto cHe una consistente parte dell’economia spagnola, dal turismo alla produzione automobilistica è legata alla Germania, ovvero alla protagonista della politica comunitaria si vede che non c’è molto da scegliere. Infatti Podemos scende in favore dei socialisti e della sinistra catalana, il Partito popolare crolla in favore di Ciudadanos e di Vox (espresssione del teapartismo in salsa cattolica)  e tutto rimane come prima. Possiamo anche cedere al fascino delle etichette e dire che la sinistra ha vinto come fanno gli ultimi illusi nei loro fortilizi, oppure possiamo delirare come Repubblica all’ultimo stadio sulla sconfitta del populismo (chi sono poi questi populisti?)  ma tutto dipende dal sistema di riferimento che prendiamo per dare un senso a queste etichette politiche: in ogni caso il partito socialista oggi al governo si trova a essere ancor più precario di prima e paradossalmente a dipendere ancora più di prima dai separatisti catalani e baschi.

Queste formazioni politiche sono quelle che oggi possono decidere tra sinistra e destra e non a caso questo loro essere ago della bilancia deriva dal fatto di essere più sganciate rispetto alla governance europea e dunque di esprimere una qualche reale opposizione al dettato neoliberista assunto come fondativo da parte di tutti gli altri: infatti dopo tre elezioni politiche in 3 anni e la drammatica vicenda catalana il calcolo totale dei dadi è rimasto più o meno lo stesso e di certo non è un caso se gran parte della campagna elettorale si sia svolta sui temi dell’identità di genere e sia andata dunque per la tangente. D’altro canto è anche vero che proprio i separatismi sono stati in qualche modo la reale forza alternativa all’esperimento di implementazione neoliberista che ha vissuto la Spagna dopo la caduta del franchismo e che ha avuto un consenso generale fino all’esplosione del movimento 15 marzo nel 2011. Si trattava di un Paese ideale da molti punti di vista: uscito da una dittatura instaurata grazie all’appoggio di Mussolini e di Hitler, ma che era sopravvissuta alla guerra grazie alla sua neutralità e alla marginalità continentale nella quale era stata costretta, essa ha recuperato in pochi anni il tempo perduto, diventando una sorta di modello anticipatore nel quale i partiti comunisti diventavano socialdemocratici, quelli socialisti liberali, mentre la destra covava il suo revanscismo catto reazioneario nella cenere o in attesa di un colpo di stato militare che in effetti fu tentato 5 anni dopo la morte del dittatore. Il golpe in realtà fu sconfitto prima ancora che dal Re, inizialmente molto incerto, dal  discorso contro i militari rivolto a tutta la nazione del presidente della Generalità di Catalogna Jordi Pujol e dalla mobilitazione dei Paesi Baschi.

Oggi sappiamo che gli Usa e la presidenza Reagan erano informati delle intenzioni dei golpisti tramite il generale Armada che aveva parlato con Washington (e con il Vaticano), lasciando spazio ad un’ipotesi se non di appoggio, comunque di non ostilità verso il colpo di mano, cosa peraltro in qualche modo confermata sia dalle mosse della Usa Navy nei giorni precedenti il tentativo di colpo di stato, sia dal rifiuto degli Usa di  condannare l’assalto al Parlamento da parte del colonnello Tejero con il pretesto che “l’assalto al Congresso dei deputati era una questione interna degli spagnoli“. Ma insomma da quel momento in poi la storia politica spagnola si è svolta su un delicato contrasto tra  evoluzione e involuzione. E anche dopo il movimento degli indignados del 2011 tutto si è svolto ancora dentro questo contesto: basti pensare alla nascita di Podemos, la cui linea inizialmente “gramsciana” ispirata alla rivoluzione passiva si è ben presto risolta in immobilismo attivo.  Dunque ancora nulla di nuovo e tanto meno di decisivo: la Spagna rimane saldamente ancorata al suo dramma.


Sicurezza, cronache dal caos

mc Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Assemblea capitolina ha approvato con 28 voti favorevoli (M5S, Pd e Si) e 3 contrari (Fdi) una mozione a firma M5S in Campidoglio per contrastare gli “effetti devastanti” che il dl Sicurezza potrebbe avere su Roma. il documento a firma della presidente della commissione Politiche sociali di Roma Capitale, Agnese Catini (M5S), impegna la sindaca Virginia Raggi e la Giunta a “chiedere al ministro dell’Interno e al Governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le citta’ italiane, al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori” e contiene anche l’impegno per la sindaca “ad approntare tutti gli atti necessari a mitigare gli effetti in termini di diritti sia per i cittadini sia per le persone accolte” e, inoltre, “a incrementare le politiche di accoglienza ed inclusione sociale realizzate da Roma Capitale con particolare attenzione alle fragilità”.

In controtendenza con il passato, non si ha notizia di condanne sommarie, purghe e espulsioni. Segno questo che va accolto positivamente come un sia pure tardivo e non universalmente condiviso affrancamento dall’esuberante alleato di governo. E se è vero che  Luigi Di Maio a conoscenza della congiura  pur avendo espresso le sue riserve, non avrebbe fatto nulla per fermare l’atto di insubordinazione  lo si può intendere come  un adattamento del Movimento a regole tacite ma da sempre vigenti nell’esercizio politico.

E’ che chi cambia gabbana, chi, a seconda di come tira il vento si arrampica su qualche nuovo carro  prima disprezzato, ma anche chi, pur restando in seno a organizzazioni, ne critica progetto, azioni e alleati, viene guardato non più con biasimo, macché. Viene invece riverito  perché caute infrazioni alla linea di rivelano  vantaggiose, viene coltivato come una buona pianta dalla formazione nella quale milita, perché c’è la certezza che la sua presenza aiuti e aiuterà in futuro a legittimare nequizie dei vertici e acquiescenza della base, a fare da ponte con target esterni che non aspettano altro che farsi traghettare grazie a loro, sentendosi a posto con la coscienza, perché c’è pur sempre un Fico a fare da foglia,  un Cuperlo a confezionare delicate ricette con una punta di acido, una  di dolce e una di croccante in modo da far digerire qualsiasi piatto avvelenato.

Certe minoranze funzionali, certi entristi che si somministrano con oculata prudenza, sono trattati come orchidee in serra. L’hanno capito quelli che avendo ereditato senza merito un’azienda hanno deciso che era finito il tempo di emarginare ed espellere pungenti cactus, che era più conveniente e consono con la decisione di darsi alla realpolitik piuttosto che alla politica, a dimostrazione che anche insofferenza  e rifiuto sono emozioni sorpassate, proprio come le idee sacrificate in nome della  doverosa morte delle ideologie, e che è preferibile nutrire qualche utile contraddittore, qualche volubile, fruttuoso di consensi raccolti tra chi cerca un riferimento per dare  autorevolezza alla sua mancanza di ideali o al suo eccesso di aspirazioni non sempre nobili.

Va di moda insomma, in assenza di ragioni e idee, mostrare di possedere molte anime meglio se in apparente conflitto tra loro, apparente perché unite dalla stessa volontà di sopravvivere, di tenersi ben collocati su poltrone e benefits irrinunciabili. In altri tempi questa molteplicità veniva chiamata pluralismo, ma obiettivi e risultati erano poi gli stessi, per la incrollabile volontà di esibire molte facce di una stessa medaglia, anzi di una stessa moneta che serviva a appagare interessi comuni, e, come oggi, a far vendere lo stesso prodotto, partito, movimento, merce fisica o intellettuale, ideale estetico,  intorno ai quali coagulare riconoscimento “liquido” con la speranza di tenerlo insieme per un po’. Per alcuni di questi organismi è più facile a fronte dalla totale dismissione di valori e l’abiura da funzioni di rappresentanza di ideali e bisogni: lo dimostra il balletto di spettri, come in certi disegni di Goya o di Tiepolo che raccontano l’esaurirsi di antiche grandezze, del Pd, ma, molto più in grande, il tramonto dell’Europa ridotta a cimitero di élite  per lasciar spazio all’unitaria cleptocrazia che ha depredato i suoi popoli di lumi, beni, democrazia.

Si tratta di una confusione che non possiede  nulla del caos della creazione, ma invece tutto del brulicare di vermi sulle carcasse. Ad agitarsi intorno si trova di tutto, fan dei gilet gialli e reduci dei forconi, veterani dell’ordoliberismo e folgorati dalla neo-austerità, predicatori della difesa della civiltà dal pericolo del meticciato e previdenzialisti che si aspettano la benefica catarsi tramite le contribuzioni degli stranieri. E in testa gli adepti del menopeggiorismo, ragionevolmente dediti al culto di concrezioni di materiali di mezza tacca che hanno dimostrato, nel migliore dei casi, di cosa sono incapaci, o, peggio, la loro inclinazione al crimine sociale, purché presentabili alle cene dei Lyons, come a quelle con Buzzi, e come a quelle di famiglia con i loro babbi ingombranti,  contro le formazioni che, non avendo avuto sufficienti testimonianze dirette degli antagonisti, più screanzati o meno avvezzi all’uso di mondo, restano avvinghiati all’illusione che sorgendo dal marasma e dalle contraddizioni si materializzino usbergo e redenzione.

Insomma niente di nuovo sotto il sole che declina tristemente sull’Occidente. Chi era convinto che per contrastare l’egemonia  del mercato occorra più stato per tutelare meglio gli interessi nazionali e per dare protezione alle vittime della globalizzazione e occorra più popolo per limitare lo strapotere di regimi al servizio della cupola imperiale, chi era  convinto che il “riformismo” abbia fallito perfino il progetto di democratizzazione dei mercati, si è accorto che il personale politico progressista, interprete della socialdemocrazia, è stato l’artefice del consolidamento del neoliberismo, il nemico in casa della lotta di classe, macchinatore del suo rovesciamento. E sa che la salvezza non verrà dal caos, né dai marziani che ci guardano riluttanti a  scendere tra noi, né dalla collera ridotta a fenomeno di ordine pubblico. E dire che basterebbe ricollocare l’Utopia, dal passato al nostro futuro, dal regno dell’impossibile alla possibilità di pensarla e realizzarla, noi.

 

 

 

 


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