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I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Il povero è negro, una lezione americana – seconda parte

qi1L’idea che l’uomo potesse derivare dalla scimmia come si diceva dopo aver mal digerito Darwin, cadde come un macigno su un mondo impegnato nello sfruttamento delle risorse materiali e del lavoro, ma se da una parte creava sconcerto e spaesamento  per l’abolizione di un Dio sempre più forzatamente immaginato come garante dell’ordine costituito, dunque delle differenze razziali e sociali, dall’altra divenne ben presto una preziosa miniera di argomentazioni e di alibi che non facevano rimpiangere il ricorso a un’istanza metafisica piuttosto logorata. Lo stesso Darwin si accorse di questo e lo sintetizzò come meglio non si sarebbe potuto fare: “Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande”. 

Infatti la colpa è grande,  ma una scienza inconsapevolmente ideologizzata, si incaricò di produrre la buona coscienza necessaria all’epoca del colonialismo e all’esplosione del capitalismo. Fin dall’epoca napoleonica la craniologia, mescolata alla fisiognomica, avevano messo le basi per ravvisare le differenze di natura tra le razze umane e le classi sociali. Un’idea sviluppata in Francia, grazie a Paul Broca (quello delle celebre e omonima area cerebrale che sovrintenderebbe gran parte dei processi linguistici)  ma poi sviluppata soprattutto in ambiente anglosassone, tanto che a metà ottocento un solo naturalista di rilievo, Alexander von Humboldt non credeva nelle differenza intellettuale fra le razze. Samuel George Morton  invece ci ha lasciato l’immortale “Crania Americana”, oltre ad altre opere del medesimo segno nella quale dimostra come i crani degli uomini bianchi anglossassoni siano i più capienti, poi vengono quelli dei tedeschi, poi nell’ordine quelli dei mediterranei, degli slavi, dei mongoli, dei semiti, dei pellerossa, dei neri e delle donne. Un’opera colossale che tuttavia è contraddetta innanzitutto dal fatto che le grandezze dei cervelli sono variabilissime anche all’interno della medesima etnia e in secondo luogo dal fatto che Morton barò in maniera scandalosa immettendo ed escludendo crani che non dimostravano la sua tesi.

In seguito con la diffusione delle teorie evoluzionistiche questo mucchio di sciocchezze fu utilizzato in maniera creativa: se non era un Dio ad aver fatto gli uomini e i cervelli diversi, l’evoluzione dimostrava che a parte la razza bianca, tutte le altre presentavano segni di atavismo ossia di maggiore vicinanza all’elemento scimmiesco: visto che l’ontogesi ricapitola la filogesi secondo la geniale idea di Haeckel, accade che neri, gialli e donne si fermano prima verso il cammino della perfezione ossia del maschio bianco e ricco, sono come degli adolescenti o bambini che non possono nemmeno pensare di auto governarsi: dunque devono sottostare ai regimi coloniali, accettare uno status inferiore o fare la calzetta. E’ appunto questa idea dell’atavismo che in un ambiente diverso, meno coinvolto nelle fasi del dominio occidentale e più interessato al gattopardismo del tradizionale notabilitato conservatore, produsse  l’idea dell’uomo delinquente di Cesare Lombroso: qui il discorso viene limitato alla deviazione della norma, all’atavismo del criminale che non può sottrarsi ai suoi istinti, che si avventa su società incolpevole e mostra questa sua natura attraverso delle stigmate anatomiche, fisiologiche, sociali ed è inutile dire che quelle anatomiche riportano in qualche modo alla scimmia. In un certo senso questa limitazione della tesi atavistica all’ambiente criminale e dunque all’interno dei gruppi etnici costituisce una forma di progresso rispetto al panorama generale, ancorché Lombroso abbia fatto scuola e il suo pensiero sia stato di volta in volta riproposto sotto forme diverse , talvolta insospettabili, come ad esempio la clamorosa sciocchezza sul gene xyy, ovvero la sindrome 47, oppure attraverso una sorta di determinismo psicologico e/o psicoanalitico ancora una volta utilizzato in Usa in senso razzista ancorché di un razzismo compassionevole.

Diciamo però che la straordinaria crescita di conoscenza scientifica dell’epoca fa apparire progressivamente le considerazioni anatomiche rozze e sommarie. Ed è in questa fase che matura l’abbandono dell’approccio medico e craniologico per provare il determinismo biologico con metodi più sofisticati i quali  sostituiscono il contenitore con il contenuto: nel 1904 Alfred Binet viene incaricato dal ministero dell’istruzione francese di sviluppare tecniche per identificare i bambini il cui insuccesso scolastico suggerisce la necessità di un aiuto supplementare negli studi: nasce così la misura del QI attraverso appositi test. Si trattava in sostanza del tentativo di separare le capacità intellettive prese di per sé e innate da quelle culturali e ambientali per aiutare i bambini e non per discriminarli. Non si sa bene se questo tipo di approccio abbia davvero un senso e un risvolto euristico, ma sta di fatto che non appena il test di Binet, che è alla base di tutti quelli odierni,  traversò l’Atlantico fu immediatamente usato per sostenere le tesi razziste e xenofobe e per dimostrare che neri, italiani, ebrei, polacchi, irlandesi erano meno intelligenti dei bianchi anglosassoni, cosa davvero difficile da credere, e che naturalmente questo livello di intelligenza era ereditario.  Le solite idiozie insomma, insomma, ma qui il passaggio è fondamentale perché la possibilità, via via sviluppata anche grazie alle prime macchine elettroniche a scheda perforata, di fare migliaia, anzi milioni di test (pensiamo solo a quelli dell’esercito istituiti in vista della seconda guerra mondiale)  fa balzare in primo piano anche la questione sociale. Ovviamente questi test in realtà non miravano all’intelligenza, ma al grado di acculturazione e di conoscenza dell’ambiente: l’atavismo viene rimaneggiato, diventa oggetto di studio di massa, si crea la parola “moron” per definire in maniera eufemistica l’idiota che è poi sempre un nero o un recente immigrato, ma anche semplicemente un rappresentante delle classi povere finendo per saldare strettamente razzismo ed esclusione sociale.

L’uomo che mise in moto questo meccanismo è stato H.H. Goddard di cui alcuni brani illustrano alla perfezione il senso del suo tentativo e della sua posizione: “Ora dobbiamo capire che ci sono vasti gruppi di uomini, operai, che sono poco al di sopra del bambino, cui deve essere detto cosa fare e mostrare come farlo; i quali, se vogliamo evitare un disastro, non devono essere collocati in posizioni in cui possano agire di loro propria iniziativa  o a loro proprio giudizio. Ci sono solo pochi che dirigono i più devono essere diretti”. Goddard scrive queste cose nel 1918 ed è fin troppo ovvio il suo sconvolgimento per la Rivoluzione d’ottobre, ma mette le basi per quella che potremmo chiamare la moderna ideologia americana e neo liberista: l’inferiorità sociale non è un prodotto delle politiche e delle istituzioni, ma deriva da un’inferiorità che oggi chiameremmo genetica e che si perpetua nei figli. La disoccupazione non è una disgrazia, ma una colpa. I timori di Darwin si sono realizzati, la vecchia bugia di Platone torna in campo, comincia a prendere forma il mondo contemporaneo.

Certo i goddadisti, i testatori di  di professione, si trovarono a mal partito quando dopo la crisi di Wall street si ritrovarono per qualche anno disoccupati e quindi imbecilli ad honorem, magari qualcuno avrà anche il tifo per il new deal, ma intanto essi hanno messo a punto un’arma preziosa per il futuro. Quello che vedremo nel prossimo post.

Fine seconda parte   

Vedi qui la prima 


Anime belle, ma con la sindrome di Rignano

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri si erano affacciati timidamente, oggi invece trionfano quelli che hanno scelto di astenersi “democraticamente” e liberamente allineati e ubbidienti agli ordini del premier e del re Giorgio I mai davvero deposto. Sono compiaciuti di aver vinto, dimenticando che il loro successi si susseguono da anni, travestiti da disillusione comprensibile, distacco sobrio e ragionato, romitaggio aventiniano, raggiunta maturità coerente con esperienze occidentali segnate da un’elegante e adulta elusione. E avevano già vinto anche quando dopo un composta  astrazione in occasione di elezioni amministrative, hanno poi deciso giocoforza di pronunciarsi per candidati che di democratico hanno solo il nome usurpato, esprimendosi in favore dell’implacabile e necessaria, a loro dire, rinuncia a una possibile alternativa, quella rappresentata da quel “voto inutile”, osteggiato dalla professione di fede di realismo quando non di realpolitik.

Non si sono accorti che il riferimento ossessivo ai numeri, alla potenza indiscutibile della maggioranza, professato anche da chi occupa posti abusivamente, grazie a incarichi elargiti in cambio della promessa di esecuzione sottomessa di alti voleri, se  risponde a requisiti di legittimità, non sempre è adeguato a quelli della legittimità, sicché la forza dei numeri e  del consenso rende nulla quella del diritto. È quello che è avvenuto sempre durante il ventennio del Cavaliere, adesso con il continuo ricorso alla fiducia o con il decretare autoritario del governo, quello che avverrà con il referendum costituzionale, se non li fermeremo. Come comunque hanno cominciato a fare quasi 16 milioni di votanti con pari dignità nel si o nel no.

In tanti non eravamo fan sfegatati di quel referendum, che peraltro, grazie alla reazione delle regioni promotrici, aveva costretto il regime a fare importanti passi indietro rispetto all’osceno oltraggio e alla codarda prevaricazione dello Sblocca Italia che aveva il merito di svelare il crimine amministrativo ed ambientale delle concessioni scadute in Adriatico.

Ma in tanti ne abbiamo raccolto il messaggio simbolico, che era poi quello dileggiato dal grullo irridente e dai suoi cantori del “ciaone”, che sostengono la crucialità e l’importanza dei pronunciamenti popolari solo se possono convertirli in atti notarili a suffragio delle loro imposizioni o peggio in plebisciti intimidatori e ricattatori.

Un messaggio che non è stato colto anche da convertiti dell’ultima ora, quelli che sostengono la vanità di un referendum “marginale”, come se sia secondario esprimersi contro una delle lobby più sporche e prepotenti, come se sia futile ricordare  in quell’occasione che bisognerebbe stare vicino a quei lavoratori lasciati troppo soli tanto da dover scegliere tra fatica e salute, tra posti (pochi, precari e insicuri) e ambiente, tra ipotesi di sviluppo e di occupazione legate a turismo e risanamento e una crescita dissennata a beneficio di pochi sempre più ricchi e sfrontati e a danno di molti sempre più poveri e remissivi. Quelli dediti, insomma, a fare graduatorie, che poi sono il preliminare alle differenze e alle disuguaglianze, e scale di valore di diritti, prerogative, istanze, aspettative, e, in questo caso, anche di referendum, come se non fossero rimasti l’ultima forma di controllo a posteriori, purtroppo, l’ultima occasione democratica della quale non siamo stati del tutto espropriati, malgrado l’alacre attivismo per annullarne i risultati, come per quello sull’acqua, che, a maggior ragione, dovrebbe dimostrare la necessità di essere svegli e vigili, che niente è davvero definitivamente conquistato.

Il fatto è che ci sono tanti modi di essere anime belle, poetici, irrealistici, utopistici, lirici, visionari. Ma in ogni caso preferibili al pragmatismo di chi finisce per accettare “ragionevolmente” le ragioni dei “padroni”, del vapore, del petrolio, della guerra, del Ttip, del respingimento, della paura.

Ed oggi le anime belle sono davanti a una scelta difficile ma inevitabile, se scegliere una via “altra” ardua, impervia, intorno alla quale è evidente che non esiste consenso, perché è improbabile trasformare la collera in rivolta, l’umiliazione in ribellione, che nemmeno nominiamo più rivoluzione per pudore, per scaramanzia, per lucida storicizzazione degli eventi e della nostra autobiografia, perché viene praticata al ribasso con gli stati sui social network, il presenzialismo indiscriminato a kermesse di cascami irriducibilmente impotenti. O se tentare la strada di coagulare dissenso e critica, quella dei tanti milioni di si,  in progetti, programmi e organizzazioni politiche non occasionali, non paternalistiche, omogenee nell’opposizione alla pianificazione autoritaria dell’oligarchia, ma ancora spaesate rispetto alla creazione, ma anche all’immaginario,  di una società giusta, oggi retrocessa a residuato patetico.

Oggi in tutta Italia si svolgono manifestazioni operaie, erano tanti i lavoratori in piazza in Francia, preme la folla di marginali, giovani, immigrati, cittadini delle periferie, salariati ridotti alla mortificazione e a nuove miserie dal capitalismo neoliberale, precari senza speranza e senza dignità. C’è da chiedersi cosa vorranno e sapranno fare, cosa vogliamo e sappiamo fare, se piegarci alla normalizzazione renziana, o di chi per lui, o se  sederci al tavolo del gioco istituzionale, per rovesciarlo contro i bari, dettare noi le regole della democrazia e ricostruire le istituzioni applicando quei principi mai rispettati, che se quella non è la Costituzione più bella del mondo, è certamente la più disattesa e offesa. E proprio perché parla di beni comuni, di rispetto, di pace, di proprietà d’uso, di solidarietà, di diritti di cittadinanza.

 


Cortigiani vil razza dannata

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E ci sono quelli che: “ma tanto io vado in vacanza in Alto Adige”, come se il mare non fosse un bene comune ma un grande liquido in riva al quale stendere il telo e aprire la sdraio, possibilmente proprio nelle domeniche del voto.

E ci sono quelli che: “ma così si perdono posti di valoro”, magari quelli generosamente offerti dal Jobs Act, o quelli nelle camere a gas dell’Ilva, nei forni della Thyssen.

E ci sono quelli che: “ci preoccupiamo del nostro ambiente, ma poi perforiamo, inquiniamo, sfruttiamo altri paesi”, come se ci fosse un imperativo morale che impedisce di volere, scegliere e agire per impedire gli effetti naturali dei vecchi e nuovi imperialismi in tutti i “terzi mondi” esterni ed interni.

E ci sono quelli che: “ma tanto non serve a niente, avete visto cosa è successo con l’acqua”, come se proprio questa considerazione amarissima non dovesse sollecitare a svolgere opera di vigilanza e azione di contrasto a scelte imposte tramite decretazione, voti di fiducia, plebisciti da un premier mai eletto e da un parlamento incostituzionale.

E ci sono quelli che: “è una cerimonia inutile e costosa, imposto da anime belle a nostre spese”, come se fosse casuale stabilire una data differente per le consultazioni alle porte, e come se fosse gratuito l’altro referendum, quello di ottobre, accreditato come incoronazione del piccolo napoleone.

E ci sono quelli che: “ma il quesito è mal posto, non  si capisce, nel dubbio sto a casa”, come se non fosse diventato il più efficace test di verifica fare il contrario di quello che vuole obbligarci a sostenere il bullo a Palazzo Chigi, autore su suggerimento ma con protervia aggiuntiva, di alcuni dei più infami provvedimenti di cancellazione di democrazia, istruzione, territorio, lavoro, legalità, libera informazione.

E ci sono quelli che: “non voglio prestarmi a questo gioco infernale di contrapposizioni ideologiche, quando in realtà il problema è tecnico”, come se tecnica, tecnologia e scienza fossero isole romite e inviolabili dalle pressioni del profitto, del mercato, dello sfruttamento e come se non vivessimo nella colonia dove si sperimenta inimicizia, rifiuto, sospetto e conflitto per consolidare disuguaglianze e differenze.

Voglio tranquillizzarli tutti. Non è vero che siete quelli che hanno scelto l’apatia, gli indifferenti, i demotivati, gli indolenti, gli accidiosi. Al contrario, ieri avete votato eccome, vi siete espressi eccome, paradossalmente avete detto si, quasi come noi, eleggendo per la prima volta Renzi Premier, dandogli la vostra preferenza e il vostro consenso. Lo spaccone ha offerto alla maggioranza silenziosa il coraggio di essere attiva stando ferma, di dargli appoggio senza dirlo e senza mostrarlo, senza nemmeno fare la fatica di andare al seggio e senza neppure quella di dover pensare.

Vi dobbiamo un ringraziamento, da una parte ci siete voi con lui, dall’altra ci siamo noi e non siamo pochi. Da una parte ci sono i suoi figuranti immaginari, operai del Pd? E ingegneri laureati in filosofia, e lobby del petrolio, e brand della corruzione, e business del commercio di interessi opachi, e azionariati che giocano al casinò della finanza, dall’altra ci siamo noi cittadini. Da una parte c’è l’assoggettamento, la paura di un ignoto magari difficile ma forse buono, in favore di un conosciuto gramo e irresponsabile, dall’altra la seppure confusa aspirazione ad altro. Da una parte c’è chi crede alla legge della necessità, dell’ineluttabilità, della rinuncia ragionevole, dall’altra chi ha  dentro la vergogna di piegarsi e la dignità di dire no, anche attraverso un si, che altri hanno incautamente reso simbolico.

Ve ne dobbiamo anche un altro di ringraziamento: ancora una volta vi siete rivelati e ci permettete di non dovere dire “noi”, accomunandoci a voi, di non dover spartire come un male e un carico comune le vostre responsabilità, a cominciare dall’incapacità di vivere e esprimere la libertà, perché è proprio vero che ci è stata regalata, che è duro mantenerla, che è arduo estenderla, che quindi non è roba per voi.

 

 

 

 

 

 


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