C’era una volta l’America: dal Watergate alla Clintonfilia

arthur-lyons-deadline-usaLa storia è come Pollicino, lascia segnali che indicano il cammino, che indicano svolte, progressi o involuzioni e bisogna individuarli su un terreno accidentato e ingannevole per accorgersi dei cambiamenti, compresi quelli che non riguardano direttamente la realtà, ma le costruzioni surrettizie su quest’ultima, mitologie, umori, pensieri, narrazioni e paccottiglia proveniente dal “rumore di fondo” dell’informazione. Così proprio in questi giorni di campagna elettorale fra due candidati a loro modo anomali e testimoni dell’avvenuta riduzione della democrazia, si può misurare la differenza rispetto al passato e la morte completa di una certa idea dell’America il cui rimane solo il fantasma mediatico anche se evocato e mantenuto allo stato ectoplasmatico 24 ore su 24 dai medium di banalità per adolescenti di Hollywood o della televisione.

In effetti l’ultima volta che si è apparsa nella realtà vera quella certa idea dell’America nella quale sono cresciute le generazioni del dopoguerra è stata durante lo scandalo Watergate. Già Nixon, prima ancora che venissero svelate le sue peggio cose aveva sadicamente fatto a pezzi il mitico Mr Smith va a Washington, che pure nella sua natura di edulcorata propaganda bellica, per mostrare la capacità di riscatto del sistema aveva anche dovuto mostrare di che intrighi grondi il potere.  E quando tutto questo sembrava solo una numinosa età dell’oro dopo l’assassinio di Kennedy e i milioni di morti del Vietnam, arrivò lo scandalo Watergate a dimostrare come l’informazione fosse ancora il cane da guardia della democrazia, tanto che un’inchiesta giornalistica poteva abbattere un presidente. Accadeva quasi cinquant’anni fa e quell’inchiesta non solo rafforzò il mito americano, ma ne creò uno parallelo sulla stampa americana, quella che non puoi fermare bellezza come disse Humphrey Bogart in un celebre film. In un certo senso però l’inchiesta giornalistica che inchiodò Nixon era un era non l’inizio di una stagione, ma l’ultimo falò di una mitologia.

In questi giorni vediamo bene dove si è arrivati: smercio di bugie che si sa benissimo essere tali ( vedi Siria: i disperati della menzogna globale ) mentre i redattori dei grandi giornali, New York Times e Washington Post in testa che, nell’ambito dello scandalo mail, concordano le domande da fare a Hillary per nascondere i legami con le lobby, inviano preventivamente le interviste alla medesima perché le corregga prima della pubblicazione, accettano e fanno propri articoli che provengono dallo staff di Hillary o addirittura si prodigano per  massimizzare la presenza mediatica della Clinton al fine di fottere Sanders. Un editorialista del Nyt  oltre che noto presentatore televisivo arriva al punto di rivelare a un collega che sta scrivendo un pezzo “come vuole Hillary”. Casualmente è lo stesso personaggio che ha moderato un dibattito durante le primarie quale giornalista indipendente e definendo Trump una caricatura. Questo per non parlare dei contatti privati degli uomini  della candidata con i giornalisti della maggiori testate o della Cnn che ha passato le domande alla Clinton le domande del pubblico in anticipo. Il sistema vuole un presidente affidabile secondo i propri criteri e non fa alcuna distinzione politica.

Del resto questa situazione, non è dovuta a situazioni contingenti ed emendabili,  è nelle cose, nello spirito e nella pratica del tempo, nei presupposti del pensiero unico: il 90 per cento dell’informazione e anche dell’intrattenimento americani, giornali, tv, industria cinematografica  sono in mano a sole 6 aziende, General Electric,  News corp, Viacom, Disney, Cbs e The Warner al posto delle 50 che operavano vent’anni fa e questo crea di fatto un cartello con  un controllo strutturale e capillare sui media, qualcosa che a che vedere non solo col flusso delle notizie o sulla loro manipolazione, ma sulla formazione complessiva delle persone.  Qualche anno fa Carl Bernstein che assieme a Woodward fecero esplodere il, Watergate affermò, senza alcuna smentita che almeno quattrocento fra i giornalisti più in vista erano segretamente collegati alla Cia, insomma una vera foresta di “betulle”. Al posto della libera stampa si è sostituito un intreccio fra proprietà, notizie, interessi, servizi segreti, governo, lobby con esiti inquietanti. Uno dei quali – tanto per fare un esempio emblematico –  fu la campagna fatta da Stephen Hadley, ex vice capo della Nsa al tempo di Bush, durante la famosa crisi dei gas in Siria, anche quella un film sul niente o meglio sulle vittime innocenti di un inganno. Hadley spingeva per la guerra totale ad Assad e per sostenere questa tesi ebbe facile e continuo accesso a Cnn, Nbc, Fox News, Bloomberg TV e Washington Post, un insieme che sembra il ritratto dei poteri grigi. Guerra, guerra, ma nessuno disse che Hadley oltre ad essere un grottesco advisor dell’United States Institute of Peace era contemporaneamente direttore della Raytheon, ovvero una delle maggiori fabbriche di armamenti.

Purtroppo questo cancro si è metastatizzato in tutto l’occidente dove ormai solo pochi uomini hanno il controllo dell’informazione, sia in via diretta che attraverso un sistema politico del tutto subalterno: qualche rara avis ha il coraggio di denunciare in rete questa situazione, qualche giornalista di nome che conosce da vicino questi meccanismi Sharyl Acctisson ex Cbc (qui) o Amber Lyon ex Cnn (qui) o ancora l’ex del Frankfurter Allgemeine il quale ha rivelato di dover scrivere  articoli redatti servizi segreti  americani firmandoli come propri (qui). Tutte cose che fanno scandalo per qualche giorno, ma non possiedono certo il criterio di credibilità dell’età contemporanea affidato solo alla ripetizione continua di tesi e frasi fatte. Si c’era una volta un’America immaginaria. E un’Europa immaginaria. Qualcuno, per carità ci svegli.

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6 responses to “C’era una volta l’America: dal Watergate alla Clintonfilia

  • jorge

    Quella che ancora manca, però, è una puntuale descrizione fenomenologica di come funzioni tutto questo intreccio che è il vero generatore di ciò che chiamiamo “la storia umana”, quella storia che studiamo nei libri a scuola e che lungi dall’essere il risultato di uno spontaneo incrociarsi e cozzare di poteri, interessi, personalità, ambizioni ed eventi è altrettanto manovrata di come ci immaginiamo sia manovrato un esercito che si disponga sul campo di battaglia secondo i dettami della tattica e strategia militare elaborati dai centri di comando operativi.

    Esiste un medium, che collega tutto ciò, e che unifica questi fenomeni, i quali collegati in tale unità diventano comprensibili, non più fenomeni caleidoscopici ed incomprensibili.
    L’unificazione dei fenomeni fa sì che l’essenza dei fenomeni siano i fenomeni stessi, non cose in sè distinte dai fenomeni, o essenze metafisiche dell’apparenza, o COMPLOTTI di ciò che appare alla luce del sole ( non casiraghi)
    Il medium che tutto unifica è il valore in processo, ovvero la valorizzazione del valore,
    Tutto è merce, ovvero valore di scambio, lo è la politica, il giornalimo, tutto ciò di cui parliamo. Ma una merce, ovvero un valore di scambio, deve avere anche un valore d’uso, se no nessuno la comprerebbe. Ecco perchè i dolciumi industriali cancerogeni sono dolci, i suv che rovinano la mobilità sono color canna di fucile, senza questi piacevoli (?) valori d’uso chi li comprerebbe?

    Anche chi lavora è merce, gli si paga il valore minimo dati i repporti di potere, ovvero il valore di scambio, la sussistenza. E’ come il prezzo di una merce che si ribassa per la concorrenza
    Le ore di lavoro svolte oltre quelle corrispondenti alla sussistenza sono prese a gratis
    La tecnica abbassa il tempo di lavoro necessario al paniere della, sussistenza,e cresce quello preso a gratis, a mezzo Jobs Act, precarietà etc
    Le merci relative al tempo di lavoro non pagato, prese a gratis a chi le produce, sono vendute e danno il profitto, cioè lo sfruttamento

    Il valore opera questa continua metamorfosi, valore d’uso, valore di scambio, ed a seguire, ma ogni volta il valore di scambio si è accresciuto al valore d’uso, si è valorizzato.
    Noi poveri allocchi guardiamo al valore d’uso delle cose, la politica, il giornalismo, ma sono momenti della metamorfosi del valore, ovvero valore d’uso o specchietto per le allodole, La società attuale fa del valore di scambio il prius, e quando intravvediamo ciò ci meravigliamo. E perchè mai?
    Bisognerebbe invertire il rapporto tra le forme del valore, quello di scambio attinge al valore d’uso e diventa profitto. Investito nella tecnica diventa cio che non si può valorizzare dati i tempi ristretti del ciclo, la concorrenza impone investimenti nuovi prima che il valore d’uso si inverta in quello di scambio,ed è la crisi della valorizzazione ovvero disoccupazione poverta etc.
    Siamo tutti vittima di questa inversione prospettica ci illudiamo che esistano le buone cose di una volta, e poi siamo delusi quando le vediamo collegate dal processo del valore, ci scandalizziamo perche la politica, il giornalismo, tuttu e tutto è solo merce.

    Fin quando dura l’inversione, siamo feticisti inconsapevoli del valore (umanizzazione borghese), Chi vuole, ci può riflettere….

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    • jorge

      ps. l’operaio è pagato il suo valore di scambio, ma le ore ulteriori che lavora, fino alle 8 quatidiane, sono percepite dal capitalista come un valore d’uso di ciui giustamente appropriarsi a gratis, ma tale valore d’uso significa merci, che vendute, sono di nuovo valire di scambio, profitto.
      Come quando uno conpra un suv, paga le ore di lavoro necessarie a costruirlo, il suo valore di scambio. Quando lo stesso imbecille passa ore ed ore a rimirare il bel colore bronzuto canna di fucile, si prende il valore d’uso, la presunta bellezza, che quindi è a gratis.
      Solo il capitale converte le ore di lavoro prese a gratis, per esso valore d’uso, nuovamente in valore di scambio accrescendo così il capitale
      Il medium del valore, che tutto traversa e unifica, è prima di tutto nella nostra mente, e con esso che rapportiamo e giudichiamo ogni cosa. Perciò siamo feticisti del valore a ci sembra cosi difficile produrre per i bisogni, ovvero fuori dalle metamorfosi del valore.
      Il feticismo del valore è disumanizzante, perciò nessuno guarda in faccia a nessuno e si diffondono sempre più le patologie mentali, (o no?)

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  • diderot39

    Osservare e’ umano (e ancora permesso), ma generalizzare e’ diabolico. Sia come sia, i “peccati” di Nixon, a confronto di certi successori equivalgono ad assaggiare la marmellata senza l’autorizzazione dei genitori. Purtroppo per lui, Nixon era in odore di anti-semitismo. Nixon registrava tutto – ecco lo stralcio da un colloquio con Billy Graham (massima autorita’ della chiesa evangelica). Il soggetto era il controllo sionista sui media.
    Graham. Questo strangolamento dei media deve finire o il paese andra’ in rovina.
    Nixon. Davvero pensi sia cosi?
    Graham. Si, sig. presidente
    Nixon. Anch’io, ma non posso dirlo pubblicamente.
    Gli increduli San Tommaso scopriranno, tramite breve ricerca, l’affiliazione religio-tribale degli “investigatori” che “scoprirono” il Watergate.
    Cito da un articolo di Joel Stein, pubblicato sulla testata principale della West Coast. “Quale ebreo e fiero di essere tale, voglio che l’America sia cosciente delle nostre conquiste (accomplishments). Si, controlliamo Hollywood e non me ne importa niente se gli americani pensano che noi controlliamo Hollywood, Wall Street, i media e il governo. Sono unicamente interessato che continuiamo a controllarli.”
    Chi ha letto la storia della repubblica di Weimar, non potra’ esimersi dal riconoscere straordinarie similitudini. Masse letteralmete alla fame e/o rovinate da crack bancari fraudolenti, con minoranza favolosamente ricca e affondata in ogni tipo di lussuria orgiastica.
    Quando Lehman-Brothers fu liquidata, aprendo la diga della crisi che, tra l’altro, ha portato milioni a perdere la propria casa, l’israel-americano Richard Fuld, CEO della medesima, si auto-pensiono’ con un bonus di mezzo miliardo di dollari.
    E grazie a Hollywood, il pubblico usa puo’ assistere in TV a sesso inter-razziale, sesso tra omosessuali e accettazione della pedofilia. Piu’naturalmente testi di scuola che riflettono la stessa Weltanschauung.
    Sion ha deciso che quel simulacro di donna, di cui solo pronunciarne il nome fa venire vesciche alla lingua, debba essere presidente.
    Non che l’alternativa sia particolarmente brillante – ma, parafrasando Churchilll, se l’inferno si dichiarasse per Trump, troverei qualcosa di buono da dire sul diavolo.

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    • calogero.nicosi

      E perchè, de benedetti non si e gratificato di bonus enormi per aver distrutto la olivetti? A già dimenticavo… De Benedetti è ebreo !

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  • eziolario

    Il libro-denuncia di Udo Ulfkotte cerca ancora traduttore ed editore per l’edizione italiana.
    Nell’attesa, speriamo non vana, potrebbe servire la lettura de: “I divi di Stato, il controllo politico su Hollywood” di John Kleeves, alias Stefano Anelli.

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  • Roberto Casiraghi

    “Qualche anno fa Carl Bernstein che assieme a Woodward fecero esplodere il, Watergate affermò, senza alcuna smentita che almeno quattrocento fra i giornalisti più in vista erano segretamente collegati alla Cia, insomma una vera foresta di “betulle”.”
    Bell’articolo di Mr. Simplicissimus. Sulla base però dell’affermazione citata e di gran parte dell’articolo mi sentirei di mettere in dubbio che “arrivò lo scandalo Watergate a dimostrare come l’informazione fosse ancora il cane da guardia della democrazia, tanto che un’inchiesta giornalistica poteva abbattere un presidente.”
    I servizi segreti esistevano anche allora e la nascita stessa del giornalista come figura professionale è consustanziale a un sistema di potere già dominato dall’ “intreccio fra proprietà, notizie, interessi, servizi segreti, governo, lobby”. Non a caso è stato creato il mito del giornalista incorruttibile e intrepido che serve a nascondere la molto più meschina realtà: senza l’imbeccata dei servizi segreti non c’è denuncia giornalistica che possa nascere. Il primo e fondamentale motivo è che senza una spiata non è possibile procurarsi le informazioni riservate e ben protette che costituiscono la miccia dello scandalo, il secondo e altrettanto valido motivo è che solo i servizi segreti possono dare a te giornalista quel supporto dietro le quinte che ti impedisce di finire indagato per alto tradimento o, peggio, morto ammazzato in un incidente simulato. Chiaramente questo supporto “segreto” non è di dominio pubblico ma i protagonisti del dramma (Nixon, nel caso di specie) erano perfettamente al corrente di cosa stesse succedendo e di quale fosse il loro ruolo nella sceneggiata.
    In effetti, non c’è nessuna differenza con quello che succede oggi, con i servizi che equanimamente solleticano i loro dossier informatici su Trump e Hillary per spremerne scandali e scandaletti da dare in pasto a noi creduloni. Creduloni non nel senso che non esista motivo di scandalo ma creduloni perché pensiamo che sia merito del coraggioso Assange, del valoroso Snowden o dell’incorruttibile giornalista di turno l’aver portato alla luce le fogne del regime quando invece nulla accade che non sia voluto e diretto dai servizi.
    Ormai dobbiamo prendere atto che il sistema mediatico, internet compresa, è una longa manus dei servizi segreti che sono una proprietà condivisa di tutta una serie di “azionisti” occulti (giganti del web, multinazionali, aziende di armi, contractors della ricostruzione post-bellica, banche e assicurazioni top, grandi università eccetera) che, come succede nelle partecipazioni incrociate delle aziende, vengono a loro volta partecipati dai servizi che ne detengono delle quote, probabilmente occultate tramite giri di fondazioni, ONG e grandi finanziatori privati, e ne rispecchiano gli interessi attraverso una sorta di media pro-rata che si traduce poi nell’elaborazione di un progetto o script politico con valenza mondiale da implementare passo passo e che dovrà dare a ogni “azionista” un vantaggio che “valga la candela”.
    Quella che ancora manca, però, è una puntuale descrizione fenomenologica di come funzioni tutto questo intreccio che è il vero generatore di ciò che chiamiamo “la storia umana”, quella storia che studiamo nei libri a scuola e che lungi dall’essere il risultato di uno spontaneo incrociarsi e cozzare di poteri, interessi, personalità, ambizioni ed eventi è altrettanto manovrata di come ci immaginiamo sia manovrato un esercito che si disponga sul campo di battaglia secondo i dettami della tattica e strategia militare elaborati dai centri di comando operativi.
    Nell’epoca di internet i dati per realizzare questa descrizione non mancano, anzi abbondano. Manca però, almeno per ora, chi abbia voglia di spremersi le meningi per ricavare dai dati esistenti un modello funzionale capace di spiegare nei dettagli come funziona davvero la storia. Quando ci sarà, sarà anche il caso di riscrivere i libri di testo che studiamo a scuola e che, al momento, risultano palesemente spiazzati e sorprendenti per la loro ingenuità. E non solo perché chi li ha scritti non ha mai letto i manuali di geopolitica.

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