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Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


La classe dei malminoristi

alberto-savinio-lisola_30Anna Lombroso per il Simplicissimus

È meglio morire di cancro o di ictus? È meglio Trump o Hillary? È meglio Bonaccini o Zaia? È meglio Brugnaro o Nardella? È meglio Renzi o Salvini? È meglio schiattare di Covid 19 o di carestia, fame, umiliazioni, asfissia da cravatte del racket europeo? E ancora, a raffica, è meglio la Bellanova o la Meloni? È meglio il patto con la Libia di Minniti o la sua fotocopia firmata Lamorgese?

E poi, è meglio Conte che accetta un boccone avvelenato che indebita il paese ricevendo in prestito i suoi stessi quattrini da ripagare anche in veste di riforme, ovvero tagli di spesa pubblica, della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, o Draghi che ha anticipato lo stesso trattamento alla Grecia e lo ha “promesso” all’Italia con la famosa letterina a 4 mani in cui si intimava al governo italiano, come atti inevitabili “per recuperare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”  “riforme costituzionali di inasprimento delle regole fiscali”?

Ci hanno fatto sapere che a questi quesiti impossibili, in molti hanno dato e danno un risposta, scontata, peraltro, visto che  la percezione di quello che pensa la gente  è consegnato all’impiego di  misuratori messi a punto dall’ideologia mainstream, che interpreta l’esprimersi di un segmento particolare di pubblico, ben identificabile.

E infatti  è quello  che esterna tra una puntata e l’altra della Casa di carta o di Suits, che comunica con i like su Fb o su Twitter, la foto di Carola o Lucano sul profilo, non più attendibili in termini di misurazione della partecipazione democratica dei borborigmi leghisti,  sull’indice di militanza antifascista accertabile più in base ai decibel dell’intonazione di Bella Ciao nelle piazzette delle sardine più che sulla solidarietà agli scioperi dei martiri delle attività essenziali i primi di marzo, o sulla resistenza degli “isolani” all’occupazione dei loro territori  da parte della Nato.

Non sorprende, perché a dichiarare le preferenze di voto che non hanno poi riscontro in cabina, è un ceto che ha grande visibilità al posto di vera rappresentanza, grazie all’appartenenza per reddito, istruzione, accesso a informazioni, sia pure manipolate, a una minoranza che dice, naviga, mostra e si mostra e dunque assume il valore, il prestigio e il credito di “maggioranza”.

E’ quella  che finora si è sentita al sicuro e moralmente superiore iscrivendosi al partito del male minore, del meno peggio, del fatale incontrastabile e senza alternativa, pena l’anatema e l’ostracismo lanciato contro  i disfattisti, i visionari, i  nichilisti, i complottisti,  ed essere condannati all’isolamento da parte della comunità per via della difformità di pensiero e convinzioni dal conformismo imperante grazie all’egemonia del pensiero unico del politicamente corretto.

Ci ha pensato l’uso della minaccia sanitaria a ridurre la possibilità di scelta tra il peggio e un meno peggio, secondo categorie costruite ad arte per non permettere più libero arbitrio, libera critica, liberi interrogativi secondo i principi di realtà, scavalcati dal rincorrersi di  dati, statistiche, diagnosi, pareri, atti d’urgenza, sanzioni e impedimenti.  Grazie all’imposizione di una opzione obbligata che di fatto impediva l’esercizio del “decidere”: o stai a casa o muori, o esci e lavori o ti tolgono il salario, o metti la mascherina o ti commino 300 euro di multa, o obbedisci o ti meriti il castigo, sia sanitario che morale.

Così è stato facile dimostrare che si è costituita di fatto una unità compatta del Paese, esaltata con orgoglio da autorità e giornali, salvo la criminalizzazione di pochi irresponsabili e disobbedienti, una coesione fieramente esibita degli eroi del divano, dello smart working, della didattica a distanza, dell’ostensione della ricrescita e della peluria.

E guai a chi invece teme che sia cominciata una guerra civile destinata a continuare, sia pure a bassa intensità, con chi pensa di riuscire a conservarsi qualcosa, beni, sicurezze, casa, reddito copertura assistenziale e chi invece già ha perso tutto o lo perderà.

Eppure si sarebbe dovuto capire che questo accadimento prevedibile, previsto, eppure inatteso, ha accelerato la fine di alcune certezze, politiche e culturali che avevano permesso a segmenti sempre meno trasversali alle classi, di sentirsi egemonici socialmente ed eticamente.

Come una bomba che deflagra, ha spazzato via i miti della globalizzazione, a sorpresa rivelatasi una minaccia,  cosmopolitismo, rendendo impraticabili e inimmaginabili i suoi riti, dello scambio e del viaggiare. Ha demolito la costruzione dell’onnipotenza del progresso, inabilitato a contrastare con la scienza e la tecnologia la peste, dando ragione se a Laouche e agli apostoli della decrescita, alle profezie di Benjamin che sconsigliava di premere l’acceleratore dello sviluppo, ma di tirare il freno a mano.

Ha liquidato la saga dell’efficienza  del sistema privato, propagandata per anni come vincente per efficacia e prestazioni e quella della competizione, come gara virtuosa, che ci vede perdenti.

Ha fatto giustizia del credo cieco quanto fervente nell’Europa che a muso duro ha abbattuto la stele eretta a Ventotene, per chi ancora praticava l’atto di fede nell’aristocratica utopia, dimostrando che qualsiasi sia la formula con cui verrà concessa la carità pelosa, a pronta restituzione, sarà al costo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali.

E ha posto   domande alle quali chi crede di essere esente ha dato una prevedibile risposta: è meglio la vita o la borsa? la sicurezza o la giustizia? l’autodeterminazione  o la delega a chi “ne sa di più”?

Sono domande che non servono a  collocare chi le fa e chi usa il risponditore automatico nella categoria criticabile della destra cialtrona, rozza e ignorante, e che non sono nuove  se la proposta di poco più di un anno fa di limitare gli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, dando licenza ai geriatri degli ospedali di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure, era di un partito olandese denominato Sinistra Verde, se l’economista Attali guru del  Partito Socialista Francese, sostiene la opportunità di legalizzare e incentivare l’eutanasia, non per permettere una scelta dignitosa, ma  per ridurre la pressione sulla spesa pubblica, né più e né meno di Madame Lagarde o della Fornero, che almeno professano esplicitamente il culto neoliberista.

O se i diritti del lavoro, quelli all’istruzione sono stati cancellati da un partito proclamatosi riformista e democratico, che ha voluto mantenere nel suo pacchetto comunicativo il principio di modernità, togliendo quello di protezione sociale e quello di merito buttando via quello di uguaglianza.

O se ogni richiesta di riappropriarsi di quei poteri e di quelle competenze che costituiscono la sovranità di un Paese, perfino oggi, che si riscopre la necessità di un ruolo più attivo dello Stato in economia e nella spesa sociale, viene assimilata a un ottuso sovranismo, che va contrastato politicamente e moralmente affidando le scelte a una entità “sovranazionale”, tirannica quanto marginale rispetto al Grande Gioco dell’egemonia mondiale.

Ora a chi aveva quelle risposte pronte, sta per essere tolto il pane dopo che è stata tolta la voce, e pure gli occhi per vedere. Salvati dal contagio, potrebbero avere l’immunità di gregge contro il virus della libertà.

 

 

 


Elemosina educativa

elemosinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ho sempre nutrito forti sospetti sul reddito di cittadinanza, elargito come una bracioletta buttata ai cani affamati, e che è sempre piaciuto invece  alle marie antoniette, che l’assistenzialismo lo approvano se è compassionevole con gli Agnelli, i Riva, i De Benedetti, i Benetton, e che, anche fuori dai nostri angusti confini, lo hanno sostenuto in qualità, dicono loro,  di motore dei consumi, propizio invece all’incremento dei profitti dell’ 1%  della popolazione, alla caduta dei salari e la loro precarizzazione

E d’altra parte non può essere che così trattandosi di una misura che mentre dovrebbe far parte del quadro ideale della giustizia sociale   agisce separata invece se non addirittura in contraddizione con il   lavoro e le sue dinamiche, riassorbendo tra l’altro altri stimoli precedenti (come il reddito di inclusione, alcune indennità speciali ed esenzioni) e destinata com’è alla mera sussistenza.

Figuriamoci se non sono ancora più sospettosa se l’obolo poco più progressivo rispetto alle gratifiche renziane e sulla falsariga delle mancette ai ragazzi sotto forma di cultura da mettere in mezzo alle due fette di pane, si immagina condizionato al rispetto di alcuni dogmi  necessariamente imposti  e fini pedagogici a un popolo capriccioso (l’ha detto anche lo sciupafemmine greco), corrotto (l’ha detto anche Juncker), indolente (l’ha detto anche la Merkel), bamboccione (l’ha detto anche la Fornero)  perché adegui i suoi consumi e pure i suoi desideri a una etica pubblica se non equa e solidale, almeno sobria, misurata e pure autarchica ( indirizzata all’acquisto di produzioni Made in Italy?), simbolica della vittoria dei neo rigoristi sugli spendaccioni.

Tanto tempo fa una persona che ho molto amato mi ha insegnato che se un amico mostra di aver bisogno di un aiuto economico glielo devi dare senza esigere che ti dica a cosa gli serve. Anche se quel prestito venisse investito in una spesa apparentemente futile. Perché se la morale pubblica  permette  che a qualcuno manchi il “suo” necessario, non possiamo pretendere di sostituirla con una morale privata e individuale che alberga nella nostra troppo elastica coscienza e che si fonda su un catalogo arbitrario di morigerate priorità  e di punizione di voglie impure.   ‘virtù deboli’ come il silenzio, la pazienza, la perseveranza, la frugalità, siano quelle di cui abbiamo bisogno per un agire anche socialmente virtuoso?

Il fatto è che troppo è cambiato e di troppe cose siamo stati espropriati per farci guidare dalla legge morale dentro e fuori di noi sotto quel  solito cielo sempre meno stellato e sempre più frequentato da missili, caccia e satelliti che spiano e controllano le nostre vite, i nostri desideri e le nostre spese. E sempre di più non solo ci viene negato l’accesso e perfino il permesso di reclamare  i bisogni alienanti, per dirla con Agnes Heller: l’accesso e  il possesso di beni, soldi e potere, ma pure quelli radicali che non dovremmo più ascoltare e tantomeno appagare e che  riguardano l’introspezione, l’amicizia, l’amore e il piacere secondo una molteplicità di inclinazioni, le vocazioni, la convivialità e il gioco, perfino la libertà di morire con dignità. E sempre di più un agire socialmente virtuoso, un tempo rappresentato come esercizio di pazienza, riservatezza, perseveranza, frugalità, ora proposto sotto forma di tenaci arrivismi,  urlacci da comizianti, tracotanti sfrontatezze deve perseguire finalità di profitto e rendita in modo da mettere in moto la macchina dell’economia, compresa quella di guerra e successiva auspicabile ricostruzione,  e per far sì che la solita sempre più avara manina delle provvidenza sparga un po’ della sua polverina d’oro sui miseri, a patto che mostrino gratitudine e ossequio.

La storia ci ha insegnato che c’è poca differenza tra totalitarismi secolari e religiosi. Potremmo aggiungere anche quello che oggi occupa il mondo: non ostacolato, che impiega una violenza ferina ma organizzata, nel quale perfino il linguaggio è assoggettato al potere e stravolge e rovescia la verità, cancellando ogni distinzione tra vero e falso, tanto che è autorizzato a muovere guerre umanitarie, la cui potestà si esprime nell’autoritarismo, nel controllo sui tempi e i processi di lavoro, nella imposizione di modelli di consumo e soprattutto di lecite aspirazioni in modo da influenzare comportamenti attitudini e scelte, nell’alimentazione della paura, nutrita con il sospetto e il risentimento, nell’esercizio come sistema di governo del ricatto e dell’intimidazione per esaltare i benefici della rinuncia, del conformismo e dell’accettazione come  abiure inevitabili alla dignità e all’autodeterminazione in nome della  incontrovertibile necessità, se al posto degli Stati e della politica è subentrata la supremazia indiscussa delle corporation, delle multinazionali, di quella cupola  che sconfina esplicitamente nelle geografie del crimine, nel contesto di un sistema che coinvolge la “totalità” delle relazioni sociali legandole alle dinamiche del capitale e del mercato, e che concede ai molti sempre più ridotte  quote della ricchezza sociale al solo scopo di garantirsi la sopravvivenza, facendo interiorizzare i suoi schemi psicologici e comportamentali di dominio.

E’  questa la banalità del neo-male: la rassegnazione in virtù della soddisfazione di bisogni  “inoffensivi”, l’affermarsi di false libertà e falso benessere in un regime di alienazione ormai accolto e giustificato come normale, l’assuefazione e introiezione di messaggi che spacciano per libertà la concessione discrezionale di licenze,   quando  ai vecchi tabù ne sono stati sostituiti di nuovi. È questa la cattiva democrazia, un percorso aberrante disegnato nella mappa del “progresso” in modo l’uomo non sia né in grado di intuire i segni della propria illibertà, né di immaginare il percorso verso una libertà futura, da conquistare concretamente e  in cui l’unico diritto/dovere  elargito a ciascuno è unicamente quello di produrre e consumare, felicemente  esonerato dalle questioni morali, dalle decisioni finalmente delegate,  dalla solidarietà, spodestato da qualsiasi   riserva critica a cui attingere per resistere allo status quo e che quindi non può e non deve né pensare né, di conseguenza, realizzare le alternative; un individuo, insomma, che non vive ma si lascia vivere.

In questa realtà artificiale fatta di franchigie, grazie e assegnazioni arbitrarie che hanno messo in scena si realizza quella che qualcuno  ha chiamato  “caduta nella libertà, ovvero nel nulla”.  E pur essendo così in basso, senza il paracadute della ragione e dell’utopia ci facciamo un gran male.

 

 


Anticorruzione? avevamo scherzato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Aveva ricevuto una investitura come un crociato, rinnovata in tutte le liturgie ufficiali e esibita in ogni cerimonia e celebrazione di regime. Era lui l’alta autorità con funzioni più pubblicitarie che etiche, più propagandistiche  che concrete, il babau dei malfattori,  lo spaventapasseri  dei prezzolati e lo spauracchio dei tentatori, offerto come una reliquia morale all’adorazione di chi voleva credere che bastasse una icona prestigiosa a intimidire e scoraggiare usi e costumi diventati sistema di governo e pratica comune a tutti i livelli decisionali.

Per convinzione o per vanità,   si è prestato generosamente, incurante, si direbbe, della  improbabile alternanza di denuncia e giubilo, di deplorazione e esultanza, di lagnanza e  grata partecipazione a pellegrinaggi celebrativi delle magnifiche sorti e progressive del suo patron oltreoceano: chiamato a fare un po’ di tardiva e inane pulizia nell’Expò, quando  ditte nel mirino avevano consolidato posizioni ormai inattaccabili, o quando del Commissario promosso sindaco si svelavano magagne piccole e grandi, ha continuato a magnificare la Milano da bere –  che a mangiare ci aveva già pensato – nel solco   di quella rituale retorica  delle virtù dinamiche e dei valori pragmatici del luogo deputato a produttività e  del lavoro, in occasione della sua retrocessione a iniqui volontariato e infame sfruttamento, della capitale morale, in occasione di quella festa dello sperpero e della futilità.

Insomma il Dottor Cantone avrebbe dovuto, se non per affinità, almeno per assidua frequentazione, conoscere i suoi sponsor, la loro attitudine alla più fiera ingratitudine, la loro totale e incondizionata sottomissione ai comandi padronali e criminali. Doveva aspettarsi che qualcuno riconducesse alla ragion di governo qualsiasi sussulto di dignità, invece pare sia stato sorpreso di essere stato sfiduciato  malgrado la sua abnegazione e la sua  devozione alle divinità incarnate da un governo ispirato dai miti della competitività e della crescita a tutti i costi e in tutti i modi, anche quelli inopportuni, illegali e illeciti. E ha manifestato “perplessità e malumore”, la voce rotta da “tensione e allarme” per la decisione di ridimensionare drasticamente l’Anac, esautorandola e riducendone i poteri grazie all’abrogazione, scavalcando il Parlamento,  dell’articolo del nuovo codice degli appalti, che attribuiva nuove e più robuste competenze e funzioni, permettendo all’Autorità di intervenire in casi di macroscopica irregolarità senza aspettare un giudice.

Adesso alcuni esponenti dell’Esecutivo fanno marcia indietro, qualcuno fa intendere che quel colpo di mano altro non sia che un dispetto all’ex Presidente del Consiglio che aveva scelto e promosso Cantone in quel ruolo strategico, o invece il segnale del fastidio di Renzi per certe esuberanze del suo protetto a proposito dell’inchiesta Consip. Qualcun altro minimizza: si tratterebbe di una soluzione tecnica volta alla semplificazione e all’efficienza in settori penalizzati da ritardi e ostacoli burocratici.

Non c’è da credere all’ennesimo gioco delle parti in commedia: quella norma che avrebbe conferito all’Anac un  “potere” eccezionale  permettendole, in presenza di palesi violazioni della trasparenza e della regolarità delle procedure di assegnazione, di  inviare all’impresa interessata una “raccomandazione vincolante” era intollerabile per quelle alleanze e quei vincoli di interessi concomitanti tra affarismo e politica, tra appalti e voto di scambio, tra finanziamenti occulti e traffico di influenze. Doveva essere cancellata perfino per il suo valore simbolico, visto che non era mai stata applicata: avrebbe potuto incrinare sia pure occasionalmente quel sistema fondato sul primato dell’emergenza, che ha permesso e permetterà, grazie a ritardi, inadempienze e incompetenze nutrite come humus favorevole a affari e malaffari,  l’aggiramento delle regole, la elusione delle leggi, il ricorso a misure eccezionali, a deroghe e licenze speciali.

Il fatto è che l’unica emergenza non riconosciuta da noi è proprio la corruzione che intride come un gas velenoso tutta la società, condizionando i processi decisionali, stabilendo priorità artificiali in modo da favorire interessi occulti, influenzando il mercato, compreso quello del lavoro ormai svuotato di valore e riducendolo a commercio arbitrario e clientelare, manomettendo le leggi e piegandole a promuovere e sostenere settori proprietari e padronali, rendite e appetiti speculativi. Di fronte ai quali questo ceto di subalterni deve dimostrare ubbidienza e spirito di servizio, deferenza e servilismo perfino tirando giù la bandierina dell’etica retrocessa a moralismo, perfino  svuotando lo spaventapasseri dell’imbottitura che lo tiene dritto.

 

 

 

 

 

 

 


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