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Roba da Recovery

Avevano costruito una favola bella dopo aver colpito il Paese con quella triste della pandemia: alla fine l’Europa era risorta e aveva accettato di aiutare i paesi più colpiti dal Covid in uno slancio di solidarietà. Persino il presidente di cartone era sceso in campo a cantare il Recovery fund e il ritrovato spirito europeo, ormai purificato dagli interessi e dai diktat del nord del continente. Senonché si è scoperto che intanto i denari – in quantità ancora tutta da specificare nel dettaglio sarebbero arrivati dopo un anno dal momento in cui erano necessari, che il loro arrivo non è sicuro, che la parte cosiddetta a fondo perduta è in realtà una partita di giro sul bilancio di Bruxelles e sui contributi, che la rimanente parte erano prestiti a tassi più alti del mercato e per giunta implicavano condizioni capestro sulle famose “riforme”. Ma tanto era bella questa favola che alla fine al recovery fund per non  parlare del Mes, universalmente aborrito, ci stanno rinunciando alla spicciolata tutti: persino Spagna e Portogallo hanno detto di no e la Francia si appresta a farlo.

E’ semplicemente successo che dopo mesi di discussioni, di aggiustamenti sulle cifre che continuano tuttora, di grandi annunci menzogneri sulla valanga di soldi in entrata e sull’assenza di condizionalità asserita però solo verbalmente, i titoli di stato dei singoli Paesi, grazie agli acquisti della Bce e per quanto riguarda l’Italia all’investimento di notevoli risorse da parte dei risparmi privati, vanno a ruba e a tassi addirittura negativi, rendendo possibile approvvigionarsi di risorse subito, a condizioni molto migliori rispetto ai fondi europei, in quantità più ingenti senza il pericolo di vedersi imporre riforme in cambio delle elemosine  e insomma rendendo del tutto superfluo legarsi mani e piedi al Recovery fund. Solamente in Italia da marzo sono stati facilmente venduti 110 miliardi di titoli di stato, per una cifra superiore a quella dei prestiti europei la maggior parte dei quali a tasso negativo, quindi senza alcuna perdita da parte dello stato e anzi un piccolo guadagno. Tuttavia malgrado l’evidente inutilità e danno per il Paese gran parte dell’arco politico è favorevole a procedere con i prestiti capestro di Bruxelles e addirittura del Mes soltanto per ribadire ancora una volta e sino all’estinzione dello stato la necessità del vincolo esterno.

Questa ossessione ha più anni dell’Europa, visto che dal dopoguerra l’Italia e la sua politica si sono formate proprio nella necessità di aderire al vincolo esterno costituito dal legame geopolitico con gli Usa, configuratosi fin da subito e con pochissime eccezioni nel corso di ormai quasi 80 anni, come rapporto di dipendenza semicoloniale. Questa condizione ha  portato in un certo senso ad un rapido declino del ceto politico stesso, che una volta esauritasi la generazione attiva nel dopoguerra è caduta di tono e di cultura, ha fatto del voto di scambio uno degli principali asset politici, della corruzione istituzionale una immancabile prassi fino ad arrivare al berlusconismo e alla gentina senz’arte né parte ( nel migliore dei casi ) che vediamo oggi da qualunque parte si guardi. La sfiducia del Paese in se stesso è tale che già alla fine degli anni ’70 Guido Carli che era stato lungamente a capo della Banca d’Italia, scriveva: “La nostra scelta del ‘vincolo esterno’ nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese”. Quindi non c’è affatto da stupirsi se l’Italia ha comunque cercato di ritrovare un aggancio esterno, prima con il sistema monetario europeo e poi – dopo il suo fallimento – con l’unione monetaria europea, nonostante essa si presentasse come gravemente sfavorevole per il nostro sistema industriale. Inoltre la classe economicamente dominante ha trovato nel vincolo esterno un espediente politico per vincere le resistenze opposte soprattutto dal partito comunista nell’aderire completamente al neoliberismo di mercato e nell’abbandono dell’economia mista che era stata all’origine del boom economico. Insomma il vincolo esterno serviva  alla classe dominante per risolvere il conflitto interno, vincendo le resistenze di chi a sinistra voleva mantenere un ruolo importante dello Stato nell’economia. Essere vincolati ad una entità sovranazionale o magari a più d’una, consentiva inoltre di indebolire i governi che non avevano più una politica monetaria ( e successivamente di bilancio) autonoma. Probabilmente questo passaggio che ebbe come atto fondamentale il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, non sarebbe stato possibile senza una conversione del Pci  avvenuta nel 1978, dopo il caso moro e l’Unità nazionale, quando fino ad allora la riflessione peraltro acuta e preveggente sui rischi dell’adesione al sistema monetario europeo (si pensi ai discorsi di Spaventa e Barca).

E’ possibile, ma si tratta di una mia sensazione maturata già al tempo di questi avvenimenti che l’esaurirsi della spinta propulsiva dell’Urss spingesse i dirigenti del Pci ad accreditarsi come forza credibile di governo, accettando le linee di politica macroeconomica del grande capitale. Fatto sta che man mano il vincolo esterno è diventato l’unica impalcatura del sistema politico italiano e paradossalmente l’unico concetto base della sinistra, ancorché costruito proprio per annullare la sinistra . Forse l’occasione per mettere in crisi questa logica di fondo o quanto meno per cominciare a sparigliare il tavolo, si è avuta con i 5 Stelle che tuttavia si sono rivelati in sostanza una creatura del vincolo esterno stesso, messa in piedi per evitare che ci fossero veri cambiamenti. Ed ecco perché stiamo discutendo del nulla, ossia di fantomatici aiuti europei grazie ai quali saremo ancora di più in catene e che peraltro non servono assolutamente a nulla visto che da soli potremmo, anzi facciamo di meglio e raccogliamo molto più denaro a condizioni migliori fare assai di meglio. Un ottima occasione in cui si dimostra il contrario di quanto viviamo da oltre mezzo secolo: che è meglio essere soli che male accompagnati.


Euro, contrordine a 5 stelle, anzi buchi neri

2_euro_commemorativo_Italia_2016_PlautoDopo anni di tormenti e di illusioni oggi è diventato chiaro che per l’Italia e  gran parte dell’Europa l’euro è stato il più grosso fallimento del secolo lungo che parte dal ‘900 , mentre è stato il più grande successo della Germania. Dopo anni di confusione e di spot della finanza è divenuto evidente il ruolo che ha avuto la moneta unica nel dividere il continente e nel favorire una politica di reazione alle conquiste del lavoro. Tuttavia ancora si cerca di salvare questo feticcio, anzi più diventano espliciti i mali e meno si è disposti a considerare l’uscita dalla moneta unica che ci sta rovinando, sia pure come prospettiva da costruire nel tempo. Ma ormai, nel maelstrom contemporaneo, il paradossale è diventato la norma per cui non c’è da stupirsi se il M5S sia sia convertito a una proposta in campo da alcuni anni, ovvero quella moneta fiscale di cui Luciano Gallino ( qui ) era il massimo fautore, ma in una dimensione impoverita e distorta perché “euro e non euro è la stessa cosa, non è quello il problema”. Fa sempre piacere apprendere che c’è chi ha capito tutto, chi si appropria di temi in un orizzonte completamente diverso da quello di Gallino stesso il quale prima della sua scomparsa aveva chiarito che per salvare l’Europa bisognava liberarsi della moneta unica.

Ora la proposta in sé è avrebbe un senso: l’idea che lo stato emetta certificati validi per il pagamento di qualsiasi tassa o balzello, con valore di moneta corrente a tutti gli effetti, da distribuire a disoccupati, persone in difficoltà o per intraprendere piccole opere o progetti, consentirebbe di immettere nel circuito economico risorse che oggi rimangono nella banche, ovvero nei forzieri di chi crea denaro, in una sorta di autoctisi del capitalismo finanziario. Una mano santa insomma basata tuttavia sul presupposto che lo Stato abbia conservato un’autonomia fiscale, cosa della quale dubito fortemente visto che nella “clausole di salvaguardia” volute da Bruxelles figura l’obbligo di aumentare la tassazione indiretta (vedi Iva) in caso di deficit pubblico e che l’intenzione esplicita della Commissione è proprio quella di assumere anche le competenze fiscali . Questo, insieme ad altri presupposti come la nazionalizzazione della Banca d’Italia, rende chiara una cosa: l’operazione potrebbe essere realizzata solo la Ue l’autorizza, insomma se è disposta a permettere la creazione di una valuta parallela sapendo che essa finirà inevitabilmente per mandare all’aria i conti e gestire così il Paese in via diretta ancor peggio che con la Grecia.

Già perché lo Stato emetterebbe 100 o 200 miliardi l’anno di certificati fiscali gratuiti, ma dopo un certo periodo, poniamo due anni come nella proposta Gallino in gran parte recepita dai Cinque stelle, dovrebbe accettarli come pagamento delle imposte facendo calare drammaticamente il gettito, creando tagli draconiani ai servizi e dandoci definitivamente in pasto alla troika, sempre ammesso che questo non accada prima a causa dei disastri bancari. Certo l’immissione di risorse nel circuito economico porterebbe a un aumento delle entrate, ma a causa del tempo limitato, di vizi nazionali come l’evasione fiscale e di altri fattori legati alla pratica del caporalato sul lavoro, in misura del tutto insufficiente a controbilanciare la spesa, per cui dopo i fatidici due anni questi crediti, di cui probabilmente molti non si fiderebbero, rischiano facilmente di diventare carta straccia e di avere ben che vada un valore solo eventuale e futuribile.  Il fatto è che la buona anzi l’ottima intenzione di far sì che lo Stato ricominci a creare denaro in proprio, si scontra con il fatto che questo denaro deve poi essere tradotto in euro e non in una divisa nazionale sulla quale si ha la sovranità. E’ fin troppo chiaro che questo sistema, nelle sue diverse varianti, ha un senso solo come strumento di emergenza e in vista di una uscita concordata dalla moneta unica, ma è totalmente privo di significato, anzi un vero e proprio suicidio, qualora si pensi che possa essere usato per lo scopo esattamente contrario, ossia rimanere nell’euro secondo la nuova teoria pentastellata.

Ora mi chiedo se dopo un decennio di crisi e di declino, dopo aver sperimentato tutti gli effetti deleteri di una moneta unica calata su realtà profondamente diverse, sia ancora il caso di fare melina sull’euro, di riconoscerne i veleni economici, politi e geopolitici, ma arzigogolare sul modo di rimanervi, invece di intraprendere studi e analisi serie sulle vie d’uscita che del resto hanno ormai una ragione e un’esistenza intrinseche dopo l’adozione ufficiale dell’Europa a doppia velocità. Se questo è stato purtroppo il dubbio amletico di una sinistra troppo legata ad astrazioni e meno alle realtà sociali, il fatto che ora i Cinque stelle, ad anni di distanza, la facciano propria mi sembra il chiaro segnale di un annaspare faticoso tra una contrapposizione indecisa, altalenante, mai netta e un malinteso tentativo di apparire responsabili. O forse di trovare un modus vivendi ( e moriendi)  con gli oligarchi di Bruxelles nell’ambito di una svolta diciamo così moderata e smodatamente incoerente.

Comunque siamo fregati se non usciamo collettivamente da questo mondo di ombre, tic di pensiero, cautele prive di senso se non anche di dignità e se continuiamo a usare l’intelligenza rimasta per farci del male.


Regionali, diciamogli tanto di no

Thousands of campaigners formed a 'no' sign at the village of Sipson after marching through London's Heathrow Airport  to protest against plans for the airport's expansion, Saturday, May 31, 2008. In the background is a plane taking off from Heathrow airport. (AP Photo/Sang Tan,  Pool)

L’opera buffa delle regionali prosegue imperterrita con le sue cantate e i suoi momenti “rigolo”, mentre varia di giorno in giorno il numero degli impresentabili, il vecchio armamentario del Pd  arriva, pur di conservare il posto, a fare da testimonial al progetto e ai candidati del renzismo. Povero Bersani, paitiano dell’ultima ora, che non ha mai fatto altro che pettinare bambole e ora si serve di questa pratica per lisciare il pelo alla banda di Renzi: uno spettacolo patetico e nauseante. Il fatto è che dal mio punto di vista tutti i candidati di queste elezioni sono impresentabili, sono la schiuma densa di ciò che rimane di un progetto federalista finito in ruberia, inefficienza e vergogna. Un sistema nel quale i cittadini non sono chiamati a decidere tra partiti e men che meno tra idee e progetti, ma fra clan di potere che si spartiscono le spoglie del Paese.

E’ chiaro che i cittadini dopo trent’anni di questo andazzo, rivelatosi sempre più ambiguo e opaco, non hanno una gran voglia di andare alle urne, almeno quelli che non sono coinvolti nella rete clientelare. Eppure dovrebbero trovare la forza di superare questo stato di nausea sartriana in cui il passato e le speranze evaporano, mentre il futuro viene rapinato in cambio di perline di chiacchiere. Dovrebbero perché è ormai chiaro che i progetti oligarchici varati e apertamente sostenuti dal capitalismo finanziario, se ne impippano della scarsa percentuali dei votanti, non fanno certo una tragedia per il decesso della rappresentatività: a Londra Boris Johnson fu rieletto con un  affluenza alle urne del 15%. Anzi meglio, è più “moderno” e dà a clan e camarille la possibilità di far meglio i loro affari.

Dovrebbero perché a questo punto votare qualsiasi cosa a parte il Pd è l’unico modo di mettere i bastoni tra le ruote al rappresentante delle oligarchie finanziarie, ossia a Renzi, senza starsela a menare con appartenenze che non hanno più senso: in questo caso non è importante chi vince ma chi perde. Ammetto che il panorama non sia invitante: c’è la destra orfana di Berlusconi con il sistema di potere che si è andato consolidando negli anni del Cavaliere che ormai flirta con Renzi, c’è un movimento Cinque stelle che al contrario di altre formazioni di opposizione in Europa, come per esempio  Podemos, non ha voluto darsi una struttura politica e rimane chiuso in un autismo dove i guru gestiscono tutto, compresa la rete, cosa che non ha permesso una vasta aggregazione di liste locali, quella che ha garantito alla formazione spagnola di sfondare e che probabilmente darebbe oggi al movimento almeno due regioni, ci sono i reperti locali di altre formazioni nazionali e poi ci sono le liste più o meno civiche tanto per distinguere quelle vere da quelle civetta.

Ma per quanto sia desolato il panorama lo è ancor di più quello di una stravittoria del renzismo che ci metterebbe definitivamente sulla strada del regime. In questo caso un voto alle forze di opposizione o a quelle locali può essere l’unico segnale che il governo può ascoltare: la dispersione del voto è la cosa migliore che si possa fare e al peggio un governo regionale messo insieme con le toppe se non altro dovrà scendere a compromessi con i clan di riferimento, invece di governare la realtà senza alcun contrasto. Soprattutto però si eviterà di dare nuova forza al progetto Renzi, ovvero al tentativo di distruggere il sistema dei diritti italiano e continentale in quanto contrario agli interessi di multinazionali, banche e sistema monetario. Bisogna tenere a mente – come sostiene Cremaschi – che l’Italia è il secondo esperimento delle troike dopo la Grecia, che bisognerebbe avere il coraggio di togliersi il cappio dal collo finché si è in tempo.

Del resto il progetto Renzi non ha più nulla a che fare non dico con la sinistra perché sarebbe pura fantascienza, ma nemmeno col Pd, col suo vecchio e incerto riformismo, screziato di consociazione: Renzi è qualche cosa di diverso, rappresenta il tentativo di raggiungere gli stessi obiettivi reazionari imposti alla Grecia, evitando però di suscitare una forte reazione popolare. Dilatando i tempi della mutazione istituzionale, servendosi di una nullità per portare avanti una nuova e più indegna stagione di trasformismo, contando sulla dissoluzione del sistema politico in stipendificio di lusso, mettendogli a contrasto personaggi – caricatura, ancorché pericolosi e regrediti come Salvini per non parlare della ex fauna berlusconiana

Dire di no a tutto questo è molto più importante di malintese appartenenze o di banalità pseudo politiche diffuse dal sistema mediatico complice e divenuto bancarella della persuasione più  inautentica. A meno di non voler essere sbranati per un puntiglio, per una distrazione per “scansare la pena della verità”, per dimostrare ai lupi che “nessun inganno è abbastanza stolto, nessun ricatto eccessivo” come dice Enzensberger. Per essere in sintonia con l’opportunismo.


Euro ed effetto gregge

pecore_sCome si muovono le pecore e cosa  fanno i pastori? Uno studio del Cnr in collaborazione con un istituto universitario tedesco ( qui )ha stabilito che “in situazioni di confusione, i gruppi umani si comportano esattamente come le greggi: tendono a seguire le persone davanti a loro, in particolare se sembrano sapere dove andare”. Non è che una conferma dei modelli matematici dell’effetto gregge, diffuso fra tutte le specie sociali, ma in questo caso osservato dal punto di vista pratico, ossia per esplorare le possibilità che esso possa essere sfruttato “per orientare i movimenti di una folla in situazioni di emergenza, magari mescolando ad essa soggetti che sappiano precisamente come comportarsi”. Qualcosa che i ricercatori con santa ingenuità ritengono utile, per esempio, a gestire i flussi di folla durante il prossimo giubileo, ma che potrebbe venire buono anche nelle manifestazioni violente nelle quali “la comunicazione tra autorità e folla è difficoltosa”:  in questi casi “agenti in borghese nascosti nella folla potrebbero correre in direzioni concordate per attivare l’effetto gregge”.

E’ confortante sapere quanto i nostri ricercatori ci tengano all’ordine costituito tanto da dar vita a studi il cui scopo precipuo parrebbe quello di dare suggerimenti per il controllo sociale: non posso pensare che essi non si rendano conto che certi spunti potrebbero essere usati nei più svariati modi e tutt’altro che a fin di bene. Ma credo che la parte significativa della ricerca non consista tanto in questo esame dei meccanismi automatici e atavici di comportamento, quanto nella constatazione  “che le persone non sembrano a loro agio con istruzioni calate dall’alto, ma diventano docili quando viene fatto loro credere di scegliere autonomamente”. Ecco un’efficace spiegazione a livello pre politico e oserei dire pre razionale del significato e della forza dell’egemonia culturale, della necessità che le vittime siano partecipi dell’ideologia del carnefice, del ruolo delle guide, dei leader che a vario titolo indicano la strada, spesso non conoscendola. E’ la storia degli ultimi quarant’anni di progressiva affermazione del liberismo e del suo modello: una “storia di successo” come si direbbe su quei media che sono stata la chiave della rapida conquista delle menti.

Un esempio concreto di tutto questo lo abbiamo di fronte quando vediamo con quanta insistenza e pervicacia viene demonizzata come catastrofica l’uscita dall’euro tanto che le vittime per eccellenza della moneta unica (ma non le sole ovviamente), cioè i greci, cuociono a fuoco lento nella paura di un ritorno alla dracma. Un dramma della persuasione e dello sgomento che pervade i ceti popolari della parte debole del continente. Eppure nulla sul piano empirico e nemmeno teorico giustifica questo terrore indotto tanto che l’economista Nadia Gabellini  – autrice con Emiliano Brancaccio di due saggi sull’argomento – denuncia in articolo di una settimana fa sulla Rivista di economia e politica (qui) il fatto che ormai l’abbandono della moneta unica è divenuto un tema oracolare, praticamente privo di ragioni consistenti da parte degli euristi a tutti i costi, qualcosa che è uscito dall’alveo “della riflessione analitica e del confronto sulle evidenze empiriche per rifugiarsi in quello ben più comodo del dogmatismo”.

Il fatto è che le reazioni agli studi Brancaccio – Gabellini e all’estensione degli stessi fatta recentemente da Realfonzo e Viscione non sono certo mancate anche perché essi mostrano come l’economia liberista viva in una specie di mondo rovesciato: nei 28 casi di uscita da un sistema di cambio fisso verificatisi tra il 1980 e il 2013, non si è avuta affatto l’inflazione catastrofica che viene profetizzata, ma solo una modesta svalutazione che ha garantito la tenuta reale dei salari. In alcuni casi le retribuzioni sono perfino aumentate e dove la gestione politica dell’uscita dalle gabbie monetaria si è rivelata cialtrona e poco attenta, le diminuzioni sono state in linea con quelle comunque richieste per rimanere dentro il sistema di cambio rigido. Questi fatti non vengono contestati, ma la risposta è sostanzialmente che l’uscita dalla moneta unica sarebbe un fatto eccezionale e dunque non rientra nella casistica illustrata. E’ fin troppo chiaro che siamo fuori dal campo della scienza o del rigore, ma in quello della fede e purtroppo sempre più spesso della malafede.

Insomma siamo di fronte a “una serie di soggetti che sanno precisamente come comportarsi” o meglio fingono di saperlo e forniscono alla politica, anch’essa ormai intermediaria del potere, la legittimazione a guidare il gregge. I media si incaricano poi di far credere ai cittadini che sono loro a pensarla così e dunque a  renderli docili come dice la ricerca del Cnr. Adesso ci attendiamo gli infiltrati che corrono da una parte o dall’altra per confondere e confermare l’effetto gregge.


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