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Involuzionismo

involuzione_futuraNon è affatto detto che l’evoluzione proceda sempre verso il miglioramento e la maggiore complessità anche se questo era se non la lettera, lo spirito culturale del darwinismo sociale di cui quello scientifico non è che un’applicazione: anzi l’involuzione è uno dei fenomeni più frequenti nella storia della vita ed è la strada immancabilmente scelta allorché si presenti l’occasione di vivere ad un livello più basso. Ed è precisamente quello che si sta verificando nella specie umana non  biologicamente, ma culturalmente quando si pretende che la società nel suo complesso abbia raggiunto la sua massima espressione nei rapporti antropologici ed economici esistenti nella società inglese del primo Settecento, estremamente disuguale, quella in cui si sviluppò l’economia politica di Adam Smith e successori che è alla radice dell’ideologia capitalistica e in particolare di quella neoliberista ancora più radicale perché liberatasi dagli avversari e dai residui culturali della sua nascita. Tale condizione prescrive che tutto sia preordinato all’economia, la quale durante la presa di potere della borghesia, ha preso il posto del precedenti istanze metafisiche, ovvero di Dio, come garante dell’ordine costituito e dunque dell’ingiustizia sociale. Ovvio che se tutto è economia, tutto è anche merce di scambio, anzi deve necessariamente essere ridotto a merce per avere un senso e un valore. Pensiamo solo alla natura, all’etica, all’arte e alle stesse emozioni che oggi dipendono esclusivamente dai valori economici che producono.

Tale idea di fondo, per quanto profondamente contraddittoria, è rimasta lungamente mimetizzata dietro il mutevole paesaggio culturale e dietro le rivendicazioni sociali di due secoli, dietro le diverse strade che le rivoluzioni borghesi hanno preso nel continente europeo e nelle potenze marittime, ma finalmente è riapparsa nella sua purezza quando le condizioni sono state favorevoli alla diffusione  dell’ agente patogeno. Naturalmente se tutto è merce una società radicata in questa visione teme tutto ciò che non può essere ridotto a mero scambio sul mercato, compresa persino l’identità sessuale e dunque la funzione dell’intellighenzia contemporanea è quella di “ridurre” il mondo umano per renderlo più povero, ma più coerente con questa visione e con i suoi strumenti o al massimo di sfruttare ciò che ancora non si adatta al meccanismo per favorire e accelerare l’assoggettamento. Grazie a una soverchiante opera di comunicazione e controllo, che le singole persone riescono sempre a domare intellettualmente visto anche l’immenso degrado dell’istruzione ridotta a semplice addestramento, sta provocando un’evidente involuzione umana verso forme più immediate e più rozze di rapporti  che tra l’altro non contemplano più l’insieme nel quale essi acquistano un senso, ma solo le relazioni punto a punto, i singoli individui, le singole aspirazioni che in sé costituiscono il puro apolitico.  Ciò naturalmente spezza i collegamenti tra causa ed effetto per cui gli eventi navigano in un nulla cosmico regolato da concezioni elementari e primordiali come ad esempio bene e male di cui la comunicazione è riccamente addobbata.

Ovviamente  non ci si accorge affatto dell’involuzione perché questi processi a pari dell’evoluzione sono ricchi di eventi e di novità, la perdita di qualcosa può essere perfino più interessante dell’acquisto di qualcosa, propone continue mutazioni verso il basso, ci rende abilis e non sapiens, quindi il rutilante mondo della fine della storia sembra in piena cosa verso il futuro, ma invece va in retromarcia. Così si sta costruendo una nuova specie, l’homo mercatensis, una specie in rapido regresso . E non ci sarebbe modo di fermare il convoglio se le promesse che esso protetta sui suoi schermi fossero effettivamente realizzabili, ma il fatto che il mercato finisca per punire il 99% che si affaccia alle vetrine come la piccola fiammiferaia, dalla quale è stata chirurgicamente  asportata la speranza, l’idea di cambiamento, il dubbio e la percezione  di far parte di un’insieme, non finisse per alimentare un’insoddisfazione di cui però, come per certi nevrosi, non si conosce l’origine e che viene placata con il consumo compulsivo, con lo sballo e con gli psicofarmaci, altra strada di semplificazione medicale di un problema sociale.

Ognuno di questi punti meriterebbe almeno una decina di post a se stanti tanto complessa è la situazione e intricati i movimenti, ma stamattina ho voluto dare solo un breve sguardo d’insieme per ricordare che quando si perdono le ali, si diventa solo galline nello staio.


Quel che è nostro, è loro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Già non mi piaceva “mio, mio”, da concedere ragionevolmente solo ai bambini in età prescolare. Poi ho cominciato a sospettare anche di “nostro”, soprattutto da quando due militari della marina, mandati senza autorizzazione del parlamento a fare da vigilantes a navi private per trasporti opachi,  e che si sarebbero macchiati della colpa di aver sparato a due pescatori scambiandoli per “pirati”, sono diventati i “nostri marò”. Ma anche quando erano “nostri”,  i soldati impiegati in azioni di guerra, denominate spericolatamente missioni umanitarie, esportazioni di democrazia, anche quelle spesso  prive del consenso parlamentare, e “nostri” gli affari per lo più sporchi conclusi dalla “nostre” aziende grazie ad alleanze strette con i “nostri” discutibili alleati. E che dire del “nostro” patrimonio d’arte, del “nostro” paesaggio, del “nostro” bene comune, il Mare Nostrum, le “nostre” risorse, il “nostro” territorio.

Deve essere stato allora che ho finalmente capito che quando governanti (quelli del “nostro” Stato, buono per essere munto e come elemosiniere), ceto politico e imprenditoriale (quello delle “nostre” fabbriche e dei “nostri” operai), opinionisti, sociologi, addetti all’uso provato della storia un tanto al chilo, parlano col noi, e definiscono “nostro” un bene, una ricchezza,  un diritto, un privilegio e una prerogativa, vogliono intendere che è “loro”, secondo una interpretazione proprietaria, monopolistica ed esclusiva. Sono talmente “loro” che si sentono legittimati a decidere autoritariamente della loro sorte, a goderne in forma elitaria, a ridurli a merce per trarne profitto, a offrirne l’uso in comodato in cambio di consenso, quattrini, voti, affiliazione in cerchie privilegiate, conservazione di rendite di posizione  e potentati.

Invece sono sempre davvero “nostri”  doveri, colpe, responsabilità, oneri, obblighi fiscali e non, compresi quelli   della   generosità e della coesione sociale: basta pensare  alla popolarità della  proposta irridente ripetuta a chi richiama all’impegno dell’accoglienza solidale, di ospitare i disperati a casa sua, rivolta ai “buonisti” da cattivisti incalliti, da chi evade le tasse e protegge perfino con leggi e riforme elusione, corruzione, malaffare e da chi la provoca e incrementa quella disperazione con le armi, lao sfruttamento, l’emarginazione.

Adesso, come sempre succede, siamo in piena campagna di collettivizzazione del compianto e del dolore per i “nostri” morti. Che ci raccomandano di piangere in silenzio per non disturbare il manovratore, dedicando loro la nostra compassione, la nostra carità e la nostra solidarietà, ma esimendoci da denuncia, sorveglianza e vigilanza dal basso, necessarie invece più che mai non solo per esperienze del passato, ma anche per via della tenace opera di denigrazione e esautoramento degli organismi di controllo: sovrintendenze, uffici tecnici, assimilati a fastidiosi soloni, molesti disfattisti, gufi importuni capaci solo di creare ostacoli alla “loro” crescita.

Lo sappiamo bene che sono davvero “nostri” quei morti, perché li piangiamo davvero anche se non li abbiamo sulla coscienza, così come è “nostro” questo paese bello, trascurato e offeso, senza la retorica patriottarda di una pietas e di una appartenenza “tribali”, che assumono forme artatamente perverse, quelle del “noi contro loro”,  quelle di chi aizza noi poveri contro loro più poveri, che ci rubano case, lavoro, servizi, quelle di chi dice “prima di tutti, noi”, poi in ultimo gli ultimi, via dalle tende, via dalle mense, via dalle caserme diroccate e insane, via da fantomatici hotel di lusso, via dalle panchine, via dai bus, via dagli ospedali.

Non si preoccupavano dei “nostri” morti, quando erano vivi, non si preoccupavano del “nostro” territorio, dei “nostri” bisogni. E, passata la fase dei titoli in prima, delle dirette, della elaborazione pubblica del lutto, se ne dimenticheranno presto, o, peggio, li ricorderanno per approfittarne come icasticamente ha indicato il loro cantore, rimettendo in moto la “nostra” economia e incrementare il “nostro” Pil, con i grandi cantieri edilizi, come all’Aquila,   se non esercitiamo i “nostri” doveri e se non reclamiamo i “nostri” diritti di cittadini.

 

 

 


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