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Grazie Tar. Fuori i mercanti dai musei

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È davvero indignato il Ministro dei Beni Culturale, e con lui quello della Giustizia, e il loro capobastone, che non vogliono farci provare nostalgia delle crociate del Cavaliere  contro i tribunali rossi, i giudici comunisti, le battaglie contro la giustizia occupata militarmente dai magistrati eversivi e che oggi gridano vergogna! Per la figuraccia sovranazionale che fa fare al Bel Paese il Tar del Lazio, reo di aver bocciato la nomina di cinque direttori stranieri in altrettanti  prestigiosi musei italiani di rilevanza nazionale a Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria.

Alludendo a “criteri magmatici “  che avrebbero condizionato la selezione dei candidati, connessi alle modalità degli esami orali – compiuti al chiuso – e ai criteri con cui sono stati divisi i candidati prima dell’esame orale, il tribunale amministrativo  ha motivato la sua decisione in base al principio che una legge italiana (non dell’antico regime ma di quello contemporaneo, novellata nel 2011) non prevederebbe che incarichi così delicati siano assegnati a persone non italiane.

Apriti cielo. Renzi parla per tutti inveendo in rete:  “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”. E Franceschini in coro  si scaglia contro  provincialismo, campanilismo e misoneismo che ci condannano alla “magra” al cospetto del mondo che invece non si è accorto dello stato in cui versano i nostri siti archeologici, che non sa che siamo uno dei paesi con la più alta concentrazione di bellezze artistiche, storiche e monumentali ma che spende meno per tutelarli, che lascia correre sul fatto che i nostri quadri professionali addetti alla conservazione e valorizzazione sono sottopagati, detestati per la loro indole a esercitare una ossessiva sorveglianza – proprio come i Tar – che ostacola la libera iniziativa (vi ricordate l’invettiva di Renzi: “sovrintendente è la parola più brutta del vocabolario”?), che probabilmente concorda su riforme che hanno impoverito istruzione e formazione escludendo dal teatro della “concorrenza” leale i nostri laureati, che, con tutta probabilità, preferisce dimenticare che sono stati i nostri storici e i nostri soprintendenti e i nostri ricercatori a insegnargli in passato l’arte di fare e curare un museo.

E soprattutto che con tutta evidenza, è schierato proprio come i nostri indignados di governo, nel volerci persuadere che è questo che si intende per valorizzazione del patrimonio culturale: apertura al “colonialismo” in modo che gallerie e monumenti diventino juke box, slot machine che sputano soldi per le casse, outlet che danno più spazio al merchandising che alla didattica, terreno di scorreria per sponsor che li affittano per tenerci sponsali, convention, sfilate, (come si era augurato di fare all’atto della sua nomina il direttore degli Uffizi) e per mecenati che li retrocedono a marchi aggiuntivi sulle loro griffe.

Non a caso l’organo di informazione scelto per pubblicare il bando è stato, guarda un po’, l’Economist. A far preferire i curricula dei cinque (più uno salvato da un errore di trasmissione dei dati dell’incarico) sono state infatti le loro referenze di abili “venditori”, proprio come piace ed è piaciuti ai governi che si sono succeduti, in modo che la nostra storia e le nostre bellezze si possano mettere in mezzo a due fette di pane, possibilmente impastato con le farine manicate a pietra e il lievito madre dei farinetti e altri norcini assimilati, che si possa far fruttare il giacimento, possibilmente dandolo in generoso comodato a amici e famigli selezionati tra sceicchi, calzolai, ditte di fiducia, secondo quella interpretazione della valorizzazione magicamente rappresentata da un esempio per tutti:  abbattere le foreste tropicali per creare occupazione e realizzare i nostri parquet.

È che chi gioisce per una applicazione della legge che tanto dispiace invece ai nostri legislatori cui piacciono solo quelle al loro diretto servizio,  aveva sperato – illusoriamente – che la riforma intendesse promuovere l’autonomia di alcuni grandi musei italiani,  favorendo la loro conversione da contenitori spesso raccogliticci di beni, in veri centri di ricerca, capaci di tornare a produrre, e quindi a redistribuire, conoscenza, sapere bellezza. Che potessero diventare davvero dai poli di attrazione per giovani laureati nelle discipline della cura, della tutela e della divulgazione, e posti della democrazia, nei quali si va per guardare pensare e esercitare i diritti della cittadinanza sanciti dalla nostra Costituzione: godere del bello e della memoria per prepararsi al futuro. Mentre è stato subito chiaro che  nella mente degli ideologi dello sfruttamento del nostro petrolio” c’era solo  il marketing, la commercializzazione, il fare cassa coi biglietti, quando si dovrebbe aspirare a restituire la funzione di bene pubblico, rendendo l’ingresso gratuito come nei templi della nostra storia.

Dobbiamo dire grazie al Tar che con questa sentenza ha celebrato il 24 maggio , la giornata di mobilitazione indetta dai professionisti dei Beni Culturali (il loro manifesto è qui:   https://emergenzacultura.org/2017/05/06/3119/) che chiedono investimenti, riconoscimenti economici e professionali, dignità.

Se c’è una cosa della quale davvero dobbiamo vergognarci è che, incapaci come siamo di difendere da soli i nostri diritti, i nostri beni abbiamo delegato la giustizia e la libertà ai tribunali.

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Mamma, solo per te la mia riforma vola

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fosse vero che le persone che abbiamo amato sono sedute su una nuvola a guardar giù, fosse vero che ci tengono d’occhio per guidarci e proteggerci, fosse vero.. beh, se mia mamma leggesse un suo ricordo nel giorno dei cioccolatini coatti, dei fiori obbligati e delle inevitabili poesie della Merini su Facebook, mi tirerebbe i piedi con sacrosanta collera.

Invece, proprio come me, si interrogherebbe sul ruolo pedagogico ed esemplare di alcune mamme, sulle loro prestazioni di educatrici che la collettività è chiamata a scontare. Dopo l’avvicendamento di mamme Rosa, per una curiosa coincidenza si chiamavano così la Signora Bossi i  Berlusconi e la Signora Maltoni in Mussolini, c’è stata una eclissi su questa fondamentale figura parentale, così influente e spesso negletta, così formativa e spesso così ingombrante, almeno per quanto riguarda dinastie e genealogie del potere contemporaneo.

Mentre invece il popolo femminile, quelle normali, sono oggetto di studi, misure, azioni, critiche, in quanto strategiche nel disegno imperiale per sostituire welfare, assistenza, istruzione ridotti a sistemi suppletivi privati,  ma anche per consolidare un modello di consumo e uso commerciale delle persone dalla culla alla tomba, tramite spot di merendine, libracci per indottrinare sulle sfumature della subalternità sessuale, gratificante espulsione dal lavoro, accreditata come recupero di valori tradizionali, contributo – è di questi giorni – alla precoce sessualizzazione di bambine spossessate della loro naturale infanzia. Sancendo così l’innocenza dei padri, comparse casuali e distratte, per via, fanno credere, del loro protagonismo nell’arena pubblica, come se fosse di nuovo delegata a loro la partecipazione, la politica, la collera, l’opposizione, la resistenza. Se è così stiamo freschi. E è opportuno ricordare il concorso di ambo le figure genitoriali e imprenditoriali nella promozione di veline, nella ostensione di letterine, nella presentazione al tempio di cene eleganti di  adolescenti intraprendenti. Come rammentare che se la letteratura e la cronaca ci ripropongono le mamme di Bellissima, sono anche piene di papà entusiasti per imprese bulliste della prole, ai campi di calcetto, nel cortile della scuola, nel contesto virtuale dell’iniziazione sessuale via selfie, e questo per restare nella “norma”, nella quotidianità.

Sappiamo qualcosa di più invece dei padri celebri, quello di Renzi, quello della fidanzatina d’Italia, quello della Guidi, e così possiamo indovinare il loro apporto alla formazione dei fanciulli, fatto, ci scommetterei, di  una combinazione di cinismo e frustrazione, tale da rimettere ai figli velleità e ambizioni, di marketing e tecniche di allenamento da coach, in modo da ammaestrarli a tracotanza e sopraffazione, nel più totale disprezzo per regole, buona educazione, solidarietà e nell’ignoranza di tutto,  del sapere, delle leggi, della socialità.

Però possiamo immaginare che babbi e mamme siano poi uguali nell’orgoglio, nella fierezza che oggi li anima, davanti alle prestigiose carriere della prole, attribuibili proprio a quei vizi pubblici e privati cui li hanno avviati, a coronamento di un’opera instancabile condotta per farli essere come sono, dei gran figli di puttana, definizione che perversamente restituisce un ruolo primario alla donna, e che viene apprezzata e riconosciuta tramite commissariamenti influenti, posti prestigiosi, emolumenti sibaritici, prodighe consulenze, fino a culminare in leggi “dedicate”, grazie a una conversione di quelle ad personam, in provvedimenti su misura al servizio del su’ babbo.

Ma mi vien fatto di chiedermi quanto ha contribuito la mamma e far diventare com’è la Boschi, che in queste ore ha raggiunto l’apoteosi della sfacciataggine più burina, della sfrontatezza più ignorante, della tracotanza più piduista, parlando di fascismo, argomento sul quale rivela competenza, qualità finora mai manifestata. A quale modello si sarà ispirata, anche lei indirettamente favorita da una riforma, in qualità di preside simbolo della buona scuola, beneficata da innumerevoli ingressi premio all’Expo,  per contribuire a disegnarla così, con quel mix di dispettosa ignoranza ed esibita volgarità, che dà luogo a una narrazione di finto candore, ostensione di sentimentalità, indole a una vezzosa seduttività,  che dovrebbero arrivare a noi come delicati e femminei segnali di qualità muliebri e vellutate dentro un’armatura di ferro, che sarebbe quella che tiene dritto il vuoto tremendo e pericoloso che si scoprirebbe alzando la celata.

 

 


Per l’istruzione entrare in area privata

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà casuale che oggi chi ha cercato di entrare nel sito del governo che reca le informazioni sulla cosiddetta riforma della scuola si sia trovato davanti a questa scritta inquietante? Gli autori di un attacco potrebbero cercare di rubare le tue informazioni (ad esempio password, messaggi o dati della carta di credito) da labuonascuola.gov.it,  con il consiglio di tornare in “area privata”. Come se tutto il contesto nel quale è nato questo sciagurato provvedimento non fosse già un’area così privata che di più non si può, dove tutto si può vendere e comprare, dove l’ideologia che l’ha animata è quella di trasformare l’istruzione, la formazione, il sapere in merci e i giovani in merci da sbattere sul mercato perfezionando l’empia aspirazione dei due geni della pedagogia, la Moratti e la Gelmini, in modo che vocazioni, talenti, predisposizioni vengano sacrificati nel rispetto del marketing applicato all’occupazione sempre più precaria, e dove legittimi aneliti ad affermare le proprie capacità devono essere secondarie rispetto a ambizione, fidelizzazione, prevaricazione insomma a quella competitività che vorrebbe riportarci all’unica legge che questo ceto dirigente rispetta, quella della giungla.

Molte volte abbiamo scritto e oggi il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/07/10/la-buona-scuola-la-cattiva-grecia-storia-di-sconfitte-annunciate/ lo ricorda senza indulgenza, che insegnanti e genitori appartengono a quell’elettorato che ha creduto nelle promesse del premier e segretario di partito in ambedue i casi affetto da bullismo, che di fronte all’inasprirsi della lotta di classe alla rovescia condotta contro il lavoro, i suoi diritti, le garanzie conquistate in anni, quella dei docenti è stata certamente una corporazione molto appartata che ha esercitato una colpevole “astensione”, e che comunque questa scuola di oggi è il frutto di un susseguirsi di interventi uno più perverso dell’altro da parte di riformatori che hanno sempre guardato ad essa come bacino di consenso da conquistare con regalie e azioni arbitrarie, anziché promuovere un new deal dell’istruzione e della cultura. E che negli ultimi vent’anni, senza esclusione, si è lavorato intorno a una progressiva privatizzazione del settore, quindi ad una esaltazione in favore delle materie tecniche, dell’offerta perlopiù di un’attrezzatura di base per futuri occupati così poco preparati da essere disponibili a qualsiasi mansione prevista dalla nuova schiavitù, penalizzando quelle che invece promuovono la formazione, la potenzialità ad apprendere, la curiosità e il desiderio di approfondire dando opportunità al mercato ma soprattutto a vocazioni e talenti.

Così siamo arrivati a quest’ultima aberrazione   che si pretende di far passare come una specie di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza, e che va nel senso di una visione della formazione  intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare unicamente capacità di eseguire correttamente, e cioè velocemente ed efficacemente, protocolli di azioni ripetibili e uniformi a ordini precostituiti. Nel rispetto quindi di  una realtà e di uno sviluppo fondato  sulla concorrenza, sulla sopraffazione, sull’inganno.

E non poteva essere diversamente: il lungo processo di colonizzazione del modello di sviluppo e sociale statunitense ha condizionato interamente le nostre  esistenze e anche il nostro immaginario, quello personale e quello politico. E poco importa che da anni l’America abbia fatto autocritica e oggi stia rivedendo le basi della sua istruzione e della sua pedagogia: i nostri imitatori pensano talmente in piccolo anche rispetto all’ideologia della casa madre, da chiamare riforma un ridicolo articolato che si fonda su pochi squallidi capisaldi. Rafforzare una gerarchia autoritaria, sul modello della conversione definitiva della democrazia in tirannia, sancire una volta di più la potenza del ricatto come sistema di governo: «non si pos­sono fare le assun­zioni dei pre­cari nella scuola così com’è», riconfermare il primato dei soldi, introducendo criteri e requisiti che premino alcuni istituti sulla base dell’incremento delle disuguaglianze, grazie ad  indicatori territoriali, di ceto, di appartenenza a classi agiate, di possibilità dei genitori di “contribuire” volontariamente condizionando scelte pedagogiche, selezione degli insegnanti, compiuta da una figura dispotica, indirizzi di studio.

Da  set­tem­bre nella scuola regnerà il disordine:  il ddl è stato appro­vato ma le assun­zioni non saranno per tutti (ad alcuni sarà  generosamente con­cessa la passibilità di fare un altro con­corso,  quelle dei pre­cari sono dimi­nuite — da un annun­cio all’altro, da un emen­da­mento all’altro — da 148.000 a 100.000 circa fino ad arri­vare alle attuali 60.000, rendendo poco credibile perfino il nodo scorsoio con il quale si è impiccato un Parlamento che l’ha comunque preferito alla lealtà al mandato di rappresentare l’interesse generale.

Qualche giorno fa Luciano Canfora ricordava come   « il referendum fosse lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell’età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». Aggiungendo che se il modello della delega è ormai logoro, il referendum rappresenta un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune e rammentando come fu  Jean-Jacques Rousseau a dire che il popolo inglese è libero soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo.

Sentirete tanti dire che il referendum è un costo futile i tempi di carestia, altri diranno che i refrendum in Italia sembrano fatti per essere traditi, qualcuno tirerà da una parte e dall’altra quella pelle di zigrino che è diventata la Costituzione con le sue regole, che ogni giorno vengono disattese, oltraggiate in attesa della sua definitiva cancellazione.

Ma l’istruzione pubblica interessa tutti, docenti, alunni, genitori, nonni, zii, rami secchi, creature non ancora nate. Sse il referendum è lo strumento per riprendersi la cittadinanza, torniamo ad essere cittadini.

 

 

 


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