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Robot e zombi

robot_vs__zombie_by_iamo76-WEBOgni tanto filtrano buone notizie che dovrebbero essere tema di attenta riflessione, di stimolo all’analisi e motivi di riscatto che tuttavia, dopo aver prodotto un breve squillo di tromba, si tramutano in inutile fanghiglia nella morta gora tra politica e dell’informazione senza riuscire smuovere il discorso pubblico dai suoi topoi. Una di questa buone notizie è stata data dal Sole 24 ore meno di una settimana fa:  nel 2017 la  crescita della robotica industriale italiana è stata seconda solo a quella della Cina che come al solito sta su un altro pianeta e oggi produce il 58% dei robot in tutto il mondo. Ora questo è certamente un motivo di orgoglio e di speranza perché risultati così positivi in un campo di punta della tecnologia e per di più raggiunti nel corso di un processo complessivo di deindustrializzazione,  significa che il nostro Paese non è solo pizza , sartoria e turismo straccione, ma ha anche grandi risorse non valorizzate e spesso misconosciute

Ma agitare ogni tanto le bandierine per poi riporle nel cassetto non serve a nulla, anzi innestandosi su una logica perversa che sfrutta i complessi di inferiorità del dopoguerra e della colonizzazione americana, sembra funzionale alla narrazioni dell’oligarchia continentale: il dato ripreso dal Sole infatti ci dice che siamo un formidabile concorrente nel mondo, ma soprattutto in Europa e che il dover operare con una moneta innaturalmente alta per il nostro sistema produttivo non fa altro che castrarci a beneficio di altri sistemi industriali che hanno puntato su produzioni mature, mentre in quelle di punta non appaiono altrettanto forti. Insomma la moneta unica oltre ai deleteri effetti sociali di cui è principale strumento costituisce anche una fonte di dissimetria che avvantaggia indebitamente il centro del continente a detrimento della sua periferia, ma soprattutto dell’Italia che è l’unico vero rivale industriale della Germania. Così sotto il paravento dell’unità europea si nasconde il gioco infame delle egemonie continentali.

Quindi non possiamo stupirci se la scarsa consapevolezza delle nostre possibilità venga  sfacciatamente usata per terrorizzare le persone sul crollo di un’eventuale divisa nazionale che si svaluterebbe del 30 per cento a sentire Mediobanca che dello status quo ha fatto una religione o del 20 per cento secondo banca Nomura. In realtà tutto questo è solo una favola: addirittura c’è che pensa che un futura Lira rimarrebbe stabile, anzi addirittura dopo i primi assestamenti rischierebbe una piccola rivalutazione intorno all’ 1%. che sarebbe comunque vantaggioso visto che un marco tedesco di rivaluterebbe del 14 %  A dirlo non sono io, ma uno studio  dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica., il quale per chi chi non lo sapesse è stato fondato nel 1981 da Raymonde Barre, viene finanziato dallo Stato francese ed è affiliato  affiliato alla mitica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca.  Il cosiddetto rischio di ridenominazione, ovvero di cambio di divisa  è pari praticamente a zero sui tre fronti analizzati dallo studio: bilancio e banca centrale; società sia finanziarie che di altro settore e famiglie. Una tripletta che nessun altro può vantare. Non c’è bisogno di sottolineare che questo studio firmato da Cédric Durand e Sébastien Villemot è stato completamente censurato da noi perché, contrariamente alla vulgata corrente, dimostra che il Paese non ha niente da temere e tutto da guadagnare dall’uscita dall’euro. Addirittura l’Italia è lo Stato che uscirebbe meglio dal trauma del cambio di moneta.

Del resto i timori del mostro nascosto nell’ombra, ovvero del leggendario default sono abbastanza infondati, anche per la stessa Ocse, visto che comunque i titoli di stato venduti fuori dall’Italia rimarrebbero denominati in euro o in caso di abbandono generale della moneta unica in qualche unità di conto europeo che andrebbe a sostituirlo, tipo Ecu o euro bancario. Il fatto è che se anche un eventuale passaggio di moneta sarebbe conveniente per il Paese, non lo sarebbe per la razza padrona che ha trovato nell’euro l’abili perfetto per polverizzare le conquiste sociali dell’ultimo secolo e aumentare a dismisura i propri profitti con pochissimo sforzo: con una moneta nazionale la redistribuzione sarebbe di fatto inevitabile. Purtroppo se la produzione di robot va alla grande, quella di zombie disponibili a farsi intimidire e a vivere sotto la cappa delle narrazioni e della paura è di gran lunga maggiore.


Erri De Luca, l’alienazione dell’eretico

6a00d8341c684553ef0154326e11e1970c-piL’effetto più stupefacente e in qualche modo grottesco della religione liberista è l’alienazione o meglio l’estraniazione in senso hegeliano non solo dalla dimensione della speranza e del progetto, ossia del futuro, ma anche dalla conoscenza dell’eterno presente che ci viene imposto. Esso in  quanto espressione dell’unica verità del mercato, va venerato e “pregato” attraverso il consumo facendo della nostra dimensione desiderante l’unica possibile, ma non va indagato nel suo complesso perché questo si rivelerebbe pericoloso per il culto. Ovviamente le eresie sono inevitabili e vengono punite, ma nel complesso sono tollerate come strumento di sfogo, purché non mettano in discussione l’esistenza dell’Ente supremo, la mano invisibile che dall’alto dei cieli governa il pianeta.

Si potrebbero fare migliaia di esempi, costruire un’intera enciclopedia britannica dell’alienazione contemporanea, ma ce ne si può fare una chiara idea prendendo ad esempio un notissimo eretico, tanto eretico da rischiare una condanna per terrorismo per ciò che ha detto sulla Tav. Sì, parlo di Erri De Luca, il quale sa cosa voglia dire opporsi agli affari e agli imperativi del mercato e per il quale sono stati chiesti l’altro giorno otto mesi di reclusione. Tuttavia quando si arriva al cuore della questione, al nodo gordiano della “parola contraria”, alla sacra arca della diseguaglianza si tira indietro e parlando intorno alla questione greca dice:  “Non esiste alternativa all’euro e nemmeno all’Europa”. Perché? De Luca non spiega questo passo teologico se non attraverso un elenco che sembra tratto dalla scolastica medioevale la quale si riprometteva di spiegare la fede con la ragione, ma non faceva altro che piegare la ragione alla fede:  “Non c’era piano B all’infuori di un ritorno alla dracma, una sospensione dall’euro che avrebbe subito dimezzato il potere di acquisto, dunque affondato la Grecia nell’abisso argentino di anni fa”. ha detto circa due mesi fa.

Un inviperito Brancaccio si è buttato su quest’osso che dimostra la superficialità di giudizio e di conoscenza sul mondo contemporaneo, trafitto dai media così che è subito e sempre sera. Intanto c’è una totale confusione tra svalutazione e inflazione come se l’una fosse immediatamente l’altra. Sono invece due cose diverse ed è strano che un’italiano di una certa età non ricordi che gli anni successivi al settembre ’92, quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e svalutare del 24% furono proprio quelli a minor inflazione dal 1970. Poi sulla vicenda Argentina De Luca confonde la crisi del periodo in cui il peso era agganciato al dollaro e il tonfo economico che questo assurdo provocò con la successiva ripresa dovuta alla liberazione dalla camicia di forza dell’aggancio a una moneta forte. Insomma alla fine anche l’eretico celebra i fasti del pensiero dominante, anche se si oppone a una delle conseguenze di quest’ultimo, ma senza riuscire a collegare i fili d’Arianna per uscire dal labirinto.

Sbattuti come naufraghi in un’oceano di informazioni che non sappiamo dominare, che siano esse le crisi monetarie o le presunte nuove terre, alla fine non riusciamo che a cogliere e farci trascinare dalla nenia delle onde anche se non la sentiamo come nostra. Specie se non siamo direttamente coinvolti e non sappiano che dal 2009 ad oggi i lavoratori hanno subito un crollo del potere di acquisto dei loro salari superiore a quelli registrati nei casi dell’uscita dai regimi valutari avvenuti negli ultimi trent’anni. Siamo insomma estraniati da noi stessi e dalla nostra stessa esperienza, alienati dalla conoscenza che alla fine anche quando è acquista diventa inutile perché è avulsa da tutto ciò che abbiamo introiettato, lontana e nemica dell’eterno presente.


Euro e corruzione: interpretazione del mondo di mezzo

CORROTTINon si può dire che il nuovo scandalo scoppiato nella capitale corrotta di un Paese infetto, giunga come un fulmine a ciel sereno, soprattutto se coinvolge un uomo al di sotto di ogni sospetto come Alemanno: decenni di corruzione ci hanno ormai abituato ad aspettarci il marcio dovunque e a considerare quasi normale il cortocircuito affari -politica con l’aggiunta negli ultimi due o tre lustri della criminalità organizzata grazie alla liquidità di cui dispone. Non a caso siamo finalmente riusciti ad assicurarci il primato che ci spetta di diritto: quello di Paese più corrotto d’Europa, titolo finalmente riconosciuto ufficialmente.

Del resto l’occasione di cambiare rotta c’era stata nei primi anni ’90 con mani pulite, ma alla fine non fu colta ed anzi il contatto perpetuo tra interessi privati e politica, tra affari e potere legislativo, tra gruppi di pressione e amministrazioni pubbliche, aggrappato a zoccoli elettorali fondati sulla clientela, fu addirittura benedetto e sancito  dal successo di Berlusconi che di tutto questo era il simbolo incarnato. Quello fu davvero il momento di passaggio epocale nella storia del Paese, destinato a pesare per molte generazioni sulle spalle dei suoi disgraziati abitanti. E non mi riferisco solo ed esclusivamente all’inchiesta giudiziaria perché quest’ultima non fu che un effetto collaterale di una situazione storica: con la caduta del muro di Berlino, il collasso dell’Urss era venuto meno quel mondo bipolare al cui riparo era nata e cresciuta la mutazione maligna dell’Italia. La circostanza di essere divenuto territorio di confine dell’impero occidentale, minacciato per di più anche all’interno da un potente partito comunista, aveva man mano trasformato la corruzione da accesso febbrile a malattia cronica, da patologia a fisiologia, arrivando a divenire persino una sorta di lucroso e peloso patriottismo. Ma lo Stivale era troppo importante perché alla sua classe dirigente non fosse fornito un paracadute anche economico finanziario, qualunque cosa facesse, a qualunque leggerezza si lasciasse andare.

Però nel giro di pochi anni questa situazione di privilegio venne meno e ci si trovò di fronte alla necessità o di cambiare la razza padrona nel suo insieme e nelle sue declinazioni con le modalità sociali le modalità sociali che aveva costruito, oppure di aggrapparsi a una nuova logica che imponesse dall’esterno una sorta di disciplina fiscale e monetaria. Questa, nonostante già il sistema di cambi concatenati dello Sme si fosse rivelato disastroso, togliendo al Paese gran parte della sua competitività e portando persino alla necessità di un uscita forzosa dal sistema ( nei fatti il default del ’92), fu individuato nell’adesione incondizionata all’euro: per entrarvi  fu fatto di tutto, compresi enormi investimenti semi occulti in derivati, nel tentativo di migliorare l’immagine dei conti e di resistere sugli spalti di un tasso di cambio del tutto inattuale che poi si è tradotto in un valore lira – euro del tutto sballato.

L’idea della moneta unica nacque come progetto politico fortemente voluto dalla Francia che si illudeva in questo modo di poter imbrigliare e compensare il peso della Germania riunificata. L’idea era davvero balzana, del tutto illogica rispetto agli scopi e infatti ha avuto l’effetto diametralmente opposto riducendo la Francia e mezza europa in ginocchio. Ma una cosa era certa: la moneta unica avvantaggiava i Paesi forti con produzioni ad alto valore aggiunto e forte stato sociale da poter erodere senza suscitare forte opposizione sociale, mentre colpiva in particolare l’Italia facendole perdere la competitività insista in una moneta debole. Il trattato di Maastricht venne firmato nel febbraio del ’92 e già nel luglio il governo Amato si trovò costretto a prelevare il 6 per mille sui tutti i conti bancari per rientrare nei parametri, mentre nel settembre successivo la Lira fu costretta ad uscire temporaneamente dallo Sme e questo accadde. guarda caso, anche per tutte le monete dei futuri Piigs ( salvo la Grecia che non era ancora nel serpente monetario).

Insomma una prefigurazione di ciò che sarebbe accaduto dopo. Anche sul piano sociale: noi ricordiamo il prelievo sui conti correnti, ma abbiamo dimenticato che quella manovra di emergenza prevedeva anche la fine dell’equo canone e la liberalizzazione degli affitti (con conseguenze c he oggi raggiungono il diapason), l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni, una grossa tranche di privatizzazioni, una corposa detassazione degli utili aziendali, aumento dei ticket sanitari, tagli all’Università e alla scuola. Insomma in piccolo le stesse ricette che ci ritroviamo oggi che trasferiscono la competitività persa con la moneta su salari, diritti, welfare, democrazia. Non a caso un ruolo di rilievo nella messa a punto di quel piano d’emergenza l’ebbero oltre ad Amato che potremmo anche ritrovarci come futuro presidente, l’allora sottosegretario al Tesoro, Sacconi, ancora oggi alla testa del massacro del lavoro.

D’altra parte,benché tutto fosse abbastanza chiaro non c’erano che due strade per evitare un futuro disastro: o entrare nel meccanismo infernale dell’euro e sacrificare così il patto sociale del dopoguerra oltre che il progresso civile, come sarebbe avvenuto poi in tutta Europa, oppure risanare il Paese tagliando gli enormi utili parassitari derivanti dalla corruzione di sistema e i giganteschi costi per mantenere in piedi un apparato di sapore sudamericano. Quale sia stata la scelta lo sappiamo  e quale sia stato il grado di complicità di un Paese in cerca di padrone e padroni, non abituato ai diritti ma ai favori, timoroso di perdere le modeste rendite di posizione, lo possiamo analizzare

La beffa che ci meritiamo è che ora dopo aver assaggiato il declino, la razza padrona nei suoi ridotti di palazzo combatte la sua battaglia di sopravvivenza, svendendo tutto ciò che rimane per poter fare ancora man bassa. Da una parte agita la bandiera strappata, illusoria della crescita e dei sacrifici che essa comporta per i cittadini, dall’altra scatena le penne di servizio contro la cattiva Germania rea di aver lucrato sull’opacità della nostra classe dirigente che ci ha ficcato a forza in questa situazione. E’ un mondo di mezzo che già prepara un doppio alibi, che non ha nemmeno più carote da offrire, ma solo nodosi bastoni.


Il romanzo della crisi. Quarto capitolo: ritorno alla Lira

il terzo capitolo (qui)

E’ venuta l’ora di riassumere le vicende che questo romanzo racconta per avviarci al finale. Abbiamo visto come l’euro, moneta unica di un’area non omogenea e senza unione politica,  priva di una banca centrale a tutti gli effetti, sia stato un azzardo. Abbiamo anche visto come altrettanto azzardata sia stata la volontà delle classi dirigenti italiane di entrare subito senza alcuna preparazione e anzi usando la nuova divisa non per risanare, ma per perpetuare le storture. E tutti noi, giorno per giorno vediamo come sia azzardato continuare a sognare la possibilità di mettere in comune debiti e crediti tra i vari Paesi d’Europa.

In queste condizioni, le ricette di stampo liberista, quelle fallite peraltro tante volte in altri continenti e vicende che consideravamo lontane, non migliorano la situazione e anzi fanno affondare l’economia reale. Una lunga e graduale caduta con il ricatto quotidiano del default che per molti economisti è alla fine inevitabile, in mancanza di clamorosi cambiamenti. Si impone dunque un pensiero ufficialmente rifiutato, ma di fatto ormai in campo: il ritorno alla lira. Qualcosa che fino a qualche tempo fa dicevano solo gli eretici sparsi o eterodossi come Paul Krugman o Paolo Savona, ma che ormai occhieggia sempre più spesso dalle pagine del Wall Street Journal e dell’Economist.

La cosa più sciocca  è dunque far finta che questa prospettiva sia frutto di menti sconsiderate, di visionari o nel migliore dei casi  soltanto un ballon d’essai. Certo le uscite episodiche e dementi di Berlusconi con i suoi euro da stampare in casa o i proclami sgangherati, non aiutano l’opinione pubblica a rendersi conto che si tratta di una prospettiva tutt’altro che campata in aria e che potrebbe anche presentarsi a causa di eventi esterni, come una fuga dalla moneta unica dei paesi più in crisi o paradossalmente di quelli  più forti. Certo la demonizzazione può derivare anche dal fatto che l’euro è diventata un’arma formidabile per aggredire il lavoro, le sue tutele e la sua dignità oltre che un ricatto per svuotare dall’interno la democrazia come per l’appunto è avvenuto in quest’ultimo anno in cui è stata massacrata la Costituzione senza nemmeno una consultazione popolare. L’euro è in effetti la moneta delle oligarchie, locali e continentali.

Ma vediamo cosa succederebbe se si decidesse di uscire dall’Euro. Dirlo è molto difficile sia perché ci sono diverse tesi sull’approdo finale,  sia perché hanno un peso rilevante le tecniche e i criteri con cui si affronta il passaggio. Vediamole. Alcuni ipotizzano la divisione della moneta unica in un euro debole e un euro forte cosa che avrebbe minori conseguenze sulla permanenza della Ue e susciterebbe probabilmente un impatto psicologico più blando. Ma si tratta  anche della soluzione più pasticciata perché almeno per il Sud di Europa si continuerebbe ad avere una moneta unica  a fronte di economie diverse e con gli stessi limiti di oggi: l’assenza di una vera banca centrale.

Altri pensano invece a un ritorno alla lira e alle monete nazionali tout court, altri ancora pensano ad una sorta di integrazione monetaria con doppia circolazione per un certo periodo di tempo o magari a tempo indeterminato. Sebbene questa prospettiva non abbia fatto breccia presso gli economisti di professione  con opportune, anche se modeste modifiche alla legislazione europea , potrebbe essere una buona soluzione in caso di ritorno generalizzato alle monete nazionali.  Anzi secondo alcuni (cfr. Benjamin Cohen, The Future of Money, Princeton University Press) sarebbe proprio questo il mainstream del futuro. Certo la realizzazione dovrebbe contemplare accordi complessi e in ogni caso il nostro vecchio debito denominato in euro continuerebbe a pesarci addosso, ma non insopportabilmente perché da quel momento in poi la finanza e l’economia reale del Paese funzionerebbero prevalentemente in moneta nazionale. Con il vantaggio però di potersi appoggiare, all’occasione, a una moneta forte che in questo caso avrebbe un’effettiva capacità di creare compensazioni fra le varie aree del continente. Insomma una specie di vecchio Ecu, tuttavia con circolazione di banconote.

Nessuno è davvero in grado di prevedere però cosa accadrebbe in caso di un ritorno semplice alla lira con le negoziazione necessarie visto che non esiste nei trattati la possibilità automatica di uscire o di essere cacciati . Questo non significa che non esistano numerosi scenari, molto diversi a seconda delle premesse. Generalmente però l’ipotesi da cui si parte è che la Lira andrebbe incontro a una vertiginosa svalutazione in grado di mettere ko in pochissimo tempo  le aziende quotate in borsa e facendo schizzare verso l’alto come missili le obbligazioni, sommandosi all’effetto precedente; i titoli di stato potrebbero essere scambiati solo con interessi altissimi provocando non un default perché in questo caso lo Stato potrebbe rifornirsi ad libitum di moneta, ma una superinflazione. Da qualche parte che non ricordo ho anche letto il parere di un sedicente esperto che parlava di un crollo delle quotazioni immobiliari che al contrario è semmai probabile con l’euro a causa della scarsità di mutui e di acquirenti.

Comunque sia supponendo di partire da un’ipotetica parità di cambio 1 Euro – 1 Lira, sia la banca giapponese Nomura ( uno dei più grandi gestori mondiali di fondi) sia la svizzera Ubs calcolano la perdita di circa il 20% di valore in un anno per poi gradualmente assestarsi, qualcosa insomma di molto meno catastrofico di quanto non si voglia far pensare, visto che questo paese ha vissuto un decennio filato con inflazione a due cifre. Voglio dire che se questi fossero i livelli o anche un po’ superiori, non esisterebbero problemi per stipendi e salari e men che meno per le proprietà immobiliari che costituiscono l’asset di gran lunga maggioritario nella proprietà privata il cui valore resisterebbe, come è sempre accaduto, all’inflazione. Anche la perdita di valore del mercato azionario e i maggiori interessi obbligazionari sarebbero compensati da un’immediato recupero di competitività delle nostre imprese il 99% delle quali non è quotata e non ha obbligazioni. I guai ci sarebbero per i possessori di titoli di stato vale a dire le banche nazionali ed estere e per quei privati che possiedono molto denaro liquido o molti bpt, ammesso che già non abbiano provveduto a farli volare via o a tramutarli in altro. E’ per questo che si vuole ad ogni costo tenerci nell’Euro oltre che metterci fuori gioco come potenziale concorrente. Però  la quantità di titoli posseduti fuori d’Italia si potrebbe tramutare in un vantaggio quanto meno nel breve periodo : proprio le perdite prevedibili dei maggiori soggetti finanziari li consiglierebbe a non scommettere troppo contro la ricreata lira. D’altro canto visto che lo Stato possiede in via diretta circa 500 miliardi di beni, invece di venderli, potrebbe metterli a garanzia di nuove emissioni di titoli a interesse relativamente basso per superare la prima fase di turbolenza.

Anche la paventata corsa agli sportelli bancari per ritirare i propri risparmi in euro e salvarli dalla loro automatica conversione in lire è sostanzialmente una sciocchezza: si può benissimo immaginare che i depositi in euro rimangano tali  e vengano tramutati in lire – al cambio del giorno – soltanto al loro ritiro, totale o graduale che sia. Insomma molto dipende da come si organizza il passaggio: le immagini catastrofiche sarebbero piuttosto il prodotto di un ritorno alla vecchia moneta in fretta e furia e senza preparazione, senza studiare accuratamente un livello di cambio e tutti gli altri particolari decisivi. Certo da una classe dirigente cialtrona ci si può aspettare di tutto ed è proprio per questo che l’argomento entrare a pieno titolo nella discussione pubblica: tanto i capitali che dovevano uscire lo hanno già fatto.

Naturalmente  non bisogna nasconderci dietro un dito: l’operazione di un’uscita richiede uno o più sponsor forti per non essere traumatica e nel nostro caso essere potrebbero essere certamente gli Usa, (già pronti, a leggere fra le righe le dichiarazioni di Geithner dopo l’incontro con  Schäuble) e probabilmente anche la Cina. Inoltre per alcuni anni bisognerà ricostruire un tessuto sociale ed economico senza però “fabbricare” tanta moneta da avere tassi d’inflazione troppo alti. Sarà dura, ma con una nuova speranza di farcela, dentro un nuovo inizio, con un nuovo contratto sociale da stabilire, senza essere condannati ad un impoverimento progressivo senza altra via d’uscita che il fallimento o la terzomondializzazione.  Tuttavia sono evidenti due cose che fanno da tappo ulteriore a un abbandono dell’euro:  le perdite eventuali sarebbero a carico soprattutto di quel 10% di popolazione ricca e  la nuova situazione richiederebbe nuovi assetti assai sgraditi alle destre liberiste: per qualche anno, ad esempio, bisognerà reintrodurre sistemi di indicizzazione di salari, stipendi e pensioni, ridare respiro e vigore ai contratti nazionali, prevedere un nuovo impegno dello stato e delle sue articolazioni sia negli investimenti che nel coordinamento economico, eventualmente ricorrere a qualche nazionalizzazione. Insomma qualcosa che somiglia all’aglio per il vampiro finanziario.

Qualcuno si domanderà: è l’Europa, la buttiamo via assieme all’acqua sporca dell’Euro? Questo dicono quelli che accettano i massacri ” necessari” non si sa bene a chi o a che cosa. Ma se c’è una cosa evidente, anche per chi non la vuole vedere,  è che la moneta unica è stato il più potente fattore di disgregazione del continente, dell’investimento ideale e politico che aveva comportato. Tutto è stato dilapidato e mai dal dopoguerra ad oggi c’è stato un così evidente ritorno all’ostilità fra i popoli che compongono il mosaico. L’unità che oggi ci si propone di salvare, non è affatto quella che è stata alla base della sua prima costruzione, ma solo quella della notte finanziaria in cui tutte le vacche sono nere.  Da quasi un secolo, dalla fine della prima guerra mondiale,  l’Europa e la pace dentro il continente sono stati una grande speranza costantemente smarrita e al tempo stesso un grande feticcio. In nome di questo fu fatta l’iniqua pace di Versailles, un clamoroso errore  che portò a un altro conflitto mondiale, fatto anche quello ovviamente in nome dell’unità continentale “Ich war die letzte Hoffnung für Europa” , “ero l’ultima speranza d’Europa” diceva Hitler nel bunker. Ed oggi è fin troppo chiaro a chi abbia un minimo di sensibilità storica, che l’euro e la burocrazia bruxellesca cieca e sorda, sono il veleno dell’Unione e non la sua garanzia. Non sono affatto l’ultima speranza, ne sono la negazione.


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