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Pasticciaccio brutto sul Colle, mentre l’Ue getta la maschera

96646_16Non se lo aspettavano: né Renzi, né Mattarella, e tanto meno Napolitano che è il grande vecchio al telecomando pensavano che il no vincesse davvero e soprattutto non in proporzioni tali da richiedere imperativamente le dimissioni del premier prima dell’approvazione della finanziaria. Così si è arrivati al pasticciaccio indecoroso al quale assistiamo e nel quale si somma tutta l’ignavia e la cialtroneria di un ceto politico che è ormai soltanto una formazione di molluschi aggrappati ai palazzi parlamentari: Mattarella, il presidente sagoma a due dimensioni, nemmeno per un attimo ha pensato di indurre Renzi ad approvare la finanziaria prima della consultazione popolare come sarebbe stato ovvio, probabilmente perché non glielo ha suggerito Napolitano che è la sua terza dimensione e anche adesso si rifugia nell’astensione da ogni proposta. Così adesso ci troviamo con il guappo che scalpita come un dannato per andarsene e il duo Mattarella – Napolitano che vogliono costringerlo a rimanere fino all’approvazione della legge di stabilità.

Tutto questo però nasce dalle promesse ingannevoli perpetrate durante tutta la lunghissima campagna elettorale: la legge di stabilità non poteva in nessun caso essere approvata prima  del referendum semplicemente perché altrimenti il guappo avrebbe scoperto il proprio bluff, avrebbe mostrato a tutti che ancora una volta stava prendendo per il naso il Paese e che molti provvedimenti erano semplicemente fumo negli occhi e voto di scambio, compresi i famosi 85 euro ai dipendenti pubblici per i quali non vi è traccia di copertura. Inoltre questo avrebbe costretto l’Europa di Bruxelles a venire allo scoperto sconfessando le “aperture” di pura facciata messe in piedi per aiutare il guappo nella sua campagna contro la Costituzione. Infatti già ieri l’Eurogruppo, ovvero il consesso dei ministri delle finanze della Ue  ha chiesto straordinarie correzioni al bilancio, incaricando la Commissione Europea di dettare al governo italiano i passi necessari per ridurre il debito. Ma non si astiene dal suggerire in proprio la ricetta: privatizzazioni selvagge ed entrate straordinarie (leggi tasse)  per tirare fuori i 15 miliardi che mancano dopo mille giorni di gestione demenziale, cialtrona e condita di innumerevoli menzogne.

E’ fin troppo chiaro che se Renzi dovesse firmare, sia pure come ultimo atto, una legge di stabilità lacrime e sangue, invece di lasciare ai successori il compito di maneggiare la castagna bollente preparata con le sue manine, subirebbe un altro durissimo colpo: anche i media più fedeli, anche i vegliardi domenicali più incalliti nello spaccio del renzismo per nome e contro del trafficante che risiede in Svizzera,  potrebbero nascondere l’evidenza: che per un anno il Paese è vissuto nell’immobilismo e dentro la narrazione completamente fasulla di un imbonitore , funzionale solo al referendum. Ma tutto questo, un premier in evidente confusione emotiva, un presidente terrorizzato dal dover decidere qualcosa, un Pd trasformato in banda di dervisci danzanti al cospetto del proprio declino, ma ormai privo di qualsiasi personaggio in grado di cambiare rotta o ancor meglio di recidere il cordone ombelicale con questo partito degli equivoci per cercare aria pura, si configurano come un’ennesima offesa alla volontà degli elettori: queste dimissioni congelate sanno di beffa, di incoerenza e di presa in giro. Perché è chiaro che assieme ai domiciliari di Renzi a Palazzo Chigi viene artificialmente messo in freezer anche il resto, compreso un Parlamento nato non soltanto da una legge elettorale dichiarata anticostituzionale, ma ormai lontanissimo dal rispecchiare la realtà del Paese.

I nodi stanno venendo al pettine: i parlamentari del Pd e del fritto misto alleato, sono ormai terrorizzati, come del resto le oligarchie europee, dalla sola idea di elezioni e faranno di tutto e di più per evitarle, per assemblare col lego un ennesimo governo tecnico, anche se al loro arco non ci sono che manovre di corridoio e di aula visto che la realtà va altrove, da quella economica intrecciata indissolubilmente ai diktat europei privi di qualsiasi senso a quella sociale che si è rimessa in movimento.  Proprio per questo ieri dicevo che la guerra è appena iniziata, una guerra per ritrovare la democrazia e per non finire come la Grecia.

 

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Brigantaggio costituzionale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sta a noi trasformare la minaccia in promessa: se perdo, mi dimetto. Il suo “garante”, il suo proboviro personale, Verdini, ha commentato: se l’ha detto lo farà, lui ci mette la faccia ed è solito mantenere le promesse.

Non so se vi è capitato ultimamente di vedere uno di quei film sulla carriera di giovani teppisti che aspirando a diventare boss della malavita cementano la loro ascesa con reati e delitti, intimidazioni e prepotenze, ma agognano anche a piacere, a riscuotere fidelizzazione sia pure avvelenata dal ricatto e dall’abuso, ad avere consenso a Brooklyn, nell’East End di Londra,  nei paeselli natii, ma perfino alla Magliana.

I suggeritori del romanzo criminale del governo, più acculturati del giovane Arturo Ui, lo devono aver persuaso che la sua ascesa per diventare irresistibile, ha bisogno oltre che dei profitti e del sostegno non disinteressato del personale del racket dei cavolfiori, dell’applicazione dell’istituto del plebiscito, molto caro a chi nell’eterno avvitarsi della storia ha cercato conferme della sua personale svolta bonapartista, indifferente ai mezzi con i quali viene promossa  e autorizzata la sua affermazione autoritaria e repressiva, persuasivi grazie alla propaganda e a una stampa asservita, alla proprietà di mezzi di comunicazione, o garantita dalla coercizione e dalla forza. E infatti, lo stesso piccolo napoleone di Rignano lo rivendica, non si tratterà del pronunciamento su un rimaneggiamento della Carta destinato a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica,  dall’esito manipolato grazie a  una campagna referendaria segnata dall’egemonia incontrastata della compagine di governo, la stessa compromessa in affarismi e maneggi, con le stesse modalità di    una qualsiasi campagna elettorale a favore di una parte politica, e che farà valere la supremazia di chi dispone del potere, complice un’informazione ormai completamente allineata.

I burattinai o i Ghostwriter del premier finalmente liberi dalle limitazioni delle 140 battute, lo avranno ingolosito con i precedenti illustri: quello del 12 novembre 1933 quando il popolo tedesco venne chiamato ad esprimere due voti, contemporanei e distinti, per sì o per no, su due schede, l’una delle quali comprendeva il simbolo della lista dell’unico partito nazionalsocialista, l’altra la domanda rivolta al popolo se esso approvasse la politica del governo del Reich e se fosse pronto a dichiarare essere questa l’espressione dei suoi sentimenti e della sua volontà e a proclamare solennemente la propria adesione. Ancora meglio quello del 19 agosto 1934, dopo che il governo del Reich aveva il 2 agosto riunite le funzioni di presidente del Reich a quelle di cancelliere,  quando i cittadini furono “consultati” per  pronunciarsi per il sì o per il no su quella misura straordinaria ma “necessaria”, proprio come oggi ci vengono a dire che è necessario sostituire la democrazia partecipativa con  un sistema  di oligarchia, per finalità di “efficienza”, semplificazione, e di contrasto all’immobilismo che affligge il Paese.

O quello di De Gaulle, come se il bullo di Rignano fosse  il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al fatale momento della liberazione per mettere mano a un progetto costituzionale forte del passato e capace di guardare al futuro. Mentre questa “riforma” sciagurata, messa insieme frettolosamente da ignoranti di leggi, indifferenti ai diritti, incompetenti di politica, guarda di più a altre resistenze, quelle di Pacciardi,   Sogno,   Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, quelli del partito trasversale delle logge, dei golpe, delle trame, aiutati dai tanti che negli anni hanno cercato di mettere mano alla Costituzione e alla democrazia per adattarne principi e valori in favore  di governi e “personalità” grazie a bicamerali, commissioni di “saggi”, comitati e comitatini.

Se ne faccia una ragione, le svolte bonapartiste mostravano ai cittadini visioni, magari aberranti, contesti ideali, magari deplorevoli, ma che parlavano di interessi, di bisogni, di desideri. La sua è una prospettiva limitata a scegliere: o lui, o lui. In modo da colloquiare con la paura miserabile dell’ignoto, che pare abbia contagiato quelli che temono l’ideologia, soprattutto quella dell’alternativa, quella dell’utopia e quella della responsabilità, come se non puzzasse di più il quadro distopico che ispira un governo che attribuisce le sue perversioni a una Carta ingestibile, a un ceto tecnocratico che vuole razionalizzare il processo di occupazione dei posti strategici, grazie  all’accentramento a favore del potere centrale e a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare, proprio quando è svanita la sua sovranità in virtù del trasferimento di competenze strategiche (pace, guerra, sicurezza, giustizia, economia) a poteri privati, opachi e irresponsabili. E che si vuole avvalere di una forma d’investitura popolare nella quale le elezioni vengono retrocesse da  pronunciamento per eleggere il Parlamento, a liturgia officiata per scegliere e investire un governo e il suo Capo.

Non siamo ben messi, da una parte i teppisti promossi da boss, dall’altra ragazzi disorientati da una spaesante elaborazione del lutto. È proprio ora di riprendersi la volontà e subito. A cominciare dal 17 aprile, non dando ragione a chi va al mare, quello che dovrebbero andare all’urna per cercare di proteggerlo, in nome della vanità di un referendum che verrà disatteso come quello dell’acqua (tradito platealmente a Arezzo, dove comitati di cittadini che avevano reso operativa l’abrogazione della “remunerazione del capitale investito” pagando dolo il dovuto, autoriducendo la bolletta, si sono visti tagliare i tubi), o che penalizzerebbe un’occupazione (limitata e lesiva dei principi di sicurezza e precauzione, numericamente imprecisata, senza dire che  le concessioni oggi attive scadranno tra il 2017 e il 2034 e che non sono messe in discussione le attività di manutenzione né, ovviamente, quelle di smantellamento e ripristino ambientale), o che sarebbe, e questa è l’obiezione più infame, già ampiamente superato per via delle norme contenute nella Legge di Stabilità (quando 9 delle 44 concessioni che riguardano la produzione di gas in quattro regioni: Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo e Marche,  già scadute a fine 2015, alcune da mesi, altre da anni, addirittura dal 2009, e una volta presentata – senza ricevere risposta – la richiesta di proroga al Ministero della Guidi,  hanno continuato indisturbati a tenere in piedi le piattaforme e a operare).

Ha detto proprio ieri che la campagna elettorale lo attizza, accontentiamolo rendendola più eccitante, facciamola anche noi.


Il Palazzo contro la Casa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Regge e palazzi contro capanne, caverne e grotte. Si sa che questo è uno dei fronti strategici dell’aristocrazia del Grillo: loro sono loro e noi non siamo un cazzo, così ci tocca rimpiangere Sullo perché le operazioni chirurgiche sulla casa rappresentano l’unico tentativo riuscito di una politica organica e coerente dei governi che si sono succeduti: in nessun altro settore si è realizzata una tale concordia di obiettivi e di realizzazioni, anticipatrice della totale sintonia tra destra e diversamente destra, in previsione del coronamento del sogno del partito unico.

È già da un po’ che ci siamo persuasi che Renzi si è assunto gioiosamente il compito di concretizzare le visioni del Cavaliere e di rendere effettivo il principio cui si ispirava la sua “weltanschauung”, la sostituzione dello stato con poteri privati, l’egemonia di una visione individualistica di tutto, risorse, servizi, spazi, attraverso l’abbandono delle regole e delle leggi, la distruzione del primato dell’autorità pubblica nel governo del territorio, il sostegno alle rendite e la legittimazione della speculazione. I suoi pilastri ideali, tradotti in slogan prima e in azioni poi, erano:  ognuno è proprietario a casa sua, e fa della sua terra ciò che vuole; e i  problemi delle città si risolvono costruendo attorno a ciascuna di quelle esistenti delle appendici, delle Citta Due, Tre, Quattro, libere da vincoli in un festoso Far West di deroghe, condoni, e grazie alla sistematica demolizione della pianificazione urbanistica,  all’ esautorazione degli enti locali e all’allentamento dei controlli.

Se intimidito dalle reazioni – allora ancora ce n’erano – Berlusconi sospese il suo famigerato piano casa, quello che ben lungi dal realizzare alloggi per quelle fasce di cittadini che non riescono a trovare soddisfazione rivolgendosi al mercato privato, prevedeva semplicemente l’incentivo a chi possedeva già un’abitazione, o comunque un volume edificato, di ampliare la sua proprietà immobiliare e trasformarla  derogando esplicitamente da tutti i regolamenti e i piani nonché (almeno in una prima fase) dalle stesse norme di prevenzione dai rischi o di tutela dei beni culturali e del paesaggio, premiando le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare, Renzi ha raccolto il suo testimone affidando in prima battuta la materia a Lupi, quello che credeva che Ruby fosse nipote di Mubarak e che suo figlio fosse assunto in ruoli prestigiosi per le sue qualità professionali. Si devono a lui alcune delle operazioni più squallide, dal provvedimento chiamato con prosopopea “piano Lupi”, una montagna che doveva avere prioritariamente l’effetto di partorire un sorcio infame: la previsione  di tagliare luce e gas a chi occupa abusivamente un immobile, almeno 10 mila poveri, indigeni e stranieri, escludendoli   dalle gare di assegnazione per 5 anni.   Ma anche di ristabilire il primato assoluto del diritto proprietario e della rendita, attraverso un atto che pareva dettato dalla muscolare asso­cia­zione della pro­prietà immo­bi­liare e dai costrut­tori ita­liani, attraverso la riaffermazione del diritto edi­fi­ca­to­rio rico­no­sciuto per legge in eterno, sancito dal principio  che «ai pro­prie­tari di immo­bili è rico­no­sciuto il diritto di ini­zia­tiva (…) anche al fine di garan­tire il valore degli immo­bili».

In modo da  favo­rire l’ulteriore costru­zione di nuove case, quando anche i più sprovveduti conoscono   i motivi che a par­tire dal 2007 hanno por­tato a una dimi­nu­zione dei valori immo­bi­liari che nelle aree mar­gi­nali del paese ha rag­giunto il valore del 40% e si atte­sta sul 20% nelle peri­fe­rie delle grandi città: la crisi certamente,  ma soprattutto la smania “costruttivista”, che per vent’anni ha permesso di costruire senza programmazione e regole, per gonfiare le bolle e le roulette finanziari, per offrire l’accesso ai colossi immobiliare a finanziamenti pubblici, per nutrire il brand della corruzione. Con il risultato  che tutti gli isti­tuti di ricerca di set­tore par­lano di almeno un milione di alloggi nuovi inven­duti, facendo crollare  i valori delle abi­ta­zioni.

Il fatto è che non c’è solo la volontà esplicita di appagare l’avidità insaziabile dei signori del cemento.  Non c’è solo la proterva determinazione a mettersi al servizio del sistema rapace delle banche, attraverso le acrobatiche disposizioni in materia di mutui ( ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/03/07/il-rottamatore-della-casa/ ) o il trattamento “speciale” nella partecipazione alle aste.

Sono entrati in vigore a fine febbraio infatti i nuovi privilegi fiscali per chi compra le case all’asta, in continuità con dieci anni di forzature, consentendo a chi compra e vende case per “mestiere”  – imprese o istituti di credito e finanziari – alle aste immobiliari, di fare più soldi, grazie a una norma che permette la speculazione professionale,  pagando solo 200 euro di tassa fissa (anziché il 9% sul prezzo di aggiudicazione).  E non dimentichiamo come nella legge di Stabilità sia stata confermata l’oscena esenzione IMU in vigore dal 2013 (art. 2 del D.L. n. 102/2013) per gli immobili invenduti dalle imprese di costruzione. Non solo,  questo privilegio fiscale, inizialmente previsto per soli tre anni, è stato garantito per sempre dal Governo, favorendo le grandi imprese di costruzione senza riconoscere gli stessi diritti ai comuni cittadini.
No, non c’è solo l’obbligo di prodigarsi per accontentare la famelica divinità del profitto. Espropri o “ruspe” virtuali,  tutto  fa credere  che ci sia proprio un istinto ferino a colpire i cittadini in quanto ha sempre rappresentato un elemento di stabilità, una garanzia, una certezza che pensavano fosse inviolabile. Per ridurli in stato di ricattabile soggezione, di inguaribile e dannata insicurezza, in modo da esporli a intimidazione e minacce bestiali e naturali, come succedeva agli antenati nei sassi, nei gorfas, nelle grotte di Altamira. Solo che loro almeno prendevano la clava.

 

 

 


Renzi il “farsario”

matteo-renziPer completare lo stupidario del Paese prima che il 2015 spiri, arriva la personalizzazione della pagina del governo, con in calce la firma autografa del beato Matteo da Rignano sotto i provvedimenti più importanti a cominciare da una legge di stabilità che avrebbe fatto vergognare i democristiani più appassionati di mance elettorali e che per il resto sfrutta la proclamata flessibilità europea quasi solo per  compiacere Confindustria. Non c’è male come conclusione di un cinepanettone governativo che va dalla grazia allo spione americano per il sequestro di Abu Omar, alle invocazioni ad Obama per la questione dei marò, alla dilettantesca carognata dei salvataggi bancari messa in piedi in un coacervo di contraddizioni e di mosse grottesche per salvare la menzogna e un ristretto novero di famiglie banchiere tra le quali non è difficile comprendere quale sia la più tutelata.

Tutto questo è ridicolo e avvilente: sembra quasi che ciò che altrove viene vissuto come un dramma si riproduca in Italia sotto forma di farsa. E non per nulla abbiamo un “farsario” a capo del governo. Tuttavia questo è un esito peculiare di una condizione generale nella quale vive l’occidente: il disfacimento dei partiti tradizionali, lontani anni luce dai valori nei quali erano nati, ridotti a puri simulacri politici subalterni ai poteri economici, la cui sopravvivenza è garantita dal costituirsi in casta di privilegio dentro i dettami del pensiero unico. Dovunque in Francia, Germania, Italia, Spagna, persino negli Usa, nascono forze e personaggi alternativi su ogni lato della politica per riempire il vuoto di cittadinanza e di rappresentanza, rispondere al disorientamento delle persone. A volte sinceri, a volte costruiti ad hoc  a volte fallimentari per la perdita di sovranità, a volte portatori di speranza, a volte di inquietudine, essi segnalano comunque la necessità di ricucire la drammatica separazione fra valori e pratiche di governo ormai sottratte alla mediazione politica e puramente strumentali in vantaggio di qualche potere.

Tanto per fare un esempio piccolo piccolo e domestico di tutto questo potremmo analizzare l’innalzamento del limite  del contante da mille a tremila euro. Lo si è fatto solo per favorire in funzione elettorale la piccola evasione e liberare un po’ di risorse per il consumo spicciolo, nonostante l’avversione del pensiero unico a forme di pagamento che non prevedano la mediazione delle bande finanziarie e il pedaggio a loro dovuto. Infatti ci si è guardati bene dal rendere coerente ed effettivo questo nuovo limite: anni fa milioni di salariati e pensionati sono stati costretti ad aprire conti in banca e alle poste per poter disporre dell’assegno mensile, con tutte le spese che ciò comporta. Oggi il 90 per cento delle retribuzioni potrebbe di nuovo essere corrisposto in contante, senza cadere sotto la tagliola delle innumerevoli “card ” in circolazione, ma questo non è comunque possibile perché il sistema bancario perderebbe un bel po’ di capi da spennare.  La rozza strumentalità del provvedimento è del tutto evidente.

Così come è che chiaro che per gestire questo mercato, per organizzare furbate e non mediazione sociale, non occorrono di certo statisti e nemmeno grand commis dello stato: sono più che sufficienti modesti servetti e tronisti della politica a cui viene chiesto di metterci la faccia e di certo non il cervello che spesso nemmeno esiste. Ecco da dove nasce la firma autografa di Renzi sul sito del governo: corrisponde al disturbo narcisistico della personalità del premier e al narcisismo sociale dei poteri che lo sostengono. E’ l’equivalente istituzionale del selfie, il segno inequivocabile del self mismade man.


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