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L’altra metà dell’inferno

 

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi monta su una rabbia così amara a pensare a quante rinunce, a quante battaglie a casa e fuori, a quante lotte contro pregiudizi e conformismi, a quanti contrasti dentro di noi e fuori da noi  quando lo scontro era coi padroni e come se non bastasse con padri padroni, i mariti padroni, i fratelli padroni, insomma i maschi padroni. Per trovarci così a star sotto alla Boschi, alla Fornero, alla Guidi, alla Giannini, alla Fedeli, alla Marcegaglia, alla Todini, alla Madia, per non dire della Merkel, per non dire della Lagarde e di tante altre icone del potere femminile.

Si vede proprio che avevamo sottovalutato che esistono situazioni e contesti che prevedono la rinuncia, o meglio l’abiura entusiastica di valori e caratteri di genere, a probabile dimostrazione anche antropologica che non esiste via virtuosa al potere e in condizioni di perfetta e ineguagliabile parità. Vengono considerate conferme dell’indole virile coraggio, determinazione, risolutezza, forza e vigore? Ecco che appena nominati, eletti, incaricati o designati i cuor di leone, i temerari, gli audaci si convertono in coniglietti di peluche, in cagnoloni che fanno sempre si con la testa in consigli di amministrazione, parlamenti, direzioni di partito ritrovando un po’ di soffio vitale  nella tutela ferina di posizioni, rendite e privilegi grazie al superstite istinto alla sopraffazione, indomito e capace di sopravvivere a ogni avversità.

Ma siccome è più giusto dire che si tratta semplicemente degli effetti non sorprendenti di una selezione del personale politico  che sceglie i più adatti e adattabili, i più ambiziosi e spregiudicati, i più arrendevoli e dediti all’ubbidienza, i più inclini all’assoggettamento e al tempo stesso al dirigismo autoritario, ecco spiegata la festosa dismissione di quelle qualità femminee: sensibilità, gentilezza, accoglienza,  capacità di ascolto e predisposizione alla cura e alla compassione, solidarietà, che avevano fatto sperare a molte che fosse possibile una liberazione senza rivoluzione, un affrancamento di genere senza quello dallo sfruttamento padronale, la possibilità di dare forma a un modello esistenziale e personale assolto e affrancato, benché in presenza di un sistema economico basato su mercificazione, speculazione, profitto.

L’idealtipo della contemporanea “donna in carriera” ha alcuni tratti comuni che vanno dalla esasperazione di potenti stereotipi primo tra una tendenza alla gregarietà e alla remissività, alla volontaria conferma di connotati che hanno costruito nei secoli pregiudizi, cliché e proverbi,  seduttività, intrigo, adescamento, fino alla riproduzione in forma di macchietta della superiorità virile, con tanto di ambizione smodata, arrivismo, competitività, tracotanza, avidità. Siano imprenditrici talmente persuase della potenza del pelo rispetto a quella dei buoi, da farsene crescere sullo stomaco in azienda e in confindustriale,  pur rivelando dolci e muliebri cedevolezze nel privato anche da ministre, siano squinzie etrusche feroci nella difesa di assetti bancari criminali, quanto nella demolizione di diritti e democrazia, siano neonominate soavemente “leggere” nell’ostensione di curricula sapientemente artefatti che nel rivendicare con orgoglio l’appartenenza a una cricca e alle prerogative che ne conseguono: distacchi, privilegi e benefici arbitrari, anticipano una allarmante indifferenza per meriti conquistati con studio, lavoro, sacrificio e impegno, O  siano eurocrati o ministre riconfermate in divisa mimetica che non camuffa però  una predilezione per le maniere forti, per le imprese machiste e avventuriste, in una parola per la guerra e i suoi benefici effetti economici e commerciali: mercato delle armi, bottini coloniali, sostegno reciproco a tiranni e despoti. O siano sindache protervamente asserragliate in un rassicurante contesto di clan, in gran parte ereditato, superbamente e sovranamente indifferenti alle ricadute delle loro imprudenti risoluzioni. O siano “governatrici”   inadeguate, incompetenti, viziate da improbabili successi,  che reagiscono alla non sorprendente resa dei conti con il candore della pretesa di innocenza e con la pubblica e solenne esposizione del pianto, secondo l’uso inaugurato da una ministra fonte lacrimosa di guai irreversibili.

Tutte comunque hanno un tratto comune, compresa la consigliera regionale già celebrata per le fiere frequentazioni di estetiste e parrucchiere oggi tornata alla ribalta per essersi data malata mentre presenziava alla irrinunciabile celebrazione in India delle nozze fastose di un imprenditore amico.

Ogni volta che vengono pescate con le mani nella marmellata, ogni volta che qualcuno le mette in riga, hanno la risposta pronta, ben suffragata dal sostegno di una pletora di appassionate militanti della cretina ipocrisia in rete e sui media. Perché in questo non c’è parità che tenga: se rivolgi una critica motivata a leggiadre criminali, belluine giustiziere, pericolose killer di diritti, lavoro e pensioni, procaci carnefici di democrazia e partecipazione, vieni immediatamente assimilata, ancorché donna, alla gang maledetta dei sessisti, alla pletora del fascio maschilismo, alla plebe malmostosa e frustrata degli sfigati invidiosi, ma non del pene, e livorosi.

Sarà opportuno fare un po’ di chiarezza: questa non è la guerra dei sessi, è la lotta di classe e qualcuno nelle prime file sul campo di battaglia, col fucile puntato,  ha smesso di essere donna o uomo per essere solo un soldato che ci spara.

 

 

 

 

 

 

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Sempre Fedeli alla bugia

laurea-falsaChe in politica si menta e talvolta occorra mentire è una cosa risaputa, quasi codificata fin dai tempi di Trasibulo e di Socrate, così come è  evidente fin da quei tempi remoti che verità e democrazia sono strettamente legate, hanno un rapporto inscindibile.  Così non è un caso, né deve stupire se in tempi di attacco alla democrazia la menzogna sia divenuta consustanziale a un ceto politico, meglio politicante, che non esprime più idee di società o progetti, ma solo subalternità e obbedienza a poteri che essi stessi hanno dichiarato come primari, ovvero quelli economici. Il costume è talmente penetrato nell’intimo che forma una seconda natura e spinge perciò all’infingimento anche quando teoricamente non ce ne sarebbe bisogno.  Così si scopre che la neo ministra dell’istruzione Valeria Fedeli (sindacalista infedele ai suoi rappresentati, ma fedelissima del renzismo) ha clamorosamente mentito proprio sulla sua istruzione, inventandosi una laurea in scienze sociali che è invece un semplice diploma di assistente sociale presso l’Unsas. Una bugia anche maldestra perché il diploma è stato preso molto tempo prima che questa disciplina divenisse oggetto di corsi universitari.

Ora non c’è nulla di male a non essere laureati o brevemente laureati secondo una formula anglosassone scempiamente imitata e trasferita in un contesto completamente diverso, quindi non si vede perché il bugiardino biografico della Fedeli sia andato incontro a questo clamoroso infortunio rivelato e subito sfruttato a fondo dai familideisti per liberarsi da una ministra che sarebbe fautrice di un’inesistente teoria gender da trasferire nelle scuole. Un piccolo e odioso rigurgito di beghini panzuti e biscazzieri, puttanieri segreti, benpensanti incapaci di pensare, bigami dietro le quinte e ipocriti compulsivi, senza il quale però nessuno si sarebbe accorto della bugia perché la verità viene usata solo come arma discrezionale e contundente nelle risse politiche. Ma il fatto rimane: perché mentire in maniera così trasparente, se mi si permette questo ossimoro mentale? Probabilmente la ragione sta nel fatto che ormai la legittimità sostanziale della rappresentanza è talmente tenue in un Parlamento di nominati e per giunta eletti con una legge incostituzionale, il peso dei tradimenti, degli opportunismi, dei nepotismi talmente gravoso, che si deve ricorrere a qualche stratagemma per avere una qualche credibilità a propri stessi occhi. Il che spiega anche il numero di questi casi e il grottesco che si sprigiona da molti di essi.

E’ evidente che un ministro dell’istruzione, eletto non come individuo, ma a forfait nel Pd e destinato a decidere su docenti universitari e su prof laureati o plurilaureati, privo di qualsiasi competenza o esperienza personale nel campo, non può presentarsi con un diplomino da assistente sociali, magari pure strappato di straforo: sarebbe come sbandierare l’arroganza del potere e allo stesso tempo la debolezza estrema di una politica adagiata sul pensiero unico, cosa che peraltro emerge chiaramente dall’opera sindacale della Fedeli che si è occupata soprattutto del “sistema moda” e che ha votato il job act. Alle centinaia di di donne che lavorano nel tessile – abbigliamento che si scontrano con una completa insicurezza, sotto ricatto e in un contesto contrattuale del tutto schizofrenico ha finora offerto generose dosi di senonoraquandismo, ma senza salvarle dallo straordinario obbligatorio, dalla cosiddetta flessibilità di orario e da quella continua sottrazione di welfare operata anche grazie alla senatrice Fedeli dal 2012 ad oggi, che è il vero ostacolo alla pari dignità e salario sul lavoro.

 


Cervelli in fuga, ma il Cretino resta

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra il 1901 e il 1923 emigrarono in America 4 milioni 711 mila italiani, 3 374 000 dei quali provenivano dal Mezzogiorno. Si ammassavano nei bastimenti per terre assai lontane (v ricorda qualcosa?), era gente povera e analfabeta (la Regione che diede il massimo contributo all’esodo fu la Basilicata la cui popolazione nel 1911 si ridusse del 3,5%), destinata ai bassi ranghi del sottoproletariato urbano. Partono soprattutto dall’ “acerba” montagna, dove la terra non dà niente, osteggiati dallo Stato che invita i prefetti a impedire l’emigrazione clandestina e a disincentivare quella lecita. Scrive allora Nitti, “mentre si scrivono libri, si pronunciano discorsi, si compilano leggi, i contadini meridionali trovano la soluzione  da sé silenziosamente, partono a creare quei capitali che sono necessari per fecondare la terra del loro paese”.

Oggi ci informa  il rapporto «Migrantes», della Cei, la nuova emigrazione  sarebbe   “sempre più giovane e qualificata”. In 10 anni si registra un +55% di italiani residenti all’estero: in totale sono 4,8 milioni. 107 mila se ne sono andati nel 2015 (+6,2% in un anno): per il 50% giovani, per il 20% anziani.  Sono in forte aumento le partenze da Veneto e Lombardia mentre diminuiscono le percentuali del Mezzogiorno. E a differenza di quei migranti di inizio ‘900 e dei 5 milioni di italiani che sono emigrati in Germania nel dopoguerra – per il 90%  rientrati in patria-  chi parte oggi non tornerà, “in assenza di nuove opportunità”.
Dagli anni ‘70 non c’è fila alla cassa del supermercato, non c’è cena del sabato in pizzeria, non c’è dialogo tra sconosciuti in treno nei quali non risuoni il mantra: potessi, me ne andrei. Allora e per molto tempo si aggiungeva: aprirei un chioschetto in una spiaggia, una spaghetteria a Cuba, adesso sono diminuite aspettative e velleità e i laureati alla Bocconi che non discendono da stirpi reali, che non appartengono a dinastie baronali la pizzeria non l’aprono, accontentandosi di fare i “manager del food” servendo ai tavoli da Pappagone a Londra.

Sappia Salvini che nessuno li aiuterà a casa loro, cioè nostra. E suona oscena la reazione del premier alla pubblicazione dell’indagine della Cei, venuta buona per un altro immancabile spot per il Si:  “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Magari era meglio favorire le condizioni perché non se ne andassero, proprio come si poteva evitare la cosiddetta emergenza dei barconi: bastava non scaricare bombe, non depredare territori e risorse, così come era sufficiente favorire occupazione, salvaguardare garanzie e diritti, promuovere istruzione, ricerca e innovazione, condizioni indispensabili per incrementare la decantata competitività, per esaltare talenti e vocazioni. Magari era meglio non rafforzare quella mitologia  delle formazioni “utili”, quelle cioè funzionali unicamente a un mercato del lavoro tarato solo sulle esigenze di azionariati che hanno dismesso ogni investimento legato alle produzioni, all’economia reale  e all’innovazione.  Se a ridosso di un sisma catastrofico, mentre sono in crescita le iscrizioni a università private “acchiappacitrulli” e a master/parcheggio che prolungano indefinitamente la permanenza in uno status di dipendenza adolescenziale, mentre pare abbiano una singolare attrattività facoltà di filosofia, forse per via della nuova moda di dotare aziende di un consulente filosofico un tanto al chilo, l’Istat comunica che tra le  lauree che faticano più di altre a trovare sbocchi lavorativi figurano, insieme a  Scienze biologiche e  Scienze naturali,  anche quelle di Scienze geologiche.

Così  se è improbabile che l’evocazione del Ponte sullo Stretto porti all’accreditamento di carriere nel settore dell’ingegneria, il sensato proposito di stringere un’alleanza con il territorio per dare concretezza a un New Deal che veda lo Stato investitore general manager e contractor per il risanamento e la salvaguardia, come anche per la tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, viene equiparato a un’uggiosa esercitazione di parrucconi e disfattisti.

No, non ci aiuteranno a casa nostra. E il motivo è semplice. Dietro a pregiudizi e ideologie, interessi e ideali che partecipano al coro con concetti e slogan disparati:  difesa dell’identità e sicurezza minacciata, necessità di promuovere multiculturalismo, cosmopolitismo globalista o arroccamento nelle fortezze imperiali, quello che resta ben saldo è il contributo che l’immigrazione dà al sistema capitalistico nella sua ultima aberrazione, quella finanziaria. Una considerazione realistica della quale anche noi avanzi della sinistra ci vergogniamo un po’, temendo l’annessione obliqua al fronte xenofobo, razzista o semplicemente europeo.

Il fatto è che muri, recinti, rifiuto, respingimento attuati dall’impero e dai suoi consoli regionali, nascono dalla difficoltà di gestione spicciola da un lato, dal timore che comunque masse di disperati non qualificati non possano essere assorbiti e pesino sul bilancio degli stati, ma dall’altro dalla vocazione del pensiero unico a creare diffidenza, risentimento, divisione per meglio comandare. Ma dietro agli steccati, alla repressione, esiste concreto il perseguimento di un disegno di “crescita” di un padronato che insegue la creazione di un esercito mobile, senza patria e radici, senza storia e memoria, da spostare qua e là come il dio mercato vuole. E con un effetto non secondario che consiste nella “concorrenza” interna esercitata da quei lavoratori temporanei, necessariamente disposti a accettare un salario più basso, la rimozione di diritti e garanzie,  tale da abbassare fisiologicamente anche gli standard remunerativi, come quelli legati a sicurezza, conquiste e  prerogative della forza lavoro locale, abbattendo così ogni speranza che si coaguli e esprima un potenziale unitario dei lavoratori.

Nell’era del saccheggio, della spoliazione, siamo tutti prede e bottini. La ricetta qui e altrove, a casa e fuori, sarebbe diventare “classe” unita, consapevole e solidale, retta da fini elevati ben oltre la sopravvivenza in una nuda vita, ma c’è da temere che togliendoci la facoltà di sperare e sognare, abbiano cancellato anche quella di  lottare.

 

 


Dottori da Lega…re

Almeno potevano risparmiare

Licia Satirico per il Simplicissimus

Nel fiume di soldi in nero della Lega spicca l’ossessione per lauree e diplomi, in una sorta di abolizione secessionista del valore legale del titolo di studio. Mentre la moglie di Bossi consumava la passione per l’occultismo col favore del Gemonio, l’amica Rosi Mauro smaniava per il “pezzo di carta”: per sé e per l’amico Pier Moscagiuro, poliziotto in aspettativa alle dipendenze della vicepresidenza del Senato, noto per una collaborazione artistica con Enzo Iacchetti sfociata nell’indimenticabile hit “Kooly Noody”.

La coppia Mauro-Moscagiuro era in trattative – a quanto pare – con la defilata Svizzera, dove i sudati titoli di studio sarebbero stati in vendita al costo di 120.000 euro. Per Renzo Bossi, invece, le aspettative erano di gran lunga superiori. Papà Umberto, già conosciuto per la sua laurea apocrifa in medicina, aveva dichiarato «mio figlio Renzo parla talmente bene l’inglese che ha fatto da interprete nell’incontro tra Berlusconi e Hillary Clinton». Mentre finalmente comprendiamo la ragione della freddezza diplomatica mostrata dagli USA verso il nostro Paese negli ultimi mesi del governo Berlusconi, scopriamo che dal 2010 Renzo Bossi sta prendendo una laurea in un’università privata di Londra. Ogni tanto Renzo andrebbe persino a frequentare i corsi tra una fidanzata e l’altra, per un costo che – in base alle conversazioni intercorse tra Nadia Dagrada e il temerario Belsito – si aggirerebbe intorno ai 130.000 euro. Nostri. Sicuramente non si tratta di una laurea in geografia, visto che il giovane Bossi, appena poche settimane fa, ha confuso Canada e Australia. Non si tratta nemmeno di una laurea in filosofia, poiché l’ittico erede di casa Bossi ha dichiarato di tenere Popper sul comodino senza specificarne l’uso. La matrice anglosassone del corso di studi consente di escludere una laurea in italianistica: Bossi junior è noto, del resto, per aver coniato il verbo “proseguere”. Non è una laurea in informatica: Renzo è assurto agli onori delle cronache per aver ideato sulla sua pagina Facebook l’amabile gioco “rimbalza il clandestino”, costatogli un processo per istigazione all’odio razziale. Ma non è neppure una laurea in scienze della comunicazione: intervistato sui suoi tre valori di riferimento, Renzo si è limitato a citare – senza troppa convinzione, per ragioni ora chiare – l’onestà. Il “pezzo di carta” di Renzo, autentico buco nero dei fondi neri della Lega, si attesta dunque a metà strada tra le scienze follicolari e la supercazzola prelaureata con versamento a destra. Bossi senior si è detto rammaricato di non aver scelto la Lega invece dei figli.

Siamo rammaricati anche noi. Se i figli sono piezz’e core, che dire però della badante Mauro? Una sola, potente e desolante, l’immagine che ci tormenta. È il 21 dicembre 2010: da pochi giorni il governo Berlusconi, grazie agli irResponsabili di Scilipoti, è salvo, ma ha bisogno di esibire la prova muscolare della sua risicata maggioranza. Il capro espiatorio è l’università: la legge Gelmini viene approvata frettolosamente sulla pelle degli atenei italiani, che ancora attendono la maggior parte dei suoi decreti attuativi. Una delle sedute parlamentari più grottesche è presieduta da Rosi Mauro con piglio da “abbanniatrice” (così a Palermo si chiamano gli ambulanti). La Mauro procede come un automa nonostante le proteste dell’opposizione e finisce col parlarsi addosso, sospendendo la seduta al grido di “vergogna” dopo aver approvato a sua insaputa quattro emendamenti del Pd. L’idea che la vicepresidente del Senato – che non ha alcuna intenzione di dimettersi – abbia contribuito a distruggere l’università, begando di nascosto per comprarsi una laurea in Svizzera a nostre spese, fa una rabbia da togliere il sonno. Fa rabbia, del resto, il pensiero di una classe politica incolta e volgare che pensa di poter comprare tutto senza fatica, senza remore, senza conseguenze.

Mai come in questo momento laurea e cultura, cultura e università, sapere e politica, etica e responsabilità sono stati così distanti. È di pochi giorni fa la notizia che il presidente ungherese Pal Schmitt ha rassegnato le sue dimissioni per aver copiato, vent’anni fa, l’ottanta per cento della sua tesi di dottorato. La stessa sorte è toccata in Germania, per le medesime ragioni, all’ex ministro della difesa Guttenberg. In Italia, di fronte ad accuse assai più gravi, non ci si dimette e si grida pure al complotto. Dà conforto solo il pensiero che Renzo Bossi non sia laureabile nemmeno per vie illecite.


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