Questo caldo che rende metafisico lo spazio urbano, mi fa pensare agli ossi di seppia di cui è costellato il nostro paesaggio civile: le farse e i drammi, l’immobilità e l’indifferenza. Le cose annunciate, evocate come se non fosse possibile cambiare la scheda di cartone alla pianola stonata. Liberalizzazioni, riforme, cambiamenti che rassomigliano alle vetrine dei saldi, senza però il negozio dietro.

E a proposito di riforme, di quelle che non si fanno, di quelle che vengono presentate come un toccasana per l’economia, di quelle irrinunciabili sia per la destra che per la sinistra che per il centro, che per l’aria fritta, la posizione che riscuote maggior successo. Ce n’è una che sento spesso enunciare come indispensabile  che mi rende particolarmente nervoso perché sono esattamente 35 anni che chiedo a cosa possa mai servire e a cui nessuno è riuscito a rispondere. Il primo è stato un docente di medicina dell’Alma Mater, uno di quei liberali malegodenti e sussiegosi che alla mia domanda rimase a balbettare.

Si tratta dell’abolizione del valore legale della laurea. Subito a botta calda, si pensa che possa servire a diminuire la pena ai falsi medici e dentisti che sono uno sport molto praticato in Italia. Poi si riflette e magari viene in mente che basta dire sono un ingegnere e presentare un curriculum in cui si magnifica la propria abilità col meccano e si è assunti. Chissà magari serve nella pubblica amministrazione a non pretendere lo scatto dopo essersi laureati col Cepu o magari con quei pacchetti tutto compreso delle maggiori università che sei hai più di trent’anni e la patente ti scontano venti esami.

La bellezza di 35 anni fa spiegai a quell’illustre clinico che il valore legale della laurea non aveva nulla a che vedere con la competenza, ma serviva a togliere ai ceti popolari un mezzo di riscatto, di sottolineare e murare le disuguaglianze. Non ci aveva pensato prima, così disse che ero intelligentissimo, mentre in realtà era solo un po’ tonto lui.

Certo oggi le cose sono cambiate: la competenza serve a pochissimo, visto che si laureano i più improbabili individui della nomenclatura tradizionale o avventizia, mentre la laurea “non legale” sarà un buon motivo per pagare meno le assunzioni.  Ma in realtà è molto di più: è la necessità invocata, ma mai spiegata, grazie alla quale si vuole distruggere l’università pubblica per sostituirla con quella privata. Così rette altissime, fili spinati sociali  e ,c’è da giurarlo, infiniti giochini, garantiranno che solo i figli dell’establishment, solo i credenti nel sistema, potranno accedere al pezzo di carta, ancorché non legale. Una sorta di privatizzazione del sapere che si realizza attraverso i filtri di ingresso che quelli di uscita.

Ciò che mi sorprende è che di fronte a questo irrinunciabile must delle riforme nessuno abbia il coraggio di chiedere una spiegazione approfondita delle ragioni per le quali questa cosiddetta liberalizzazione sarebbe in grado  di vivacizzare il sistema Italia., mentre invece non è altro che il risultato della sua arcaicità. Dico mi sorprende, ma non è affatto vero, mi fa solo arrabbiare per un sistema dell’informazione che non sembra più in grado di sparigliare il conformismo, ma anzi di crearlo e di dargli amorevolmente manforte