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Il compianto e il silenzio della ragione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A circolare nella rete, che si sia modesti autori di post o compulsivi incollatori di link, gattini o jingle, l’impressione che se ne trae è che le reazioni ai fatti di Parigi sia talmente emotiva da diventare ideologica, che la paura e i processi scaramantici che mettiamo in atto inconsciamente si traducano in convinzioni morali e politiche. Insomma, il peggio che ci possa capitare:  la premessa velenosa perché il comportamento richiesto dagli avvenimenti e da chi li traduce e li condiziona non sia razionale, ma infarcito di totem – quelli della civiltà minacciata – e tabù, l’Islam, il fanatismo barbaro, l’assassinio, una forma di morte che si immagina non debba mai capitare a noi.

E infatti la tendenza in voga è quella di reclamare silenzio, una specie di de profundis muto da officiare come tributo ai morti e come lapide sulla  riflessione in merito a  colpe, responsabilità, storia. E quindi sulla possibilità per ognuno di noi di reagire, di contribuire per non accettare supinamente scelte fatte passare sulle nostre teste, che sono poi quelle che potrebbero cadere – è ormai dimostrato – ben prima di quelle di monarchi e tiranni. Un altro orientamento in voga  è rappresentato dall’obbligo che si pretende,  sempre nel rispetto delle vittime, di anteporre o meglio ancora di sostituire ad ogni analisi, ad ogni storicizzazione, ad ogni critica, la condanna dei macellai, senza la quale si potrebbe essere legittimamente tacciati via via di buonismo, criminale indulgenza, fino a esplicita correità. Di un atteggiamento a dir poco debosciato, disfattista, per non dire codardo e degenerato, mentre gli eventi chiamano alle armi, alla lotta contro la religione oscurantista, i suoi profeti e i suoi carnefici missionari. Il che ricorda da vicino altre professioni di fede: non sono razzista, ma i rom .., non sono xenofobo, ma sono troppi .., adoro la Sicilia e  vado in vacanza a Taormina, però non hanno la nostra dedizione al lavoro … secondo quella  logica dei “distinguo” che produce omologazione perfino dove governa la signora con la falce, a dimostrazione che ormai nemmeno ‘a livella usa criteri ugualitari e i morti di Kabul, Beirut, della Nigeria o della Siria è “naturale”  che si piangano meno dei “nostri”, che pescatori ammazzati non abbiano  diritto alla giustizia, quella delle corti e dei tribunali,  quanto i marò che hanno sparato e così via in una obliqua rivendicazione di superiorità, avallata dal  sedicente scontro di civiltà.

Nulla avviene per caso e non può non nascere il verosimile sospetto  che l’abiura della “storicizzazione”, la rinuncia all’analisi, la capitolazione del pensiero e del giudizio prevedano la possibilità di chi tesaurizza il letargo e la delega, di far fruttare al meglio la partecipazione emotiva e i contenuti simbolici del lutto per ricavarne utili propagandistici, politici, culturali. E infatti come c’era da aspettarsi per molti e non solo oltralpe, è il momento della vendetta che comanda l’oscuramento della giustizia, dell’ordine che impone rinunce, della sicurezza che obbliga alla dismissione di libertà,  secondo regole e criteri già vigenti da tempo, da quando il ricatto rientra tra gli strumenti per governare, l’intimidazione è un’arma usata nella negoziazione perlopiù unilaterale tra parti sociali, la repressione delle opposizioni in parlamento e in piazza una inderogabile difesa nei confronti di chi vuole fermare la crescita, una stampa imbavagliata come ubbidiente altoparlante di veline e tweet di regime.

Se qualcosa cambia , è perché adesso c’è un motivo “superiore”, un’emergenza più stringente per limitare gli spazi di autonomia e libertà. Ma soprattutto per farci accettare come ineluttabili e fatali le scelte di chi ci ha governato e ci governa  e che in nome di una ritrovata unità di intenti ci fa imboccare definitivamente una strada xenofoba, razzista e guerrafondaia, spacciata ancora una volta per “necessità” e spianata da coalizioni che nominalmente si ispirano alla socialdemocrazia, e che ci persuade ogni giorno, anche grazie a quella condanna preventiva che dobbiamo ripetere come un mantra, che i droni che uccidono in  Afghanistan,  in Iraq, secondo, pare, un rapporto di nove civili per ogni terrorista “eliminato,  sono più  buoni dei terroristi islamici, che quelle vittime  sono  meno vittime, che quelle morti hanno un catartico effetto pacificatore, a cominciare da quello delle nostre coscienze.

Proprio grazie all’anatema, proprio grazie allo scontro tra civiltà e religioni, cui paradossalmente l’unico capo di Stato intenzionato a sottrarsi pare essere il Papa, possiamo in tutta tranquillità dimenticare che in questa guerra, che è stata acutamente definita “nomade,  polimorfa, dissimmetrica”,  le popolazioni del Mediterraneo diventano ostaggi come le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara, anche se le sue radici affondano nella rivalità  fra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale e se  in essa c’è la resa di tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperialismi: minoranze oppresse, frontiere disegnate arbitrariamente, risorse espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, opulenti e infami contratti di fornitura di armamenti, quelli che il nostro premier come un piazzista è andato a favorire in un recente viaggio in Arabia Saudita, finanziatore privilegiata dell’Isis, o quelli della vendita di cacciabombardieri al Kuwait.

E infatti a una di quelle cene dei grandi rotary planetari, di una di quelle cupole che compiono crimini eleganti e beneducati, proprio il giovinastro di Rignano, insolitamente cauto, ha fatto capire che per placare «odi teologici» millenari serve più business, sic,  da esportare nei teatri di guerra, in modo da sostituire profittevolmente Allah con il dio mercato. Per carità, conoscendolo, c’è da dubitare che si  sia convinto perfino lui che dietro a ogni conflitto ben oltre la religione,  si agiti sempre  un «substrato» di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche, l’eterno conflitto tra ricchezze troppo grandi e troppo grandi miserie.  No, è che come un tempo Adam Smith, e poi via via il pensiero liberale sussiste la consolatoria convinzione che la manina della provvidenza faccia cadere un po’ di polverina del benessere inviato in terra per chi ha anche sulle teste chine di chi invece ha sempre di meno. O quella che si possa propagare un benefico contagio dei valori occidentali:  consumi, Tv, rock, master chef, coca cola, che convinca anche i più riottosi fanatici della bellezza del capitalismo.

Il bullo non sa e non vuol sapere che gli assassini,  molti dei quali residenti da generazioni degli imperi del benessere, le sinistre virtù del capitalismo le conoscono bene, a differenza dei loro popoli di origine ne approfittano, ben foraggiati, finanziati, armati dai suoi governi, al servizio esplicito o occulto degli stessi padroni. E non gliene importa un bel nulla dei rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a migliaia a poca distanza dalle coste dell’Europa, dei  curdi presi di mira dall’esercito turco, dei  cittadini dei paesi arabi, tutti ugualmente vittime e ostaggi, sotto la pressione di un tallone di ferro fatto di terrore di Stato, di  jihadismo fanatico, di bombardamenti di potenze straniere.

Se c’è una lezione orrendamente pedagogica che viene da questi giorni di paura, deve essere quella di non smettere di pensare, di capire, di voler vedere, per non arrendersi al destino di vittime.

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Afganistan, i talebani della “missione di pace”

afghanistan-morti-tre-militari-italiani-in-un-incidente-stradale-1Come già scrivevano i legionari appena ieri, 2000 anni fa, i veri nemici si trovano a Roma e non nei territori ostili. L’ultimo morto in Afganistan,  è stato salutato dalla ennesima, letale deflagrazione di retorica del milieu politico che al 53esimo caduto non fa che ripetere da anni la squallida bugia della missione di pace, la presa in giro della suprema utilità della missione militare senza la quale ci sarebbero conseguenze peggiori e che bisogna andarsene, ma sempre naturalmente “l’anno prossimo”. Come la famosa crescita.

I veri nemici del contingente italiano sono a Roma dove in un intrico di contraddizioni, incapacità, servilismi portati all’estremo, lampi di idiozia per induzione,  si continuano a spendere valanghe di soldi che non ci sono per una guerra già persa,  disumana e dannosa e in cui ai soldati non si danno mezzi più sicuri, come era stato ventilato, promesso e spergiurato, ma si cerca solo di alzare la posta della rappresaglia.  Un altro morto e la certezza che non appena andate via le truppe occidentali il governo corrotto di Kabul sarà sommerso dagli insorti: a darne la plastica certezza è la dinamica dell’ultima azione in cui ha perso la vita il capitano La Rosa per mano, come sembra, nonostante i tentativi di smentita, di un ragazzino di 11 anni. Una dozzina di anni di guerra, un numero di morti incredibile per una missione di pace, ma anche di guerra visto che in rapporto al numero di uomini abbiamo avuto più caduti degli americani, una quantità enorme di denaro sprecato per seguire Bush in una delle sue visionarie imbecillità.

Sarebbe persino consolante sapere che siamo lì per motivi che non vengono rivelati all’opinione pubblica, per interessi del tutto diversi e più consistenti delle quattro demenziali chiacchiere politichesi sul terrorismo, che ci siamo per il controllo delle riserve energetiche e minerarie dell’Asia centrale. Invece siamo lì senza nessuna ragione, necessità o mira: ci siamo perché Berlusconi voleva far piacere a Bush, perché ai nostri politici subalterni piace ricevere medaglie ora da Washington, ora da Berlino, come accade da ottant’anni, perché ai generali faceva piacere sperimentare il nuovo modello di forze armate, perché in ogni caso piovevano soldi su un apparato militare che in vista di queste “missioni” pretende miliardi di nuovi giocattoli. Perché questo Paese ha sempre rifiutato le responsabilità della sovranità, in Afganistan come sull’euro.

E del resto da anni ormai gli Usa hanno dichiarato ufficialmente l’inutilità della guerra e annunciato il futuro ritiro, sapendo bene che il sedicente esercito afgano è destinato sfasciarsi il giorno dopo. Anni di crisi profonda nei quali sarebbe stato doveroso, ma anche facile sottrarsi alla morte inflitta e subita e alla commedia della missione di pace. Invece supinamente siamo rimasti in un territorio che non ci vuole, solo per permettere alle amministrazioni Usa di nascondere la sostanziale sconfitta e – come vediamo con chiarezza in questi giorni – per perpetuare il feticcio del terrorismo e mantenere in vita il Patriot Act, la vera posta in gioco, il calco sul quale modellare i “nuovi rapporti” tra potere e cittadini.

Siamo andati non per esportare democrazia, ma per perderne un po’, secondo la visione delle oligarchie liberiste. E visto che la crisi economica ha reso del tutto marginale l’Afganistan in questo disegno, persino De Bortoli, il ciambellano col ciuffo di tutto questo, osa dire che forse sarebbe il caso di andarsene, dopo 12 anni e dopo che già gli americani cominciano a sbaraccare. Oh molto meglio i talebani di questi.


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