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Vi conosco mascherine!

26993835_1560876520668213_3213142330488860987_n-0053-kmuH-U43430389597918sH-593x443@Corriere-Web-SezioniCredo che vedere il sindaco di Venezia vestito da Batman sia l’ultima offesa per questa città martire del turismo e per giunta in mano a uno che si auto proclama american cialtron persino con le scelte carnevalesche. Ma è solo uno dei tanti che si sono arresi all’avvilente conquista dell’immaginario da supermercato, preconfezionato dalla Disney & C, come rozzo succedaneo della complessità emotiva delle fiabe e precoce addestramento al conformismo. Confesso che fin da bambino ho odiato il carnevale con il suo inutile chiasso, le stelle filanti, i carri, i coriandoli e i mascheramenti , sentendolo estraneo come se a questo troppo mancasse qualcosa. E infatti, come ho razionalizzato molti anni dopo l’infanzia, non è che una flebile e mummificata ripetizione di riti purificatori, di passaggio, di rigenerazione del mondo attraverso la confusione delle forme, lo sconvolgimento temporaneo delle forme sociali e il contatto con i morti: tutte cose venute via via meno con l’affermarsi del cristianesimo fino a diventare una semplice occasione di festa per bambini il cui carattere originario traspare a malapena dal mascheramento.

E tuttavia ai miei tempi ci si travestiva da Zorro, da damina, da indiani e cow boy, da Cappuccetto rosso o Biancaneve, da pirati, da moschettieri raccogliendo insomma l’immaginario delle favole e quello più recente del cinema e della letteratura come emblema di sè. Si trattava comunque di personaggi che erano nelle possibilità concrete di esistenza ancorché filtrata con la metafora dei bimbi: si poteva e si può essere Biancaneve o Cappuccetto rosso, oppure Zorro o un pirata o un pellerossa: insomma attraverso il travestimento venivano celebrati non solo gli archetipi della crescita, ma erano anche evocate situazioni che consentono al bambino di affrontare ed elaborare le reali difficoltà della propria esistenza e anche le proprie propensioni liberi da inibizioni familiari. Oggi siamo invece di fronte a una sorta di mutazione antropologica: ci si veste da tartarughe ninja, da Superman, da Batman, Batwoman,Thor, Capitan America e Lanterna Verde, Flash,  Spiderman, principesse di ghiaccio, Winx o personaggi di guerre stellari, ossia ciò che sicuramente non si potrà mai essere ancorché questa orrenda truppaglia di iperpotenziati esprime in qualche modo oscuro delle aspirazioni. Mentre prima si suggeriva di travestirsi da ciò che si vorrebbe e in qualche modo si potrebbe diventare attraverso l’abbandon o della condizione infantile, oggi si stimola a impersonare per un pomeriggio ciò che non si potrà mai essere. Per diventare supereori ci vogliono superpoteri o appartenere a razze diverse che abitano le stelle, per cui ai bambini si insegna fin da subito a sognare invano come compensazione per dover accettare l’incombente subalternità. La strega cattiva, l’orco, il nemico giurato non possono essere sconfitti con la crescita e con l’emancipazione e nemmeno le situazioni difficili possono essere gestite da semplici umani: ci vogliono i superpoteri senza i quali tutti sono deboli e inermi di fronte alla realtà. Quindi arrendetevi a questo fin che siete bambini, che poi da adulti cresciuti avrete da arrendervi mille volte senza poter avere la vista a raggi x o la spada laser, né un bunker da miliardari il cui superpotere è esercitare la violenza, non potrete diventare verdi, incazzati e invincibili e persino la forza sarà difficilmente con voi. Però potrete sempre superare la frustrazione con i videogiochi, visto che l’essenza del superpotere è proprio l’impotenza.

Ovviamente in tutto questo gioca non soltanto l’alta marea di cazzate che si riversa sull’infanzia da ogni parte dell’oceano, ma anche la cultura dei genitori, desiderosi anch’essi di superpoteri, ma ahimè portatori sani di kriptonite: così la preparazione alla futura iniziazione al mondo adulto comincia con un inganno e una futura inevitabile frustrazione. Ovviamente a volte i superpoteri esistono davvero: la superstupidità per esempio è abbastanza comune tra i creatori di questa robaccia. In Futurama un pessimo e noioso  cartone della Fox è presente questo prezioso dialogo: ” Quando eri bambina, qual era il tuo sogno più grande?
– Avere un padre e una madre…
– Si, anche… ma la risposta esatta è diventare un supereroe. Ragiona: abbiamo dei superpoteri e siamo americani, è la nostra occasione.
– Ho sempre cercato un modo di servire la comunità che implicasse anche la violenza fisica… Affare fatto!”

Già perché senza questa meravigliosa occasione capita che si rimanga bambini in mezzo agli squali che è poi ciò che si vuole alla fine ottenere.


La giustizia sterile contro i bambini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vivo uno spaesamento che mi atterrisce,si, per un momento mi sono trovata a pensarla come il premier e non solo per una lunga esperienza ad personam, peraltro piuttosto illuminante. È che a volte la potenza di un magistrato e una sua possibile arbitrarietà, che può sconfinare in delirio di onnipotenza – in fondo sono umani – può annientare esistenze e impoverire la credibilità dell’ordinamento giudiziario.
Se n’è parlato molto nelle ultime ore. Una bambina di 16 mesi che viene tolta dal Tribunale ai genitori naturali, lei 58, lui 70, rendendola adottabile. La piccola vive già da 15 mesi con una famiglia affidataria. In tutto questo periodo il loro caso è stato studiato da psicologi e psichiatri. I coniugi hanno avuto la bambina tramite fecondazione eterologa (da donatore) dopo oltre 10 tentativi di fecondazione assistita in Italia, tutti falliti. E dopo aver percorso inutilmente anche la via dell’adozione nel 1999 e nel 2003.

Il Tribunale ha negato che la decisione sia originata da considerazioni di carattere anagrafico . E chiarisce: “Non è l’età il motivo della decisione”. Però nella sentenza del giudice Donata Clerici, si legge, che la scelta dei due (lei bibliotecaria, lui impiegato, ex sindaco di un piccolo centro del Monferrato) di avere un figlio è stata “fondata sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni“. Ed inoltre: “Non si sono posti seriamente domande in merito al fatto che la piccola si ritroverà orfana in giovane età“.

Se si dovesse interpretare questo giudizio anzi pregiudizio in modo estensivo, credo che arriveremmo rapidamente a una felice crescita zero e all’impedimento a generare per tutti, uomini e donne di tutte le età. Se facciamo nostro questo assunto, rasenta il crimine di ottuso egoismo mettere al mondo bambini in una società iniqua, dove non possiamo assicurare loro un futuro degno. Consegnarli a un ambiente degradato. Non essere certi di garantire loro benessere e sicurezze. Trasmettere loro magari qualche patologia genetica. Per non dire se siamo come me rossi di malpelo. Farli crescere in un paese ancora governato da Berlusconi. E se sono un po’ più scuri di carnagione far loro ereditare ineluttabilmente discriminazione e esclusione. E se facciamo un mestiere mediamente rischioso o se siamo disattenti nell’attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali, potrebbero restare orfani da piccoli, per non parlare del fatidico vaso che precipita da un improvvido davanzale.

Tutti questi problemi io personalmente me li sono posti trovandomi peraltro a crescere figli non miei con alterno successo. Ma guardo con affetto solidale a chi radiosamente e forse incoscientemente sia pure con motivazioni legate all’ego, continua questa discussa specie, quella dell’umanità. E con un certo disappunto invece contemplo l’ignava inclinazione alla procreazione in tempi di controllo della nascite piuttosto risaputo, di sprovveduti e sprovvedute, di indigenti che guardano troppa poca Tv, di dissennati tossici dediti all’allargamento di famiglie disperate, di ex femministe disilluse dal pubblico che vogliono risarcirsi con tardive maternità solitarie, di attempati giovanotti in jeans e stivaletti che vogliono ringiovanire con paternità che dovrebbero avere l’effetto risanatore di un lifting.

Ma siccome mi nutro dell’idea che la libertà è troppo bella per limitarla, mi limito a lagnarmi che poi è una prassi molto diffusa di questi tempi. Come è peraltro diffusa l’ingerenza, e questa decisione di un tribunale lo attesta, nell’espressione del sé, nelle esistenze, nelle inclinazioni, nelle scelte, in nome di un’etica ” pubblica”, che troppo frequentemente collima con una “morale” di regime. Con la pretesa illegittima di sapere cosa è bene e cosa è male, per gli individui e la collettività, e di avere il dovere di amministrare questa svolta neo-manichea come una missione. Si tratta di una forma di integralismo fondamentalista, che inevitabilmente si applica in modo difforme e iniquo: in questo caso ci sono vecchi bavosi legittimati a sentirsi giovani e onnipotenti con l’esecuzione coattiva di ogni sorta di reato sessuale e non e di corruzione sessuale e non e ci sono persone penalizzate per la loro età, perché appartengono alla massa senza volto dei non-potenti. E che peraltro, va detto, sono colpevoli per aver fatto ricorso all’estero a una pratica proibita nel nostro paese da una legge repressiva dei diritti, oscurantista, che lede la sovranità sui corpi e la vita ed erode i principi di autodeterminazione.

Il potere nelle sue declinazioni ha tanti modi per esercitare la sua prepotenza e per impadronirsi delle nostre vite. E la forma più obliqua e severa che assume è quella che ha la pretesa di “fare il bene” di qualcuno. Secondo le regole di un bene di parte, governo, partito, chiesa, cultura dominante quasi mai davvero libera.

Con una certa sommessa viltà la sentenza mentre sostiene l’”immoralità” della scelta compiuta dagli attempati coniugi, al tempo stesso attribuisce la decisione di toglier loro la figlia a un comportamento genitoriale poco attento. Certo ci sarebbe da sospettare che dietro a tanto zelo ci sia stato un certo accanimento o almeno una sorveglianza speciale, troppo poco esercitata in altri casi di una paese dove dei bambini si occupa un po’ troppo spesso la cronaca nera. È che se dobbiamo giudicare dell’amore per i bambini da come hanno e abbiamo disegnato il nostro futuro verrebbe da dire che se questo non è un paese per vecchi, ancora meno lo è per le creature. Forse come penso spesso semplicemente non è un paese per poveri. O, peggio, non è un paese fatto per la libertà.


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