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Sindacati e Confindustria, 4 amici al bar

bar-dello-sport Anna Lombroso per il Simplicissimus

Roma avrebbe avuto davvero bisogno di una bella manifestazione dopo le sua piazze rubate dal  Family days, da Berlusconi e Salvini e perfino dal concerto del Primo maggio ridotto a inventario di sfigati e stonati fuori circuito che offrono la più amara motivazione dell’essere fuori dal circuito commerciale.

Sono passati 17 anni dall’ultima piazza di lavoratori, quel Circo Massimo gremito da oltre due milioni di persone anche secondo la questura, convocati contro la modifica dell’articolo 18 da Cofferati, oggi arruolato nelle file degli aspiranti “domatori” del neo liberismo dall’interno della gabbia e dedito a elargire consigli di moderazione e realismo ai no-Tav: “non si può morire per una ferrovia. L’opera è utile per il rilancio dell’economia”.

La parabola si compie oggi con Landini, Furlan e Barbagallo e lo slogan #Futuroallavoro in temporanea associazione di impresa per  “dare una scossa al governo”, formula che riecheggia con maggiore vivacità e nerbo sulla stampa che vuole sottolinearne il carattere di fiera opposizione al governo come si addice alla personalità del nuovo segretario della Cgil del quale i maligni dicevano che con quel rissoso, impetuoso e verboso “Braccio di Ferro” il vero pericolo non è perdere il lavoro, quanto perdere l’udito.  E insieme a loro tanto per non creare vane illusioni sullo spirito che anima una ritrovata unità di intenti, purché contro  e mai per carità per cambiare a fare qualcosa in nome e per conto di sfruttati, umiliati, defraudati, ci sarà anche qualche non troppo sparuto drappello di confindustraili, richiamati alla collaborazione da Boccia  che ha definito gli attuali tempi “maturi per costruire un vero patto per il lavoro insieme a Cgil, Cisl e Uil”.

Dovessi dare retta alla nota regola secondo la quale una volta riconosciuto il nemico per essere nel giusto basta collocarsi dall’altra parte, toccherebbe sostenere il governo in carica, rivedere le obiezioni sollevate sul reddito di cittadinanza che qualcosa di buono deve avere se Calenda ci sputa sopra perché così un salario rischia di essere inferiore alla sine cura, in modo non da incrementare le paghe ma da abbassare il secondo per via della convinzione secondo la quale l’unica forma di uguaglianza possibile e desiderabile è che si anneghi tutti nelle privazioni, in basso, nello sprofondo di livelli inferiori alla sopravvivenza, salvo loro.

E a proposito di annegare, è evidente che il Landini Furioso ha scelto di salire sulla stessa barca nella quale saremmo condannati a stare coi padroni salvo il fatto che loro hanno il salvagente e che quella scialuppa la usano come tender il tempo necessario per salire poi nel transatlantico delle misure di sostegno per le imprese, dell’assistenzialismo che salva gli inetti, della indulgenza per avvelenatori e inquinatori, della rimozione di qualsiasi intervento contro fuga di capitali, corruzione, riciclaggio, della comprensiva indulgenza per azionariati che hanno scelto la strada dell’accumulazione passiva e parassitaria, grazie al gioco d’azzardo del casinò azionario, cancellando investimenti in ricerca, tecnologia, sicurezza, innovazione, salari dignitosi, quando non intraprendono la via delle delocalizzazioni, da sbrigare in tutta fretta, magari trasferendo in una notte baracca senza burattini, che sono meglio quelli d’oltre frontiera, ancora meno tutelati e pagati dei nostri.

E magari c’è qualcosa di buono anche in quel tanto di sovranismo che avrebbe dovuto motivare l’impugnazione del pareggio di bilancio in qualità di esproprio di democrazia, la disubbidienza ai comandi europei e alla condanna delle agenzie di rating che li legittimano, il rifiuto della distopia europea sulla quale il neo segretario scommette ancora: secondo lui basta  “partire dall’accoglienza e dalla solidarietà per costruire un’Europa diversa e fondata sul lavoro, i diritti e la democrazia”,  ingenerando il sospetto che anche per lui il tema sia l’immigrazione e il razzismo, contro chi arriva, che così si vince facile, e non contro gli “altri” veri, i poveri di qualsiasi latitudine compresi i terzi mondi interni, gli stranieri e gli indigeni. E qualcosa di buono o almeno di giustificato ci sarà pure nel populismo se chi dovrebbe rappresentare sfruttati e derubati, anche attraverso un sindacato nel quale la metà dei residui 5 milioni di iscritti è costituito da pensionati, ha permesso il Jobs Act, ha brontolato contro la riforma Fornero, ha taciuto sulla buona scuola che umilia il corpo insegnante,  ha siglato un accordo per un nuovo modello ispirato al ‘welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

Me le aspetto già le rimostranze dei leninisti di ritorno, quelli che si accontentano dei gruppi social “Io sto con Landini!” proprio come stanno col sindaco di Riace, appagati di sentirsi per delega sindacale e umanitaria dalla parte giusta, soddisfatti di guardare sul monitor una piazza con le bandiere rosse, compiaciuti di un bel sabato italiano in coincidenza con Sanremo e le canzonette solidaristiche.         Quelli che si sentono rassicurati di sulla stessa barca, o almeno a galla.

Che a affondare e soli, senza solidarietà e rispetto sono stati gli operai della Fiat abbandonati mentre l’azienda scappava e a loro si imponevano solo sacrifici con decisioni e scelte prese lontano a una distanza remota dalle sedi di lavoro e dalle loro esistenze, criminalizzati quando hanno tentato di battersi contro la democrazia officiata dall’amministratore delegato, sono quelli dell’Ilva ormai inabilitati perfino a scegliere tra posto e salute, che comunque sono a rischio tutti e due, sono quelli che pagano la logica imperante secondo la quale investimenti in Italia sono possibili soltanto se “garantiti” dai lavoratori  con la rinuncia ai diritti, alla sicurezza, alla tutela, alle garanzie, alla libertà, quelli cui si racconta che le opportunità occupazionali consistono solo nei cantieri delle grandi opere o nell’adattamento a certe economie di risulta, dei lavoretti, quelle chiamate gig-economy, con l’aspettativa illusoria di diventare imprenditori del proprio precariato, organizzandosi e essendo sempre più competitivi in comparti dequalificati, dove il lavoro non risponde a nessun talento, a nessun valore e a nessuna vocazione: distributori di pasti, magazzinieri e spedizionieri, postini e pony, o del turismo; tutti inservienti, banconieri, guide, animatori, intrattenitori magari in costume regionale, cuochi e baristi.

A affondare sono quelli che il sindacato non ce l’hanno né lo avranno mai, che vengono tenuti isolati in modo che non si riconoscano tra loro se non come utenti dei social, quelli che pagano la flessibilità dell’età delle incertezze, del contratto, del reddito, della previdenza e dell’assistenza, della proprio identità e dignità, anche quella ormai labile, aleatoria, come è sempre successo ai fanti, quelli in trincea, quella parte di esercito che sposti a seconda delle strategie dell’imperatore e dei suoi generali, i primi nelle righe davanti a cadere e quando loro sono a terra arriva le altre fucilate e giù anche le seconde file, e così via perché sono tanti, anche dalla parte che spara prima e che non è slava nemmeno quella.

 

 

 

 

 

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Il Codice Antimafia salva i corrotti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi risulta indiziato di reati di corruzione o peculato contro la Pubblica amministrazione non sarà equiparato ai mafiosi. Ci pensa il Pd ancora una volta a fianco di Forza Italia e mondo di impresa – spesso contiguo al Mondo di Mezzo di Carminati, assicurando che il testo del Codice antimafia verrà approvato lunedì alla Camera senza modifiche preoccupanti e rimandando l’eventualità sempre più remota che certe categorie di malfattori vengano assimilate ai rei di associazione per delinquere a successive e fantasiose misure estemporanee, perfino nel contesto della legge di stabilità. Non è una novità che provvedimenti che hanno richiesto lunghe e complesse alchimie, faticosi e cruenti negoziati, poi al dunque vengano licenziati in tutta fretta per contrastare un meglio nemico del bene, con la raccomandazione – perfino da parte dello spaventapasseri della corruzione – di non chiedere l’impossibile,   di non licenziare norme troppo ambiziose, quindi, necessariamente, inapplicabili per via di quel germe di indulgenza e tolleranza che contagia chiunque approdi a posti di potere, nel timore che ieri, oggi o domani si ritorcano contro di lui, mettendolo in condizione di subire una spiacevole deplorazione e condanna morale, che quella giudiziaria è facilmente evitabile grazie a lungaggini, prescrizioni, patteggiamenti, protezioni.

E dire che basterebbe guardarsi sul dizionario la definizione di comportamento mafioso per concordare con  Pignatone che appioppare il nome di Mafia Capitale alla poderosa rete di malversazioni, crimini non solo economici, intimidazioni, ricatti, estorsioni attiva a Roma, era ragionevole, opportuno e calzante. E che, anzi, si sarebbe dovuto attribuire la stessa “qualità” delinquenziale a altre formazioni a cominciare da quella Mafia Serenissima che si è mossa e ha circolato intorno al Mose: un miliardo di sole tangenti distribuite a politici, funzionari, magistrati e forze dell’ordine per oliare i meccanismi decisionali, allentare i controlli, promuovere nuove iniziative. Con una aggravante: in quanto monopolista ed unico interlocutore con i pubblici poteri il Consorzio Venezia Nuova soggetto incaricato della realizzazione delle barriere mobili,  contava su munifici approvvigionamenti legali, come gli oneri di concessione, gli interessi bancari sui prestiti che il Consorzio stabilisce autonomamente, o il mancato ribasso sugli appalti assegnati dal Consorzio, mediamente del 30%  ma assegnati a prezzo pieno.

Il tutto grazie ad una aberrazione giuridica, una legge votata dal parlamento repubblicano, la n. 798 del 1984  che legittimava un dispositivo vizioso secondo il quale “il Ministero dei Lavori pubblici è autorizzato, in deroga alle disposizioni vigenti, ad avvalersi dello strumento del concessionario unico, da scegliere, mediante trattativa privata, tra imprese di costruzione e loro consorzi, idonei dal punto di vista imprenditoriale e tecnico”, autorizzando una cordata di imprese ad assumere il monopolio degli studi, la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione delle opere necessarie per la salvaguardia della Laguna, e, in sostanza,  le pressione sull’ambiente e l’inquinamento e il successivo risanamento in una paradossale e operosa ammuina, coinvolgendo imprese, decisori e tutti i livelli di controllo, Magistrato alle Acque, Corte dei Conti, Guardia di Finanza.

E oggi dopo una bonaria conclusione del primo filone della intricata vicenda giudiziaria con alcuni eccellenti promossi a innocenti e altri aspiranti a una degna riabilitazione, veniamo informati che oltre all’ineluttabile danno erariale, all’ineluttabile obsolescenza del progetto, già vecchio prima di essere completato, agli incidenti (cedimenti delle paratoie, scoppi dei cassoni,  e molto altro), l’avveniristico capolavoro ingegneristico che tutto il mondo avrebbe dovuto invidiarci (il sindaco Brugnaro si riprometteva di rivenderlo ai cinesi come da tradizione di patacche e sòle)  è un fallimento, confermando i peggiori sospetti perfino di uno dei tre commissari incaricati di vigilare nel corso dell’inchiesta che aveva commentato come il sistema di malaffare del Mose oltre alle ricadute economiche sociali e legali  “ aveva portato a delle falle e a delle criticità nella realizzazione delle opere”.

Quante volte abbiamo sentire dire che la mafia aspira a costituire un antistato, con “istituzioni”, corpi e regole alternative, occupando l’intero sistema economico e sociale.

Che dovremmo dire allora di questi “nemici pubblici”, di quei monopoli “legali” che espropriano di sovranità l’apparato statale, entrano in rotta di collisione con i dettami della libera concorrenza, ostacolano o si comprano i soggetti di controllo addirittura sostituendosi a essi, si comportano come un racket con estorsioni in grande stile, determinano con la correità dei governi e del parlamento fenomeni e situazioni di crisi che determinino quelle emergenza che tutto consentono: leggi e poteri speciali, boss in veste commissariale, licenze e concessioni straordinarie.

Come è successo per un altro “Bal Excelsior Mafia”, quell’Expo della quale saltano fuori, postume, le falle, come nel caso della segretaria generale di Milano costretta alle dimissioni in quanto indagata per turbativa d’asta, di appalti e incarichi opachi, di aree comprate a caro prezzo, manomesse e abbandonate alla rovina, di una pratica di ricatti e intimidazioni sotto forma di laboratorio sperimentale del Jobs Act e delle sue acrobatiche forma contrattuali anomale. Come succede quanto si condannano aprioristicamente allo status di irregolarità dei disperati per poi speculare su di essi, per costringerli a occupare abusivamente spazi  cui hanno diritto in nome di norme internazionali, lucrando sul loro bisogno e incrementando il loro dolore e la loro marginalità, perché diventi più profittevole del traffico di stupefacenti.

Hanno un bel dire che la corruzione è un reato moralmente ripugnante ed è giusto che le punizioni siano all’altezza del danno sociale, ma che ricorrere alla soluzione penale rappresenta una sconfitta per lo Stato e la società, quando il  reato è stato ormai consumato e dunque il  fine principale della giustizia non è stato raggiunto.

Ma se  lo stato di diritto è diventato una figura retorica, se c’è una coincidenza di interessi e impunità tra criminali e imprenditori, politici, amministratori intenti ad accusarci di populismo quando reclamiamo una giustizia giusta, forse dobbiamo cominciare a guardare oltre, a territori che quei barbari hanno già esplorato: la gogna, la vendetta, la legge del taglione.

 

 


Arriva la Repubblica dei brogli, anche via sms

viva-la-costituzione

Non ci possiamo stupire più di nulla: dopo il ventennio berlusconiano nel quale non poche aziende presero l’abitudine di ricattare e spaventare i dipendenti perché votassero come diceva sciur parun, la cosa a quanto pare prosegue sotto Renzi, anche se visto il rapido declino intellettuale del Paese e il clima di intimidazione che regna sovrano, i modi nel quale agisce questa  forma di broglio preventivo si fanno sempre più paradossali e assurdi. Incredibili al vaglio della ragione se si rimane lucidi, ma che assumono le forme del verosimile quando si è sotto scacco della precarietà, della discrezionalità, della sottrazione di diritti.

Aldo Giannuli testimonia di una cosa di cui ha diretta esperienza: l’altro giorno alla fine di un corso, uno degli studenti gli ha riferito una storia che nemmeno Orwell avrebbe potuto inventarsi: il padre di uno degli studenti ha ricevuto dall’azienda per la quale lavora un sms nel quale si diceva che forse non potrà confermare l’incarico di lavoro per l’anno prossimo, perché due aziende (una di Abu Dabi e l’altra cinese) hanno comunicato di sospendere le rispettive ordinazioni sino al risultato del referendum per cui, l’ordine è da intendersi revocato in caso di vittoria del no. Pare davvero strano che imprese  cinesi e della penisola arabica che in questi anni hanno comprato di tutto e di più a Costituzione vigente, improvvisamente vogliano sospendere qualche ordinazione per aspettare l’esito del referendum che a loro non interessa nulla, avendo già contrattato costi e tempi delle forniture che è poi il loro unico interesse.

C’è dunque la probabilità di uno fratto il numero di particelle elementari dell’intero universo che non si tratti di una balla, tra l’altro  così grossolana e stupida da poter essere tipica del repertorio di imprenditori e manager con le scarpe fini., ovvero gli unici interessati all’esito del referendum che renderà più facile aumentare profitti e ricatti rapinando i dipendenti di salari e diritti. Chi ha ricevuto sms simili può farci tranquillamente una risata su: chiunque ha un minimo di familiarità con i mercati sa che questa è proprio robaccia e al massimo è stato lo stesso imprenditore a impaurire i committenti parlando dei “rischi” del referendum secondo ciò che elabora la sua testolina. Bisognerebbe fare una bella pernacchia a questa gentaglia. Ma appunto quando si lavora sotto ricatto continuo anche la cosa più improbabile può sembrare credibile e come nella sindrome di Stoccolma si finisce per fare esattamente ciò che rende ancora più prigionieri, si simpatizza col rapitore di libertà e di diritti.

Del resto tutto ciò  vale in generale e non solo per questi sms che meriterebbero il taglio delle dita, cosa che ad Abu Dabi  farebbero con grande piacere: ci sono i dipendenti pubblici che temono per i loro miseri 85 euro che comunque non vedranno mai se non come parte di una partita di giro; ci sono i correntisti che temono per i loro risparmi secondo una leggenda priva di senso (smentita tra l’altro da uno dei maggiori editorialisti del Financial Times)  visto che lo stato degli istituti di credito non ha nulla a che vedere con la posta in gioco nella consultazione popolare e se anche fosse l’ultimo pensiero al mondo sarebbe affidarsi alla banda di Banca Etruria; ci sono quelli che se non c’è Renzi sai cosa succede, essendo ormai così timorosi e disorientati che un asino al comando invece di spaventarli li rassicura; c’è un Paese sull’orlo di una crisi di nervi che non ha il coraggio di riconoscere la propria malattia, di affrontare il futuro, che non ha affatto voglia di cambiare anche se sta nella merda e segue l’immobilismo renziano travestito da nuovo, finge di trovare un progressivo ritorno allo Statuto albertino un segno di novità. E non si indigna nemmeno più per queste cose o per i brogli che certamente ci sono stati sul voto degli italiani all’estero: ricordo che proprio oggi si vota in Austria per le presidenziali, dopo un voto annullato proprio per la manipolazione delle schede giunte dall’estero.

Perciò mandiamoli un sms con un  bel No sulla scheda, e se vogliamo anche e لا che significano la stessa cosa in cinese e arabo. Così saranno contenti anche questi imprenditori dei miei stivali.


Paradisi fiscali liberi: Renzi straccia la Black List

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarà bene ricordare quando proviamo un segreto malessere, costretti a votare – ammesso che sia vero – come qualche energumeno di Casa Pound, qualche avanzo di galera di Forza Italia o qualche autista di ruspe, che c’è una bella differenza tra lo schierarsi una tantum con attrezzi coi quali non vorremmo nemmeno consumare un caffè, uniti provvisoriamente per esprimersi contro un fronte che ha dichiaratamente fatto del referendum un pronunciamento plebiscitario a sostegno di un leader e del rafforzamento dell’esecutivo, già sperimentata con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, e invece dire si al consolidamento di maggioranze antidemocratiche, improntate al puro decisionismo, legali magari, ma illegittime come accade spesso quando a contare sono solo i numeri e non le idee, i principi, l’interesse generale.

Lo si fa da anni, ma sempre di più siamo autorizzati a votare contro, a dare un significato costruttivo al no, quando abbiamo  davanti un esercito ostile, che ha mosso guerra a lavoro e stato sociale, a diritti e garanzie, i cui generali   sono talmente e sfrontatamente schierati in difesa di interessi padronali e criminali da dare rinnovato vigore a leggi ad personam  – a protezione di superiori, amici, congiunti anche alla lontana e finanziatori  – attribuendo al governo la facoltà che vogliono ancora più rafforzata di convertire i diritti in privilegi arbitrari e la giustizia in discrezionalità, tanto da infilare surrettiziamente nella legge di stabilità  2016, e tramite apposita circolare dell’Agenzia delle Entrate, una magica formuletta che candeggia la black list dei paradisi fiscali.

Così chi fa affari con le offshore – Cayman, Bahamas, Isole Vergine – non sarà costretto a dichiararlo, con la finalità di creare un contesto favorevole “all’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese”, a cominciare dunque da quelle di riciclaggio e di inquattare in misura industriale appunto proventi in nero. Perché ormai è questa la più moderna applicazione da parte del settore industriale, della ricerca e della tecnologia, la caccia accanita a ogni immaginale angolo della natura, della società e della persona (basta pensare ai fondi pensionistici attivati dalle stesse imprese per sfruttare due volte i dipendenti ) per tradurlo in denaro, moneta o strumenti immateriali dell’azzardo, in produzione di reddito per pochi mediante l’uso di altro denaro, altra moneta, altre giravolte di un tourbillon dove la speculazione è sempre attiva e noi sempre passivi.

E allora  perché  dinastie pallide  e indolenti, viziate fino a diventare viziose,  i cui augusti rampolli possono godere i frutti in qualità di  abulici quanto avidi azionariati, premiati con dividendi d’oro, poltrone ministeriali e influenti cariche associative, dovrebbero investire in innovazione e sicurezza? Che interesse potrebbero avere a farlo i Riva, le aziende di produzione che si sono fatte espellere dalla gara proprio per aver “risparmiato” su ricerca e tecnologia, contando su lavoro a basso costo in Italia e fuori, quando possono gioire delle formidabili opportunità offerte da riforme e leggi dello stato che promuovono una diversificazione dinamica in settori della rendita e dello sfruttamento a rischio zero?

Perché mai si dovrebbero continuare a sfornare maglioncini di lana mortaccina, prodotti in paesi che risultano essere scomodi, sempre meno protetti da multindegne  pubblicità  multietniche, quando si può fare affidamento sulla protezione di governi che assicurano un assistenzialismo dinamico in comparti strategici, equipaggiati di opportuni salvagenti, quando si può lucrare senza incognite e pericoli su beni comuni, servizi, infrastrutture, risorse?

Perché se una casata che promette di essere davvero la narrazione epica di un successo fondato sull’operoso e profittevole parassitismo ai danni dello stato e della collettività e a beneficio della schiatta e dei suoi protettori, particolarmente intraprendente nell’approfittare di occasioni e svendite opache per comprare, fare a pezzi, svotare, svalutare, dare una mano di pittura, per poi rimettere sul mercato, sempre grazie a tutele e soccorsi dall’alto, è proprio la stirpe Benetton.

Signori del casello, fino al 2038 e probabilmente tramite gener0sa proroga fino al 2045, scommettitori ben protetti in scalate, azionisti forti di Aeroporti di Roma, proprietari di alberghi e aziende agricole, di società sportive, partecipazioni  in Mediobanca o in Generali hanno fatto di Venezia il laboratorio per il loro piazzamento sfacciato nel settore immobiliare, quello più “mobile”, quello di chi acquisisce a prezzi stracciati, “valorizza” e rivende sempre sotto l’egida e la copertura di potentati. Ma tanto per estendere il test è possibile che trasferiscano l’esperienza di successo anche, non è difficile da indovinare, a Firenze, dove la società immobiliare  di famiglia, Edizioni Property, si è aggiudicata non sorprendentemente per poco più di 71 milioni il palazzo dell’ex Borsa Merci, 5.600 mq di superficie lorda commerciale in una delle strade centrali più frequentate dai turisti, a un passo dalla piazza della Signoria e dal Ponte Vecchio.

Tremano le vene ai polsi pensando a cosa ne faranno in linea con l’azione di valorizzazione del patrimonio pubblico svolta a Venezia, cominciata nel 1992, al termine del mandato del sindaco Bergamo, che si fa timido sponsor dell’operazione, i Benetton si comprano un intero isolato alle spalle di Piazza San Marco, compreso un teatro storico, il Ridotto, un cinema e negozi ed uffici. Ma se era cauto Bergamo, il suo successore appoggia l’occupazione di Venezia da parte  della casata di Ponzano, offrendo un ruolo influente e prestigioso a una  tosa di casa Benetton,  quello di portavoce del sindaco e responsabile della comunicazione. Non sappiamo se il conflitto di interessi ostacoli i grandi progetti di Edizioni, fatto sta che cinque anni dopo sempre loro diventano padroni dell’intero isolato fino al Canal Grande grazie all’acquisto di  un albergo con l’obiettivo di realizzare un centro polifunzionale. Destinazione  inutilmente contestata dagli abitanti e dagli organismi di quartiere, a fronte di molto propagandate dichiarazioni d’intenti dell’impero dei golf: rimetteremo in funzione il cine, apriremo una libreria, ridaremo ai veneziani il loro teatro.

Quando nel 2004 la ristrutturazione è terminata il Ridotto è diventato un ristorante, nel 2010 la libreria è diventata un negozio di Vuitton, mentre in Laguna la porzione del vecchio manicomio di San Clemente , comprata e trasformata in hotel dalla casata viene rivenduta il giorno dell’inaugurazione, grazie alla libertà d’azione offerta dalle varanti di Piano approvate dal Comune. E vale un post a sé la vicenda del Fontego dei Tedeschi  acquistato per 53 milioni dalle Poste, maltolto alla città per restituirlo sotto forma di “megastore di forte impatto simbolico”, al quale manca solo di inglobare il Ponte di Rialto che gli augusti visitatori possono però sfiorare affacciandosi dalla terrazza mozzafiato.

Si,toglie davvero il respiro il sacco che stanno facendo di quello che è nostro.  Ma forse non è troppo tardi per dire no alla cospirazione.

 

 

 

 

 

 

 

 


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