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Gomorra allo zafferano

milano-ndrnagheta-6752Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa si è appreso che l’indagine Ossessione di Gratteri è arrivata a Milano e per la precisione al giro che ruota intorno a un autosalone di Viale Espinasse gestito dalla consorte di Luigi Mendolicchio, l’influente colletto bianco delle succursali milanesi della  ‘ndrangheta  legate alle potenti cosche di San Luca,    imputato in qualità di “rappresentante” nel  capoluogo lombardo di un giro di cocaina con il Sudamerica, gestito dalla cosca Mancuso.

Per una curiosa coincidenza cadeva giusto negli stessi giorni l’anniversario di altri arresti ( 25) compiuti sempre nel corso delle indagini del procuratore e che avevano rivelato la potenza del legame tra la criminalità organizzata calabrese e i “cartelli” mondiali della droga, che avevano scelto Milano e Malpensa come centri di arrivo e smistamento della droga, e che contava su una vasta cerchia di “operatori” sul territorio, compreso un procacciatore di armi che aveva avuto il quarto d’ora di celebrità recitando in Gomorra.

Non stupisce che la notizia di questi giorni abbia avuto lo scarso risalto che si attribuisce ormai al tema, sia che si tratti di dati sulla potenza dell’infiltrazione mafiosa, sia che invece  vengano registrati successi nel contrasto alla criminalità organizzata, argomento poco visitato dall’informazione e della politica. E il riserbo  è ancora più raccomandato quando il teatro di performance delittuose o lo scenario di operazioni di polizia è la Capitale morale operosa e dinamica, insignita dell’onore di organizzare dopo l’Expo sulla nutrizione l’altra mangiatoia universale, quella sportiva, e la cui reputazione deve quindi essere doverosamente inviolata.

E infatti se c’è una materia che sprofonda nelle brevi di cronaca è appunto quella della permeabilità di Milano e in generale del Nord alle mafie, anche se non occorre essere giornalisti investigativi per attrezzarsi di dati e numeri, o mettere a repentaglio la propria sicurezza, come hanno fatto e fanno alcuni promossi loro malgrado a martiri e eroi solitari e sconosciuti,  per citare nomi, situazioni, statistiche:  basterebbe la Dia con le sue relazioni semestrali e i suoi reiterati allarmi, immeritevoli anche quelli, pare,  dei titoli di apertura. E che rivelano la geografia del mondo di mezzo, dove padrini e partner non occasionali, imprenditori, broker, commercialisti, avvocati,  creativi e icone del glamour frequentano e animano l’ambiente del business più fashion e redditizio, tra droga e prostituzione, facchinaggio dell’Ortomercato e sicurezza nella movida, pizzerie, bracerie e i maxi-appalti edilizi in Iraq, con l’aggiunta recente del brand dell’accoglienza, proprio come in Mafia Capitale, che si sviluppa con l’assoldamento di manovalanza e di risorse umane di appoggio a quelli tradizionali.

Si conferma così il giudizio espresso più volte dalla Dia che ha denunciato come “la mancanza di allarme sociale  sia  un fattore che ha favorito lo sviluppo delle mafie al Nord»  che «sembra aver anestetizzato la coscienza collettiva», incolpando politica e informazione per la sottovalutazione del fenomeno che ha nutrito una microcultura fatta di tolleranza e di mimesi e addirittura di imitazione:  diventa, insomma, uno schema – fondato sulla prepotenza della consorteria illegale – non più rifiutato e osteggiato…. La tentazione è di adottare quel modello perché porta vantaggi. Almeno di condividerlo, sul piano culturale…”.

Anche perché, c’è da aggiungere, se il mafioso con coppola e lupara lo incontriamo ormai solo nelle retrospettive cinematografiche, nel suo aggiornamento anche stilistico  ci imbattiamo quotidianamente e non sempre a nostra insaputa, nelle vesti del broker che ci offre un fondo vantaggioso, del buttafuori della discoteca, del padrone del bistrot ( tre quarti dei proventi della pizza del sabato sera milanese va a qualche cerchia criminale), del vigilante davanti al negozio delle grandi firme, di qualche sgargiante bon vivant che non si capisce che mestiere eserciti e che diventa un format, un modello da copiare per ragazzi venuti su con Suburra o con i telefilm di Netflix e i loro eroi negativi e maledetti da Miami Vice in poi.

La prudente riservatezza adottata nella trattazione dell’argomento è poi  la stessa che viene applicata se si parla di immunità e di impunità dell’Ilva, di appalti truccati, delle macchine di corruzione e malaffare che si chiamano Mose, Terzo Valico, Metro C,   Pedemontana, Expo, Giochi, una palude da cui affiora sempre prima o poi qualche personaggio che si è accreditato e ha agito per via di legami più o meno espliciti col crimine, vantati come referenza per sbrigare faccende sporche, accelerare procedimenti, oliare le ruote del carrozzone, dimostrando a chi vuole starci che sarebbe naturale, fisiologico, incontrastabile  che dove c’è denaro, dove ci sono negoziazioni, incarichi, imprese costruttrici, imprenditorialità si crei e si allarghi quella zona nera,  quella dell’illegalità e dell’illecito, dello sfruttamento e dell’intimidazione,  del ricatto e della colonizzazione di territori, siano vigneti del prosecco o filiere di coltivazioni in mano ai caporali, o dell’occupazione di consigli di amministrazione di istituti bancari o di aziende sofferenti, particolarmente appetibili perché regalano l’etichetta della legalità a operazioni e attività illecite.

E infatti, si è chiesto qualche tempo fa Giuseppe Governale, direttore della Direzione Investigativa Antimafia, “non vi interrogate perché a Milano continuano ad aprire nuovi ristoranti, nonostante rimangano vuoti. Il motivo? Servono a riciclare i soldi della ‘ndrangheta”, citando quella linea della palma, quel  confine ambientale entro il quale la palma vive e prospera, un confine che si sposta a nord man mano che il clima si scalda e che Sciascia nel ’61 applica all’insinuarsi delle mafie su su, verso  Roma e che  è salita a Milano, “dove se la ‘ndrangheta oggi ha 100 milioni di euro da mettere sul piatto, mette in preventivo anche di perderne 50, perché trasforma 100 milioni di euro in nero in 50 milioni di euro che può riuscire a giustificare“.

E d’altra parte sono le Regioni del Nord pingue e laborioso che primeggiano infatti per la quantità di operazioni sospette delle mafie, con il 46,3%, mentre al centro la percentuale è del 18,7 e al Sud del 33,8%, dove sempre più spesso i contesto economico vede la presenza influente di soggetti esterni alle organizzazioni criminali, professionisti che “prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari del gruppi criminali”,  “facilitatori”, “artisti del riciclaggio”, capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore, offrendo riservatezza e una vasta gamma di servizi finanziari, che si presentano trovando buona accoglienza in banche, assessorati, associazioni industriali, think tank alla cui azione contribuiscono con suggerimenti e finanziamenti, collocando il loro serbatoio di “giovani promesse”  negli uffici strategici e nei centri decisionali pubblici e privati.

In questi giorni  è arrivata la notizia ufficiale della chiusura di due ospedali di Milano, il san Carlo e il San Paolo e dei loro 1250 posti letto per deviare sforzi economici e organizzativi alla realizzazione  di una nuova struttura ospedaliera pubblica con una dotazione di 760 posti letto, in attesa della quale un pubblico di 800.000 abitanti resterà senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica.

Niente paura, è possibile che anche in questo caso intervengano le organizzazioni criminali che da anni hanno stretto un sodalizio non solo teorico e ideale con  chi ha promosso la cancellazione del welfare, consolidando la sfiducia nei soggetti dell’assistenza pubblica e  indirizzando chi può permetterselo verso quella privata, un disegno che avrà ancora maggior successo se andrà in porto la richiesta di “secessione” che accomuna le regioni più ricche, che evadono di più, che pretendono di più, nella temporanea ma non casuale né sorprendente associazione di imprese, Lega e Pd, con sullo sfondo i fantasmi di altri malfattori.

 

 


Nostra Signora della Mafia

safe_imageLa statua della madonna, preceduta da politici e sacerdoti, viene fatta inchinare davanti a un boss della ‘Ndrangheta durante una processione in Calabria ad appena 15 giorni dalla visita del Papa e dalla scomunica minacciata ai mafiosi. Un segno molto chiaro di due cose: la prima che l’intreccio fra criminalità organizzata e rozza devozione di tipo magico – superstizioso (che poco a che vedere con la fede) è sempre fortissimo, anzi strutturale a una Chiesa che si fonda essenzialmente sul potere e che ne è abbacinata in ogni sua forma, che ambisce a benedire lo stato e l’antistato, che santifica il povero e sta con il ricco.  La seconda, strettamente correlata, è che la risposta ufficiale delle gerarchie a cominciare dal papa, appare debole, puramente predicatoria e poco credibile: davvero si pensa che incalliti uomini d’onore, picciotti rotti ad ogni cosa, un’intera società che onora il padrino e la madrina possano meditare su una punizione così inflazionata da essere stata inflitta persino ai divorziati risposati, ai massoni (dunque anche a parecchi vescovi e cardinali), alle donne che hanno abortito? Anzi proprio il fatto che l’appartenenza alla criminalità organizzata, con tutto ciò che essa implica, sia stata considerata per molti decenni meno grave  delle vicende matrimoniali la dice lunga sulla tracotanza etica della chiesa e sul suo autismo sociale.

Del resto non si contano inchieste, studi, libri sui collegamenti tra la mafia devota e  Chiesa omertosa – l’ultimo in ordine di tempo  è quello del magistrato Gratteri, “Acqua santissima, la Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni.”- per cui l’inchino della Madonna al boss è nell’ordine delle cose, tutt’altro che un miracolo in negativo. Ed  è un impressionante documento di imbarazzo e di ambiguità ciò che dice il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino: che non è la Madonna ad essersi inchinata al boss, ma la statua della Madonna, superando con un balzo felino monsieur de la Palisse. Fa il paio con ciò che dice il sindaco di Oppido Mamertina, paese dove si è verificato l’episodio, che “prende le distanze” dal gesto, ma aggiunge che l’inchino si svolge da trent’anni. E infatti la popolazione, a testomonianza dell’insegnamento della Chiesa, si stringe attorno al suo boss e caccia quelli che vogliono mettere il naso in quella cosa loro.

Insomma mentre il mondo cattolico è fortemente presente nelle associazioni che si battono contro la mafia, il regno Vaticano continua a chiudere occhi e orecchie verso le vaste collusioni tra un mondo religioso di sapore arcaico e le mafie. Esiste una lunga tradizione in questo senso che risale agli scontri risorgimentali tra Stato e Chiesa che vedeva le gerarchie “vicine” a tutto ciò che contestava per i più svariati motiva l’unità italiana comprese le onorate società in formazione. Poi, dopo il fascismo la strana convergenza di interessi si è riproposta in funzione anticomunista (celebre il meglio mafiosi che comunisti del cardinale di Palermo Ruffini) tanto che solo oggi all’alba avanzata del terzo millennio, arriva una punizione ufficiale, anche se priva ormai di reale significato. Tanto che persino l’arcivescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone (postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia) ha molti dubbi sull’efficacia di questa novità:  “sono tante le cose che  la Chiesa può e deve fare, prima e al di là di una pena canonica. Inoltre poi, mi chiedo: oggi c’è una sensibilità ed una formazione religiosa tale che faccia  comprendere la gravità di un tale provvedimento?”. Di certo no visto che la chiesa stessa l’ha reso spuntato in funzione delle sue politiche.

E’ un segnale certo, ma tutto dentro la nuova comunicazione del papa argentino e che arriva quando la mafia è altrove: certo la criminalità organizzata tiene il territorio dove si è incistata e forma i suoi soldati, ma essa opera dove ci sono i soldi, gli affari, i grandi appalti, le ruberie che non sono affatto scomunicate. Il Papa com’è nello zeitgeist  dice e adombra ciò che la gente vuole sentire, è un pontefice del facile consenso, ma quanto al fare non c’è alcuna traccia di cambiamento. La retorica pauperistica non ha cambiato di una virgola l’utilizzo in gran parte auto referente dell’ 8 per mille e delle altre prebende dirette e indirette che derivano dalle sante esenzioni, le esternazioni sui gay non hanno alla fine cambiato nulla in fatto di esclusione e di dottrina, lo stesso vale per la questione femminile, mentre viene spacciato per rinnovamento un cambio di camarille nelle latebre del Vaticano e dello Ior. Anche questa scomunica latae sentenziae che peraltro si dovrebbe applicare automaticamente a chi si macchia di gravi delitti, è soprattutto un atto comunicativo più che scomunicativo, che peraltro ha già ottenuto una ironica risposta dai detenuti mafiosi che si rifiutano di andare alla messa e una reazione da parte dei devoti locali degna dei cattivi selvaggi. E che non ha alcun effetto pratico: chi rifiuterà la comunione a un qualche boss, ammesso che ne abbia l’intenzione? La cancrena è profonda, antica e non basta coprirla con le garze per guarirla.

 

 


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