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La Repubblica degli sfratti

squatters-1789478_640Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nella Capitale morale, come è ovvio, sono più industriosi e creativi: c’è un racket che regola e gestisce il mercato delle case occupate. Costa dai 400 ai 500 euro un posto letto in un condominio popolare nel quale si sono insediati senza tetto ma pure alacri manager dell’accoglienza che hanno trasformato un appartamento in B&B con tanto di pubblicità sull’apposito sito. A Milano sarebbero più di 1000 le occupazioni storiche, secondo il Sole 24 Ore e nei primi mesi dell’anno ne sono stati sventati più di 100 tentativi grazie alla denuncia di residenti, del Giambellino, della Pinona, di Niguarda, della Stadera dove sono stati invasi anche i locali caldaia, mobilitati per ostacolare l’arrembaggio degli invasori, nel 70% italiani e nel 30% stranieri. Eppure, malgrado questo dato il ministro dell’Interno proseguendo l’alacre iniziativa del suo più elegante predecessore, ha  emanato prima con una circolare, poi all’interno del decreto sull’immigrazione e l’ordine pubblico le disposizioni per mettere fine a questi ripetuti crimini che attentano al valore più sacro, quello della proprietà privata. E non fa niente  se a essere colpiti dalla repressione che si annunci severa, anche grazie a censimenti condotti con l’aiuto di spioni di quartiere, saranno i connazionali, che comunque sono poveri quindi tanto invisi da dover diventare invisibili e scomparire agli occhi della gente perbene che vuole tutelare prezzo degli immobili e decoro.

Anche nella Capitale infetta qualcuno ha fatto concorrenza agli imprenditori meneghini del settore. Una indagine ha portato all’arresto l’anno scorso di sei persone tar le quali dei dipendenti comunali  che si ingegnavano a manomettere le graduatorie degli alloggi popolari e segnalavano ad aspiranti le case da occupare abusivamente. Il brand sarebbe stato comunque compromesso dal dinamismo di Salvini e del suo Ministero che ha già preso di mira  lo Spin Time (uno stabile ex sede dell’INPDAP e poi di proprietà di Bankitalia, occupato da Action dal 2012, tra l’Esquilino e San Giovanni, “il grande ghetto”, un’ex fabbrica di penicillina su via Tiburtina, a san Basilio,  dove vivono 500 persone provenienti da diverse parti del mondo, fabbricati del Trullo, nel quadro delle operazioni “cleaning”, la pulizia etnica contro il pericolo pubblico n.1. Ci sarà un bel da fare per polizia municipale promossa a nuove funzioni e le forze dell’ordine impegnate contro un nemico infiltrato da “facinorosi, anarchici insurrezionalisti, antagonisti”: perché solo a Roma all’interno dei 74.000 alloggi popolari i nuclei abusivi sono circa 10.000 composti da varie tipologie di rei, che ilAter e Roma Capitale hanno provveduto a classificare  in occupanti con sentenza definitiva, sanatoria senza requisiti, utenti abusivo, utento con domanda di voltura non accolta, utenti con domanda di sanatoria incompleta, utenti revocati e utenti con domanda di sanatoria non accolta. La situazione è così complessa (per ogni sgombero servirebbero almeno due pattuglie della Polizia Locale con l’ausilio della Ps,  un fabbro autorizzato, una impresa di traslochi, oltre a un medico per eseguire eventuali perizie) che è stato calcolato che per venire a capo delle 10 mila “liberazioni” occorrerà mezzo secolo, con una media di 200 “sfratti” forzati l’anno.

Che il problema casa sia stato retrocesso a crisi di ordine pubblico, non è una novità. Quando le graduatorie e le organizzazioni opache di “smaltimento” di senzatetto e fissa dimora vengono meno alla funzione di bacino elettorale,  si passa alle operazioni di pulizia. La Giunta del probo Marino nell’ambito di un più vasto contrasto all’illegalità, aveva istituito un apposito gruppo di Polizia Locale altamente specializzato, Gruppo di Supporto delle Politiche Abitative, che doveva concentrare la maggior parte degli sforzi investigativi nell’impedire le occupazioni e identificare i racket, anche grazie al supporto della Guardia di Finanza.

La Giunta Raggi che doveva riscattare Roma dall’umiliazione di Mafia Capitale, ha pensato bene di tutelare la legalità, passando direttamente ai manganelli con lo sgombero di Piazza Indipendenza diventato  simbolico di quel che sarà, profezia incancellabile malgrado l’icona di quel poliziotto che consola la sfrattata disperata. E  pure malgrado la denuncia del Capo della polizia, che recalcitra dal ruolo di sbirro senza cuore a fronte di   130 milioni di finanziamenti conquistato negli anni per risolvere i problemi dei senza tetto e mai utilizzati, tanto che il suo ministro di allora fu costretto a emanare una circolare, ora “superata” che prescriveva la necessità di trovare soluzioni alternative prima di ricorrere alla forza pubblica.

Alle emergenze vere o alimentate per ingenerare paura, sospetto, risentimento si risponde con la guerra sociale, una versione autoctona di quelle umanitarie condotte fuori dai confini per depredare, assoggettare, consegnare popoli e risorse a tiranni allevati e messi là dall’impero. Le vittime là come qui sono i poveri vecchi e nuovi: a Roma circa il 66% della domanda abitativa (42.000 famiglie) proviene da chi ha un alloggio ma non riesce a fronteggiare l’affitto o il mutuo, le sentenze di sfratto emesse nel 2017 risultano essere state 59.609  e gli sfratti per morosità incolpevole incidono per una quota di circa il 90% sul totale delle sentenze emesse (quelli eseguiti con la forza pubblica sono stati 32.069) attribuibili anche, secondo l’Unione Inquilini, all’azzeramento dei contributo affitto a tutto il 2018, dalla mancata previsione della destinazione dello stanziamento derivante dalla vendita del patrimonio pubblico: 360 milioni.

Proprio come accade per gli altri disperati, quelli che in attesa degli auspicati rimpatri nei lager in patria, sono confinati dei centri di accoglienza, anche i marginali indigeni vengono internati in apposite strutture nelle quali si concentra degrado, malessere, sofferenza, in modo da sancire l’estensione di periferie nelle quali attuare la reclusione dei miserabili, mentre i centri si fortificano in difesa dei pochi, delle loro banche, dei loro musei, delle loro cliniche e scuole, dei loro privilegi indiscussi. E che prosciugano le casse pubblici: il costo di un appartamento nei Caat di Roma (centri di assistenza alloggiativa temporanea, detti residence) è di 1.700 euro mensili per una spesa di circa 32 milioni di euro all’anno.

Anche a voi verranno in mente innumerevoli modi per spendere meglio quei quattrini. Quelli e anche le previsioni di investimenti per tirar su altri falansteri del terziario intorno a stadi e grandi opere, complementi necessari alle speculazioni in modo da ottenere compensazioni in servizi e infrastrutture a spese delle amministrazioni, gli stessi che vediamo sulla Cristoforo Colombo e altrove come ischeletriti monumenti di archeologia industriale. Quelli e quelli che si sono ingoiati altri insediamenti “a dieci minuti dal centro” realizzati per appagare l’appetito mai sazio di costruttori e  immobiliaristi, disabitati e fatiscenti prima di essere completati, fuori dalle direttrici di traffico, esclusi da servizi primari, che via via si stanno popolati dall’ultima gerarchia dei poveracci.

Un anno fa la Giunta Raggi avviò una rivoluzione semantica: i Caat avrebbero cambiato nome in Sassat. Mica male a vent’anni  dall’approvazione della legge 431 che ha liberalizzato il mercato dell’affitto e   dall’abrogazione del contributo Gescal, che ha segnato la fine dell’impegno dello stato nel settore dell’edilizia pubblica. E dalla scomparsa dell’edilizia residenziale pubblica, dalla dichiarata incapacità – o non volontà – di gestione del patrimonio realizzato, dall’inizio di quel nuovo indirizzo della pianificazione che ha convertito l’urbanistica in contrattazione negoziale con il pubblico prono ai voleri del privato, dalla attuazione per legge di doverosi patti delle amministrazioni con la rendita immobiliare, dal primato attribuito alla proprietà della casa a discapito dell’affitto, con le ripercussioni della mancata riforma istituzionale e della contraddittoria ripartizione di competenze fra stato, regioni ed enti locali.

Secondo Ruskin, la casa dovrebbe essere il rifugio da ogni torto. L’hanno fatto diventare il luogo dove si consuma l’ingiustizia più crudele.

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Sono senzatetto? Si facciano prestare un attico

untitledAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è poco da chiedersi perché a questo ceto politico non piaccia proprio la Costituzione, scritta da parrucconi, professoroni, sapientoni, proprio quella categoria che il presidente protervamente dileggia, preferendo loro disinvolti faccendieri, tenaci squinzie, sbrigative “intelligenze” digitali, le cui dita accarezzano il suo ego insieme agli interessi di pochi.

Ieri a Roma si manifestava per la casa, diritto primario e fondamentale, con un risvolto paradossale in un Paese pieno di case senza gente e di gente senza casa.

E una delle icone del Pantheon di Renzi, sindaco di Firenze prima di lui, che avevo proprio collaborato alla redazione della Carta, decise di darle piena attuazione laddove assegna allo Stato il compito di creare azioni positive per rimuovere quelle barriere di ordine naturale, sociale ed economico che non consentono a ciascun cittadino di realizzare pienamente la propria personalità, rimuovendo gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza, assegnando case vuote e sfitte a nuclei familiari senza alloggio. C’è da immaginare che dall’Olimpo delle figure di riferimento del premier, La Pira precipiterà istantaneamente nel novero dei fastidiosi intellettuali dei suoi stivali, velleitari, moralisti, arcaici, come tutti quelli che sollevano obiezioni politiche, culturali, sociali, o peggio che mai, danno l’esempio, frapponendo ostacoli al suo dinamismo, al suo attivismo frenetico: metti per levare, leva per dare a altri, pochi, sempre gli stessi.

E chissà come gli avranno fatto piacere gli incidenti di ieri, a conferma che chi protesta non è più solo un disfattista, che chi reclama ed esige non è solo qualcuno che non ha saputo conquistarsi il necessario, per indolenza, inettitudine, inadeguatezza, ma è anche, naturalmente e indiscutibilmente, fuori della legalità. Quindi gli sta bene che per legge, come stabilito nel «Piano casa per l’emergenza abitativa» del Governo ci sia nero su bianco il divieto di allacciare i pubblici servizi essenziali, acqua e corrente elettrica, negli alloggi occupati abusivamente. Mentre non si fa menzione di ben altri abusi, quelli edilizi, che hanno permesso, in un regime di condoni, perdoni, semplificazioni, anticipando e confermando quella isterica lotta alla burocrazia che già si accompagna come una esplicita ostilità a regole, controlli e sorveglianza, e che hanno promosso un “costruttivismo” perverso: gli alloggi recenti invenduti sarebbero oltre un milione e mezzo a fronte di oltre 200 mila famiglie in grave disagio abitativo. Che sono poi quelle “senzatetto”, mentre il disagio significa coabitazioni incivili, l’adattamento a condizioni che ledono oltre alla dignità, il rispetto delle più elementari condizioni di igiene.

A Roma ricrescono come funghi le vecchie baracche, vergogna rimossa da Petroselli e Vetere, se le contendono immigrati e indigeni retrocessi a vite nude, nuovi slums crescono ai margini di quartieri già degradati dalla mancanza di servizi e collegamenti. Ma al tempo stesso sono appunto centinaia gli scheletri di condomini tirati su in fretta nel gas tossico di qualche bolla immobiliare nostrana. E infatti sempre grazie al Piano del governo, quei falansteri costruiti a scopo speculativo, con materiali di cattiva qualità, in evidente oltraggio delle norme urbanistiche e di qualità abitativa, potranno essere assimilati ad alloggi «sociali», ottenendo le conseguenti agevolazioni economiche e fiscali e offerti al mercato finanziario dei mutui cravattari. Ma l’avidità insaziabile dei padroni del mattone non è mai contenta e così il Piano del Governo fa una ulteriore generosa concessione: la conversione acrobatica dell’edilizia privata in edilizia assistita dai quattrini pubblici e favorita da sistemi fiscali si estende anche alle lottizzazioni che erano rimaste ferme per la crisi del settore, con la conseguenza di un crescente numero di nuove abitazioni che resteranno invendute o non affittate dopo aver “consumato” inutilmente crescenti estensioni di suolo.

Il sindaco di Roma, ben allineato alle misure governative, ha promesso di creare una banca dati degli alloggi vuoti, confermando l’intenzione di rimuovere le condizioni di illegalità, rimuovendo gli allacci abusivi ai servizi essenziali. Dovrebbe sapere che organizzazioni professionali e associazioni hanno già prodotto una ricognizione puntuali delle case vuote o sfitte e degli stabili abbandonati di Roma. Dovrebbe chiedersi se vive nell’illegalità fino a compiere un crimine chi rivendica il diritto ad abitare e a vivere una vita dignitosa. O non sia invece un reato rinnegare per funzione e legge i bisogni primari di un essere umano. O se non sia addirittura criminale che la prima ratifica del “Protocollo sull’emergenza abitativa” che prevedeva lo stanziamento di 170 miliardi di vecchie lire per gli acquisti di nuove case popolari e in più i finanziamenti per altri sei progetti di autorecupero ed altri interventi in alcune periferie romane risalga al 1999 e si sia ancora a quel punto mentre si è spaventosamente gonfiata la crisi degli alloggi, anche per l’aumento del numero dei “nuovi” senza tetto, gente che non ha più lavoro e non può pagare né il mutuo né un affitto.

Ci si ritrova a rimpiangere un Fiorentino di nome, Sullo, rispetto a un fiorentino di fatto, a avere nostalgia del piano per le case popolari di Fanfani, a guardare con rammarico alla Gescal, per non dire dell’età dell’oro di Prodi che nella Finanziaria 2007, aveva finanziato con 550 milioni di Euro, un programma di Edilizia Residenziale Pubblica, un’azione limitata certamente, ma che poteva costituire una dignitosda partenza se combinata con le tecnologie e le conoscenze che permettono di costruire case con i servizi essenziali, con minore consumo di materiali e di energia, con sistemi razionali di distribuzione dell’acqua e di gabinetti e fognature. Di costruire case con una diversa diffusione nel territorio evitando o diminuendo l’inquinamento dell’aria, curando che le fogne non esplodano e che l’acqua sporca non invada le strade e le case, che il suolo sia rispettato insieme alle elementari regole urbanistiche. Proprio quelle che grazie alla desiderata semplificazione vengono stravolte fino a cancellare le distanze tollerate tra gli stabili, la quota di verde, i requisiti di qualità e i criteri di collegamento delle reti di servizio e dei trasporti.

Negli anni sessanta del Novecento la contestazione giovanile nacque, prima in America e poi da noi, proprio dall’aspirazione ad una nuova “convivenza”, ne parlavano i libri di Patrick Geddes e di Lewis Mumford, che avevano ispirato il New Deal di Roosevelt trent’anni prima, disegnando i contorni di un’utopia realizzabile, ne parlava Keynes, auspicando che ci si accorgesse che il profitto fa rinunciare alle “delizie della vita”. La profezia era sbagliata: ci fa rinunciare ai diritti fondamentali.


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