Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati 52 anni dallo sciopero generale e dalle manifestazioni indette in tutta Italia dalle tre confederazioni sindacali per il “diritto alla casa”.

E’ cambiato tutto, i sindacati si sono trasformati in promoter di Welfare aziendale, in patronati e consulenti che procacciano assicurazioni e fondi integrativi, le proteste dei lavoratori sono soffocate dal silenzio e dalla repressione,  i senzatetto sono diventati un problema di ordine pubblico da risolvere con gli sgomberi forzati e siamo chiamati a rinunciare ai diritti per tutelare l’unico messo in cima alla graduatoria, quello al vaccino, che di salute non si può parlare dopo la demolizione del sistema sanitario e l’abiura non sappiamo quanto forzata della comunità medica a curarci in attesa del salvavita erogato in rosei padiglioni.  

Per giunta siamo così addestrati ad accontentarci delle mance e delle strenne elargite coi nostri soldi, proprio come fa l’Europa sovrana, che viene accolta con grato compiacimento la notizia che il Mit, così titola il quotidiano confindustriale, “rimette in pista 219 milioni ex Gescal per progetti di edilizia residenziale pubblica”, scongelando i fondi assegnati nel 1978.

Gescal (Gestione Case per i Lavoratori) è un nome che non dice nulla ai più giovani.  Era il fondo detratto per decenni dalle buste paga in forma di tasse dai redditi da lavoro dei dipendenti e destinato alla  realizzazione di  case popolari. Quando la Gescal è stata soppressa nel 1992 con la riforma delle pensioni Dini, una parte consistente delle risorse era rimasta inutilizzata finita nel ventre oscuro della Cassa Depositi e Prestiti, spesso deviata per destinazioni diverse dalle loro finalità: tamponare la voragine del deficit pubblico, per “sanare il disavanzo della Rai” e per finanziare San Patrignano Moratti regnante, per il camouflage di Napoli  durante il  G7 di Napoli, per il maquillage di Milano e Roma in occasione di visite di premier stranieri, quando si pensava che così si salvava la reputazione di un paese collocato agli  ultimi posti in Europa per qualità e quantità di abitazioni sociali, decurtata, come se non bastasse,  dalla messa a mercato di migliaia  di alloggi di proprietà degli enti previdenziali.

Di denunce per la scomparsa dei nostri quattrini ce ne sono state tante, ogni volta si ripeteva il rito dello stupore e ogni volta variava l’ammontare del “tesoretto” dimenticato. Da una  ricognizione effettuata nel 2016  in Cassa depositi e prestiti figuravano giacenze per 1.017.779.954 di euro e risorse assegnate ma non spese per 1.347.168.302 euro; a queste si aggiungevano i «girofondi» – da acquisire dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti – altri 356 milioni di euro, arrivando  quindi a una cifra impressionante che supera i 2,5 miliardi di euro, accantonata in attesa di essere destinata a fantasiose ripartizioni di spesa tra Ministeri, Regioni e Comuni, tutti zitti zitti e parimente colpevoli, se la gran parte delle risorse giacenti è concentrata al sud in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, al centro nel Lazio e al nord in Piemonte e Lombardia e se nel dettaglio, gli importi riscontrati superano i 255 milioni nella regione Puglia, 202 nel Lazio, 176 in Sicilia, 81 in Lombardia, 68 in Calabria, 51 in Campania, 46 milioni in Piemonte e 39 in Sardegna.

E adesso dovremmo esultare perché 219 milioni vengono distribuiti a coprire 44 programmi, che  potranno essere usati da 17 Regioni con in testa la Lombardia che si appresta a spendere 48 milioni, 35 dei quali a Milano in non sorprendente coincidenza con la ricandidatura di Sala, mentre restano fuori Campania e Umbria che non hanno presentato progetti. Si tratta di interventi   presentati dalle amministrazioni regionali su proposte provenienti, a loro volta, dagli enti locali, che sono stati ritenuti finanziabili dal Ministero che rivendica di aver di aver selezionato  quelle intese a “riqualificare e riorganizzare il patrimonio destinato all’edilizia residenziale sociale, ma anche a rendere maggiormente funzionali aree, spazi e immobili pubblici, e a migliorare l’accessibilità e la sicurezza dei luoghi e delle infrastrutture urbane“.  

A dare una scorsa all’elenco e senza essere sospettosi, si capisce subito quale è la cifra che ha ispirato la scelta, la stessa del Piano Casa 2020 che si è accreditato esplicitamente come  “uno degli strumenti più efficaci per la ripresa del settore edile”.

E infatti al comparto delle costruzioni non piace la valorizzazione e riqualificazione dell’esistente: è il cemento che porta profitti, scavare e tirar su, consumare suolo e risorse, promuovere un’occupazione a termine, quella dei cantieri mordi e fuggi, mentre restauro, risanamento, cura e manutenzione favoriscono attività più qualificate e prolungate,  mostrando indifferenza per la destinazione, visto che il brand che combina gli interessi speculatori di costruttori e immobiliaristi è più fertile se gli stabili, che poi vediamo come scenari e quinte teatrali o come scheletri abbandonati, lungo le strade periferiche, restano vuoti, non finiti e men che mai rifiniti.

L’Unione Inquilini valuta che  la precarietà abitativa coinvolga circa 700 mila famiglie e che ogni anno 60.000 famiglie abbiano finora subito una sentenza di sfratto, al 90% per morosità, un numero destinato a salire per effetto della pandemia e delle “misure” attuate per contrastarla (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/28/sanificati-ma-sfrattati/ ) e nella sola Roma si calcola che siano circa 13.000 le famiglie in attesa di una casa popolare.

Non sorprendentemente mancano i dati ufficiali sul patrimonio edilizio abitativo, quelli utilizzabili con il confronto tra i dati Istat degli ultimi censimenti dimostrerebbero che le abitazioni occupate da persone residenti sono 24,1 milioni, pari al 77,3% del totale, mentre 7 milioni risultano non occupate o occupate da non residenti, che dai calcoli del 2011  il numero di abitazioni occupate è cresciuto di 2.481.889 unità mentre lo stock abitativo non occupato o occupato da non residenti è aumentato di 1.434.279 unità e che quindi il 63,4% della crescita rilevata nel decennio ha contribuito a incrementare il patrimonio abitativo occupato e il restante 36,6% lo stock non occupato.

Significa cioè che da anni si tirano su migliaia di stabili e si realizzano milioni di vani per lasciarli vuoti, mentre l’Ispra denuncia come ogni anno si perdano in media 24 metri quadri per ogni ettaro di area verde, a dimostrazione che se la popolazione continua a decrescere il cemento invece continua ad aumentare sicché quasi la metà della perdita di suolo si concentra nelle aree urbane.

Significa cioè che il susseguirsi di iniziative volte a stabilire l’egemonia incontrastabile dell’interesse privato e delle rendite insieme all’impoverimento del ceto medio, alla precarietà del lavoro   rende pressoché impossibile acquistare una casa o affittarne una dignitosa, facendo moltiplicare baraccopoli, bidonville, baracche che occupano le propaggini delle città.  

Significa che il governo attuale come tutti quelli che si sono susseguiti prosegue nell’azione di demolizione dell’architettura economica, sociale e morale  che aveva dato una prima risposta ai bisogni delle fasce popolari, tanto da far rimpiangere Luzzatti, Zanardelli ma pure  Sullo e  Bucalossi, se dopo la chiusura del sistema Gescal, la legislazione nazionale nel 2008  crea  l’housing sociale  grazie al quale fanno irruzione sulla scena istituti di credito, fondazioni bancarie, finanziarie che si infilano prepotentemente  nella cupola di Cassa Depositi e Prestiti,   delle Assicurazioni Generali, di Unicredit, di Allianz di Intesa San Paolo.

Significa inoltre che grazie al «libero mercato» chi costruisce case e non le vende è esentato dalle tasse che tutti gli altri cittadini pagano, all’infuori dell’altra chiesa potente quanto la speculazione.

Significa che ancora una volta nelle città ci saranno case senza abitanti e abitanti senza casa.