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Europa in panne anche sulle auto

1935-opel-olympia_horizontal_lancio_sezione_grande_doppioMa non si era detto che la proprietà di un’impresa era indifferente alla nazionalità? Non si è svenduta una gran parte dell’industria e dell’occupazione industriale in nome di questo ambiguo cosmopolitismo neo liberista, non si è lasciato con beata indifferenza che persino la Fiat e molti posti di lavoro se ne fuggissero dal Paese per aderire a questo catechismo? Evidentemente al fondo c’era qualcosa che non funzionava perché l’indifferenza della proprietà funziona se fa da ancella al passaggio di attività da un Paese più debole a uno più forte, ma quando succede il contrario diventa una bestemmia. Lo abbiamo visto purtroppo molte volte e oggi ne abbiamo la riconferma: è bastato che la Peugeot annunciasse le trattative per l’acquisizione della Opel perché la Merkel e persino il potente sindacato Ig metall scatenassero l’inferno.

Ma non si era detto che c’era l’Europa e che anzi occorreva impoverirsi e sopportare qualsiasi cosa per realizzarla? Evidentemente era una voce senza consistenza, perché in questo caso non sembra essercene alcuna traccia e la sola idea che possa esserci una acquisizione francese fa vedere i sorci verdi a Berlino. E dire che la casa automobilistica non è nemmeno di proprietà tedesca, ma ahimè americana, di General Motors ed è proprio a questa proprietà e alle sue logiche che si deve il declino del marchio negli ultimi trent’anni. Ciò che si teme è quello che accade in qualsiasi fusione, ovvero che la produzione venga razionalizzata e che alcuni stabilimenti vengano sacrificati. Cose che abbiamo accettato sempre chinando la testa, ma che la Germania adesso non accetta se è lei a doverne fare le spese.

E nemmeno poi tanto perché la Opel ha ormai solo tre stabilimenti in Germania a Rüsselsheim, Eisenach e Kaiserlautern, tutto il grosso della produzione è via via stata trasferita fatta altrove, in Spagna , nell’Europa dell’est, in Gran Bretagna dove si assembla l’Astra grazie ad accordi particolari che prevedono salari inferiori e orario di lavoro più lungo, per non parlare dei modelli o dei componenti che vengono direttamente dalla Corea e dall’Asia in in generale. Certo alcune migliaia di persone rischiano di entrare nel cono della disoccupazione, molti meno di quanto non siano rimasti col cerino in mano dopo l’affaire Fiar Chrysler, ma è assolutamente comprensibile che il sindacato tedesco dei metalmeccanici si preoccupi, insorga e dica che una eventuale accordo sarebbe ” una violazione senza precedenti dei diritti di cogestione”. Purtroppo si tratta dello stesso sindacato che tre anni fa si arrese alla chiusura dello stabilimento più grande della Opel, quello di Bochum, svolgendo anzi un ruolo estremamente ambiguo nelle trattative per mandare a casa 2700 lavoratori e affidandone altri 700 alle temporanee “cure” di una società ad hoc chiamata a gestire un magazzino ricambi che ha chiuso alla fine dell’anno scorso. Inutile aggiungere che lasciata a se stessa la Opel, azienda né carne né pesce, molto american fusion e poco tedesca ad onta delle sue bugiarde pubblicità  finirebbe per fallire o comunque per lasciare a casa molta gente

Dunque se un’impresa tedesca compra sulla bancarelle delle svendite un’azienda greca, italiana o spagnola per poi mandare a casa la maggior parte delle maestranze tutto va bene, è il mercato bellezza e tu non ci puoi fare niente, mentre se si tratta del contrario la cosa cambia aspetto. Le regole insomma valgono solo per i più deboli e questo all’interno di una sedicente Unione la quale tuttavia e con voce doppiata da Washington, si appresta ad impedire l’acquisizione da parte della Cina di aziende considerate strategiche qualunque cosa voglia dire. E dire che i cinesi sono quello che in assoluto hanno licenziato di meno in queste vicende. Il fatto è che il mercato, nella sua dimensione ideologica ha senso solo per i ceti popolari che ne sono le vittime designate, ma quando si tratta di elites e di geopolitca allora i vecchi stati rientrano in gioco come garanti dell’ordine oligarchico, della perpetuazione delle disuguaglianze e delle politiche imperiali  che ne sono il pendent. Adesso che il globalismo è arrivato ai limiti si torna al protezionismo almeno nella misura in cui si può o che conviene a questo e a quello. Avevano scherzato.

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Karl Il Sung

ss_gmdaewoo_slide9Sarà che mi trovo al bivio fra comprare una macchina nuova o entrare nel novero di possessori di auto storiche malfunzionanti, ma da qualche tempo sono più sensibile alla pubblicità del settore che prima mi faceva azionare il mute del telecomando e mi spinge naturalmente anche alla lettura di caratteristiche e prezzi. Lo confesso nemmeno io riesco a sottrarmi del tutto alla condizione di consumatore. Però a volte proprio questa condizione consente di capire quale sia il livello di aperta e sfacciata menzogna nella quale viviamo: un piccolo esempio, certo ma anche un gradino di una scala che porta a qualsiasi livello.

Dunque compare l’immarcescibile Claudia Schiffer, evidentemente tenuta in animazione sospesa, per fare da madrina alla nuova piccola Opel , battezzata Karl dal nome di uno dei figli del fondatore della marca, il conte von Opel che si starà incessantemente rivoltando nella tomba da quando la sua marca è finita mani e piedi sotto il controllo dei ganassa della General Motors. Sono 20 secondi di spettacolino, quindi vi consiglio di vederlo prima di proseguire:

 

Bene ora sappiamo che la Opel Karl non sarà un miracolo di originalità, gusto, novità, bellezza ma perbacco è un prodotto dell’ingegneria tedesca, di quelli che wir leben autos e che non sgarrano una vite. Il concetto è ribadito fino alla noia perché evidentemente l’appeal dell’auto, al di là della sua validità o meno, è quello di appartenere a un brand generale e nazionale di cui la Opel beneficia pur lavorando nella logica Gm. Purtroppo però la Karl è costruita in Corea nello stabilimento di Incheon appartenente alla ex Daewoo. E questo sarebbe niente perché i coreani sono ottimi costruttori di auto, il peggio è che  la progettazione è  Gm , compreso il motore che e fa parte di una serie di propulsori di assemblaggio economico che comunque sono costruiti dovunque tranne che in Germania  ( Michigan, Cina, Messico e Ungheria oltre alla medesima Sud Corea). Dunque cosa c’è di tedesco nella Karl? Zero. In effetti l’auto non sembra che la riedizione un po’ più umana della Spark venduta con marchio Chevrolet, sempre costruita dalla ex Daewoo e sorella quasi gemella della Opel Agila che ora esce di produzione pur consegnando il proprio motore alla nuova venuta. Non mi intendo di marketing, ma temo che le difficoltà in cui versa la Opel derivino proprio da questa progettazione che deve servirsi di pezzi preconfezionati, senza esprimere una vera personalità. Perché in effetti auto di questo tipo non sono né tedesche, né ammerregane , né coreane, non sono nemmeno pensate da progettisti e ingegneri, sono prodotti dei consigli di amministrazione.

Al di là di questo ( che però riflette la volontà delle multinazionali Usa di limitare quanto più possibile l’aggregazione di grandi gruppi europei tanto che hanno sempre sabotato la nascita di un possibile polo con Peugeot- Citroen, Opel e Fiat) ciò che va sottolineato è la totale menzogna che si evince da questa pubblicità la quale non è semplicemente evasiva, ma recita apertamente il falso, nonostante che le informazioni scritte in questo post non siano frutto di uno scoop, ma tranquillamente reperibili in qualsiasi rivista o sito che di occupa di auto. Come dire, si tratta di alterazioni del tutto gratuite sparate fidando nel fatto che l’informazione sia comunque  soggetta all’emotività della pubblicità, superiore rispetto alla conoscenza e dunque alla realtà.  E’ un segno dei tempi, anzi un vademecum dei tempi in cui viviamo.


Fiat, sconfitto il MiTo dell’intimidazione

Cose che a Fazio non succedono

Cose che a Fazio non succedono

La buona notizia di oggi è che Formigli e la Rai sono stati assolti in appello dall’accusa di lesa Fiat. Com’è noto all’azienda di Detroit con impianti anche a Torino, non era andata giù una trasmissione di Anno zero in cui l’Alfa MiTo era stata messa a confronto con altre due concorrenti, facendo una magra figura. Per la verità il concorrente era uno solo, perché sia la Mini che la Citroen Ds erano ( e sono)  entrambe equipaggiate da un’evoluto propulsore Bmw che si è facilmente imposto su motori Fiat più anziani ( ma da quanti anni l’Alfa non progetta più un motore? ) montati per di più su una scocca di origine General Motors e dunque pensata per utilizzi non troppo sofisticati.

Non volendo investire più di tanto nel prodotto e facendo del bricolage tecnico Marchionne, che in fondo è un Avvocaticchio, voleva però vincere le rivali sul piano legale e aveva fatto causa per i presunti danni provocati dalla trasmissione. Una pretesa che si avvaleva di una relazione tecnica redatta dall’allora rettore del Politecnico torinese, Francesco Profumo, divenuto in seguito il peggior ministro dell’istruzione che si ricordi, un vero Mito al contrario. Perizia che adesso è stata giudicata “irrilevante” e colma di “argomenti totalmente inammissibili”: forse Profumo non aveva compreso che non gli si chiedeva un autoritratto.

In prima istanza, con una sentenza che i giudici di appello hanno considerato, come dire “impropria”, questa macedonia di poteri intrecciati e rafforzata da un Marchionne venduto come il salvatore dell’industria automobilistica nazionale, riuscì ad imporre a Formigli e alla Rai un risarcimento di 5 milioni, pur non avendo potuto smentire una virgola del servizio, ma basandosi sul fatto che esso non aveva parlato anche di altro, di una supposta maggiore comodità della MiTo, del prezzo e quant’altro: tutte quelle “qualità” assai opinabili grazie alle quali le riviste specializzate riescono a riequilibrare i giudizi e a non spiacere a nessuno. Insomma nella sentenza di primo grado aveva agito la giurisprudenza materiale del Paese secondo la quale la Fiat non è criticabile come se avesse sede al Quirinale e che accoglie nel suo corpus un incensorio aziendalismo per cui di fatto diventa quasi impossibile criticare un qualunque prodotto, più che mai nell’informazione che conta, cioè in quella televisiva.

Il servizio di Anno Zero era stato insomma uno sgarbo, una mancanza di rispetto come non andare al matrimonio della figlia del padrino. E ora grazie all’appello che ristabilisce un minimo di diritto all’informazione, alcuni propongono che chi fa cause di questo tipo con un chiaro intento intimidatorio se le perde, paghi un risarcimento. Più che giusto se non fosse che questa sentenza ha in un certo senso del miracoloso in un’ Italia dove le intimidazioni giudiziarie, economiche, politiche e sul lavoro costituiscono la spina dorsale di un sistema di potere.

 


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