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Bonino o Malino

 bpnAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da molti anni ho esaurito la esigua scorta di gratitudine dovuta ai radicali per la loro provvidenziale lobby sui temi di diritti “obbligatori”,  ma negati per la pressione ecclesiastica che condizionava anche il più forte partito comunista europeo, trascinato nell’impegno su divorzio e aborto da un alleato perlopiù molesto e da un elettorato molto più avanti del pachiderma allora rosso.

La carriera brillante di Emma Bonino col passare del tempo ha dato conferma ai miei sospetti giovanili: non ci si può fidare davvero di chi fa professioni di laicità creando gerarchie e graduatorie di diritti, dando agio a chi ce li limita,  restringe o disconosce, di affermare che alcuni siano fondamentali e altri no, che se ne “concedi” una fettina a qualcuno la torta diventa più piccola per le altre bocche e   che se si esige quello al lavoro è obbligatorio rinunciare a quello alla salute, che se si reclama quello alla morte con dignità si debba ragionevolmente abiurare a quello alla cura e così via. Tanto che un modesto pensionato dell’Inps visto l’andazzo, è legittimato a sospettare che dopo tante battaglie definite civili, l’assistenza medica  cui ha avuto accesso la ex parlamentare, ex ministra e ex commissaria europea oggi celebrata candidata,  con tutto il rispetto per la sua condizione di malata, non siano gli stessi dei quali può godere lui e con lui la gran massa dei mutuati. Così come perfino una dignitosa conclusione della vita pare sia concessa davvero solo a chi se la può pagare o a chi si è dotato per meriti o appartenenza sociale, di una tribuna appropriata.

Non deve quindi stupire più di tanto  la collocazione che si è trovato il leggendario co-santino   radicale, convertito da tempo dopo glorificati digiuni a sedersi all’appetitosa tavola imbandita delle ricorrenti maggioranze. D’altra parte sia Pannella che lei non hanno mai avuto troppa puzza sotto al naso in tema di alleanze e di camerati  di strada come dimostrano le ultime esternazioni della candidata in forza al Pd che rinnova quella sconcertante appartenenza al contesto democratico di quelli che abusano di Voltaire legittimando i fascisti in Parlamento.

La signora è una accesa fan dell’Europa – e vorrei ben vedere che non mostrasse la doverosa riconoscenza,    e in questa veste non ha mai negato la sua adesione appassionata e fedele all’atlantismo, in barba a un una non violenza di maniera. Peccato che l’appoggio anche morale e incondizionato all’impero abbia perso un’occasione, quella di rivalutare come si fa da anni negli Usa, l’importanza della cultura umanistica per preparare le generazioni attuali e future ad affrontare e governare la complessità.

Macché, in pieno accordo con la buona scuola e con i principi cari alla coppia Fedeli – Poletti (ambedue casualmente non laureati, avendo preferito la scuola della strada come certi profili su Facebook.. e si vede) ha liquidato lo studio del latino superfluo  o più probabilmente dannoso perché favorisce l’apprendimento, la riflessione e quindi la conoscenza e la consapevolezza, addirittura perché  – che scandalo – attrezza per usare la logica e dunque, peggio che mai, aiuta a pensare, attività invisa a chi vuole che venga formato un esercito di manovali come il Charlot di Tempi moderni, di manager in pizzeria o della consegna pacchi, in grado di dire si in più lingue, salvo il cinese molto osteggiato e che di modi di dire si ne ha più di cento e che magari a questo sono più avanti di noi,

Si, se ne sono accorti perfino negli Usa che le lingue morte di aiutano e restare vivi, come la storia, la memoria, la bellezza (e infatti cercano di comprarla o distruggerla ovunque), se n’è accorto perfino Obama  e capace che se qualcuno ne persuaderà perfino Trump, a differenza degli utili idioti che si sono fatti colonizzate perfino l’immaginario da Gekko di Wall Street,

Filosofi e pensatori, dei pochi che non si esprimono un tanto al metro, e prima nell’ordine Martha Nussbaum con un suo libriccino fondamentale:  Non per profitto, da tempo mettono in guardia su una infantilizzazione del paese tramite un percorso scolastico che offre nozioni elementari per l’esecuzione di processi ancora più elementari come avvitare bulloni o dare il comando perché un drone sganci una bomba su Aleppo.

Tutti concordi nel denunciare come ormai obnubilati dall’imperativo della crescita, della competitività e dalle logiche contabili a breve termine, i governi abbiano  inflitto pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. E così, mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali: proprio mentre l’innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l’istruzione si ripiega su poche concezioni minimali e stereotipate. È perché quello che il progresso richiederebbe non è   difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l’accesso a quella conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l’autonomia del giudizio, la forza dell’immaginazione come presupposti irrinunciabili per una umanità matura e responsabile.

Ma  per la Bonino e il ceto dirigente al servizio della cupola dell’affarismo finanziario, dell’accumulazione dissennata, del profitto e dello sfruttamento illimitati, il diritto a pensare è quello che si deve obbligatoriamente proibire, perché  fa bene alla nostra libertà e male alle loro licenze.

 

 

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Smartscemi

Children using smartphonesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa è arrivata sul mio cellulare un’offerta imperdibile: il regalo perfetto per i più piccoli, lo smartphone per bambini sicuro e innovativo con tanto di tot GB Internet, minuti, Sms e  giochi. Certe notizie sono maledette, collocano anche i meno attempati su una panchina dei giardinetti, a commentare i lavori stradali o i giocatori di bocce: l’è longa, l’è curta e tutti a dire “ai nostri tempi …”, ma “quando ero piccolo io…”.

Perché si sa che le banalità sono perlopiù verità accertate. Ed è sicuro che l’accondiscendenza a capricci infantili in dinastie reali o in famiglie normali si declina e manifesta per molti motivi, sempre gli stessi: sensi di colpa, desiderio di consenso, riscatto per privazioni subite o determinazione a risparmiare i propri figli da quelle, nuove e recenti, che si stanno sopportando, vissute come una vergogna; sottomissione a valori e ideali imperniati sulla competitività, sulla rivalità e sulla emulazione. E che in una società che ha visto via via ridurre la gamma dei diritti, l’unico che viene concesso con liberalità è quello a “consumare”, a spendere, anche quando non ci sono più i mezzi, anzi, meglio ancora, in modo che da produttori e consumatori si diventi debitori, esposti e soggetti a ricatti e intimidazioni.

Così sono cambiate anche le forme e le destinazioni dei “sacrifici”, secondo gerarchie e gamme che vanno dall’Erasmus, alle gite scolastiche, dai master ormai diventati irrinunciabili parcheggi dove far sostare laureati semianalfabeti fino ai 40 anni, agli investimenti familiari finalizzati a avviare imprese fallite all’origine e start up visionarie: case vacanze, B&B, bettole per l’apericena e fantasiose aziende “informatiche”, ma anche carriere artistiche e creative tra regia e ristorazione, per avviare i rampolli a carriere prestigiose di manager della pizza al taglio, coordinatori di accoglienza e -perché no? piloti di droni (dei quali abbiamo sorriso, amaramente, qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/04/26/piloti-di-droni/)

Ed  è mutata anche la socialità trasversalmente alle generazioni e nelle grandi come nelle piccole città, dove giocare a campana o perdersi per i campi in bicicletta, ma pure il Lego o le automobiline, il microscopio del piccolo biologo o le collezioni di francobolli e figurine nei giorni piovosi  sono passatempi arcaici, oggetto di vendite all’incanto su Ebay,  le ricerche e i compiti si svolgono nelle geografie di internet  e si scambiano su Waths App.  Lo smartphone dunque è vitale, necessario, per la prole  ma ancora più per i  genitori determinati a esercitare controllo e sorveglianza, dal più lontano possibile, in una festosa dimissione di responsabilità e oneri fastidiosi, che potrebbero insidiare rapporti che si preferisce siano improntati a amicizia e complicità, tanto che anche la scuola cerca di esserne esonerata con una ministra che magnanimamente comprende a suo dire le ragioni dei ragazzi sdoganando il cellulare in classe (e meglio quello più innovativo così di perpetua ancora un po’ di disuguaglianza di ceto) o insignendo  nonni perlopiù in attesa di pensione, del delicato incarico di accompagnatori.

Ma d’altra parte come recriminare sul  telefonino multifunzioni? La traduzione di smartphone dovrebbe essere telefono intelligente, a conferma che si tratta di una qualità delegata ai prodotti tecnologici e che tutto deve essere smart in questa nostra contemporaneità: a cominciare dal Parco Archeologico di Pompei che si starebbe imponendo   come “primo Smart Archaeological Park in Italia e al mondo,  un modello tecnologico integrato che consente di gestire e controllare la sicurezza delle persone e dei monumenti in condizioni normali e in condizioni di emergenza”, al posto di una razionale attività di manutenzione e sorveglianza, lo Stivale, diventato Very Bello, i grandi eventi pronubi di malaffare fashion, le nuove professioni, vedi sopra, per non parlare dei leader, il più innovativo dei quali ci ha abituati a vederlo sempre col cellulare in mano come una appendice irrinunciabile, perso nelle chat, anche quando si presenta alle Camere riunite o ai funerali, che ha instaurato la sostituzione della comunicazione istituzionale con tweet e sms, e che ha impiegato il cellulare anche per dirimere penose vicende familiari col su’ babbo.

Però volenti o nolenti, si tratta di una prerogativa o di una schiavitù che deve essere di esclusivo monopolio della nostra civiltà superiore. Se una delle accuse più frequenti che vengono rivolte agli immigrati che ci ruberebbero lavoro e case e ai buonisti che li foraggiano con mancette sontuose anche sotto forma di abbonamenti è quella del possesso sfrontato, in forma di usurpazione, del telefonino,  nemmeno fosse un diritto acquisito insieme alla rincorsa ai nostri stili di vita. E perfino ai nostri sentimenti, anche quelli superiori?

Come se ansia genitoriale, apprensione materna e paterna, dovessero essere  godimento riservato dei cuori dell’emisfero settentrionale, estranei ai babbi e alle mamme o ai fratelli maggiori o ai nonni delle 26 ragazze arrivate morte sulle nostre coste, dei minori (  lo stesso barcone  ne ha scaricati  52, 21 dei quali ha meno di 9 anni) affidati al mare che pare meglio della vita grama in patria, dei giovanotti colpevoli di volere un’esistenza dignitosa senza fame e guerra,

Come se le loro vite nude e disperate non avessero diritto a questo strano cordone ombelicale, alla gioia di sentire voci amate, a ricordare con chi è lontano risate e scherzi, a dividere lacrime e nostalgia, almeno quanto i figli con i quali vi date appuntamento fuori scuola alle prime perniciose gocce di pioggia autunnale, dei quali ricevete le reprimende per gli inappropriati rimproveri degli insegnanti e cui spedite soluzioni di problemi o svolgimenti di temi, perché si sa solo i nostri figli so’ piezzi e’ core.

 


Servi Fedeli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va bene, mi sono sbagliata, faccio ammenda. Avevo, a torto, pensato si trattasse di uno di quei soggetti ben pasturati alla greppia dei ranghi sindacali senza aver mai conosciuta la fatica, una di quelle praticone che rivendicano la loro adesione entusiasta alla real politik come fosse una virtù e alla spregiudicatezza come condizione necessaria alla gestione della cosa pubblica e pure di quella personale, capitombolata su una poltrona cruciale per chissà quali titoli, non certo quelli di studio, o quali accertate competenze. Messa alla prova la ministra Fedeli rivela di possedere e aver maturato le qualità, i meriti e il sapere richiesti per la desiderata conversione da cittadini discenti in servitori precari, obbligatoriamente ignoranti a dimostrazione che l’esperienza sindacale di questi tempi si è ridotta all’ossequiente sissignore e addirittura all’interpretazione preventiva e attuazione entusiastica degli imperativi padronali.

Zitta zitta, dopo aver suscitato rumore per una disinvolta gestione del suo cursus studiorum favorita da certe fumose misure riformatrici dei suoi predecessori, la ministra colpevolmente sottovalutata alla stregua di una Brambilla e meno allarmante di una Gelmini, ha mostrato invece un  dinamico quanto sinistro spirito di iniziativa indirizzato a combinare la fine della scuole pubblica e in sostanza dell’istruzione con quella del lavoro , dei suoi valori in modo che dalle rovine sorgesse un edificio di perdita di consapevolezza di sé e delle proprie aspirazioni, di certezze e conoscenze, di cognizioni e curiosità, nel quale far crescere e esistere generazioni di sudditi fidelizzati attraverso nuovi analfabetismi, arcaici ricatti, antiche intimidazioni, millenarie insicurezze e nel quale perfezionare l’umiliazione della funzione pedagogica, dell’insegnamento e dalla formazione, della coltivazione di talenti e capacità con la retrocessione dei docenti a somministratori di punti, buoni e penali come ai cari quiz televisivi frequentati da leader di punta della ceto politico.

In compenso la ministra rivendica i suoi di talenti a cominciare da quella domestica indole al risparmio, cifra irrinunciabile del buon governo secondo casalinghe abbonate ai volantini con le offerte dei supermercati e oculati amministratori di condomini. Cui si ispira il liceo breve a suo tempo minacciato da Renzi: 100 classi inizieranno da quest’anno scolastico la sperimentazione del nuovo progetto didattico che termina dopo 4 anni con l’esame di maturità. Circa 1050 ore annuali anziché 900, che dovrebbero permettere un desiderato taglio del “parco docenti” composto da proverbiali pelandroni, da un ceto parassitario che ostacola la modernizzazione de paese e il suo adattamento all’ambito modello del sogno americano, anelato e imitato anche nella sua trasformazione in incubo e che ha mostrato la sua manchevolezza proprio nella selezione del personale politico, nella incapacità di fronteggiare gli stessi cambiamenti voluti e provocati dalla complessità e pure dalla trasformazione del capitalismo, nell’inadeguatezza a vincere la sfida con i nuovi soggetti che si affacciano sullo scenario  della competitività e dell’innovazione tecnologica e scientifica per non parlare dell’eclissi  della creatività e della produzione artistica, e nella letteratura, nell’architettura, nella musica   dominate dalla serialità. E perfino nell’arte della guerra caposaldo dell’egemonia imperiale, nella quale la superpotenza stalker del mondo perde battaglie e faccia malgrado il mostruoso dispendio di bombe stupide, droni portatori di morte pilotati da un desk remoto in modo da confermare il senso di irrealtà e irresponsabilità.

Così la ministra non si accontenta di combinare le sue misure con la weltanschauung del collega Poletti, coi suoi auspici di una fattiva alternanza scuola-lavoro, della utile propedeutica a sontuose carriere tramite calcetto sostituto nostrano delle borse di studio per giocatori di baseball cn scarsa dotazione di QI , con la desiderabilità del volontariato come necessario tirocinio e dimostrazione di fedeltà a un disegno globale di ubbidienza e rinuncia di diritti e garanzie, ma si prodiga parsimoniosa per andare incontro ai desiderata di Padoan, facendo retrocedere quelli che un tempo si chiamavano investimenti alla qualità di moleste spese: le dobbiamo quindi i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario 2017 e la finalizzazione dei finanziamenti a progetti secondo criteri di merito arbitrari e discrezionali. Lo scopo è sempre lo stesso, la mortificazione dell’istruzione pubblica e il rafforzamento degli istituti privati, il depauperamento  della scuola dello Stato e il potenziamento della “formazione” al servizio degli interessi dei poteri che si sono sostituiti agli stati espropriandoli di sovranità autorevolezza e fiducia: corporation. Lobby, multinazionali, capitali e azionariati finanziari che si servono di regimi regolatori globali e di organizzazioni sovranazionali di vario genere, spesso governativi, impegnati anche nel ruolo di labor killing, che a quello servono certi Fedeli servitori.

Non è il migliore dei mondi possibili quello cui guarda la ministra fatto su misura per genitori che si augurano di poter continuare a viziare i loro figli bel custoditi nel loro guscio di noce mentre fuori infuria la procella, cui propone – per il compiacimento degli orgogliosi Giannini – l’Erasmus anche al liceo come contesto di un ideale di Europa per figli di un dio maggiore, ciu suoi bei muri per tener fuori chi per censo o appartenenza dinastica non merita successo, affermazione, carriera, un mondo dove l’economia si attesta al XXI secolo ma la “società” è regredita al feudalesimo, alle sue pestilenze, alle sue guerre feroci, alla sua disperazione nera, efferata e insanabile  che non sappiamo più curare con la speranza da quando ci hanno negato perfino l’utopia.

 

 

 


Scuola: i servi diplomati fanno fortuna

renzi-pierino-scuola-asino-667265La narrazione politica del potere non conosce confini di stupidità, né limiti alle bugie o all’ipocrisia e nemmeno alla pura e semplice ignoranza indotta dalla ripetitività del pensiero unico. Così oggi, dopo la pubblicazione di uno studio Ocse abbiamo un’ ode da film luce  alla scuola italiana che si posiziona ai primi posti e nella quale si è inserito persino l’asinello Renzi, per non parlare della ministra Fedeli che parla giusto per l’improvvida presenza di una laringe,  facendo intendere che il risultato sarebbe dovuto alla sua buona scuola. In realtà come vedremo ben poco di tutto questo è corretto, molto viene equivocato e l’essenziale taciuto.

La ricerca Ocse, per dirla in poche parole, si prefiggeva di misurare l’influsso del ceto sociale sulle prestazioni degli studenti, insomma il gap tra chi nasce in un ambiente povero e chi invece ha la fortuna di avere famiglie benestanti per poi  confrontare gli indici ottenuti con lo status sociale degli stessi gruppi di persone dieci anni dopo il conseguimento del diploma o analogo titolo. Ed è risultato che la scuola italiana è quella che più di altre riesce a contenere il divario fra svantaggiati e avvantaggiati. Bene, ottimo, meraviglioso, anche se questo effetto può essere dovuto a fattori estranei alla qualità dello studio stesso, anzi teoricamente potrebbe essere favorito dal suo contrario, dalla minore selettività o da  molti altri fattori: il fatto è che la sostanza dello studio Ocse, sul quale nessuno titola, è che questa maggiore inclusività, per così dire, sui banchi di scuola viene dilapidata successivamente: a 27 anni il divario tra avvantaggiati e svantaggiati aumenta in maniera esponenziale tanto da essere molto superiore alla media dei Paesi presi in esame. Però invece  invece di titolare sul male oscuro della società italiana, di cui tutto questo è un sintomo, ci si sofferma  solo sulla prima parte e sulla “medaglia” scolastica.

Tuttavia ci sono molte cose non dette e alcune da dire, a partire dalla scarsissima credibilità e valore euristico di queste ricerche che vengono condotte con criteri standard, immancabilmente americani, su realtà profondamente diverse sotto molti di punti di vista, compresa la percentuale tra scuola pubblica e privata: il tentativo di avere di avere dati comparabili tra diverse realtà si arena su uno schematismo rigido per non dire ottuso che denuncia più che altro le spinte di un’ideologia che nega ogni diversità per affermare l’omologazione sui criteri liberisti. Detto questo però non mi pare di aver letto da nessuna parte una cosa assolutamente essenziale, ossia che i dati sulla scuola, com’è ovvio per una ricerca che poi deve confrontare i risultati con quelli di 10 anni dopo, si riferisce al 2000.. Non stiamo parlando della scuola di oggi che ha subito tre lustri di massacri di ogni tipo, ma di quella precedente, forse anche precedente alla riforma Berlinguer attuata solo in minima parte, praticamente solo per l’esame di maturità e abrogata dalla Moratti la prima a mostrare con chiarezza damazzo – salottiera di volerla trasformare di luogo di addestramento per il lavoro servile, compito poi concluso da Renzi. Insomma ci si compiace di una scuola più inclusiva che si è fatto di tutto per distruggere al fine di adeguarsi ad altri modelli, compresa la privatizzazione, di una scuola che non esiste più.

Insomma se la vecchia scuola italiana e non quella di oggi, riusciva in qualche modo a stemperare le differenze tra classi sociali, che vengono invece esaltate dai passaggi successivi molto più che altrove e in modo catastrofico rispetto alla Germania, non è affatto detto che questo accada oggi, dopo aver inseguito disperatamente e stupidamente le suggestioni che vengono da percorsi assai meno inclusivi e che oggi mostrano la corda.  Eppure invece di riflettere sulla grottesca e stupida dissipazione di un patrimonio e un modo di essere, invece di lamentarsi per la perdita ci si appunta una finta medaglia di cartone, facendo finta che la ricerca dell’Ocse riguardi l’oggi. Che dire: forse i primi risultati degli ultimi 17 anni si vedono da un’ informazione strumentale e infingarda oltre la decenza le cui magagne spesso finiscono per rimanere impunite da un’opinione pubblica smarrita e distratta, da un Paese intyero che ha perso la bussola.


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