Annunci

Archivi tag: fedeli

A lezione di ignoranza

mioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna fare attenzione a non lamentarsi troppo che un nostro bene comune è trattato come una Cenerentola, trascurato come un corpo estraneo nell’agenda politica  e sociale. Di solito è il primo passo per farne una emergenza da trattare come tale adottando misure eccezionali, incaricando autorità supreme, applicando regole    per poi affidarlo alle cure di gente pratica delle leggi del mercato e della concorrenza.

Così è lecito pensare che lasciare all’incuria un patrimonio altro non sia che un sistema per cederlo a poco prezzo, come sta succedendo proprio con il più prezioso che dovrebbe stare sopra agli altri, l’istruzione affidata alla scuola pubblica.  Tempi di studio ridotti, edifici fatiscenti, insegnati vecchi, o precari, o demotivati o tutte questo cose insieme non sono casualità, non sono incidenti accaduti oggi e prodotti dalla crisi, bensì gli ingredienti della ricetta per avvelenare e far morire la scuola pubblica e fare spazio a quella privata che realizzi la distopia neoliberista di una “formazione” manageriale, commerciale e competitiva per preparare al mondo del lavoro.

Non a caso, come succede con i convertiti che si rivelano più entusiasti esecutori della dottrina appena rivelatasi dei suoi tradizionali sacerdoti,  la riforma che ha dato il via al processo non è tanto quella firmata Moratti o quella della Gelmini che si sono dimostrate ferventi interpreti del progetto messo a punto da Berlinguer, il vero faro nel percorso di aziendalizzazione della scuola e dell’Università, esemplarmente riassunta dalle tre I della Buona Scuola di Renzi &Giannini & Fedeli: Impresa & Inglese & Internet.

E per consegnarla a chi se ne intende e a prezzi stracciati hanno convertito la crisi in emergenza grazie a tagli di risorse (alla Gelmini si deve quello diventato proverbiale di 8 miliardi), alla progressiva demoralizzazione del personale, all’imposizione di un format di sapere utilitaristico, all’esaltazione del merito promosso dall’appartenenza a ceti privilegiati e alla rassegnazione e accettazione delle disuguaglianze, sancite dalla opportunità per chi ha di pagare di tasca propria gli optional più favorevoli per l’affermazione della propria dinastia. Non è andata meglio con il passato governo che nel ridurre perfino con la propaganda l’utilità del titolo di studio, del sapere e della conoscenza, ha voluto accentuare l’aspetto familistico e caritatevole della scuola primaria e secondaria, come di una istituzione che dà asilo ai giovani  e ne protegge l’innocente ignoranza.

Altro che “organo costituzionale” come ebbe a definirla Calamandrei e altro che sede per il riscatto, per la liberazione e l’affrancamento come sognavano quelli persusasi della sua potenza  nell’incidere sulle predestinazioni sociali, illusi che la scuola, frutto di un sistema     divisivo potesse non riprodurre al suo interno le disuguaglianze, le differenze e le sopraffazioni. La speranza più realistica affidava alla conoscenza questa funzione di consapevolezza, di critica e di redenzione, ma si sa che la speranza realistica è sostituita interamente dalla realpolitik che vuole infilare la cultura tra due fette di pane in modo che sia produttivistica, che “si possa mangiare”, più ancora che “dia da mangiare”.

E cosa c’è di meglio che imbandire la tavola dell’istruzione per rispondere all’avidità dei privati in modo che possano giovarsene secondo fame e gusto? E non si tratta solo del governo della scuola, dei finanziamenti per le scuole parificate, ma di affermare una ideologia che vuole  che i suoi luoghi diventino  i laboratori e le fabbriche della  “cultura d’impresa”, fondata sui valori del mercato e della sua rivendicazione  di forgiare le nostre vite coi principi dell’interesse personale, dell’ambizione, dell’egoismo e della competizione.

Come avevamo ampiamente previsto ci pensa l’asse Pd-Lega: «Se ha senso che sia la regione a definire gli assetti sulla scuola e il numero studenti, allora è giusto che sia il presidente della regione a stabilire se una classe deve avere 15 o 25 studenti sulla base delle caratteristiche territoriali, la demografia, su cosa accade nelle valli». La frase che non lascia dubbi, l’ha pronunciata qualche giorno fa il ministro degli affari regionali Francesco Boccia al termine dell’incontro con il governatore della regione Lombardia Attilio Fontana, che ha così riaperto la porta alla “regionalizzazione” della scuola, uno dei fondamenti dell’autonomia dei ricchi che prevede la cessione delle competenze organizzative, didattiche e di gestione anche delle remunerazioni dei docenti dallo Stato alla Lombardia e al Veneto e che era stata ostacolata  nel governo precedente dal movimento 5 Stelle.

Non  a  caso che sulla scia delle più prime tre,  Emilia, Lombardia e Veneto, anche Marche e Umbria avanzano pretese di autonomia differenziata proprio sulle materie dell’istruzione e della formazione tecnica e professionale, oltre che dell’università ampliando le competenze trasmesse alla  possibilità di intervenire sul curriculum degli studenti e sull’alternanza Scuola-Lavoro, per promuovere quella “sinergia tra istruzione ed impresa, caposaldo irrinunciabile per fare della scuola il luogo dell’addestramento delle giovani generazioni alle competenze richieste dalle aziende del territorio”, come chiedono l’Europa, la Confindustria, i padroni e i progressisti al loro servizio a tempo pieno con più solerzia dei conservatori.

In attesa dei test e degli Invalsi anche all’asilo e alla primina preliminari alla scuola dell’ignoranza, ci vuol poco infatti a capire che questo  disegno replica su scala nazionale quello delle due velocità dell’Europa, il Settentrione evoluto, progressivo, competitivo, che ha i numeri per stare alla pari con il pingue e biondo  Nord, e il Meridione parassitario, indolente indegno di crescere e migliorarsi e che non merita di accedere all’istruzione e a lavori dignitosi. Il primo con un Pil più elevato (e pure un’adeguata evasione) messo in condizione  di disfarsi degli ostacoli frapporti da regole unitarie: contratti collettivi di lavoro, valore legale del titolo di studio, ad esempio, e di impiegare in forma indipendente e arbitraria  parte rilevante del gettito fiscale. Il secondo condannato a corrispondere agli stereotipi di geografie predestinate all’accoglienza di stranieri in forma di profughi, cottimisti soggetti al caporalato, braccianti che non hanno la fortuna o l’abilità di diventare ministri,  o turisti, espropriate di speranze e consegnate alla malavita, che peraltro da tempo ha pensato di occupare profittevolmente altri siti più adatti alle sue pretese e dove trova alleati che dividono le sue stesse consuetudini al ricatto, all’intimidazione e alla sopraffazione.

 

 

Annunci

Bonino o Malino

 bpnAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da molti anni ho esaurito la esigua scorta di gratitudine dovuta ai radicali per la loro provvidenziale lobby sui temi di diritti “obbligatori”,  ma negati per la pressione ecclesiastica che condizionava anche il più forte partito comunista europeo, trascinato nell’impegno su divorzio e aborto da un alleato perlopiù molesto e da un elettorato molto più avanti del pachiderma allora rosso.

La carriera brillante di Emma Bonino col passare del tempo ha dato conferma ai miei sospetti giovanili: non ci si può fidare davvero di chi fa professioni di laicità creando gerarchie e graduatorie di diritti, dando agio a chi ce li limita,  restringe o disconosce, di affermare che alcuni siano fondamentali e altri no, che se ne “concedi” una fettina a qualcuno la torta diventa più piccola per le altre bocche e   che se si esige quello al lavoro è obbligatorio rinunciare a quello alla salute, che se si reclama quello alla morte con dignità si debba ragionevolmente abiurare a quello alla cura e così via. Tanto che un modesto pensionato dell’Inps visto l’andazzo, è legittimato a sospettare che dopo tante battaglie definite civili, l’assistenza medica  cui ha avuto accesso la ex parlamentare, ex ministra e ex commissaria europea oggi celebrata candidata,  con tutto il rispetto per la sua condizione di malata, non siano gli stessi dei quali può godere lui e con lui la gran massa dei mutuati. Così come perfino una dignitosa conclusione della vita pare sia concessa davvero solo a chi se la può pagare o a chi si è dotato per meriti o appartenenza sociale, di una tribuna appropriata.

Non deve quindi stupire più di tanto  la collocazione che si è trovato il leggendario co-santino   radicale, convertito da tempo dopo glorificati digiuni a sedersi all’appetitosa tavola imbandita delle ricorrenti maggioranze. D’altra parte sia Pannella che lei non hanno mai avuto troppa puzza sotto al naso in tema di alleanze e di camerati  di strada come dimostrano le ultime esternazioni della candidata in forza al Pd che rinnova quella sconcertante appartenenza al contesto democratico di quelli che abusano di Voltaire legittimando i fascisti in Parlamento.

La signora è una accesa fan dell’Europa – e vorrei ben vedere che non mostrasse la doverosa riconoscenza,    e in questa veste non ha mai negato la sua adesione appassionata e fedele all’atlantismo, in barba a un una non violenza di maniera. Peccato che l’appoggio anche morale e incondizionato all’impero abbia perso un’occasione, quella di rivalutare come si fa da anni negli Usa, l’importanza della cultura umanistica per preparare le generazioni attuali e future ad affrontare e governare la complessità.

Macché, in pieno accordo con la buona scuola e con i principi cari alla coppia Fedeli – Poletti (ambedue casualmente non laureati, avendo preferito la scuola della strada come certi profili su Facebook.. e si vede) ha liquidato lo studio del latino superfluo  o più probabilmente dannoso perché favorisce l’apprendimento, la riflessione e quindi la conoscenza e la consapevolezza, addirittura perché  – che scandalo – attrezza per usare la logica e dunque, peggio che mai, aiuta a pensare, attività invisa a chi vuole che venga formato un esercito di manovali come il Charlot di Tempi moderni, di manager in pizzeria o della consegna pacchi, in grado di dire si in più lingue, salvo il cinese molto osteggiato e che di modi di dire si ne ha più di cento e che magari a questo sono più avanti di noi,

Si, se ne sono accorti perfino negli Usa che le lingue morte di aiutano e restare vivi, come la storia, la memoria, la bellezza (e infatti cercano di comprarla o distruggerla ovunque), se n’è accorto perfino Obama  e capace che se qualcuno ne persuaderà perfino Trump, a differenza degli utili idioti che si sono fatti colonizzate perfino l’immaginario da Gekko di Wall Street,

Filosofi e pensatori, dei pochi che non si esprimono un tanto al metro, e prima nell’ordine Martha Nussbaum con un suo libriccino fondamentale:  Non per profitto, da tempo mettono in guardia su una infantilizzazione del paese tramite un percorso scolastico che offre nozioni elementari per l’esecuzione di processi ancora più elementari come avvitare bulloni o dare il comando perché un drone sganci una bomba su Aleppo.

Tutti concordi nel denunciare come ormai obnubilati dall’imperativo della crescita, della competitività e dalle logiche contabili a breve termine, i governi abbiano  inflitto pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. E così, mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali: proprio mentre l’innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l’istruzione si ripiega su poche concezioni minimali e stereotipate. È perché quello che il progresso richiederebbe non è   difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l’accesso a quella conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l’autonomia del giudizio, la forza dell’immaginazione come presupposti irrinunciabili per una umanità matura e responsabile.

Ma  per la Bonino e il ceto dirigente al servizio della cupola dell’affarismo finanziario, dell’accumulazione dissennata, del profitto e dello sfruttamento illimitati, il diritto a pensare è quello che si deve obbligatoriamente proibire, perché  fa bene alla nostra libertà e male alle loro licenze.

 

 


Smartscemi

Children using smartphonesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa è arrivata sul mio cellulare un’offerta imperdibile: il regalo perfetto per i più piccoli, lo smartphone per bambini sicuro e innovativo con tanto di tot GB Internet, minuti, Sms e  giochi. Certe notizie sono maledette, collocano anche i meno attempati su una panchina dei giardinetti, a commentare i lavori stradali o i giocatori di bocce: l’è longa, l’è curta e tutti a dire “ai nostri tempi …”, ma “quando ero piccolo io…”.

Perché si sa che le banalità sono perlopiù verità accertate. Ed è sicuro che l’accondiscendenza a capricci infantili in dinastie reali o in famiglie normali si declina e manifesta per molti motivi, sempre gli stessi: sensi di colpa, desiderio di consenso, riscatto per privazioni subite o determinazione a risparmiare i propri figli da quelle, nuove e recenti, che si stanno sopportando, vissute come una vergogna; sottomissione a valori e ideali imperniati sulla competitività, sulla rivalità e sulla emulazione. E che in una società che ha visto via via ridurre la gamma dei diritti, l’unico che viene concesso con liberalità è quello a “consumare”, a spendere, anche quando non ci sono più i mezzi, anzi, meglio ancora, in modo che da produttori e consumatori si diventi debitori, esposti e soggetti a ricatti e intimidazioni.

Così sono cambiate anche le forme e le destinazioni dei “sacrifici”, secondo gerarchie e gamme che vanno dall’Erasmus, alle gite scolastiche, dai master ormai diventati irrinunciabili parcheggi dove far sostare laureati semianalfabeti fino ai 40 anni, agli investimenti familiari finalizzati a avviare imprese fallite all’origine e start up visionarie: case vacanze, B&B, bettole per l’apericena e fantasiose aziende “informatiche”, ma anche carriere artistiche e creative tra regia e ristorazione, per avviare i rampolli a carriere prestigiose di manager della pizza al taglio, coordinatori di accoglienza e -perché no? piloti di droni (dei quali abbiamo sorriso, amaramente, qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/04/26/piloti-di-droni/)

Ed  è mutata anche la socialità trasversalmente alle generazioni e nelle grandi come nelle piccole città, dove giocare a campana o perdersi per i campi in bicicletta, ma pure il Lego o le automobiline, il microscopio del piccolo biologo o le collezioni di francobolli e figurine nei giorni piovosi  sono passatempi arcaici, oggetto di vendite all’incanto su Ebay,  le ricerche e i compiti si svolgono nelle geografie di internet  e si scambiano su Waths App.  Lo smartphone dunque è vitale, necessario, per la prole  ma ancora più per i  genitori determinati a esercitare controllo e sorveglianza, dal più lontano possibile, in una festosa dimissione di responsabilità e oneri fastidiosi, che potrebbero insidiare rapporti che si preferisce siano improntati a amicizia e complicità, tanto che anche la scuola cerca di esserne esonerata con una ministra che magnanimamente comprende a suo dire le ragioni dei ragazzi sdoganando il cellulare in classe (e meglio quello più innovativo così di perpetua ancora un po’ di disuguaglianza di ceto) o insignendo  nonni perlopiù in attesa di pensione, del delicato incarico di accompagnatori.

Ma d’altra parte come recriminare sul  telefonino multifunzioni? La traduzione di smartphone dovrebbe essere telefono intelligente, a conferma che si tratta di una qualità delegata ai prodotti tecnologici e che tutto deve essere smart in questa nostra contemporaneità: a cominciare dal Parco Archeologico di Pompei che si starebbe imponendo   come “primo Smart Archaeological Park in Italia e al mondo,  un modello tecnologico integrato che consente di gestire e controllare la sicurezza delle persone e dei monumenti in condizioni normali e in condizioni di emergenza”, al posto di una razionale attività di manutenzione e sorveglianza, lo Stivale, diventato Very Bello, i grandi eventi pronubi di malaffare fashion, le nuove professioni, vedi sopra, per non parlare dei leader, il più innovativo dei quali ci ha abituati a vederlo sempre col cellulare in mano come una appendice irrinunciabile, perso nelle chat, anche quando si presenta alle Camere riunite o ai funerali, che ha instaurato la sostituzione della comunicazione istituzionale con tweet e sms, e che ha impiegato il cellulare anche per dirimere penose vicende familiari col su’ babbo.

Però volenti o nolenti, si tratta di una prerogativa o di una schiavitù che deve essere di esclusivo monopolio della nostra civiltà superiore. Se una delle accuse più frequenti che vengono rivolte agli immigrati che ci ruberebbero lavoro e case e ai buonisti che li foraggiano con mancette sontuose anche sotto forma di abbonamenti è quella del possesso sfrontato, in forma di usurpazione, del telefonino,  nemmeno fosse un diritto acquisito insieme alla rincorsa ai nostri stili di vita. E perfino ai nostri sentimenti, anche quelli superiori?

Come se ansia genitoriale, apprensione materna e paterna, dovessero essere  godimento riservato dei cuori dell’emisfero settentrionale, estranei ai babbi e alle mamme o ai fratelli maggiori o ai nonni delle 26 ragazze arrivate morte sulle nostre coste, dei minori (  lo stesso barcone  ne ha scaricati  52, 21 dei quali ha meno di 9 anni) affidati al mare che pare meglio della vita grama in patria, dei giovanotti colpevoli di volere un’esistenza dignitosa senza fame e guerra,

Come se le loro vite nude e disperate non avessero diritto a questo strano cordone ombelicale, alla gioia di sentire voci amate, a ricordare con chi è lontano risate e scherzi, a dividere lacrime e nostalgia, almeno quanto i figli con i quali vi date appuntamento fuori scuola alle prime perniciose gocce di pioggia autunnale, dei quali ricevete le reprimende per gli inappropriati rimproveri degli insegnanti e cui spedite soluzioni di problemi o svolgimenti di temi, perché si sa solo i nostri figli so’ piezzi e’ core.

 


Servi Fedeli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va bene, mi sono sbagliata, faccio ammenda. Avevo, a torto, pensato si trattasse di uno di quei soggetti ben pasturati alla greppia dei ranghi sindacali senza aver mai conosciuta la fatica, una di quelle praticone che rivendicano la loro adesione entusiasta alla real politik come fosse una virtù e alla spregiudicatezza come condizione necessaria alla gestione della cosa pubblica e pure di quella personale, capitombolata su una poltrona cruciale per chissà quali titoli, non certo quelli di studio, o quali accertate competenze. Messa alla prova la ministra Fedeli rivela di possedere e aver maturato le qualità, i meriti e il sapere richiesti per la desiderata conversione da cittadini discenti in servitori precari, obbligatoriamente ignoranti a dimostrazione che l’esperienza sindacale di questi tempi si è ridotta all’ossequiente sissignore e addirittura all’interpretazione preventiva e attuazione entusiastica degli imperativi padronali.

Zitta zitta, dopo aver suscitato rumore per una disinvolta gestione del suo cursus studiorum favorita da certe fumose misure riformatrici dei suoi predecessori, la ministra colpevolmente sottovalutata alla stregua di una Brambilla e meno allarmante di una Gelmini, ha mostrato invece un  dinamico quanto sinistro spirito di iniziativa indirizzato a combinare la fine della scuole pubblica e in sostanza dell’istruzione con quella del lavoro , dei suoi valori in modo che dalle rovine sorgesse un edificio di perdita di consapevolezza di sé e delle proprie aspirazioni, di certezze e conoscenze, di cognizioni e curiosità, nel quale far crescere e esistere generazioni di sudditi fidelizzati attraverso nuovi analfabetismi, arcaici ricatti, antiche intimidazioni, millenarie insicurezze e nel quale perfezionare l’umiliazione della funzione pedagogica, dell’insegnamento e dalla formazione, della coltivazione di talenti e capacità con la retrocessione dei docenti a somministratori di punti, buoni e penali come ai cari quiz televisivi frequentati da leader di punta della ceto politico.

In compenso la ministra rivendica i suoi di talenti a cominciare da quella domestica indole al risparmio, cifra irrinunciabile del buon governo secondo casalinghe abbonate ai volantini con le offerte dei supermercati e oculati amministratori di condomini. Cui si ispira il liceo breve a suo tempo minacciato da Renzi: 100 classi inizieranno da quest’anno scolastico la sperimentazione del nuovo progetto didattico che termina dopo 4 anni con l’esame di maturità. Circa 1050 ore annuali anziché 900, che dovrebbero permettere un desiderato taglio del “parco docenti” composto da proverbiali pelandroni, da un ceto parassitario che ostacola la modernizzazione de paese e il suo adattamento all’ambito modello del sogno americano, anelato e imitato anche nella sua trasformazione in incubo e che ha mostrato la sua manchevolezza proprio nella selezione del personale politico, nella incapacità di fronteggiare gli stessi cambiamenti voluti e provocati dalla complessità e pure dalla trasformazione del capitalismo, nell’inadeguatezza a vincere la sfida con i nuovi soggetti che si affacciano sullo scenario  della competitività e dell’innovazione tecnologica e scientifica per non parlare dell’eclissi  della creatività e della produzione artistica, e nella letteratura, nell’architettura, nella musica   dominate dalla serialità. E perfino nell’arte della guerra caposaldo dell’egemonia imperiale, nella quale la superpotenza stalker del mondo perde battaglie e faccia malgrado il mostruoso dispendio di bombe stupide, droni portatori di morte pilotati da un desk remoto in modo da confermare il senso di irrealtà e irresponsabilità.

Così la ministra non si accontenta di combinare le sue misure con la weltanschauung del collega Poletti, coi suoi auspici di una fattiva alternanza scuola-lavoro, della utile propedeutica a sontuose carriere tramite calcetto sostituto nostrano delle borse di studio per giocatori di baseball cn scarsa dotazione di QI , con la desiderabilità del volontariato come necessario tirocinio e dimostrazione di fedeltà a un disegno globale di ubbidienza e rinuncia di diritti e garanzie, ma si prodiga parsimoniosa per andare incontro ai desiderata di Padoan, facendo retrocedere quelli che un tempo si chiamavano investimenti alla qualità di moleste spese: le dobbiamo quindi i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario 2017 e la finalizzazione dei finanziamenti a progetti secondo criteri di merito arbitrari e discrezionali. Lo scopo è sempre lo stesso, la mortificazione dell’istruzione pubblica e il rafforzamento degli istituti privati, il depauperamento  della scuola dello Stato e il potenziamento della “formazione” al servizio degli interessi dei poteri che si sono sostituiti agli stati espropriandoli di sovranità autorevolezza e fiducia: corporation. Lobby, multinazionali, capitali e azionariati finanziari che si servono di regimi regolatori globali e di organizzazioni sovranazionali di vario genere, spesso governativi, impegnati anche nel ruolo di labor killing, che a quello servono certi Fedeli servitori.

Non è il migliore dei mondi possibili quello cui guarda la ministra fatto su misura per genitori che si augurano di poter continuare a viziare i loro figli bel custoditi nel loro guscio di noce mentre fuori infuria la procella, cui propone – per il compiacimento degli orgogliosi Giannini – l’Erasmus anche al liceo come contesto di un ideale di Europa per figli di un dio maggiore, ciu suoi bei muri per tener fuori chi per censo o appartenenza dinastica non merita successo, affermazione, carriera, un mondo dove l’economia si attesta al XXI secolo ma la “società” è regredita al feudalesimo, alle sue pestilenze, alle sue guerre feroci, alla sua disperazione nera, efferata e insanabile  che non sappiamo più curare con la speranza da quando ci hanno negato perfino l’utopia.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: