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Fca o Fbi?

marchionne-fca-cover-1217.jpgC’è una notizia che è completamente sfuggita a tutta l’informazione mainstream, di solito così attenta e solerte quando Marchionne chiama: ovvero il fatto che l’Fbi abbia indagato su casi di corruzione sindacale alla Chrysler portando al rinvio a giudizio dell’ex Vice capo del personale di Fiat Chrysler Alphons Iacobelli e dell’ex vicepresidente del sindacato Uaw responsabile per Fca, General Holiefield e di sua moglie. Tutti ex recentissimi, ritiratisi per salvare la faccia del gruppo, i quali hanno fatto un uso improprio dei fondi del Centro di formazione Fca -Uaw a Detroit, al fine di favorire i cedimenti sindacali nei confronti dell’azienda dal 2009 al 2014. Insomma ciò che l’Fbi definisce “una inquietante collaborazione criminale in corso da anni tra i funzionari di alto livello della Fiat Chrysler e dell’UAW”.

Naturalmente adesso Marchionne dice di essere stato stato vittima di questi maneggi e dei personaggi che li hanno mesi in piedi, dimenticando che essi sono stati essenziali per la poco accorta opera di fusione fra Chrysler e Fiat e per contenere la reazione dei lavoratori di fronte alla continua sottrazione di salari, indennità e benefit per il welfare nonché aumento degli orari tutti attuati sotto il ricatto del posto e con trucchetti che si è tentato di usare anche a Pomigliano se non fosse che in questo caso il cedimento sindacale e governativo si è rivelato quasi gratuito, come un caffè sospeso pagato dall’egemonia culturale e dai suoi infami interpreti locali.

Il fatto centrale di tutto questa italo americanata è però un’altra, ovvero la sua inefficacia oltre l’immediato e la sua futilità. Occorre ricordare che Marchionne è investito contemporaneamente dallo scandalo delle emissioni truccate e da quello degli espedienti usati per gonfiare i dati delle vendite, ma con tutto questo  la Fca che avrebbe dovuto fare sfracelli nella narrazione collettiva è scesa con quest’anno al decimo posto nella classifia mondiale dei costruttori, segno che il bricolage fra modelli e motori , la compressione di salari e diritti, lo spirito reazionario portato al suo diapason, non possono sostituire una vera opera di ideazione e progettazione. Sarebbe però ingiusto attribuire tutto questo all’uomo del maglioncino semplice erede ed epigono della disgraziata saga degli Agnelli che se non altro è l’esempio vivente dell’eccellente ingegneria italiana e della mediocrità della sua imprenditoria. Se negli anni ’70 Alfa Romeo e Fiat costruivano auto tra le più avanzate del panoramana mondiale, tanto che la Golf stessa nacque sullo stampo della 128, a metà degli anni ’90 la Fiat era ancora il quinto costruttore mondiale, ma lo era quasi per caso visto che l’Avvocato, osannato come un re taumaturgo, in realtà aveva da tempo abbandonato l’idea di fare concorrenza sul campo e si limitava a vivacchiare dei numeri che gli concedeva il mercato italiano, condizionato peraltro da un’informazione che non conosceva se non il servo encomio manzoniano. Il declino dal ’95 in poi fu rapidissimo.

In un certo senso il primo Marchione fu Cesare Romiti che negli anni ’80 e fino al ’98 mise a punto la strategia Fiat che nell’intanto si era pappata tutta l’industria automobilistica del Paese e aveva agito perché nessun concorrente venisse a costruire in Italia: minimizzare l’investimento nel settore auto, esternalizzare la progettazione, delocalizzare, svuotare il portafoglio di competenze per risparmiare e mettere in sicurezza la cassaforte della famiglia Agnelli. Tutto questo proprio mentre nel settore automobilistico esplodeva l’elettronica e cambiava le spese di ricerca e sviluppo delle grandi case, allargandole a ambiti tecnologici prima estranei o marginali. E’ fin troppo chiaro che da allora si scelse una via di mezzo perdente, si cercarono tardi e con poca convinzione alleanze nel timore che potessero mettere in forse le casseforti familiari e quando si dovette per forza scegliere qualcuno non si cercò tra i costruttori europei o comunque affini per mercato e prodotto, ma tra quelli americani con  i quali i problemi di integrazione erano enormi, ma che potevano salvaguardare la centralità finanziaria degli Agnelli.  L’alleanza con General Motors fu inventata non per risolvere i problemi con un approccio ingegneristico, ma per fare massa critica aumentando il potere d’acquisto sui fornitori, per fare economia di scala senza mettere al centro il prodotto.

Fu un disastro per l’azienda anche se non per le casse degli Agnelli, ma quando arrivò la crisi, la Fiat non era più in condizione di contrattare fusioni con costruttori forti, non comunque senza una marginalizzazione della famiglia reale e ci si dovette accontentare di un’azienda come la Chrysler, decotta in pratica da vent’anni, ma che comunque faceva numero. Il passaggio fu voluto e gestito da Marchionne un finanziere senza alcuna esperienza industriale che era stato chiamato alla Fiat subito dopo la morte dell’Avvocato per tamponare le finanze  del gruppo, insomma per salvaguardare un sistema arcaico di capitalismo familiare. E i risultati si vedono perché la possibile e più che mai incerta salvezza è affidata a trucchetti di bassa lega e a un impianto globale di ricatti sul lavoro che riguarda in un modo o nell’altro tutte le fabbriche del gruppo, mentre i pochi investimenti veri sono fatti sui gioielli del gruppo, Ferrari, Maserati e in modestissima parte Alfa Romeo che possono essere venduti per fare cassa.

Negli ultimi 30 anni la Fiat è sopravvissuta essenzialmente grazie ai soldi pubblici dati a profusione sia direttamente che indirettamente, alla politica e al sostengo del capitalismo di relazione, eppure oggi paga le tasse in Gran Bretagna, ha la sede in Olanda, ha trasferito la testa in America e costruisce in Italia solo una piccola parte della sua produzione globale. Qui altro che Fbi ci vorrebbe.

 

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Clinton, american gastriti

Clinton 2008

Hillary Clinton e Huma Abedin

Per fortuna abbiamo la Tv e i grandi giornali  che nei pochi momenti di intervallo tra pubblicità e servizi dalle zone terremotate in cui i cronisti fanno una gran fatica a scoprire che il mondo è un po’ diverso dal loro universo redazionale, ci informano del recupero di Donald Trump nei sondaggi elettorali e dicono che questo è dovuto alla nuova inchiesta dell’Fbi sulle mail della Clinton, sottintendendo quando non viene esplicitamente detto, che si tratterebbe di una trappola ad orologeria. Tuttavia si guardano bene dallo spiegare in cosa consista effettivamente l’affaire, sia perché questo è l’ordine di scuderia dei poteri forti che detengono ormai l’informazione, sia perché ne verrebbe fuori un’immagine devastante del futuro presidente e di conseguenza dell’America stessa, scoprirebbe il verminaio che si agita appena sotto il velo delle censure e le impalcature che stanno degradando la democrazia.

Quindi il lettore mi scuserà se andando contro la volontà tutta contemporanea di non sapere, cercherò di fare un quadro sintetico della vicenda perché essa rivela non tanto i retroscena di un personaggio, ma segna le tappe finali di un passaggio d’epoca: appena una decina di anni fa non sarebbe stato possibile proporre la Clinton ( e anche Trump se è per quello) come candidato alla presidenza, ma oggi  invece l’apparato mediatico è in grado di farlo, di portare alla Casa Bianca  uno scheletro nell’armadio vivente, un ostaggio ricattabile a piacere oltre che legato a oscuri interessi che viola qualsiasi mito vero o fasullo con cui viene presentata la democrazia americana. Il fatto che sia donna e che possa essere la prima donna alla guida degli Usa è un progresso apparente, ma un regresso reale, come del resto è accaduto mutatis mutandis con Obama, perché in effetti la qualità femminile viene strumentalmente usata per giustificare un personaggio altrimenti improponibile alla presidenza e addirittura passibile dell’accusa di alto tradimento. Un arma per chi non lo avesse ancora inteso, brandita inizialmente non tanto e non principalmente contro Trump, quando contro Sanders alle primarie.

Bene, tutto nasce con l’assassinio dell’ambasciatore Usa in Libia, Christopher Stevens, ucciso in circostanze oscure nel 2012 mentre probabilmente stava trattando con i tagliagole locali l’acquisto di armi dell’arsenale di Gheddafi per spedirle ai cugini tagliagole in Siria, ma per il momento considerati eroi. Hillary è segretario di stato e come tale ha l’obbligo di ricevere e inviare tutta la corrispondenza attraverso il server sicuro e pubblico del Dipartimento, ma quando nel 2014 comincia il lavoro della Commissione d’inchiesta sugli eventi di Bengasi e sul fatto che gli elicotteri e i marines di stanza a Sigonella non avessero mosso un dito per tentare di salvare l’ambasciatore, viene richiesta tutta la documentazione in merito e dunque anche gli scambi di mail della Clinton. Così si scopre che al Dipartimento di stato non esiste nulla, che Hillary aveva messo su in casa un server privato di posta, assolutamente non sicuro. Viene anche alla luce che trentamila mail sono state volutamente e accuratamente cancellate con un programma che distrugge ogni traccia dai banchi di memoria. E’ open source e potete procurarvelo anche voi qui dove troverete anche la Clinton come testimonial. immagino non volontaria.

L’ex segretario si giustifica dicendo che si trattava di corrispondenza privata e che per il resto non ricorda, ma viene salvata dall’incriminazione dal Procuratore generale degli Usa, Loretta Lynch, amica dei Clinton e fortissimamente voluta da Obama a quella carica, appena in tempo per soccorrere Hillary che dunque può entrare nella battaglia politica delle primarie. Tuttavia  le cose non si sono concluse, perché migliaia di mail cancellate compaiono su Wikileaks con l’informazione impegnata a non rivelarne il contenuto le quali mostrano come la Segretaria di stato si servisse della carica per compiere azioni illegali e ricevere mazzette sotto forma di donazioni, di regali per Bill, oppure come contributi per la Clinton Foundation che ha permesso alla famiglia presidenziale di accumulare misteriosamente un patrimonio di 400 milioni di dollari. Questo per non  parlare dei brogli per impedire che fosse Sanders a spuntarla alle primarie.

Tutto però sembrava ormai sotto controllo, sopito a forza di edulcoranti mediatici e grazie anche alla bizzarra figura dell’antagonista Trump, quando arriva il  colpo di scena prodotto dall’Fbi  che riapre l’inchiesta: dal computer del marito della collaboratrice più stretta di Hillary (qualcuno sussurra che si tratti di qualcosa di più), Huma Abedin, spuntano fuori decine di migliaia di mail clintoniane. Il fatto è inquietante perché il marito della donna è nientemeno  che Antony Weiner, il politico di secondo piano noto per aver tentato di impedire l’ingresso all’Onu della delegazione palestinese nel 2006 e per il suo clamoroso fallimento nel proporsi, con l’appoggio della dinastia Clinton, quale sindaco di New York: fu fermato dalle foto nude che mandava via telefonino a numerose donne, proponendosi come uomo “eternamente arrapato”, cosa che successivamente ha fatto anche con una quindicenne. Circostanza quest’ultima che alla fine ha portato a un’inchiesta penale e  al ritrovamento delle mail di Hillary, nel computer di famiglia visto che il divorzio dalla moglie Huma dopo i precedenti scandali sessuali è stato di semplice facciata, la coppia continua a convivere. Alla luce del ritrovamento delle lettere la figura della stessa Abedin, assume caratteri diversi e oscuri: è di nascita saudita e conserva stretti rapporti con la casa regnante, ha rapporti con Lega Mondiale dei Mussulmani che sembra essere una longa manus del sufismo e del finanziamento saudita del terrorismo, per non dire che i genitori sono membri di spicco dei Fratelli mussulmani. Che ci facevano le lettere del Segretario di stato nel computer di casa dell’eterno arrapato e di sua moglie? Tanto più che John Podesta, amico dei due e  responsabile della campagna elettorale di Hillary è il lobbista ufficiale della Arabia Saudita per la modica cifra di  200 mila dollari al mese. Forse venivano passate, con il consenso della Cia a qualcuno che magari è residente a Riad, visto che tra l’altro la corte saudita a quanto sembra  ha finanziato il 20% delle spese elettorali? Oppure peggio ancora sono una premonizione dei tragici pasticci che la Clinton e i poteri forti che la sostengono si preparano a fare in Medio Oriente? O ancora sono la testimonianza in acta della rimbambimento di Hillary, quanto mai opportuno dal punto di vista del potere grigio effettivo? Probabilmente un misto delle tre cose. E dire che tutto questo viene presentato come il meglio, meglio di Sanders e adesso di Trump. Meglio per chi?

 


Usa, gli importatori di terrorismo

Eli is Back! v3 colourLa grande strage continua, incessante, notte e giorno: dopo le “fucilazioni” scolastiche in  Oregon è bastato che qualcuno andasse al di là delle statistiche ufficiali e complici dell’Fbi che considerano sparatorie di massa solo quelle che fanno almeno quattro morti, che qualcuno considerasse tali i gli scontri a fuoco dove ci sono almeno 4 feriti per stravolgere il bengodi statistico dei fabbricanti di armi e mostrare che praticamente da anni c’è almeno uno scontro a fuoco di massa ogni giorno. Tuttavia sarebbe ingannevole fermarsi a questo e pensare che le stragi quotidiane in Usa siano causate solo dall’ingordigia dei produttori di strumenti di morte e della facilità con cui ci si possono procurare pistole, fucili, persino cannoni e lanciamissili, un triste commercio fondato su un emendamento della Costituzione votato più di duecento anni fa per tutt’altri scopi, quando era necessario difendersi dagli inglesi.

I numeri e la loro costante crescita ci indicano che il fenomeno va ben al di là: che la violenza massicciamente esportata per il controllo del mondo, l’idea che questa sia  sostanzialmente “giusta” a causa dell’eccezionalità americana, concetto che viene inculcato sin dalla nascita, non ha fatto che alimentare il seme della brutalità e il senso di onnipotenza che dà il dito sul grilletto. Non si tratta più solo della ribellione individuale e senza oggetto di una società che si sente giunta alla fine della storia, della turbolenza che non trova sbocco politico o ideale e che ha fatto degli Usa la nazione con più detenuti di qualsiasi altra in qualsiasi periodo storico: le sparatorie di massa hanno infatti avuto un deciso e costante aumento dalla prima  esportazione di democrazia in Iraq fino ai giorni di oggi, ossia ai giorni del caos. Del resto le cifre cono chiare: gli Usa in patria e all’estero hanno avuto circa 3300 morti per azioni terroristiche dall’11 settembre compreso in poi, ma nello stesso periodo hanno avuto oltre 400 mila morti per armi da fuoco. Anche considerando che la metà abbondante di essi siano suicidi, rimane l’immagine di una strage quattro volte più grande del Vietnam che non può essere giustificata esclusivamente  dalla facilità di possesso delle armi da fuoco la quale non è tanto la causa, quanto l’effetto di una progressiva assuefazione e di una incoraggiata attitudine alla violenza.

Non c’è bisogno di un trattato per capire come la sopraffazione, giustificata, enfatizzata, esaltata in ogni salsa, divenga nella testa di molti una strada legittima o quanto meno naturale: non si può invadere, bombardare, uccidere civili e bambini a migliaia chiamandolo effetto collaterale, senza che questo spirito cominci a pervadere le menti meno lucide, le educazioni più rozze, E nemmeno si può pensare che la tentazione non si faccia strada in una società dove sostanzialmente homo homini lupus è considerato una virtù sociale ed economica. Si voleva esportare falsa democrazia, ma si è importato solo il vero terrorismo di cui ci si è serviti per mantenere il controllo, mondiale. Così i poliziotti uccidono l’ “altro” come in Afganistan ritenendosi in diritto di farlo (molti di loro sono in effetti reduci) mentre sempre più persone sognano, immaginano, ritengono giustificato ed exciting lo shooting contro chi, nel loro isolamento programmato dal liberismo, si considera nemico.

Qualche anno fa è uscito in film interessante da questo punto di vista, anche perché è a Hollywood che batte davvero il cuore della cultura Usa: in “Codice Genesi” un superstite della guerra globale affronta un lungo viaggio per portare l’ultima copia rimasta della Bibbia in in villaggio post atomico dove si tenta di far rinascere la civiltà. Ma durante il viaggio non si contano gli ammazzamenti, gli stupri, le amputazioni, gli squartamenti: violenza inaudita per una giusta (si fa per dire) causa. E tutto condito dal continuo suggerimento che l’eroe stragista sia protetto da Dio. Protetto anche da chi vuole “il libro” per farne uno strumento di potere. Sinceramente non trovo immagine più adatta a descrivere l’America di oggi.

 


Thalys express: il fuoco amico

Chi è davvero Mark Moogalian ? ecco il "professore" della Sorbona in un'autoproduzione musicale assieme alla moglie. La data è del 2012, ma le foto sono almeno di dieci anni prima.

Chi è davvero Mark Moogalian ? Ecco il “professore” della Sorbona in un’auto produzione musicale fatta assieme alla moglie. La data è del 2012, ma le foto sembrano di qualche anno prima.

Lo confesso, solo il timore di essere considerato un facile complottista mi ha fatto recedere dal proposito di far notare come la faccenda del terrorista bloccato sul treno Bruxelles Parigi  da tre eroici marines e da un docente americano faceva acqua da tutte parti. Tuttavia ho aspettato che le prime versioni lasciassero il posto alle sussgeuenti contorsioni per rendere verosimile una storia che sembra una fiaba per bambini prima di dire qualcosa.

E’ già piuttosto improbabile che su un treno di lusso Bruxelles – Parigi si trovino nella stessa carrozza:

  • un feroce jahidista armato di Kalashikov (anzi no un Arm messo insieme con parti diverse che per l’appunto non ha mai sparato) il quale però risulta essere un clochard residente in Belgio e abituale frequentatore di panchine pubbliche per dormire
  • un artista – pittore – musicista dilettante americano, definito docente alla Sorbona, ma in realtà solo occasionale collaboratore della stessa oltre che marito di una dipendente di Rotschild.
  • tre militari americani
  • Amad Meguini un agente provocatore al servizio della Cia e del Mossad, fanatico della guerra di civiltà il quale guarda caso compare con la medesima funzione di casuale testimone e possibile vittima nella vicenda Kemi Seba  il quale subito dopo la presunta aggressione , bello rilassato, rilascia una intervista video  a Street Reporter di cui vi è ancora traccia in rete .

Per di più i tre marines non erano al posto loro assegnato nel treno di lusso perché a loro dire cercavano sedili dove  la rete prendesse meglio, un’idiozia totale visto che il collegamento è centralizzato e “ribadito”  in ogni vagone da un router.

Per di più la foto del presunto attentatore non corrisponde affatto a quella del poveraccio catturato: o si tratta di un’altra persona in grado di girare mezzo mondo per ordire le sue trame, oppure è una foto scattata almeno parecchi anni prima a Tangeri e non si capisce come possa essere arrivata alle redazioni.

Su quel treno che viaggia nel cuore dell’Europa, proprio l’Europa e gli europei sembrano totalmente assenti, tanto che potremmo tranquillamente essere nel Tennessee. Come riporta il sito di Maurizio Blondet  questo “attentato” potrebbe essere perfettamente spiegato dalle dichiarazioni rilasciate il 12 febbraio scorso a Envoyé Spécial da Mike German un agente dell’Fbi che dopo 25 anni ha dato  le dimissioni accusando il bureau di “fabbricare falsi attentati terroristici”. In teoria gli agenti dovrebbero infiltrare  gruppi terroristici prima che passino all’azione, ma in realtà essi stessi creano cellule del terrore servendosi degli elementi più marginali e più influenzabili dell’immigrazione, per poi smantellarle appena in tempo prima dei presunti attentati. E del resto le stesse cose vengono sostanzialmente affermate e provate in Illusion of justice, un rapporto pubblicato nel 2014 da Human Right Watch.

Tutta la dinamica dei fatti, corretta giorno dopo giorno per coprire le evidenti falle della narrazione appare meglio spiegata alla luce di queste analisi. E tuttavia è evidente che si tratta di un attentato contro l’Europa, ma non certo del jahidismo: l’arma del terrorista barbone probabilmente non era nemmeno in grado di sparare, ma si tratta lo stesso di fuoco amico.

 


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