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I Carrierini dei Piccoli

collageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ammettiamolo, l’azzimato giovanotto ha dimostrato un talentaccio da politicante navigato con il suo irato attacco ai giornaloni,  in mano al capitale finanziario, o direttamente o attraverso il ricatto della pubblicità,  e all’augusta corporazione che non vuole ammettere di essere cornuta e mazziata: vedi mai che qualche palafreniere aspirante a fare da scorta al carro dei vincitori gli tributasse riconoscimenti e segni di stima e ammirazione! Lo sa bene lui come lo sa l’altro partito/movimento occupante militarmente la coalizione, che un grande contributo al loro successo è derivato e deriva proprio dall’ostilità dell’informazione ufficiale, che, nel peggiore di casi, ha trattato quelle che considerava effimere meteore, come fenomeni da baraccone, da trattare col sussiego che si riserva a incidenti imprevedibili e passeggeri ma che suscitano momentaneo entusiasmo nella marmaglia come la donna barbuta o la gallina con due teste, o, meglio, come segnali delle possibili aberrazioni postdemocratiche degne di attenzione sociologica in vista di criteri elettorali più selettivi e maturi.

Ha avuto ragione, se populismo deve essere, populismo sia!

E l’effetto di quella che è stata considerata una imprudente quanto maleducata esternazione è certamente quello di riconquistarsi un po’ di consenso da parte della vasta platea che da tempo ha abbandonato la pratica della preghiera laica del mattino, e che da un bel po’ ha smesso di accreditare un’opinione con la rassicurazione:  l’ho letto sul giornale o l’ha detto la tv. Ma un bel po’ di avvelenate reprimende da parte invece di chi, addetti ai lavori in testa, ha cancellato tutti gli affronti e gli oltraggi del passato anche recente, preferendo una censura più soffice e raffinata, specialmente se in cambio di equilibrati silenzi, di entusiastici quanto poco dignitosi encomi veniva salvata la pagnotta grazie a aiuti di stato, promosso l’ultimo libro in tv, assunto il rampollo in altra testata. E soprattutto se si rimuoveva pudicamente la causa di insuccessi e fallimenti, colpa, si sa, della plebe ignorante e incolta che preferisce Chi alle omologhe e pruriginose trascrizioni delle intercettazioni di Repubblica, che quando legge l’invettiva contro le empie fake news è incline ad annoverare tra le bugie e le falsità anche il milione di posti di lavoro, il rilancio dell’occupazione tramite Jobs Act, il prestigio riguadagnato con la fiera mondiale della salsiccia, la ricostruzione nel Centro Italia, l’apocalisse probabile di un improvvido scioglimento dell’Unione, la necessità di restringere le libertà per via del terrorismo islamico in barba all’incistamento di terroristi fascisti o jihadisti, finti o veri, il gas nervino e le vittime del perfido Assad, il doveroso colonialismo solidale in Libia e la partecipazione a guerre umanitarie quanto indispensabili alla manutenzione della civiltà superiore, le banche da salvare per tutelare i risparmiatori e beneficare i manager, i babbi avventati e le figlie affettuose, e, Di Maio sarà meglio che stia attento, la vittoria sulla povertà.

Non stupisce la faccia di tolla della corporazione, in testa i delatori delle caste esclusa la loro, che hanno lanciato il loro anatema da intoccabili sorpresi –  come è successo con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni imprevedibili, i morti di terremoto nelle scuole restaurate, gli esodi epocali, e pure che si configurasse un voto ribelle e cafone nei confronti dell’establishment – che  qualcuno abbia osato levarsi contro di loro, contro, con qualche rara eccezione, i passacarte di veline somministrate dagli attori della contesa per bande, contro le carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per rampolli senza vocazione, contro la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, contro la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e  contro l’ingenerosa omissione di colpe e misfatti perfino in odor di amianto di un padronato impuro di settore che fa dell’editoria un brand finalizzato alla manipolazione, alla propaganda commerciale e ai consigli per gli acquisti.

Perché si, ci sono delle eccezioni, certamente. Ma non stupisce la plebiscitaria  alzata di scudi in difesa delle prerogative in sostituzione della responsabilità: basta pensare che, ai tempi del paventato bavaglio, oggi sottoposto a  ragionevole revisionismo: nemmeno Berlusconi arrivò a tanto, lo slogan di Piazza del Popolo, certamente più affollata che in giorni recenti, rivendicava per i giornalisti “Il diritto di informare”. Proprio così, non “il dovere di informare”.  Anche quella una fake news, che quel diritto se lo tengono stretto e le proprietà non hanno bisogno di mostrare i denti, se  gli attentati a sono stati perlopiù endogeni, frutto di autocensura e abitudine al giogo del ricatto, dell’intimidazione economica e professionale, come hanno dovuto imparato i ragazzi che cercano di avvicinarsi alla professione non provenendo da sacri lombi e da autorevoli dinastie, pagati pochi euro a pezzo come pony delle notizie, imbrogliati dall’illusione che si tratti di un percorso formativo proprio come i volontari all’Expo e a Eataly, cui viene insegnato che senza protezione assicurativa è meglio apprendere l’arte dell’omissione.

Sono insorte, per il danno alla loro reputazione, tutte le firme eccellenti, comprese quelle in flagranza di reato di piaggeria che si prestano ancora all’omaggio a Renzi, all’intervista birichina all’ex forosetta istituzionale, al recupero di solenni marpioni in veste di illuminati  saggi si chiamino Monti e Fornero, al resoconto in veste di fanciullini smaniosi di conoscenza delle previsioni ardite di osservatori sulla crisi del ’29. E anche  quelli, in elegante contrasto  con i “giornalisti da vomito” come Santoro definì i candidati dell’allora opposizione, che vanno sui luoghi del sisma purché al seguito delle madonne in visita pastorale , quelli che sotto i ponti si preoccupano di salvaguardare le imprese leader del sistema Italia, quelli che solo oggi si scoprono antifascisti  dopo anni di compunto apprezzamento per i doppiopetti sopra l’orbace e la grande pacificazione. E pure quelli che   continuano a bersi e propinarci le leggende  – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo, che qui le inchieste perlopiù si fanno a indagini giudiziarie avviate, grazie al passaggio amichevole di conversazioni intercettate, che perfino Carminati e Buzzi hanno avuto la facoltà di sorprenderli.

E dunque sfidando quelli che vogliono che si scelga assolutamente da che parte stare in modo che ci si debba arruolare forzatamente, con il compito rotary del riformismo contro il plebeo cocuzzaro populista, quelli che penalizzano apostrofandolo di squadrista chi è recalcitrante  a rimpiangere il recente passato,  quelli che reclamano trasparenza, imparzialità e indipendenza officiate tanto per dire da Corriere della Sera (padroni diretti o per interposto Consiglio d’Amministrazione prima della scalata di Cairo: Fiat, Italcementi, Unicredit, Italmobiliare, Mediobianca, Telecom, Pirelli, Generali, Tod’s, Lucchini, Merloni, Intesa San Paolo, da  Repubblica, Gruppo l’Espresso (padroni De Benedetti, Luxottica, Piaggio, Indesit, Moratti),   il Giornale (Berlusconi),  il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino(Caltagirone, Monte dei Paschi, Generali),  il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno ( Poligrafici Editoriali, Telecom, Generali, Gemina,Ligresti), il Sole-24 ore (Confindustria e, nello specifico, Sarasa, Bnl, FIGC, Tod’sd, Safilo, Mediolanum, Mediobanca), voglio dire che pur non riponendo fiducia in un governo scelto perché non era stato ancora provato e nei suoi pifferai, sono sicura che Di Maio non istituirà il Ministero della Verità.

Perché ci avevano già pensato prima di lui.. e non lo mollano.

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Uiguri, anatomia di una fake news

33b8001d-4010-4687-95ec-5927f1a158fcEcco come nasce una fake news, non  una di quelle che durano una settimana, ma che nelle intenzioni dei suoi propalatori sono destinate a diventare un crivello per l’opinione pubblica occidentale e per i nemici dell’unipolarità americana, in maniera che il signor X tornando a casa dopo una dura giornata di lavoro malpagato, si senta indignato per la terribile repressione da parte di Pechino degli Uiguri, popolazione a maggioranza mussulmana finora totalmente sconosciuta ai più. Si comincia con un battuto d’ali di farfalla, con qualche foglio online di fede stellestrisciante, magari collegato a qualche organizzazione sedicente umanitaria che riceve abbondanti fondi dal dipartimento di stato o da qualche famigerato filantropo, poi l’argomento sbarca nei ricchi salotti della razza padrona dove si conversa amabilmente su come mantenere il dominio, successivamente la cosa comincia a diffondersi in rete dove trova dapprima le anime nere degli influenzatori e poi  infiniti canali di penetrazione tra le anime belle senza testa. E  cresce come una valanga, si arricchisce delle più disparate fantasie che nascono dal marcio inconscio occidentale e infine i rivoli di queste notizie sparse sono raccolte e riprese dall’informazione mainstream così che alla fine diventano una verità incontestabile o contestabile solo da chi non a cuore l’umanità e men che meno la democrazia.

A questo punto si scopre che lo Xinjiang, regione che l’indignato per contatto e talvolta per contratto. non sa nemmeno dove si trova, è una specie di immenso lager dove un milione di Uiguri, anzi no due milioni o meglio ancora tre che è il numero perfetto  sono internati in dozzine, centinaia, migliaia di campi perché di certo il pallottoliere non manca a Radio Feee Asia, di proprietà della Cia, media ufficiale di questa campagna. E poi si grida  che la scrittura, la cultura, i costumi, la religione e la lingua uighur sono sradicate (in favore di quale delle cinque lingue che si parlano in Cina non viene detto, ma dopotutto sono americani, mica possiamo chiedere cose troppo complesse) ,  che vengono forzati matrimoni tra Uiguri e Han che costituiscono il 90% della popolazione cinese, che si può essere imprigionati per il rifiuto di mangiare carne di cane, che si è costretti a gare di ballo forzato ben sapendo che queste manifestazioni danzanti non piacciono agli uiguri e giù di piccone con queste stronzate tra l’altro palesemente abborracciate e incoerenti. L’obiettivo naturalmente non è quello di interessarsi davvero di queste popolazioni che vivono al confine con Pakistan e presentano problemi di infiltrazione terroristica, in particolare dell’ormai “usatissima” Al Quaeda, ma di mettere in difficoltà la Cina (e magari dare un qualche senso ai dazi trumpiani) attraverso una narrazione che sembra una sorta di autodafè dell’occidente perché immagina ciò che noi faremmo, ma che è lontanissimo dalla mentalità cinese: infatti  gli Uiguri godono di una sorta di discriminazione positiva in materia di istruzione, vendita al dettaglio e creazione di società proprio per evitare problemi e oltretutto la regione che è la  più grande e allo stesso tempo di gran lunga la meno meno abitata dell’ex celeste impero (22 milioni di abitanti, nemmeno Shangai e 10 di uiguri) , è investita da un gigantesco piano di sviluppo che solo nell’ultimo anno ha portato in Xinjiang, noto per i meravigliosi paesaggi, 153 milioni di turisti. Si confondono resistenze dei residuali poteri tribal religiosi verso una situazione che rischia di marginalizzarli, con quella di conflitto etnico e  repressione razziale.

Ma andando al sodo da dove vengono prese queste notizie? Quali sono le fonti? Basta fare questa domanda per raccogliere con un kleenex tutta questa puteolente robaccia e metterla nel sacchetto che merita accanto alle pepite di Fido. Si tratta infatti esclusivamente di una tale Gay McDougall membro di un ente privato, il Cerd, che lavora anche per le Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale. Lavora talvolta per, ma non è membro dell’Onu, particolare importante perché all’inizio della campagna condotta senza la minima pezza d’appoggio se non generici  “rapporti credibili” citati dalla McDougall,  sono stati erroneamente attribuiti dall’Agenzia Reuters alle Nazioni Unite le quali sono state costrette a smentire vista la puzza di bruciato che si spandeva tutto attorno. Anche la Reuters, da cui ha attinto a piene mani tutta l’informazione mondiale, alla fine ha cercato di chiamare a soccorso un sedicente centro per i diritti umani in Cina che opera naturalmente a Washington ed è sovvenzionata dal governo statunitense. Una fonte credibilissima come del resto Human Right da tempo espressione dell’amministrazione Usa, che si è aggiunta ad accreditare i “rapporti credibili” rimasti peraltro pura citazione. Tuttavia proprio nel corso di questa espansione esplosiva di fake news, lo stesso Cerd ha tenuto a far sapere che le notizie non derivano ufficialmente dall’organizzazione, ma esclusivamente dalla signora McDougall.

La cosa interessante è che vediamo ripetersi quasi senza variazioni il caso Tibet, area peraltro indefinita, dove il revanscismo di potere dei monaci è diventato  chiave di volta di un movimento per l’indipendenza del tutto costruito a tavolino a diecimila chilometri di distanza. Si è preso il capo di una forma di buddismo ormai assolutamente marginale, il Dalai Lama, facendone una sorta di un papa arancione, esibito dappertutto, cruna dell’ago di un presunto movimento per la libertà tibetana, con tanto di costituzione custodita in India e testimonial hollywoodiani. Ci si fida sempre che l’uomo della strada legga solo i titoli della vita e infatti basta esaminare questa costituzione per vedere che essa non ha nulla a che vedere con la libertà, ma è quella di uno stato teocratico assoluto e arcaico nel quale gli ordini monastici hanno tutto il potere. Chiaro che ogni tanto, anche se ormai raramente, essi facciano qualche azione di protesta che viene spacciata come moto spontaneo della popolazione tibetana ( peraltro minoranza da sempre) la quale invece da almeno un ventennio è oramai estranea anzi apertamente ostile a queste dinamiche visto che investimenti, ferrovie, strade hanno ridato un po’ di vita al tetto del mondo. L’imperialismo cinese funziona così, è inclusivo, come del resto si vede bene in Africa, fa parte di una cultura diametralmente opposta a quella che si è affermata in occidente dopo la caduta dell’impero romano e che diventa persino autodistruttivo nella sua versione più rozza. Ad ogni modo ormai è chiaro che Washington ha dato per persa la questione tibetana  e si butta sugli Uiguri nella speranza di poter preparare sulla base di un’ennesima menzogna misure muscolari  del tutto ingiustificate. I veri uiguri sono quelli che si fanno prendere per il naso.


Propaganda blitz

pb-appeal-pic-resize2Questa volta non mi sono dovuto inventare un titolo, mi è bastato prendere quello del libro di cui voglio parlarvi: Propaganda Blitz: How the Corporate Media Distort Reality“.  Non credo che ci sia bisogno di tradurre il titolo di un volume che del resto non verrà probabilmente mai tradotto in italiano per gli eccessi eccesso di onestà che contiene e per il fatto che il nostro Paese con la sua editoria bonsai, tutta intrecciata in legami incestuosi con gli affari e la politica, è quasi una cartina di tornasole delle tesi espresse dai due autori, David Edwards e Daniel Cromwell, coeditori di Media Lens. Tesi certamente non nuove, ma espresse, come dire, dall’interno dei meccanismi informativi e supportate da quasi 400 pagine di esempi concreti e documentati: tutti i media aziendali ( e per trascinamento i pochi definibili pubblici, spesso legati alle medesime centrali politiche e finanziarie ) sono sistematicamente filtrati dai potenti interessi che li possiedono, li gestiscono e li finanziano, li influenzano distorcendo sistematicamente la realtà e nascondendo le vere questioni all’opinione pubblica. 

Viene così’ illustrata una lunghissima serie di campagne di tipo top – down ovvero che a partire da impostazioni ideologiche generali, scendono poi in dettagli che possono essere rifiniti, cambiati, sostituiti senza però intaccare il disegno complessivo: si va dalla guerra in Irak e Siria, alla questione palestinese, come al tentativo di  distruzione della credibilità di leader della sinistra come Chavez o anche lo stesso Corbyn, manca soltanto sebbene il libro sia uscito pochi giorni fa, la grande fake news della crisi migratoria in Venezuela.  I metodi usati per ottenere questi effetti deformanti sono gli stessi utilizzati in questioni che riguardano più da vicino la vita dei cittadini: c’è una lunga e puntuale analisi di come, attraverso nascondimenti, linguaggio ambiguo, imposizione di parole ad hoc, eufemismi aziendali, denigrazione gratuita e spesso capziosa delle strutture pubbliche, l’informazione abbia assunto un ruolo decisivo nello smantellamento del sevizio sanitario nazionale in Gran Bretagna, avvenuto praticamente senza che la popolazione si accorgesse di cosa stesse succedendo davvero. Un altro significativo capitolo è dedicato a esaminare con quali metodi vengono condotte campagne di diffamazione da parte di giornalisti “ufficiali” contro contro critici e informatori liberi: valga per tutte quelle esaminate,  la campagna contro Julian Assange condotta dalla stampa di regime globalista e con particolare accanimento dal Guardian che passa per giornale corretto e vagamente orientato a sinistra. In un primo momento la testata ha vinto premi di giornalismo e riconoscimenti pubblicando i documenti di WikiLeaks, ma poi, quando gli editori hanno tirato il freno per ragioni che si possono immaginare, ha dato vita a una  campagna di insulti e delazioni di incredibile volgarità. La morale  è che la fonte delle “false notizie” non sono solo i troll, o i media come Fox News, ma proprio quel giornalismo che si ammanta di rispettabilità che pretende di sfidare il i poteri e in realtà, li corteggia, li protegge e li complimenta.

Per quanto riguarda la Siria, solo la ricerca di un gruppo di giornalisti indipendenti ha rivelato la rete di sostegno anglo-americano di jihadisti in Siria, compresi quelli relativi al Daesh, sostenuti da una campagna di ” psyop finanziati ( vedi qui ad esempio cosa è successo con gli elmetti bianchi) dal Ministero degli Esteri britannico e dall’ Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) con lo scopo di ingannare il pubblico occidentale e accelerare il rovesciamento del governo di Damasco indipendentemente dall’alternativa medievale messa in piedi e dal rischio di guerra con la Russia. Ma è inutile continuare con la sintesi di esempi tratti dal libro che sono una marea: la cosa che emerge  da tutto questo è che le speranze in ‘informazione meno verticale e più onesta nate con la rete non si sono realizzate. Si poteva pensare che migliaia di informatori non legati a interessi o a corporazioni avrebbero indotto i media mainstream a vendere meno favole e pregiudizi elitari, meno Verità fasulla e inquinata; si poteva anche pensare che questa massa critica avrebbero rafforzate le persone dotate di dignità all’interno dei media corporativi. E’ accaduto invece che il maistream ha  sollevato subito i ponti levatoi, aumentando la posta delle menzogne invece di diminuirle. Così oggi abbiamo una sorta di censura di fatto e di censure legali imminenti che ci stanno trascinando verso la situazione delle peggiori dittature. Se si pensa che si si è messa in piedi dal nulla persino un’accusa di antisemitismo verso Corbyn, che ha dovuto essere decostruita da Chomsky, si tocca con mano il fondo di questo pozzo nero. Ma ormai il potere, enorme da una parte, ma fragile dall’altra non ha più alcun ritegno: il disastro sociale e poi climatico ci calerà addosso senza speranza mentre come idioti siamo  impegnati a cercare nuove diete, nuovi personal trainer e nuovi cake designer. Nessuno ci rimpiangerà.


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