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Ite, mafia est

mafia spaghetti Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ci siano una  graduatoria dei comportamenti delittuosi e una gerarchia dei misfatti, secondo le quali la corruzione, il traffico di influenze, la commistione tra politica e malaffare,  sarebbero “veniali”, rispetto alla mafia, invece, certamente “mortale”.

Così per anni dalla rivelazione di un mondo di mezzo che si era mosso e aveva condizionato il sopra e il sotto per affermare la sua potenza e la sua autorità in ogni settore della Capitale – scoperta poco sorprendente, visto che tutti lo conoscevano, tutti lo temevano, tutti ne sapevano l’esistenza visto che non occorrevano intercettazioni sofisticate per ascoltare i dialoghi di padroni, padroncini, manovali perlopiù alla luce del sole, in disadorni caffeucci e tristi pizzerie-  e fino alla prima sentenza, oggi ribaltata in appello,  valeva la distinzione tra vizi capitali e Mafia Capitale, con l’ammissione che era pur vero che Roma era magari malata di corruzione ma né più né meno del resto del Paese, come se essere parte del contagio rendesse la patologia meno grave, meno, appunto mortale.

Eppure era evidente che non mancava proprio niente al fenomeno criminale che si era consumato nel cuore d’Italia per essere assimilato alla mafia, all’ideologia, alla pratica, perfino al linguaggio delle organizzazioni delittuose.

Non mancava niente per essere “mafia” agli accadimenti e al clima di quegli anni se il vertice, meglio ancora la “cupola”, era rappresentato da terroristi, assassini e lestofanti magicamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione e subire ricatti e intimidazioni da parte degli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti dal soprannome eloquente, come lo “Spezzapollici”,  incaricato di affrettare procedure e conclusione di accordi grazie ai suoi metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, con copertura e benevolenza bipartisan dimostrate da concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative del tristemente noto Buzzi: un palazzo a via Pomona, per esempio, dato dal sindaco marziano a 1200 euro, un passo avanti rispetto al predecessore che lo offrì gratis; se la partecipazione attiva di pezzi grossi dell’amministrazione pubblica alla gestione dell’emergenza umanitaria (quell’Odevaine su tutti a  contratto con 5000 euro al mese, al servizio della mala di  Carminati e Buzzi, dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti)  dimostra il naso dell’organizzazione criminale nell’individuare un brand più proficuo della tradizionale droga. E se le pistole non erano state definitivamente dismesse, ma l’arma più impiegata era certamente il ricatto, sperimentato con successo dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca più che di denaro e gioielli, di ben più preziosi documenti, costata al Carminati detto Cecato una modesta condanna.

Pareva vero che a Roma come  a Palermo, il vero problema fosse il traffico, se due soliti sospetti diventano insospettabili attori sulla scena della Capitale, se l’uno, Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, l’altro, Buzzi,  un omicida che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, da insospettabili diventano intoccabili, vezzeggiati per via della conversione umanitaria da attori, cantanti, politici, giornalisti, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, poi promotore della cooperativa 29 giugno di cui Miriam Mafai disegna un edificante e commosso ritrattino, se ministri in carica siedono alla stessa tavola di festosi bagordi, se candidati eccellenti si fanno organizzare e finanziare cene sociali facendo sospettare che il favore sia ricambiato, se qualche intercettato durante le indagini si dice fiero di essere annoverato tra la gente che conta.

Come altrimenti si sarebbe dovuto definire se non mafia quel “mondo di mezzo” se dopo la fase temporanea del recupero crediti, il business della cupola  si allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli con coppola e rituali oltre che commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  fino a condizionare gli appalti, quello per la gestione dei rifiuti, tanto per fare un esempio, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, fino a occupare il settore immobiliare, grazie a nuovi e dinamici cantieri e all’ingresso manu militari nel brand dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto, e che per anni ha sottratto dalle casse comunali milioni di euro per l’affitto di stabili fatiscenti, mai finiti e localizzati in luoghi sperduti messi generosamente a disposizione dalle grandi famiglie degli immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento di tutte le latitudini.

Durante la presidenza Clinton i servizi segreti – e quelli se ne intendevano, si sa, per aver fatto affari con mafie, cartelli, despoti e tiranni – annunciarono al presidente che già nel 2010 molti paesi avrebbero transitato dalla condizione di stati sovrani, a quella di protettorati delle organizzazioni criminali, che avrebbero  governato occupando istituzioni, politica, informazione, economia. Profetizzando inconsapevolmente l’integrazione di mafie e finanza, di cupole criminali e cupole del credito tossico, dei fondi spacciati come droga dal racket di Wall Street e delle lavaggio di denaro sporco negli stessi prestigiosi uffici.

Figuriamoci se non sarebbe accaduto laddove gli stati hanno abiurato, nelle regioni occupate militarmente dall’impero in America Latina o in Ue, dove paesi costretti alla rinuncia in nome di una distopia unitaria, si sono piegati al restringimento degli spazi democratici nelle istituzioni, nelle amministrazioni, negli enti locali, assoggettandosi ai voleri di un ceto transnazionale che usa ricatto, intimidazione, estorsione, che cancella diritti e libertà, che spinge alla disperazione e annega i disperati, che muove guerre di conquista, che lascia propagare malattie  e ignoranza avendo corroso assistenza e istruzione, perché è proprio della malavita organizzata prosperare nella barbarie, nella inciviltà, nella riduzione in servitù.

È perfino banale dire che quella malavitosa è una delle fisionomie che ha via via assunto il capitalismo, che sempre ha impiegato mercenari sanguinari per tenere il popolo degli sfruttati sotto il suo tallone, che stringe alleanze con avventurieri pronti a guerre redditizie e incursioni predatorie, che grazie alla fase di finanziarizzazione trasferisce commerci e transazioni sui tavoli del casinò globale, che costringe a consumi e investimenti per poi strozzare le incaute vittime, che propone modelli esistenziali inarrivabili salvo piegarsi alla rinuncia di dignità e osservanza delle regole, in modo da assoldare per lo spaccio e l’estorsione nuova manovalanza tra i drogati del sogno americano, cui non basta la corruzione delle leggi perché ha scoperto che è più profittevole la corruzione per legge, più redditizia una via legale al malaffare e all’illecito, non solo manomettendo le regole ma creando le premesse per farne dettare altre, in modo da appagare appetiti e accontentare interessi privati, alimentando la sfiducia nello stato e nelle istituzioni, infettando con incompetenza e incapacità il governo delle città, decomponendo la coesione sociale, nutrendo la leggenda di eroi maledetti, banditi come il Cecato o come Gekko.

Qualcuno dice che questo sistema si sta condannando al suicidio. Non fatevi illusioni, farà suicidare prima noi.

 

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Fermati i soliti sospetti, ma domani saranno fuori

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da sorridere: nello stanco avvitarsi su se stesso del sistema di intrallazzi, corruzione, malaffare, alleanze criminali tornano sempre fuori le stesse cordate eccellenti, le stesse “famiglie”, gli stessi quartierini, gli stessi nomi degli stessi furbetti.  E pure gli stessi orologi, con preferenza per i Rolex, ambitissimi da  delegati italiani in missione in Arabia Saudita, merce di scambio all’interno della struttura Incalza,  dono rituale post cresima per rampolli di dinastie ministeriali, sigillo a coronamento di operazioni opache quanto sfrontate. Per quanto, al tempo dell’inchiesta sullo scandalo Mose, già dimenticato in favore del susseguirsi di altre sconcezze di pubblico dominio, cui pare abbiamo fatto una triste e accidiosa abitudine, si seppe che uno dei protagonisti si ribellò alla richiesta insolente del celebrato status  symbol: eh no, aveva detto con lodevole sdegno, a quello abbiamo già assunto il parente, mica vorrà anche il prestigioso cronografo.

Lui era l’Ad di una impresa di spicco, chiamato per via della sua specializzazione, l’uomo delle cerniere, quelle delle paratie, ma forse anche perché faceva da perno di “collegamento” con la politica locale, con gli organismi di controllo, con  aziende, quelle del Consorzio ed altre,  attive nella geografia delle grandi Opere,  bretelle autostradali, raddoppi, varianti. E infatti il lui troppo pretenzioso era un incontentabile funzionario dell’Anas che si era dato da fare per sveltire pratiche, aggirare procedure complesse quanto moleste a cominciare dai certificati antimafia. Quelle attestazioni eluse, aggirate, rimosse durante l’assegnazione degli incarichi e degli appalti dell’Expo, l’altra formidabile e megalomane operazione messa in piedi proprio allo scopo di attirare e catalizzare affari loschi, sottoscrivere patti criminali, appagare gli appetiti di imprese, sempre le stesse, in barba alla vigilanza esercitata tardivamente da quell’autorevole quanto impotente spaventapasseri impagliato, tanto compreso del suo ruolo da rivendicare ancora e malgrado tutto il primato morale di Milano.

Quelle imprese del Consorzio, dei passanti, delle strade, insieme a quelle della gestione dei rifiuti, dei monopoli della sporcizia e della relativa pulizia, sempre assolte per generosa concessione da un qualche soggetto unico, impegnato a caro prezzo, a “fare e disfare, è tutto un lavorare”,  insieme a cooperative che hanno abiurato alla qualità sociale, sono riaffiorate nelle scarne cronache dell’inchiesta Alchemia, che ha rivelato i legami tra imprese che opererebbero, per così dire, nella legalità, e organizzazioni criminali.

È ormai davvero banale interrogarsi ancora una volta su modi, metodi e obiettivi della cultura d’impresa nella nostra contemporaneità, tanto che solo dei pedanti e pignoli perfezionisti attenti a particolari marginali e irrilevanti potrebbero vedere delle differenze con quelli della malavita: disprezzo di regole e leggi, cancellazione di diritti e conquiste del lavoro, con l’uso consumato delle armi del ricatto e dell’intimidazione, derisione della funzione della contrattazione sindacale, noncuranza per il rispetto di requisiti di sicurezza e sanitari, evasione fiscale e contributiva, dislocazione di risorse e investimenti da produzioni, ricerca e innovazione per impegnarli nel gioco d’azzardo, quello finanziario, secondo quella filosofia di pronto consumo che ha permesso di infrangere   tabù secolari in nome della sfida di “vincere la partita della modernità”.

Una partita che impegna i giocatori anche sui campi di battaglia della comunicazione e della lobby, tanto che imprenditori “legali” si sono fatti aiutare da operatori illegali per accreditare, finanziare, sostenere  il movimento Si-Tav, con le sue rendite, il suo svilimento  di ambiente, paesaggio e bene comune, la sua indole distruttiva tramite scavi e costruzioni secondo l’unica legge, quella dell’ammuina a scopo di profitto, così come sono stati promossi i Grandi Eventi, le macchine celibi mangia soldi, i magnifici,  progressivi e interminabili interventi ingegneristici, mai finiti per permettere che non abbia mai termine il moto perpetuo della speculazione, della corruzione, dello sfruttamenti di uomini e risorse, diventati tutti ugualmente merce deteriorabile.

Le cronache su indagini e arresti mentre esplodono elenchi e profili di affiliati alla ‘ndrangheta anche sotto forma di manager, colletti bianchi, tecnici, sono più riservate sulle imprese “diversamente criminali”, le solite note delle cordate impegnate su tutto il territorio nazionale e anche nelle colonie, con la benedizione dei governi che si sono succeduti. Così non ci è dato sapere se proprio quell’Ad che aveva negato un Rolex, seppur grato del favore ricevuto, sia tornato negli elenchi degli indagati per collusione con le organizzazioni mafiose, come appunto gli era già successo, quando il suo nome che ricorre in molti dei più importanti e discussi affari degli ultimi anni nel campo delle opere pubbliche: dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori in Lombardia per Expo2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna, ditta titolare delle opere preliminari alla Tav in Val Susa, fino alla sottoscrizione di “protocolli antimafia” in appalti opachi, fu tirato in ballo per presunti rapporti privilegiati con Cosa Nostra.

Lui, come d’altra parte gli arrestati dichiaratamente appartenenti alla ‘ndrangheta, come tanti protagonisti caduti nelle maglie delle inchieste di Mani Pulite, come politici dei quali è continuamente rinnovata la presentabilità, pare che entrino e escano continuamente da parte galere, uffici dei pubblici ministeri, stanze della Dia. Appaiono in intercettazioni, ordinanze cautelari, notiziari per poi scomparire come quei fiumi sotterranei. Da trent’anni riaffiorano per poi sommergersi, senza restare inoperosi, per carità, anzi, per continuare a sbrigare indisturbati i loro affari, grazie a compiacenti termini di prescrizione, lunghezza di istruttorie e processi, leggi ad personam, intimidazioni e pressioni esercitate in alto per autorizzare licenze e trasgressione in nome della crescita, della libertà di iniziativa, del primato della rendita e del profitto privato. Facendo sospettare che nel paese che ha inventato il diritto ma non sa perseguire la giustizia, si sia diventati paradossalmente tanto garantisti, che in galera finiscono i rapinatori delle banche e non quelli che le fondano e governano,  e che malviventi siamo diventati noi perché ci fanno vivere male, al di sotto della dignità.

 


La Grande Schifezza

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Farò come interessati, coinvolti, opinionisti. Farò come se questa seconda fase dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo, con la reiterata emersione pubblica  di un fondale sommerso e avvelenato, fosse una bomba scoppiata a sorpresa, tanto che c’è da sospettare che quelli che non erano ancora stati tradotti a Rebibbia, quelli solo mezzi avvisati, quelli soltanto indagati abbiano continuato per un po’ a raccattare le ultime briciole, sistemare le ultime ragazze, lucrare sugli ultimi provvidenziali disperati.

Farò come i dirigenti e gli eletti del partitone della nazione, sconcertati per gli inattesi sviluppi, ancorché molto annunciati, che si auguravano forse che l’inchiesta si fosse  aggiustata sul comodo materasso delle lungaggini giudiziarie in attesa di un eterno riposo tramite prescrizione, fiduciosi che lo scandalo dopo sei mesi fosse stato assorbito pronto a diventare tema di uno sceneggiato di Raiset, tanto è vero che vigeva un pudico silenzio su Marino canonizzato messo là a officiare i riti del prossimo Giubileo in un Comune che potrebbe o meglio dovrebbe essere sciolto, con l’ipotesi non remota che non si veda la differenza vista la inefficienza, l’impotenza, l’incompetenza dimostrate.

Così mi concedo anche io qualche osservazione estemporanea. A cominciare da quel carattere “paesano” della cupola, confermato dallo stile delle intercettazioni, cui manca la gara di rutti e quella di chi piscia più lontano, una volta esaurita quella su chi ce l’ha più lungo, dall’impiego di un vernacolo che fa rimpiangere il Monnezza, per via di quella sindrome di  Tourette che affligge ragazzini problematici, adulti mal cresciuti e un personale politico selezionato tra i più brutti, sporchi e cattivi. E che malgrado la circolazione di molti soldi, l’abiezione del brand scelto per fare la grana, l’ampia cerchia di politici e amministratori soggiogati, manipolati, favoriti e prezzolati, il ricorso a metodi di intimidazione mutuati dalla  malavita, le cifre che attaccano  all’associazione a delinquere l’etichetta di organizzazione mafiosa, malgrado tutto questo non ha la oscena grandezza di altre alleanze criminali, che, in assenza di un Pignatone – magistrati locali influenti sono distratti da altre carriere –  non hanno avuto il riconoscimento, il marchio doc dell’appartenenza al sistema mafioso, ma che hanno esercitato una geometrica potenza, intridendo tutto il sistema sociale e economico di intere geografie, Mose, Tav, Expo, l’Aquila.

Perché la differenza sta nel fatto, ignobile finché si vuole, immorale finché si vuole, dissoluto finché si vuole, che, sia pure con grande sperpero di denaro pubblico mobilitato nella speculazione e nello sfruttamento di condannati alla dannazione eterna della miseria e dell’umiliazione,  mancano nel mondo di mezzo ben altri speculatori, ben altri sfruttatori, quelli del cemento, della rendita immobiliare, del sacco del territorio, di mega appalti truccati, delle emergenze abitative sempre riprodotte, delle Metro C, dello scavo dei canali, delle opere di “salvaguardia” e di ricostruzione, fatte per salvare profitti illeciti e ricostruire monumenti alla corruzione, impegnati in altre operazioni di formidabile portata e probabilmente compiaciuti della polvere negli occhi dietro la quale proseguono indisturbati nei loro formidabili  business.

Contenti loro e contenti i sacerdoti delle ideologie messi a tutelare i loro interessi. Quelli che a margine della riprovazione e del biasimo possono con soddisfazione  ripetere  la narrazione mediatica mirata a denunciare i vizi del sistema pubblico amministrativo,  di quello statale, contrapposti alle virtù della  gestione privata. Come se non ne fossero testimonial molto rappresentative le cooperative, organismi del terzo settore, agenzie, onlus, in prima linea nel battere la concorrenza usando tutti gli espedienti della slealtà commerciale  e tutte le  forme di controllo e di condizionamento del “mercato”, aggiudicandosi in regime di monopolio il brand dell’assistenza sociale a migranti e rom,  la manutenzione delle strade e dei parchi pubblici,  i servizi di pulizia degli enti pubblici, la raccolta dei rifiuti,  il “governo” dell’emergenza abitativa, grazie ad incarichi e appalti che ad un tempo peggiorano la qualità della vita di tutti e, aumentando i costi, incrementano il debito pubblico di città già strangolate.

Manovalanza di alto e basso livello, unita dal collante della corruzione, aveva ed ha tutto l’interesse a consolidare all’infinito qualsiasi situazione di crisi, per poter applicare quella cultura dell’emergenza che consente deregulation, regimi eccezionali, poteri speciali, licenze e deroghe. Ma anche per rispondere a un bisogno che riaffiora in tutte le intercettazioni, quello di assicurarsi un reddito fisso, una paghetta certa e regolare. Quelli che hanno fatto della mobilità dinamica, della flessibilità creativa, le loro parole d’ordine, quelli che hanno cancellato insieme al lavoro diritti e garanzie,   preferendo forme parassitarie erogate secondo criteri arbitrari, convertendo in elargizioni prerogative e  conquiste, li abbiamo visti là, come a suo tempo Ichino, preoccupati del loro futuro di precari d’oro condizionati dai capricci di un elettorato, fortunatamente, ma non abbastanza, reso marginale da leggi e riforme, a supplicare e piatire un posto fisso, un salario garantito, un radioso e certo 27 del mese a nostre spese, improvvisamente umili, gravi, seri, tra tante gomitate, battute salaci e risate, che purtroppo non li hanno seppelliti.

 


Magna Roma


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per primi vennero a prendere gli zingari? Per una volta la realtà oltrepassa  la profezia e gli zingari invece di prenderli per primi, a volte preferiscono  sfruttarli. Rubacchiano ai loro danni, li usano a intermittenza, un giorno per farci i soldi, un giorno per impiegarli come capri espiatori, un giorno per farne oggetti di pelosa beneficenza, un giorno per issarli sul patibolo di una’opinione pubblica che avrebbe ritegno a fare del razzismo un’ostensione, ma che contro di loro invece la possono esprimere liberamente perché borseggiano, mandano i ragazzini a chiedere la carità e perché no? rapiscono bambini.  Che ormai le uniche voci della piazza che hanno diritto all’ascolto sono le urla xenofobe, gli echi della diffidenza e della superiorità concessa da una cittadinanza che si limita a questo, all’essere nati da quella che pareva la parte giusta, se c’è giustizia in questo, nell’accontentarsi della lotteria naturale, quando ti sono negati ormai tutti i diritti dell’appartenenza, alla libertà di inclinazione e critica, alla democrazia.

Nella Magna Roma, o, se volete,  Roma magna, Salvatore Buzzi, alla testa della Cooperativa 29 giugno, magnifica il brand della sua impresa: “tu c’hai un’idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico de droga rende meno”. E non si vede poi molta differenza tra lui eil più grande gruppo di trafficanti di vite”, così sono stati definiti  gli 11 eritrei arrestati ieri durante una operazione “parallela” di contrasto alla moderna tratta degli schiavi. Lui, il Carminati, che dalla permanenza troppo breve in carcere trae spunto per mettere in piedi una organizzazione di settore, una cooperativa per il generoso reinserimento degli ex detenuti, sono uomini orchestra, manager eclettici capaci di  ottenere il massimo rendimento dall’inadeguatezza dello stato e delle istituzioni a fronteggiare  l’emergenza immigrati, l’emergenza rom, l’emergenza carceri.

Come altri vivono dell’impoverimento del Welfare, profittando dell’emergenza anziani, malati, organizzando agenzie che si avvalgono di altri immigrati, un po’ più fortunati, altrettanto sfruttati tramite precarietà, salari da fame, ricatti reiterati, per fornire un’assistenza occasionale e improvvisata, pagata carissima dai contribuenti e che arricchisce una cupola di altri amici degli amici, nelle regioni, nei comuni. Come altri  vivono dell’emergenza creata artatamente per avviare grandi opere, necessarie per restituirci credibilità internazionale con una fiera paesana di salsicce e zucchero filato, indispensabili per salvare una città attraversata da mostruosi colossi del mare, condannata a vivere dei forzati delle crociere, inderogabili per costruire autostrade dove non passa nessuno, in verità vitali per garantire sopravvivenza dorata a altri corsari, a altri predoni, quelli delle cordate del cemento, degli appalti truccati, dell’industria della corruzione.

C’è poco da stupirsi del contagio di germi, modi, procedure con il quale la criminalità organizzata avrebbe contaminato la politica, la pubblica amministrazione, i soggetti di vigilanza a Roma, a Milano, a Venezia, come nelle regioni santuario delle mafie. Anzi c’è da sospettare che interessi comuni abbiano determinato sintesi, commistioni, interazioni, scambi profittevoli di servigi e consuetudini, di affari e di costumi, compresa una certa indole alla violenza non sempre di lupare e coltelli, anche se nel passato anche recente di alcuni protagonisti della cronaca compaiono, comunque di sopraffazione, ricatto, intimidazione.

E c’è poco da stupirsi se è sempre più difficile  contrapporre le virtù di una sana società civile ai vizi di una corrotta partitocrazia, se da anni è stato creato un contesto “legale” favorevole all’illegalità, tramite leggi speciali, leggi ad personam, leggi eccezionali, leggi di emergenza, leggi di remissione, indulto, amnistia, condono, tanto che in tempo utile, a qualche ora dalla grande retata romana, ma è sicuramente una coincidenza,  un Consiglio dei ministri convocato in notturna, ha dato il via libera al decreto legislativo che disciplina la non punibilità delle condotte di lieve entità. Tanto che si sono eletti sindaci, presidenti, amministratori fantoccio incaricati di quel ”non fare”, che nutre  profittevole degrado, dietro al quale si muove corruzione e repressione, in virtù del quale diventa fisiologico il clientelismo, il malaffare, il familismo propizio all’arricchimento ulteriore dei ceti “alti”, ma infine utile espediente di sopravvivenza per quelli che stanno più giù, laddove di giustifica ogni accorgimento che aggiri ostacoli capestro, accanimenti di potentati piccoli o grandi,  per una specie di dislocazione selvaggia, particolaristica, furbastra e conflittuale dei poteri e delle decisioni, in una sorta di filosofia dell'”ognuno per sé e Dio per tutti” in cui tutto c’è tranne che moralità collettiva, coscienza civile, senso delle istituzioni, rispetto delle regole del gioco statuale.   Si, proprio come succedeva con le mafie tradizionali, con gli organismi anti-stato, con la massoneria, cui chi non aveva niente si rivolgeva offrendo l’unica ricchezza, se stesso, la propria vita, l’ubbidienza pronta a tutto.

Anche in questo caso una cupola planetaria ma declinata a tutti i livelli nazionali e territoriali,  fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, di imprenditori interessati solo alla produzione di cedole, di multinazionali anche quelle dedite al gioco d’azzardo immateriale della turbo finanza, si mischia con la cupola del crimine, stringe patti e si associa in nome dell’unica divinità idolatrata, il profitto. Insieme agiscono nel sistema degli appalti, in quello della speculazione edilizia, nella sanità, nell’assistenza, nel lavoro precario, ovunque individui e i loro corpi diventano merci o prodotti, nel riciclaggio, nel gioco d’azzardo, ma anche negli affari condotti dai gran commis degli ultimi gioielli di famiglia, nell’import export e non solo quello verso stati di Bananas, ma anche quello che delocalizza imprese, fabbriche, know-how, insieme alla vita di chi ci lavorava,  quello che svende le proprietà pubbliche e i beni comuni, espropriando i cittadini come fanno i grassatori da strada.

È facile indicare i responsabili “culturali” di tutto questo, quelli che hanno fatto sì che la cor­ru­zione sia tol­le­rata e per­sino ben vista, anche da chi ha sol­tanto da per­dere non potendo pra­ti­carla in prima per­sona né trarne bene­fici. Se per un verso (in pub­blico) si storce il naso, per l’altro (in pri­vato) si è pronti ad ammi­rare e magari, potendo, a emu­lare chi la fa franca e su que­sta ambi­gua virtù costrui­sce for­tune. È facile  individuare chi ha alimentato questa attitudine all’accaparramento di beni e potere, che costituisce l’ossessione quotidiana dell’individuo contemporaneo,  chi ha popolato l’immaginario collettivo, lo ha soggiogato  sui valori dominanti, l’ha drogato con le incitazioni a crescere, a correre, a produrre di più, a lavorare più a lungo, a consumare oltre, a essere flessibili, efficienti, più belli, più giovani, ad “entrare nel futuro” grazie alla rinuncia a indipendenza, autonomia, diritti, sovranità di popolo. È facile comprendere chi ha reso le leggi incompatibili con la giustizia, grazie ai chierici che elaborano le regole   su incarico delle multinazionali, gli invisibili legislatori che sequestrano lo strumento giuridico per metterlo al servizio del padronato, del mercato, dell’affarismo.

Ma è facile anche capire che chi si arrende al destino di vittima è colpevole della sua capitolazione, espressa con l’indifferenza, la complicità silenziosa, il voto “utile”, la rinuncia alla critica, la stanchezza di vivere liberi.

 


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