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Per l’Istat siamo felici: la nuova vergogna del Si

9cb31a6d-e6f4-4d85-b4af-47eda69673f2_largeIl referendum costituzionale, più ancora di altre occasioni, ha spalancato il vaso di Pandora di un Paese eticamente devastato, economicamente umiliato, privo di spina dorsale, nel quale alla continua vergogna istituzionale che di certo non giunge inaspettata dalla gang di Guappo Renzi, la quale ha approntato persino una elettorale scheda truffaldina, si aggiunge quella ignobile dei clientes del regime di ogni tipo, dagli speculatori  del farmaco, ai trafficanti di rifiuti fino ai talentucoli e figli di papà che campano di televisione e di spot, che hanno bisogno bisogno di piegare una testa che spesso è solo un’ipotesi di lavoro.

Sappiamo che una grande quantità di soldi pubblici, sono stati spesi per far sapere agli italiani all’estero che bisogna votare Sì, secondo un tipico metodo da lettera di Berlusconi, per non parlare dei due milioni di euro, sempre di tutti, spesi per uno spot del Sì spacciato per comunicazione sociale; Repubblica ci informa che dicendo sissignore si curerà meglio il cancro riprendendo un argomento del Cavaliere; il lugubre Del Rio, ignaro di ogni elementare correttezza ha invitato i sindaci a mobilitarsi per il sì; la Boschi invita fare stalking per far passare il massacro costituzionale; De Luca, lo squallido vigilante di Salerno, che dice di fregarsene della costituzione mentre a Ercolano il Pd ha avuto la faccia di appropriarsi dell’immagine di Falcone per propagandare il proprio prefascismo da debosciati. Ma questo è ancora niente perché persino l’Istat ha gettato la maschera e si è rivelato per quello che è: un organismo di governo che fa carte false pur di asserire le verità del padrone di turno. Certo gli standard internazionali con la loro visione politica tutta amerikana, lo aiutano molto a metter un velo di piombo sulla realtà senza dover fare esame di coscienza, ma ancora non basta e perciò tira fuori ad orologeria un’indagine che attesta la ritrovata felicità degli italiani, un puro ballon d’essai con il solito scopo di aizzare i titoli dei media di regime a corto di buone notizie da far bruciare nella caldaia del Si.

Non c’è che dire precari sempre più precari, disoccupati con sempre meno speranze, pensionati e pensionandi sempre più derubati, operai licenziati e riassunti con salario inferiore, hanno improvvisamente scoperto di essere più soddisfatti delle loro condizioni di vita e hanno persino una migliore percezione della situazione economica. Dico subito che questo tipo di sondaggi su campioni la cui effettiva correttezza rimane segreta e sconosciuta, oltre ad essere infinitamente manipolabili non hanno alcun  senso e soprattutto non hanno alcuna validità scientifica, né possono essere ascritti a qualche disciplina che abbisogna di rigore. Concetti vaghi e indefiniti come quella di “soddisfazione per la propria vita” o di “percezione” lasciati alla libera interpretazione sia dell’intervistato che dell’intervistatore, dunque inutili e per giunta congegnati in maniera (la divisione in vari capitoli , famiglia, amicizia, lavoro, tempo libero, socialità e via dicendo la cui incidenza relativa, del tutto “politica” determina il risultato finale) da poter tirare fuori dal cilindro qualsiasi coniglio, sono puri strumenti di falsificazione e di narrazione opportunista. Si tratta di nient’altro che concrezioni dell’antropologia liberista, condite di un po’ di matematica per far sembrare credibili al profano le favole del potere.

Si può capire che le statistiche sull’occupazione – tanto per fare un esempio – siano falsate in ingresso basandosi su una concezione ideologica della società e considerando come occupato un disoccupato che ha svolto un’ora di lavoro in una settimana, ma questi sciocchi giochini della felicità e della fiducia sono manipolati anche in uscita a seconda delle necessità e delle urgenze che vengono dal governo da cui del resto l’Istat dipende. Il che significa che da esso dipendono posizioni, stipendi, assunzioni e quindi sono costretti a seguire quello che impone l’asino di Palazzo Chigi e a mettere insieme numeri da circo, acrobazie in punta di canna, ma di quelle pesanti .  Del resto Winston Churchill che di potere e dei suoi intrighi se ne intendeva parecchio diceva che ” sole statistiche di cui ci si può fidare sono quelle che abbiamo falsificato”.

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Quel Nobel riposi in pace

barack_obama_nobel_prizeLa scena è Varsavia di sera qualche giormo fa, l’ambiente una cena ufficiale dei potenti della Nato, officiata  dall’antisemita filoistraeliano Antoni Macierewicz, ministro della difesa polacco, il senso il riarmo e la guerra nelle sue varie forme, il protagonista un Nobel per la pace, il nero che più bianco non si può Obama: non appena Tsipras nelle sue vesti di prigioniero di Zenda dell’Alleanza e dell’Europa, ha osato suggerire  di allentare l’ostilità verso la Russia e cooperare con essa, il presidente nobelato  si è infuriato e gli ha risposto minaccioso “questo è qualcosa che dovresti dire al tuo amico Putin”. E’ la goccia che fa traboccare il vaso, che rende l’assegnazione del Nobel per la pace, anche ammesso che abbia un senso, un rito assurdo e grottesco assegnato da una commissione che si nasconde dietro l’apparente marginalità scandinava ma che si rivela sempre corrivo e servile nei confronti di Washington e non cessa di premiare personaggi spesso del tutto sconosciuti che in modo o nell’altro sono legati agli interessi dell’impero. Sempre quando non si ritiene di dover insignire di questa medaglia l’imperatore stesso, magari in anticipo come nel clamoroso caso Obama.

D’accordo che il Nobel per la pace è un’invenzione occidentale, un barlume di speranza trasformatosi ben presto in una discarica di cattiva coscienza per chi domina o vuole dominare il mondo, però adesso si sta davvero esagerando, si sta scadendo nella farsa, ci manca solo che il premio lo diano a Blair. Di fatto gli inquilini della Casa Bianca insigniti del premio sono più di uno e in pratica gli unici potenti in carica a potersi appuntare la Freemason_Theodore_Rooseveltmedaglia sul bavero il che la dice lunga sulla neutralità del premio: è una tradizione lunga un secolo a testimonianza del rapido deterioramento di questo Nobel che viene assegnato da una commissione norvegese e non svedese, dunque da personaggi scelti dal Parlamento di un Paese che dal dopoguerra è nella Nato, nemmeno formalmente neutrale. Si è cominciato con Theodore Roosevelt premiato nel 1906 con il pretesto formale della sua opera di mediatore nel conflitto russo – giapponese, ma che ancor prima di diventare presidente era stato in qualità di aiuto segretario della marina, l’organizzatore della guerra cubana contro la Spagna, l’uomo che ideò la celebre esplosione della corazzata Maine per attribuirne la colpa agli spagnoli e poter invadere Cuba e Portorico. Non contento partecipò in prima persona al conflitto alla testa di un battaglione di volontari.

Poi è venuto nel 1919 Thomas Woodrow Wilson a cui il premio è andato quasi in automatico dopo la vittoria nella prima guerra mondiale. Peccato che il personaggio fosse anche quello che inaugurò un cupo periodo di razzismo negli Usa, istituendo la segregazione razziale e mostrando anche simpatie con il Ku Klux Klan, facendo arrestare socialisti e lanciando una campagna ossessiva contro irlandesi, italiani e tedeschi immigrati.  Come in seguito accertò la president-woodrow-wisonlcommissione senatoriale Nye, l’intervento nella guerra europea per risolvere la quale fino dal 1914 si era offerto come mediatore fu deciso da Wilson (solo dopo la sua rielezione nel ’16) essenzialmente sotto le pressioni dell’industria degli armamenti, ma soprattutto dei banchieri che vantavano in Inghilterra crediti per 2,5 miliardi di dollari (una somma colossale al tempo) e che sarebbero evaporati nel caso assai probabile di una sconfitta inglese. Così venne allestito da Wilson su una sponda dell’atlantico e da Winston Churchill dall’altra una trappola navale, quella del transatlantico Lusitania che trasportava in Inghilterra cittadini americani, ma che era anche piena di armi e munizioni, nonché dotata di cannoni di grande calibro per farla sembrare una nave da battaglia e lasciata senza scorta dagli inglesi nella speranza poi realizzatasi che venisse silurata e affondata da un sottomarino tedesco, costituendo così un casus belli. E questo è niente perché il successivo ottuso intervento di Wilson nelle trattative di pace, mise le basi per il successivo conflitto molto più di quanto non lo scongiurasse la sua Società delle Nazioni. Ma si, sai che c’è: un bel nobel per la pace  è proprio quello che ci vuole.

Poi finita la guerra, premiati i Quaccheri Usa per misteriose ragioni, insignito Kissinger non presidente, ma eminenza grigia, ovvero il dottor Stranamore, toccò nel 2002 a Jimmy Carter, 23 anni dopo la fine del suo mandato durante il quale era stato demonizzato in patria per la sua effettiva ricerca di qualche soluzione al conflitto israelo  -palestinese. E’ probabilmente il Nobel per la pace meno guerrafondaio tra i presidenti e tuttavia anche in Jimmy_Carter_6914259lui operavano le logiche dell’impero portando a conseguenze che ancora oggi scontiamo: prima ancora che i sovietici invadessero l’Afganistan, il 3 luglio 1979 Carter firmò il primo ordine operativo segreto che autorizzava la Cia ad avviare operazioni coperte per appoggiare i mujaheddin e in seguito fu uno dei promotori della nascita di Al Qaeda, spinto in questo dal suo consigliere  Zbigniew Brzezinski che intendeva arruolare l’estremismo mussulmano contro l’Unione Sovietica. Il peso di quella decisione ce lo portiamo sulle spalle in tutti i sensi.

E infine veniamo ad Obama insignito nel 2009 (ma l’annuncio era stato dato poche settimane dopo l’insediamento) “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Alla faccia. Se non altro potremmo fare a meno dell’ipocrisia dei premi o magari istituire un Nobel per la guerra: con premi così mal guadagnati cìè caso di far finire qualche conflitto.

 


Un oxi contro i mali congeniti dell’Europa

oxi1Le ore scorrono lente prima di conoscere il risultato del referendum greco. Per impiegarne un po’ di tempo prima di una liberatoria vittoria del no o di un rinvio temporaneo dell’uscita di Atene dal consesso Ue –  euro, cerco di mostrare come questo inizio della fine fosse in qualche modo in agguato e preparato dai due peccati originari dal quale è nata la costruzione continentale. Scagli la prima pietra chi non è stato prima o poi europeista, ma da quando la crisi di sistema del capitalismo finanziario ha messo in crisi la moneta unica, tutte le crepe hanno perso lo stucco con cui erano state nascoste anche se in tantissimi chiudono gli occhi per non vederle.

Sì l’Europa poteva apparire con una garanzia di pace e di democrazia, come un insieme solidale nel quale si sviluppava una concezione avanzata di stato sociale e last but no least anche come un’ unione in grado di contenere lo strapotere degli Usa. Ma tutto questo ha funzionato fino alla caduta del muro di Berlino: quando si è fatta strada  l’illusione che la storia fosse finita con un solo vincitore perenne i geni maligni che erano stati introdotti nel dna della concezione e creazione europeista hanno cominciato a svilupparsi e a far sentire tutto il loro influsso e la potenziale farfalla è diventata definitivamente bruco.

Il primo gene del tutto estraneo all’idea diffusa di Europa politica in difesa delle libertà  e progressista, sia pure nei limiti del keynesismo, è quello presente fin dai tempi della prima guerra mondiale: l’idea di una pace perpetua fondata esclusivamente sul mercatismo e su una concezione elitaria della governance. Infatti , in termini moderni il progetto di un’unità del continente nasce dopo l’inutile e orrenda carneficina  della prima guerra mondiale da Louis Loucheur, ingegnere e imprenditore vicino a Clemenceau, coordinatore dello sforzo bellico francese oltre che della successiva conversione industriale transalpina e soprattutto dal conte austro ungarico Richard de Coudenhove-Kalergi. Quest’ultimo nel 1922 scrive un libro, Paneuropa, ein Vorschlag  (una proposta) destinato ad avere una certa fortuna. La sua domanda è: come evitare future guerre in Europa? E la risposta è quasi profetica nel senso che ricalca la creazione della Ceca, ovvero la comunità del carbone e dell’acciaio primo passo sulla strada dell’Unione: dal momento che i conflitti richiedono enormi risorse risorse industriali allora mettendo tali risorse sotto un’autorità comune -non condizionata da elezioni – nessuna delle grandi potenze potrà preparare la guerra. Se la Germania e la Francia delegassero a un’autorità binazionale la gestione di carbone acciaio ecco che sarebbe per loro impossibile entrare in conflitto.  Coudenhove-Kalergi quindi fa un passo avanti e riprende le idee espresse in un libro del 1918 da Giovanni Agnelli,  Federazione europea o Lega delle nazioni? in cui l’industriale italiano vagheggia la creazione di un forte governo continentale per contrastare il revanscismo delle nazioni. Tanto forte da poter essere di fatto una sorta di dittatura.

Il secondo dopoguerra vede tutto questo tradotto in qualcosa di più politico che di solito viene attribuito al Manifesto di Ventotene, testo ultracitato, ma pochissimo letto in cui  i due autori ufficiali, Spinelli e Rossi, assieme agli altri due ispiratori, Hirschmann e Colorni si dà sostanzialmente un’interpretazione più aggiornata, più consapevole delle precedenti idee, ma in fondo più radicale: agli stati uniti di Europa si può arrivare certo attraverso lo spazio economico, ma anche avviluppando la democrazia dentro un meccanismo elitario sovranazionale che impedisca, per dirla in parole povere, gli smarrimenti dei popoli, la loro propensione al nazionalismo e alla demagogia.  Insomma la visione è quella di un governo europeo degli ottimati e alla fine dei magnati. Pensiero piuttosto ambiguo, nel quale a mezzo tra Adam Smith, il socialismo utopista  e Benedetto Croce, si pensa che i problemi sociali siano risolvibili annullando la sovranità degli stati, la loro volontà di potenza (e le relative spese belliche) in una visione dove viene negato ed escluso ogni conflitto di classe o conflitto economico . Qualunque fossero le intenzioni concrete degli autori è questo il pensiero che è passato e che è stato mirabilmente ed etilicamente sintetizzato nel 1999 (anno dell’entrata in vigore dell’euro) dall’attuale presidente della commissione Ue, Juncker in una celebre intervista allo Spiegel in cui spiega il modus operandi su scala continentale: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. Singolarmente tutto questo sembra assai simile al progetto di europa federale messo a punto da Walter Hallerstein per conto di Hitler.

Tutto ciò avrebbe avuto pochi o nessun effetto pratico se l’Europa intera distrutta dalla guerra non fosse stata territorio di contesa tra le due superpotenze vincitrici: è questo che inserisce il secondo gene maligno, la nascita dell’Europa come strumento di contrapposizione, carattere che si evidenzia oggi in maniera chiarissima nella vicenda Ucraina. Alla fine del conflitto ritroviamo Coudenhove-Kalergi a tessere rapporti con gli Usa per convincerli a imporre un’organizzazione federale dell’Europa. Cosa che trova orecchie attente soprattutto in Allen Dulles, insomma tra i ragazzi della Cia e viene sponsorizzato da Winston Churchill che parla di Stati uniti d’Europa nel settembre del 46 all’università di Zurigo. L’idea non parte da una visione di largo respiro, ma solo dalla necessità di contrapporre un blocco più ampio possibile all’Urss, blocco sotto la tutela degli Stati Uniti, ma anche della Gran Bretagna, nel quale  i singoli stati mettono in comune alcune risorse sotto la sorveglianza e anzi il governo  delle due potenze anglosassoni. Quindi qualcosa che riprende il mercatismo di Kalergi inserendolo in un progetto neo coloniale. Nel gennaio del ’47 Churchill  crea il Comitato provvisorio per l’Europa Unita e in marzo il congresso Usa vota una mozione di sostegno del progetto anche in vista delle “tendenze espansionistiche del comunismo”. Ma è un periodo dove la creazione di comitati e di progetti di alleanze non conosce soste e dove soprattutto esiste la massima confusione, peraltro voluta, in cui prevale l’obiettivo di creare una sorta di massa critica europea capace di sottrarre, in quella situazione ancora fluida, gli stati dell’Est alla tutela sovietica.

Tutto cambia quando nell’agosto del ’49 l’Urss fa esplodere la sua prima bomba atomica: il presidente Truman si convince che  ormai il mondo è diviso fra due superpotenze nucleari, tra due blocchi e questo rimette in gioco i piani fatti precedentemente:  si preme sull’acceleratore della Nato (che nasce come primum rispetto a qualsiasi trattato europeo) e contemporaneamente si cerca di creare un organismo più solido. Soprattutto si cerca una fedeltà politica. Così nella primavera del 1950 gli Usa affidano a Robert Schuman, ministro degli esteri francese, con il merito di essere anche membro soprannumerario dell’Opus Dei, oltreché collaboratore di Petain nella Francia filonazista di Vichy, il compito di proporre la messa in pratica delle idee di Coudenhove-Kalergi lanciando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nella quale entrò anche l’Italia che aveva pochissimo carbone e poco acciaio, ma che era strategicamente indispensabile in quanto territorio di confine geografico e politico. L’anno successivo fu firmato il trattato. Nel 57 arrivò il Mec o mercato comune con il Trattato di Roma che ancora costituisce il nucleo fondamentale dell’Unione. Poi il trattato di Lisbona del ’92 che sancisce i principi liberisti, reso appositamente complicato perché non potesse facilmente prestarsi a un referendum e infine l’Euro che in effetti è stato assurdamente concepito come una prosecuzione di quel mettere sotto un’autorità indipendente le risorse. Solo che in questo caso sono risorse monetarie e non funzionano come il carbone. Tutti passi da cui i cittadino sono stati accuratamente esclusi dalle decisioni compreso quello ancora da siglare ufficialmente, ossia il Trattato transatlantico.

Naturalmente mi sono limitato all’essenziale. Ma quello che mi premeva di mostrare è che la creatura europea difficilmente si potrà trasformare in un soggetto politico e davvero democratico: le tare che si porta dietro sono troppo vistose ed è inutile tentare la respirazione bocca a bocca. Occorre un salto di qualità che è difficile immaginare nella situazione attuale e soprattutto occorre una riedificazione completa alla luce di altre idee e anche di un mondo che è completamente cambiato dal dopoguerra e nel quale l’Europa appare come una balena spiaggiata, senza voce, senza unione se non quella di una allucinante moneta, senza democrazia e in balia della tempesta. Occorre rifarla dalle fondamenta questa casa comune che oggi è diroccata e invece di essere uno scudo contro la speculazione, gli egoismi nazionali, le dislocazioni dei poteri mondiali, lo sfruttamento  sembra esserne vittima ancor più delle “piccole patrie”.  E in qualche caso anche promotrice. E’ anche su questo che il voto dei greci avrà un’importanza cruciale, lo voglia o meno Tsipras.


L’Europa del nostro scontento e i suoi peccati originali

il ratto d'europaThomas Mann, Albert Einstein, Guillaume Apollinaire, Sigmund Freud, Rainer Maria Rilke, Pablo Picasso, Saint John Perse, Aristide Briand, Jean Monnet. Solo a pensarci vengono i brividi: questa rosa di intellettuali ha rischiato, per un battere di palpebre della storia,  di essere la prima commissione europea. E ancor più si trema pensando ai Barroso, ai Van Rompuy, ai Draghi e a quella frittura mista di nullità ormai odiose che si aggira tra Bruxelles, Parigi e Berlino. Con la dependance della servitù a Roma e Madrid.

Fu una breve illusione subito spezzata dalla crisi di Wall Street e inghiottita dal nazismo e dalla nuova guerra. Tuttavia i nomi illustri non devono confonderci: l’Unione europea nasce con due peccati originari che oggi vengono al pettine e in un certo senso   fanno luce sul declino di un sogno e sul miserabile stato attuale nel quale spadroneggia una burocrazia ottusa e incompetente, spesso anche corrotta, a far da corona ai rinascenti egoismi nazionali.  Così oggi, visto che la fine del mondo non è arrivata, anche se ognuno vive le proprie apocalissi private, cercherò di spiegare perché  ho in odio il feticcio dell’Europa. Non l’idea in sé, ma la sua deplorevole realizzazione  e le preci innalzate a quello che ormai è un idolo falso e bugiardo. E per farlo dire a me che sono il prodotto di una densa promiscuità continentale, ce ne vuole.

I due peccati originari sono l’idea mercatistica che fin dall’inizio è stata alla base della costruzione e il fatto che essa sia stata creata, favorita e finanziata come blocco da contrapporre all’Unione Sovietica e ai suoi paesi satelliti. Qui ha poco interesse discutere sul merito della cosa, quanto sulla circostanza che le spinte, i suggerimenti, gli obiettivi concreti sono venuti da fuori e rispondevano a una geopolitica sostanzialmente estranea al continente e ai suoi popoli. L’Europa politica che oggi s’invoca, non so bene se sinceramente o per evitare di prendere atto della realtà gettando il cervello oltre l’ostacolo, in realtà non ha mai fatto capolino in quasi un secolo di dibattito.

In termini moderni il progetto di un’unita del continente nasce dopo l’inutile e orrenda carneficina  della prima guerra mondiale da Louis Loucheur, ingegnere e imprenditore vicino a Clemenceau, coordinatore dello sforzo bellico francese oltre che della successiva conversione industriale e soprattutto dal conte austro ungarico Richard de Coudenhove-Kalergi. Quest’ultimo nel 1922 scrive un libro, Paneuropa, ein Vorschlag  (una proposta) destinato ad avere una certa fortuna. La sua domanda è: come evitare future guerre in Europa? E la risposta è quasi profetica nel senso che ricalca la creazione della Ceca, ovvero la comunità del carbone e dell’acciaio primo passo sulla strada dell’Unione: dal momento che i conflitti richiedono enormi risorse risorse industriali allora mettendo tali risorse sotto un’autorità comune nessuna delle grandi potenze potrà preparare la guerra. Se la Germania e la Francia delegassero a un’autorità binazionale la gestione di carbone acciaio ecco che sarebbe per loro impossibile entrare in conflitto.  Coudenhove-Kalergi quindi fa un passo avanti e riprende le idee espresse in un libro del 1918 da Giovanni Agnelli,  Federazione europea o Lega delle nazioni? in cui l’industriale italiano vagheggia la creazione di un forte governo continentale per contrastare il revanscismo delle nazioni. Tanto forte da poter essere di fatto una sorta di dittatura.

Nel 1926 il conte austro ungarico, ormai solo austriaco, crea l’Unione Paeuropea con il progetto di favorire una cooperazione pacifica ed ottiene, anche per il suo rifiuto del fascismo, l’appoggio dei nomi citati alll’inizio, tanto da assicurarsi la collaborazione del premio nobel per la Pace Briand che diviene presidente dell associazione. Jean Monnet tira le fila del progetto e ottiene diversi successi, ma alla fine l’arrivo della crisi economica e l’acuirsi delle tensioni che culminano con l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania, mandano all’aria tutto. In ogni caso è chiaro che questo primo tentativo  di unione non si basa su un sostrato di partecipazione popolare, né su un’idea di democrazia e nemmeno su una prospettiva geopolitica, ma su un progetto sostanzialmente di mercato capace di per se stesso di rendere impossibili i conflitti. Qualcosa di non molto lontano da ciò che verrà realizzato dopo la seconda guerra mondiale.

Ed è alla fine del conflitto che s’innesca il secondo peccato originale. Anche qui ritroviamo Coudenhove-Kalergi a tessere rapporti con gli Usa per convincerli a imporre un’organizzazione federale dell’Europa. Cosa che trova orecchie attente soprattutto in Allen Dulles e insomma tra i ragazzi della Cia e viene sponsorizzato da Winston Churchill che parla di Stati uniti d’Europa nel settembre del 46 all’università di Zurigo. Ma l’idea anche qui non parte da nessuna visione di largo respiro, ma solo dalla necessità di contrapporre un blocco più ampio possibile all’Urss, blocco sotto la tutela degli Stati Uniti, ma anche della Gran Bretagna, dove i singoli stati mettono in comune alcune risorse sotto la sorveglianza e anzi il governo  delle due grandi potenze. Quindi qualcosa che riprende il mercatismo di Kalergi inserendolo in un progetto neo coloniale. Nel gennaio del ’47 Churchill  crea il Comitato provvisorio per l’Europa Unita e in marzo il congresso Usa vota una mozione di sostegno del progetto anche in vista delle “tendenze espansionistiche del comunismo”. Ma è un periodo dove la creazione di comitati e di progetti di alleanze non conosce soste e dove soprattutto esiste la massima confusione riguardo ai significati precisi: confusione peraltro voluta e auspicata che si propone di creare una sorta di massa critica europea capace di sottrarre, in quella situazione ancora fluida, gli stati dell’Est alla tutela sovietica.

Tutto cambia quando nell’agosto del ’49 l’Urss fa esplodere la sua prima bomba atomica: il presidente Truman si convince che  ormai il mondo è diviso fra due superpotenze nucleari, tra due blocchi e questo rimette in gioco i piani fatti precedentemente. La Gran Bretagna viene marginalizzata ed esclusa dal progetto, salvo un suo successivo rientro come membro degli Stati Uniti d’Europa, in funzione di elemento di controllo, si preme sull’acceleratore della Nato e contemporaneamente si cerca di fare di una unione europea qualcosa di più solido rispetto ai piani del primo dopoguerra. Soprattutto si cerca una fedeltà politica. Così nella primavera del 1950 gli Usa affidano a Robert Schuman, ministro degli esteri francese, con il merito di essere anche membro soprannumerario dell’Opus Dei, oltreché collaboratore di Petain nella Francia filonazista di Vichy, il compito di proporre la messa in pratica delle idee di Coudenhove-Kalergi lanciando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nella quale entrò anche l’Italia che aveva pochissimo carbone e poco acciaio, ma che era strategicamente indispensabile in quanto territorio di confine geografico e politico. L’anno successivo fu firmato il trattato. Nel 57 arrivò il Mec o mercato comune con il Trattato di Roma che ancora costituisce il nucleo fondamentale dell’Unione. Poi il trattato di Lisbona del ’92 che sancisce i principi liberisti e infine l’Euro che in effetti è stato assurdamente concepito come una prosecuzione di quel mettere sotto un’autorità indipendente le risorse. Solo che in questo caso sono monetarie e non funzionano come il carbone.

Naturalmente mi sono limitato all’essenziale. Ma quello che mi premeva di mostrare è che la creatura europea difficilmente si potrà trasformare in un soggetto politico e in una sorta di Federazione: le tare che si porta dietro sono troppo vistose ed è inutile tentare la respirazione bocca a bocca. Occorre un salto di qualità che è difficile immaginare nella situazione attuale e soprattutto occorre una riedificazione completa alla luce di altre idee e anche di un mondo che è completamente cambiato dal dopoguerra e nel quale l’Europa appare come una balena spiaggiata, senza voce, senza unione se non quella di una allucinante moneta, senza democrazia e in balia della tempesta. Occorre rifarla dalle fondamenta questa casa comune che oggi è diroccata e invece di essere uno scudo contro la speculazione, gli egoismi nazionali, le dislocazioni dei poteri mondiali, lo sfruttamento  sembra esserne vittima ancor più delle “piccole patrie”.  E in qualche caso anche promotrice. Si, qualche muro bisogna abbatterlo per rifare la casa se vogliamo esserne abitanti e non prigionieri.

 

 


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