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Le carni tremule dell’Europa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi perdonerete se sarò lombrosiana di nome e di fatto. Ma Monsieur Hollande possiede proprio la fisiognomica del coniglio borioso, molle coi forti e prepotente coi deboli, carne tremula con la Merkel e tallone di ferro con i disperati.

Così non credo che sia stato intimorito più di tanto dalla minaccia burbanzosa del gradasso di Palazzo Chigi: se l’Europa non ci aiuta, facciamo da soli.  Che vuol dire – secondo l’inveterato sistema di governo adottato  negli anni da impresari della paura e del rifiuto, imprenditori della speculazioni alle spalle dei sommersi, produttori di muri e esclusione –  facciano gli italiani brava gente, con gli aiuti e i pacchi doni, le ruspe e le coop sfruttatrici,  i sindaci salviniani e quella di Lampedusa, i “non sono razzista, ma..” e quelli che hanno sperimentato il bello dell’aprirsi agli altri,  in una combinazione di ignavia e pietà, razzismo e umanità, come si addice a un Paese in evidente stato confusionale.

C’è stato un tempo nel quale pensatori e osservatori, da Aron a Servan Schreiber, da Girard a Revel, hanno motivato l’accoglienza sia pure “pelosa” degli immigrati in Francia, come la naturale evoluzione della cattiva coscienza occidentale e del senso di colpa per i colonialismi del passato, checché ne dica tal Bruckner  autore de “La tirannia della penitenza” nel quale denuncia la “valanga penitenziale”, quella indole all’auto flagellazione dell’Occidente e della sua cultura, considerati come gli unici responsabili   di qualsiasi conflitto, crimine dell’umanità, genocidio messo in scena sul palcoscenico della storia. E che è molto piaciuto in patria. E c’è da crederci perché pare proprio che la resa dei conti con trascorsi lontani, ma soprattutto recenti, e con interventi contemporanei, se era cominciata ora pare si sia festosamente interrotta.

Per carità non spetta certo a noi scagliare la prima pietra, a noi, che, immemori di Faccetta Nera e Graziani, di imprese scalcagnate ma sanguinarie, di annessioni e impero sgangherati ma cruenti, abbiamo proseguito sotto tutti i governi e le bandiere a perseguire il brand dello sfruttamento delle antiche colonie, dell’export di armi e dell’import di risorse e beni, stringendo e consolidando alleanze di ferro con despoti e tiranni, secondo quello stile all’americana per il quale gli stessi dittatori più o meno trucibaldi,  più o meno ritinti, più o meno temperamentali erano di volta in volta amici o nemici, soci o pericoli pubblici da annientare in buona compagnia.

Così oggi gli smemorati di antichi o recenti torti si trovano a ingurgitare i frutti velenosi di conflitti irrisolti e  guerre che hanno prodotto   circa 200.000 saharawi accampati nel deserto algerino, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni in fuga e un incalcolabile  flusso di uomini e donne dall’Afghanistan, dall’inferno della Libia,  dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani. E non si può dire sia una sorpresa

I due tracotanti inadeguati, ambedue dimentichi di storia, valori e ideali dei quali i loro partiti dovrebbero essere depositari – per non dire del mandato – hanno a vario titolo e in vari modi contribuito a nutrire quella percezione del pericolo che viene da oltremare, dell’invasione del nemico in casa, hanno sottovalutato i vecchi e nuovi fascismi interni, hanno alimentato diffidenza e paura, antichi e sempre attuali oppi dei popoli, utilissimi a distrarre da colpe e responsabilità di chi sta nei posti di comando.  Mentre invece nei paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, si erano insediati un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie in numero di oltre 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. E tutti, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, hanno contribuito diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi.

Ora però nella Francia che ha accolto più di un milione di francesi di Algeria e che oggi deve fronteggiare il malcontento  di oltre  tre milioni di disoccupati che vivono con i sussidi, un premier dà la stessa risposta che venne data ad Evian.

E come lui, Renzi ad un tempo insegue un “sentimento popolare”, interpretato da Salvini, da Calderoli con la scabbia, da Maroni governatore così scisso da non ricordare il Maroni ministro, ma anche dalla Serracchiani «Si scordino che prendiamo nella nostra Regione gli immigrati che loro non vogliono», perfino da Casson «Venezia ha già dato», per via di prevedibili ansie da prestazione elettorale. E al tempo stesso fa la voce grossa vantando un fantasioso Piano, B, come il lato,  annunciato e immateriale nel timore di scontentare l’Europa matrigna e impazientire la fortezza Ue, cui non ha il coraggio fare l’unica cosa sensata: ridiscutere i trattati, ridiscutere gli obblighi del fiscal compact, ridiscutere cravatte e gioghi imposti e oggi più che mai insopportabili, nemmeno se fossimo il Paese di Bengodi dal quale in forma bipartisan tutti vorrebbero cacciare gli ingombranti Altri, gli Estranei, i Clandestini.

Che poi molto ci sarebbe da dire sui numeri. I vivi –  dall’inizio del 2015 nel Mediterraneo i morti accertati sono più di 1700 persone –  dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno sarebbero  52.671,  poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Su questa base potremmo aspettarci  un numero di 190.000 a fine anno, lontano dalla tremenda massa di pressione di un “esodo biblico”, piaga e minaccia insostenibile per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo. Mentre sarebbero oltre 5 milioni i profughi fuggiti dai tanti troppi focolai di guerra (Afgha­ni­stan, Siria, Soma­lia, Sudan, Repub­blica demo­cra­tica del Congo, Myan­mar, Iraq,  Colom­bia, Viet­nam, Eritrea, Mali, repubblica Centrafricana, etc) che hanno trovato rifugio nei paesi vicini, perfino quelli  con un Pil  pro capite così basso da variare tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno:   Paki­stan, Kenya,  Ciad,  Etio­pia,  Libano, Gior­da­nia,  Tur­chia.

A conferma di quanto sia strumentale lo stato di emergenza che si è creato e che potrebbe – oggi – trovare soluzione alternativa a confinare chi arriva dove si vive già esclusione sociale, a farli pesare su popolazioni dove ancora alberga coesione e civiltà, il Sud, o peggio ancora, come è successo,  consegnando il “problema”  a mala­vita, mafia e mal­go­verno,  i depositari tra­di­zio­nali di gestione di tutte le emer­genze vere o artificiali: Expo, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni,   epidemie, che, si sa,  con i “migranti”  il business malavitoso e criminale si declina in profittevole sfrut­ta­mento, umi­lia­zione e degrado, nutrendo quello tutto p0olitico  del timore, del mal­essere, della rivolta aperta che invocano e favoriscono  poteri forti e solu­zioni finali.

Ci permettiamo di fornire qualche suggerimento al fattore del Piano B: se proprio si vuole restare in società con la frigida Europa, impegnata nella  bel­li­ge­ranza ende­mica ai suoi con­fini, nelle sue  derive auto­ri­ta­rie, nazio­na­li­sti­che e raz­zi­ste al suo interno, occorre aprire immediatamente  canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo,  favorendo l’attuazione della Direttiva 55/2001, che garantirebbe   uno strumento europeo di protezione che consenta la gestione dei flussi straordinari e la circolazione dei profughi nell’UE. Sospendere il regolamento di Dublino, in modo da permettere  ai profughi di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo comunitario, l’accoglienza in quei Paesi in proporzione alla   ripartizione dei profughi.  Rinegoziare   debiti pubblici ed annullare quelli non esigibili o prodotti da accordi e gestioni clientelari o di corruzione.

E al tempo stesso ridare fiducia e tranquillità ai cit­ta­dini ita­liani, in modo che non temano   che a loro siano riser­vate meno beni, meno oppor­tu­nità di lavoro, assistenza e futuro di quelle concesse a  chi arriva qui:  red­dito di cittadinanza,  piani per il lavoro garantito in salario, condizioni e diritti, solu­zioni abi­ta­tive  dignitose, fine dei vincoli del pareggio di bilancio e del fiscal compact.

E nel caso avesse nostalgia oltre che della missione di rottamatore,  della funzione di sindaco, gli consigliamo di seguire l’esempio di uno in particolare, si chiama Giusi Nicolini e sta ostinatamente a Lampedusa.

 

 

 

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Il reuccio è nudo

renzi-mare-21A reti unificate i “commentatori della nazione” accorrono al capezzale del renzismo per tentare di dimostrare l’impossibile, ossia che la sostanziale sconfitta alle comunali non è una bocciatura del premier o della sua politica e nemmeno un rifiuto del  sistema politico generale, nonostante l’assenteismo ormai dilagante. Ma media e gente che ormai da un decennio si fanno megafono della mitica ripresa e di qualsiasi palese assurdità sia necessaria per smerciare questa merce ideologica taroccata, non si fermano certo davanti a bagatelle come l’evidenza. Le banderuole ben pagate subito si allineano dalla parte da cui soffiano i twitter del potere e ripetono in maniera più articolata gli squittii del premier: a uscire sconfitto non sarebbe il Pd del guappo, bensì una non ben identificata e mitica “sinistra”.

La base per spacciare questa ennesima e grossolana cartapesta del potere è proprio la città simbolo del reflusso renziano, ossia Venezia. Casson si dice ora non era il candidato di Renzi, era troppo a sinistra e via andare con balle di questo genere. Balle perché è evidente che la sconfitta in laguna ha motivi diversi e contrari: l’incapacità del Pd di creare una cesura col passato, una netta dissociazione col governo ombra del Mose e l’equilibrismo di Casson stesso che non ha saputo e voluto rappresentare fino in fondo una possibile svolta, rappresentando un’idea di città e di economia, facendo subito un patto con il suo rivale alle primarie Pellicani, non dando l’impressione di voler davvero tagliare con le pratiche di governo politicanti e mostrandosi possibilista persino con i canali cementizi nei quali si vuole soffocare la laguna. Altro che politica del no come pretenderebbe Orsoni, il commesso non viaggiatore del Mose. La prova del nove è che ad Arezzo, città della Boschi, Matera e Nuoro, i candidati renziani che più non si può sono stati egualmente battuti. Così come del resto è accaduto in tutti i ballottaggi della Toscana.

Ma di certo la coerenza di ragionamento non si addice alle banderuole che devono seguire il vento e non possono dire che i risultati elettorali di queste amministrative derivano sostanzialmente da due fattori uguali e contrari: da una parte il progressivo disgusto dell’elettorato tradizionale del Pd nei confronti di una politica di selvaggia regressione sociale attuata dal partito della nazione oltre che dal suo essere impastoiato nella corruzione, dall’altro dalla sostanziale e sempre più chiara convergenza ideologica con la destra che porta più della metà degli elettori a disertare le urne e getta in confusione chi vi reca.

Non potendo apertamente sostenere che la linea del premier ne esce vincitrice si rispolvera sotto altro nome il nemico inesistente che fu di Berlusconi, solo che allora si trattava di “comunisti” e adesso si parla più vagamente di “sinistra”, il ballon d’essai che dovrebbe  dimostrare come il progetto renziano di convergenza a destra trasformando il Pd in partito della nazione, sia comunque vincente. Tesi priva di senso e di consistenza che tuttavia è sostenuta con implacabile faccia tosta: ne va della tenuta di un variegato clan di potere che su Renzi, in quanto faccia spendibile del berlusconismo, per giunta mimetizzato da centrosinistra, ha puntato molto per non dire tutto dopo il fallimento dei commissari Monti e Letta.

Ma anche fuori dai confini se si cominciasse a sentire odore di bruciato, potrebbe venire la pressante sollecitazione a cambiare ancora una volta cavallo per evitare che in prospettiva si finisca in una situazione greca aggravata dal peso dell’Italia rispetto ad Atene. Perciò la classe dirigente nazionale tenta di salvare ad ogni costo Renzi dall’evidenza della sua prima sconfitta : dove lo vanno a trovare un uomo di paglia così, formidabile politicante e nullità politica buona per ogni avventura, diktat, emergenza, grassazione, bullo da strapazzo quando viene spalleggiato dai suoi amici lontani e vicini, ma codardo senza pari e complice d’elezione quando dovrebbe dire no? Nonostante tutta la buona volontà di Silvio Berlusconi e Denis Verdini nel conservare al guappo di Rignano una solida magggioranza parlamentare, la paura di molti di perdere la cadrega potrebbe fare da detonatore di una crisi per non parlare dei fermenti della piazza nei confronti del Marchionne teller e della vicenda immigrazione che è come una bomba atomica pronta a detonare mostrando per giunta l’inesistenza totale dell’Europa.

Si, potrebbe convenire la quarta operazione gattopardesca in pochi anni e non ci vorrebbe poi molto: un’alzatina allo spread con conseguente situazione drammatica che non consente le elezioni e giù con  qualche nuovo simil tecnico, magari un passeriforme di passaggio a mostrare le luci in fondo al tunnel. In fondo l’operazione Renzi si basava proprio sulle attese fideistiche o ipocrite in una ripresa che non c’è stata, da nessuna parte: il reuccio è spoglio delle illusioni e comincia a fare freddo.


Venezia delenda est

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si smentisce mai lo smargiasso. Anche stavolta non ha perso lui, macchè.. ha perso la sinistra. Per una volta ha ragione, temo.

Il fantasma della sinistra ha perso un bel po’ di tempo fa, nell’assistere senza reazione visibile alle mutazioni del grande partito che avrebbe dovuto testimoniare e rappresentare le ragioni degli sfruttati e guidare il loro riscatto, nell’abiura del mandato di immaginare un’alternativa, nell’accettazione di quella colonizzazione del pensiero collettivo di modelli di consumo e culturali ben assestati sulla sopraffazione. E continua a perdere prestandosi alle lusinghe dell’ideologia imperante, quella che fa del realismo l’unico contesto nel quale agire, della necessità l’imperativo cui uniformarsi, con la obbligatoria rinuncia a diritti, garanzie acquisite e pre-pagate, del rigore come pena meritata dopo anni di festosa e scriteriata dissipatezza, dell’assoggettamento fisico e  morale ad un’autorità senza autorevolezza, unita in nome delle disuguaglianze sotto la bandiera di una moneta e dei suoi feroci sacerdoti e di quello militare e culturale a un impero vacillante.

E diabolicamente persevera quando cerca personalità di facciata, come quelle sagome di cartone davanti alle piazzole di servizio, che dovrebbero imbonire i viaggiatori semplicemente con la loro immagine, o, nel migliore dei casi con le referenze di un passato affondato nella integrazione piena nell’apparato e nelle nomenclature, suffragata dell’appoggio non poi tanto tardivo del leader del partito unico, confermata da apparentamenti sconcertanti con avversari di quella partita delle primarie, anche quella sigillo dell’appartenenza consapevole, esplicita e indiscussa al Pd e alle sue cerimonie.

Ben altro ci voleva a Venezia, capoluogo largamente estraneo al Veneto, un po’ egemone un po’ carnefice, lacerato al suo interno dalla divisione di sempre, quella tra una città storica e d’arte ineguagliabile, modello urbanistico e utopia realizzata e una “periferia” che fu industriale, oggi ammalata per l’eclissi delle produzioni e dell’industrializzazione, patendone tutti gli effetti postumi.

Ben altro ci voleva a Venezia, diventata il laboratorio sperimentale dell’alienazione  dei beni comuni (il caso del Fontego retrocesso a fatuo e rutilante centro commerciale è esemplare), della supremazia dell’emergenza, quella dell’acqua alta, nutrita con il non-fare in modo da poter fare tutto in regime di eccezionalità, in stato di crisi perenne, aggirando regole grazie a leggi speciali adottate per legittimare l’illegittimo e perfino l’illegale, provvedimenti, gestioni eccezionali, commissari straordinari, impegnati a consolidare gli interessi speculativi e corruttivi di soliti noti. E tutti sapevano, compresi i candidati alla successione dell’ultimo sindaco del Pd, ma dal Pd rinnegato, tutti talmente disincantati, talmente mitridatizzati ai veleni da non denunciare da non alzare la voce, da non dire no, facendo sospettare “intelligenza” col passato e sudditanza  a un modello di crescita e “modernizzazione”, sollecitato dal tipo di turismo che inonda la città e  in totale contrasto a quello veneziano di civiltà,  “pensata per la vita associata e costruita per durare, luogo deputato della progettazione del futuro” e della riconciliazione con l’ambiente intorno.

Ben altro ci voleva in un Veneto  stretto dalla crisi,   strangolato  da cassa inte­gra­zione, licen­zia­menti, fal­li­menti, mutui, tassi d’interesse, cre­diti usu­rai, mer­cato del lavoro spie­tato, con­cor­renza d’impresa ferina, infra­strut­ture cao­ti­che,  che si è consegnato a una realtà nota e perciò accettabile? che strizza l’occhio  alle pulsioni xenofobe e razziste, alle richieste di auto­no­mia, ben oltre il mite fede­ra­li­smo, all’adesione incondizionata  all’ ini­quità delle poli­ti­che del rifiuto e del respingimento.

Ben altro ci voleva per fornire risposte  politiche a cittadinanze ormai persuase che la politica sia sporca, che per combattere la corruzione in alto – e magari dare qualche attenuante a quella che intride la società, magari com forma superstite di autodifesa- convinte della perversa omologazione secondo la quale “sono tutti uguali” e che se la scelta è tra padroni e padrini o maggiordomi  e imitatori, tant’è scegliere l’originale,  inclini a credere e a riconoscersi in figure mediocri ma vicine, che rivendicano inflessioni vernacolari e frequentazioni comuni, propense a  dare fiducia alla leggenda di chi si è fatto da sé nel bene e nel male, che almeno dimostra con ricchezze più o meno trasparenti di aver conosciuto il lavoro, e che con furbizia ruspante propone larghe intese con accesso agevolato al Pd. A dimostrare che il boriosetto di Palazzo Chigi ha torto nel pensare che il voto locale non investa il governo, ma ha ragione nel pensare che il Partito unico della nazione ha comunque vinto grazie ai suoi candidati: esce Casson entra Brugnaro.

 

 


Roma Variety: torna Wanda Osiris

Contestazione_Consiglio_Comunale_18-U200433593701YnG--390x180@IlSecoloXIXWEB-StrilloWebI media non lo riferiscono o vi accennano soltanto, ma assieme al M5S davanti al Campidoglio c’erano anche i pretoriani di Casa Pound che come tutti gli altri tipi di fasci non trovano di meglio che parassitare le proteste altrui, secondo la natura sociale che li contraddistingue. E dico altrui perché sono stati culo e camicia con Alemanno, una pietra miliare nella corruzione assieme ad alcuni appassionati cinefili di felice memoria, tanto che il sindaco nero ha comprato con i soldi pubblici – come è stata ampiamente riferito dalla stampa locale -lo stabile occupato abusivamente dai poundiani per far loro un cadeau. Insomma poco Pound e molta casa  Ma non è importante sottolineare la pretestuosità ipocrita di questi opportunisti moralizzatori, quanto mostrare come l’esasperazione della gente e la tetragona resistenza del Pd sulla trincea delle poltrone, la sua paradossale auto narrazione di purezza, rischino di provocare saldature inquietanti e di risvegliare il richiamo della foresta.

E del resto come si può sopportare l’immagine di un sindaco palesemente rivelatosi incapace di amministrare che in mezzo alle urla e agli insulti manda baci come fosse Wanda Osiris e fa segni di vittoria? Che abbia del tutto perso il senso di realtà  è evidente. Ma che il Pd romano ( e nazionale) abbia a sua volta perso ogni dignità oltre che percezione di opportunità è altrettanto chiaro. Oddio è anche vero che andando a breve alle elezioni la vittoria dei cinque stelle sarebbe assicurata e che nessuna prospettiva è più allarmante della consegna del potere a opposizioni che non possono vantare lunghe complicità consociative e che avrebbero tutto il vantaggio nello scoprire i verminai ancora sepolti.  Ma a livello strategico è una posizione insensata: alla fine porterà solo discredito tanto più che la difesa ad oltranza di Marino non può nemmeno basarsi su un sindaco capace e stimato.

Tutto questo alla fine non potrà che scatenare gli umori peggiori come già si vede nel Paese. Prendiamo Venezia dove un Casson che non è stato in grado di rigettare fino in fondo le regole “mosaiche”, ovvero del Mose, di mettere in luce una netta cesura col passato, adesso si trova a dover competere sul filo di lana con un prodotto marcio del berlusconismo, un imprenditore – sfruttatore del lavoro interinale, rozzo quanto mai e incapace di comprendere come la tutela della città e non la sua trasformazione in cantiere sia negli interessi economici  dei veneziani. Uno che ancor peggio degli altri devasterà la città in nome di interessi personali ( è imbottito di concessioni e proprietà in laguna) e/o di camarille. Tuttavia la reazione solo parolaia, priva di consistenza, colma di ipocrisia e di tracotanza all’enorme scandalo scoppiato poco più di un anno fa, rischia di portare gli elettori a tentare un’alternativa che non avrebbero mai preso in considerazione in situazioni normali, tanto è vero che elessero a suo tempo Orsoni al primo turno contro Brunetta.

Di fronte al pericolo fioriscono appelli agli elettori del M5S perché votino Casson, ma – attenzione – senza proporre un qualche patto politico come pure il candidato sindaco – ufficialmente a capo di una lista civica – potrebbe avere la credibilità di fare alla faccia di Renzi, perché probabilmente questo finirebbe per disturbare troppo gli assetti di potere. E tutti a dire votate Casson, il movimento deve fare alleanze. Verissimo, fin troppo vero, ma forse bisognerebbe che anche gli altri si degnassero di farle e non solo di chiedere un voto in camera caritatis una volta messi di fronte alla malaparata.

Insomma sia a Roma che a Venezia si incontrano elementi tardivi, abborracciati, privi di strategia, politicamente vuoti e per giunta al limite dell’assurdo: cosa pensare della trovata di Casson di chiamare al capezzale di Venezia personaggi come il titolare della Diesel, una dirigente della Uber e persino l’economista (diciamo così) Francesco Giavazzi l’ultra liberista in forza al Corriere e ben noto per ribadire le stesse cose incurante delle smentite della realtà. Ma dai, sarebbero questi i personaggi del risveglio? Certo l’avversario il Brugnaro detto Brugnetta essendo una creatura dell’energumeno tascabile di venerata memoria dice la solita cosa cosa di destra, vale a dire di non essere né di destra, né di di sinistra. Un dubbio che certamente non si ha leggendo i nomi di Casson: siamo nei dintorni del tea party, della privatizzazione selvaggia, della lotta di classe al contrario. E anche della esclusione degli ultimi, come si evince dalle ultime dichiarazioni sulle quote dei profughi.

Però dove non c’è politica, c’è solo potere. Dove c’è il potere non c’è alcuna cesura col passato. Dove non vi sono cesure non c’è futuro.


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