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Venezia, un giudice e tu

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’astensione a volte è una bella tentazione. Essere lontana da una città difficile alle prese con un voto difficile mi pareva un bel sollievo. Ma di questi tempi non possiamo permetterci riposo dalle scelte, anche quelle ininfluenti, anche quelle solo simboliche. Quindi ho deciso per chi voterei a Venezia, magari nella mia vecchia scuola, che oggi mi sembra tanto più “buona”  di quella del futuro, magari davanti a un presidente e a scrutatori, volti noti e dimenticati che affiorano dal passato, occhi con i quali scambiare uno sguardo di riconoscimento che evoca antiche amicizie.

È che tante volte anche su questo blog mi sono interrogata sul perché abbiano votato Berlusconi e poi il Pd individui e gruppi che non solo non hanno ricavato i benefici degli apparentati, affiliati e  fidelizzati delle cricche, ma che con tutta evidenza appartengono invece a ceti bistrattati, impoveriti di beni e valori, prima di tutto quello del lavoro, umiliati da concessioni pelose smerciate per diritti, imbrogliati dalla menzogna reiterata come sistema di governo. E’ perfino banale dire che sono condizionati dalla propaganda distopica della necessità che impone scelte scomode, rinunce,  abiure, come pena comminata per un eccesso di immeritato benessere, per aver vissuto al di sopra delle possibilità, per aver voluto ottusamente conservare privilegi e garanzie (ma quali?) a discapito delle generazioni a venire. È perfino ovvio pensare che abbia avuto una presa forte e non sorprendente quella che viene definita la “mancanza di alternative”, per certi versi vera, dettata da disincanto, incapacità, inadeguatezza, aberrazioni del potere, ma che consiste anche nell’indole alla delega che pare essere un connotato presente nella nostra autobiografia nazionale, nella consegna al leaderismo fino alla ripetizione periodica del soggiacere a dittature ventennali (speriamo di no), nel preferire vigliaccamente un “noto” conosciuto,  ancorché avvilente, mediocre, misero a un ignoto sconosciuto, ancorché forse bello, probabilmente emancipato,  certamente indipendente e sovrano.

Ma a ben guardare purtroppo c’è di mezzo qualcosa che si ha pudore e vergogna ad ammettere, perché ci piace pensare che esista un ceto politico corrotto, ignorante, incompetente e spregiudicato e per contro una società civile proba, onesta, integra, sottomessa per bisogno, piegata per via dello strapotere della dirigenza, ma piena delle antiche qualità dei comuni, della capacità di riscatto che nasce dalla responsabilità, dalla coscienza dei meriti e delle prerogative morali  della “cittadinanza”.

È qualcosa di altrettanto antico e di molto più radicato: si tratta del vecchio e ben noto voto di scambio, quello della scarpa da appaiare di Lauro, quello della metà carta da diecimila lire da incollare  dopo conteggio delle preferenze, quello  degli 80 euro di ieri e domani quello del “bonus” di 500 euro per i pensionati che hanno subito trattenute illegittime.  È qualcosa di altrettanto antico e molto più radicato: si tratta di corruzione che nella sua forma diffusa corre come un veleno, il veleno di un governo che si comporta come una cosca, che se pensa al popolo lo fa tramite elargizioni e favori e non attraverso leggi e redistribuzione, che pretende ubbidienza e consenso, proprio come fanno quelli del racket, conquistati con  l’intimidazione  e il ricatto, col bastone e qualche smunta carota, sicché il risultato elettorale, che nasce già condizionato e manomesso da leggi truffa obbrobriose, è e sarà sempre di più l’autorizzazione ad agire senza limiti e vincoli normativi o  istituzionali, grazie all’esproprio benaccetto delle rappresentanze.

Per quello ancora una volta ho scelto il voto inutile e – meravigliosa libertà della rete – raccomando a tutti di fare come me. Perché a subire estorsioni, coercizioni, intimidazioni   non siamo solo noi individui. Sono anche i poteri locali, le rappresentanze periferiche, strangolati dai vincoli di bilancio, il cui potere decisionale in contesti fondamentali riguardanti beni e proprietà comuni, assetto urbano e governo del  territorio, è stato ridotto in favore di rendite proprietarie, di potentati immobiliari, di cordate speculative.

E allora bisogna dare un segnale, bisogna mettergli paura, soprattutto in città e regioni che sono state il laboratorio della corruzione, della trasandatezza nei confronti dell’ambiente, del territorio, delle risorse, dell’arroganza tracotante di signorie favorite da regimi speciali, da provvedimenti eccezionali, in modo da rendere ogni licenza legale, ogni trasgressione inevitabile.

Qualche giorno fa Paolo Flores d’Arcais, che continua a confondere giustizialismo con giustizia, a preferire trasparenza nominale e di “ruolo” a quella delle leggi, del controllo, della competenza suggerisce di turarsi il naso e votare Casson a Venezia, per via del passato di magistrato, trascurando gli onori dell’appartenenza mai rinnegata al Pd.  Vittoria della democrazia significa, a Venezia, elezione di Felice Casson al primo turno, scrive su Micromega. Perché a suo dire “Casson vuol dire una politica della legalità, che dopo un quarto di secolo di spadroneggiare bipartisan su scala nazionale dell’impunità di establishment equivale a una rivoluzione della legalità”. Come se non ne avessimo abbastanza di “tecnici”: poliziotti, vigilantes, magistrati, spaventapasseri messi a fare da paravento a abitudini talmente consolidate da aver condizionato gestione del potere, pubblica amministrazione, organi di vigilanza, norme e procedure, percezione collettiva. Come se mettere qualcuno, di valore o meno a fare da argine virtuale e simbolico potesse introdurre cambiamenti culturali oltre che iniettare democrazia a partecipazione nella società. Come se aver  maturato un curriculum prestigioso in magistratura fosse garanzie necessaria e sufficiente per agire per il bene comune, per non subire la pressione delle nomenclature, neppure di quelle delle quali fanno parte, per compiere scelte fisiologicamente funzionali all’interesse generale.  Nel caso specifico già messe in forse da disinvolti apparentamenti, da alleanze spericolate, da silenzi che la dicono lunga sulla resistenza adire no. No alle Grandi navi, no allo strapotere del Consorzio Venezia Nuova, no a opere che compromettono la città più straordinaria e per questo più vulnerabile del mondo, no alla svendita o alla cessione del patrimonio comune, no al reiterarsi di ipotesi fantasiose quanto pericolose, idrovie, canali, piramidi, torri, no all’egemonia dell’emergenza: ac1qua alta, turismo, crociere,  buco di bilancio, in modo che tutto sia permesso, tutto sia lecito tutto sia necessario.

Ci sono alternative a Venezia, liste che si sono sottratte alla fascinazione del partito unico, ci sono i 5stelle, c’è la lista Venezia Cambia legata alla formazione in lizza per le regionali Altro Veneto, ci sono comitati e gruppi che sostengono candidati “liberi”, insomma ci sono voti “utili”, come ci sono in Toscana, come ci sono in Liguria, come ci sono in Campania, voti e volti presentabili, come i nostri.

 

 

 

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