Annunci

Archivi tag: blog

Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.

Annunci

Infernet europeo

main_eu-data-copyright-us-CONTENT-2018Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dimmi come voti e ti dirò chi sei, basterebbe adattare il vecchio adagio alle prestazioni degli europarlamentari italiani per capire a chi fa comodo la direttiva sul Copyright (adottata con 348 voti a favore, tra cui quelli di Pd e Forza Italia, 274 contrari incluso il Movimento 5 Stelle, e 39 astensioni)  e che, secondo il Sole 24Ore,  “include salvaguardie alla libertà di espressione, e consentirà a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del web”, tranquillizzando così i propalatori di micetti, di citazioni amare del povero Gramsci, di motti grondanti gin di Bukowski, di versi marzolini della Merini, che potranno continuare nel loro impegno personale a garanzia che  Internet “rimanga uno spazio aperto di libertà di espressione”.

Tutto bene: non sarebbero  più previste quelle imposizioni (le cosiddette tasse sui link) che avrebbero colpito i siti più piccoli; gli snippet brevi saranno esenti dalla tutela dei diritti d’autore, meme e GIF saranno ancora disponibili e condivisibili sulle piattaforme online, “garantendo, recita il comunicato ufficiale, la libertà di circolazione e diffusione di citazioni, critiche, recensioni, caricature, parodie da opere protette”.

Tutto bene insomma:  la riforma penalizzerà gli avidi giganti monopolisti della rete, Facebook, Google, Twitter, costretti a negoziare un equo pagamento con i produttori dei contenuti  e a  provvedere a istituire sistemi di controllo automatici per evitare che sulle loro piattaforme sia caricato materiale protetto dal diritto d’autore. Tutto bene se, sia pure in tempi lunghi e con procedure complesse, si incrementa l’opportunità dei titolari dei diritti, in particolare musicisti, artisti, creativi ed editori, di contrattare accordi migliori sulla remunerazione derivata dall’utilizzo delle loro opere diffuse sulle piattaforme web.

Tutto bene soprattutto per   i veri suggeritori della riforma, media e grandi società editrici, a leggere il compiacimento del presidente degli editori di giornali europei dell’Enpa, Carlo Perrone che parla di “grande vittoria per la stampa in Italia”, di  “un voto storico per l’anima e la cultura dell’Europa” (sic), di una data epocale “per il futuro degli editori di stampa e per il giornalismo professionista”.

E ci mancherebbe, poco ci vuole a leggere tra le righe del provvedimento per capire che le piattaforme dei boss globali si equipaggeranno con un algoritmo per individuare  i siti dotati di licenza (Repubblica, l’Espresso, Corriere, etc. ad esempio) e pubblicarne i contenuti con tanto di link, foto, vignette, audio e video, lo stesso procedimento abilitato  invece per bloccare tutti quelli che la licenza non la possiedono, i blog volontari come questo che state frequentando, o le piccole testate giornalistiche, perchè un algoritmo così sofisticato e così cretino da ricercare ogni  immagine, ogni jingle, ogni citazione, impone un procedimento troppo complesso e costoso perfino per  Facebook e Google, “autorizzati” così per motivi di convenienza e efficienza a  censurare tutta la “grande” comunicazione non “irreggimentata”.

Siamo alle solite. Con un’Europa che legifera per confermare che l’unico diritto all’informazione sia prerogativa inalienabile di quelli che propinano al pubblico le veline ufficiale, le convinzioni e le persuasioni mainstream, i dati manipolati sui risultati elettorali, i video bellici trattati dal settore effetti speciali di Hollywood. E con quello stesso “pubblico” che si accontenta della licenza concessa a abbeverarsi su supporto informatico delle stesse brodaglie velenose che un tempo leggeva durante la preghiera laica del mattino, a imparare la ricetta della pastiera tramite tutorial su Youtube, a contare le smagliature delle influencer, a diramare gli aggiornamenti sulle proprie vicende di malmaritate o di maschi a caccia di prede virtuali.

La  belva selvaggia che, anche se era nata come un  grande suk che catalizzava e metteva in circolazione materiali, prodotti e idee in cerca di sviluppare profitto,  aveva offerto la possibilità formidabile di frugare, prendere, mettere la mani e ricreare informazioni, sapere e conoscenze, in una comunità che potenzialmente e potentemente era svincolata dalle imposizioni “padronali” e commerciali  e che in qualche caso vi si opponeva, è ormai addomesticata. Da anni la proprietà privata ha lavorato e lavora per  domarla, per ricondurre tutto quel flusso di possibile “bene” sociale e comune, spesso creativo, talvolta antagonista, dentro le sue gabbie, per controllarne la potenzialità alternativa, cercando di limitare l’accesso o di fare prigionieri gli utenti, condannandoli a navigare a vista, controllati dal radar globale pena il castigo supremo dell’offline.

Anche così ci riescono, mettendo sullo scaffale del supermercato globale licenze a pagamento per ridurre la belva a un gattino, concedendo il diritto di cazzeggiare su WhatsApp, di pubblicare le immaginette della cresima su Instagram, le foto di quando avevamo 18 anni su Pinterest, così critica, collera, elaborazione, pensiero non indottrinato vengono conferiti nella discarica delle emozioni, delle scorie del vissuto personale, dei brontolii delle pance vuote. Talento, aspettative, bisogni e vocazioni trovano su Internet le loro risposte moderne e libertarie per chi deve essere convinto che l’indipendenza e l’autonomia consistano nell’avere un padrone fantasmatico, irriconoscibile e invisibile, grazie ai lavoretti offerti dalla nuova rivoluzione postindustriale, consegnando i pasti a domicilio, guidando le vetture di Huber,  smistando i  prodotti dei grandi magazzini globali e portandoceli a casa grazie alla felice sintesi tra opportunità offerte dal Pc e occupazione freelance, dove la libertà consiste nel portarsi a casa i pochi, maledetti e subito, senza garanzie, senza sicurezze, senza prospettive, senza protezioni, chiusi e isolati nella bolla della precarietà, della solitudine consumata davanti allo schermo o su uno scooter.

Intanto la sorveglianza “sulla” e “della” rete serve a modellare il nostro futuro. E non più controllando e monitorando le nostre inclinazioni e  predilezioni di consumatori, ma prevedendo e forgiando quelle future per modificare comportamenti, scelte personali e pubbliche, gusti e desideri, come era inevitabile accadesse da quando il domani è stato privatizzato, dominato dal mercato che interviene su aspettative, sogni, ambizioni e sentimenti, archiviandoli nella banca dati che serve a ridurre ogni spazio statale, pubblico, comune in un luogo angusto, chiuso all’autodeterminazione e al libero arbitrio, dove siamo autorizzati a giocare alla Play Station della vita.

 

 


Intimidazione al potere: torna il bavaglio alla rete

censura Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi chi mi legge è autorizzato ad accusarmi di aver scritto un post ad personam. Ma ancora per un po’ deve essere lecito e permesso a chi esprime convinzioni, persuasioni, idee e critiche, per passione e senza remunerazione, se non quella di ricercare la verità e magari ottenere qualche consenso, manifestare la sua preoccupazione per le misure di censura contenute in quelle modifiche alla legge 8 febbraio 1948 n.47, al codice penale e al codice di procedura penale in materia di diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo di diffusione, che come un fiume carsico, scompaiono e ricompaiono periodicamente e che in una veste particolarmente severa per gli “altri mezzi di diffusione” approdano al Senato.

Qualcuno che avremmo preferito occupasse la poltrona del Colle, in modo che restasse  tale e non diventasse un trono regale sottratto a obiezioni e dissenso, le ha definite una vendetta dei notabili, una volontà di risarcimento e non solo morale del mondo politico contro i giornalisti e i blogger, rei – e i primi, quelli della carta stampata, sono pochi,  già ampiamente ricattati da varie forme “assistenziali” di finanziamento o semplicemente da una pratica di fidelizzazione opaca– di pronunciare e scrivere verità e fatti poco noti, spesso soggetti già al peggiore dei bavagli, l’autocensura.

Si prende dunque a pretesto un reato, peraltro sempre più difficile da accertare e dimostrare, la diffamazione, per imporre regole ferree e arbitrarie forme di controllo soprattutto ad un contesto mobile, aereo, quel cyberspazio, “nuova dimora della mente”, nella quale, secondo la Dichiarazione di John Perry Barlow, i governi, gli “stanchi giganti di carne e d’acciaio” non devono avere sovranità. I delitti e le pene previste rivelano le intenzioni punitive del legislatore che ha a suo tempo addomesticato le norme con una perdonanza ad personam confezionata su misura per Sallusti, cancellando il carcere, ma lasciando forme di intimidazione e deterrenti micidiali,  imperniate   su rettifiche  cappio ad horas, su sanzioni per migliaia di euro (fino a 50mila per un falso cosciente), sull’interdizione per sei mesi, sulla responsabilità dei direttori per qualsiasi notizia diffamatoria anonima, insomma su .un sistema di minacce e soperchierie  che colpiranno soprattutto le testate online. E infatti particolarmente penalizzante è la procedura di rettifica:   “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione “rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)” nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online  le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”.   Per le testate online va effettuata  “non oltre due giorni”, “con la stessa metodologia, visibilità e rilevanza”. Se non si rettifica entra in scena il giudice che “irroga la sanzione amministrativa”, avverte il prefetto e pure l’ordine professionale. Il quale sospende fino a sei mesi. Ma non basta, oltre alla rettifica e alla richiesta di aggiornare le informazioni, l’interessato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali” e presentare istanza al giudice  perché ordini    la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”, e “In caso di morte dell’interessato le facoltà e i diritti possono essere esercitati dagli eredi o dal convivente”.

È perfino banale sottolineare che si tratta, come al solito, di un esercizio di disuguaglianza che marca la differenza di trattamento all’origine, tra chi parte avvantaggiato da uffici legali, principi del foro, impegnati con contratti milionari, a difendere onorabilità ma soprattutto interessi economici di grandi testate e dei loro autorevoli  giornalisti, e volonterosi “informatori” e commentatori, dissuasi ed dire la loro grazie a un impianto intimidatorio che non può non condizionare la libertà di espressione, grazie al palese rischio di rappresaglie.

Mentre, a parte la repressione  di  aspetti inaccettabile, pedofilia o altre forme esplicitamente  criminali,  la circolazione di pensieri, pareri, critiche, dati in rete dovrebbe essere libera, anche a prescindere il più possibile dalla tutela della privacy, terreno scivoloso soprattutto per quanto riguarda la riservatezza, la nostra, di normali cittadini, continuamente compromessa tramite provider telefonici, istituti di credito, sondaggisti, difesa invece fino al sopruso, alla rimozione e all’inganno quella dei potenti.  E altrettanto vale per i diritti di proprietà, sui quali vigono norme arcaiche e poteri inamovibili, a salvaguardia di prodotti, merci culturali e di eredità immeritate e delle rendite di posizione e finanziarie che ne derivano.

Che se poi dovesse essere punita la diffamazione come lesiva della verità e della realtà, altro che galere, altro che multe. Altro che bavaglio ai tweet del premier, “commessi” contro i cittadini “indolenti”, i lavoratori parassiti, i pensionati privilegiati. Altro che censura sulla propaganda Usa in favore di formazioni neonaziste foraggiate generosamente, di sanzioni rovinose, colpevole di quella che si può definire l’eutanasia del reale attraverso immagini e slogan di regime. Ma è proprio per questo che c’è ancora tanta paura di Wikileaks: fughe di notizie, rivelazione di segreti ci sono sempre state, ma è la dimensione globale e inafferrabile che hanno assunto che spaventa quelli che il premier ha indicato come “poteri forti” e il loro pensiero debole.

Dobbiamo e in tanti, difenderci, difendere il diritto  inalienabile di cercare, ricevere e diffondere informazione. E critica. Nell’unico mondo rimasto senza confini.

 

 

 

 

 

 

 

 


Mea culpa: il blog prossimo venturo

Devo chiedere scusa a tutti quelli che leggono questo blog, ma mi sono  sbagliato e ho pervicacemente perseverato nell’errore, mettendo in atto un disegno criminoso di denigrazione della nostra classe dirigente che è invece efficiente, integra, democratica e di straordinaria intelligenza. L’ho sempre negato, ma come tutti possono sperimentare stiamo effettivamente uscendo dalla crisi come Monti non si stanca di ripetere, la Fornero non ha sbagliato nulla, sono gli esodati ad essere sbagliati di numero e last but not least anche il Piano Italia di Marchionne non è  una balla per allocchi: il manager Fiat vuole effettivamente raddoppiare la produzione di auto anche se, per un disgraziato equivoco, si riferiva a modellini in scala 1 a 50.

Ma ci sono molte altre affermazioni che devo rettificare: Renzi viaggia realmente in camper e legge Max Weber durante gli spostamenti, anche se – su consiglio di Gori – rifiuta la dottrina di tutti e cinque i fratelli Marx; il Pd è un partito di sinistra; il presidente Napolitano vibra, ma senza il Parkinson; Scajola è un galatuomo che compra case a sua insaputa perché affetto dalla sindrome di Dieb; alle cene di Arcore si raccontavano solo barzellette purché fossero vecchie di vent’anni e il gruppo Bilderberg è la nipote di Mubarak.

Non so, forse su qualcosa mi confondo, ne ho dette tante. Ma questa è solo l’anticipazione di come potrà essere il blog una volta passata la legge salva Sallusti, il cavallo di troia scelto per ammutolire la stampa e più che mai internet, prevedendo multe impossibili  nel contesto di un provvedimento liberticida e confuso, grazie al quale solo le lodi, purché sperticate, potranno essere al sicuro da azioni legali o dall’ imposizione di far sparire i post o dall’obbligo di pubblicare rettifiche “ricevute da chi assuma di essere stato ingiustamente offeso”. E di certo saranno le uniche “assunzioni” in questo Paese. Paradossalmente mentre  la Cassazione cerca di escludere l’informazione online sottraendola all’applicazione della vecchia legge sulla stampa, il Senato, va in direzione del tutto contraria applicando ad internet ciò che valeva per i manifesti murari.

Ma la legge, è solo una difesa di casta e il fatto che sia scritta coi piedi, anzi con gli zoccoli di capre al pascolo, raggiunge ancor meglio il suo scopo lasciando la più vasta possibilità di interpretazione in tutti i casi possibili e dissuadendo così chiunque dal fare informazione. Di di certo riuscire a salvare Sallusti dal carcere e incarcerare l’informazione, rende bene il tipo di giornalismo padronale e servile che si vuole. E di certo il fatto che il provvedimento nasca con la firma di Gasparri e Chiti rende bene l’idea dello spirito bipartisan con cui è stata confezionata, aggiungendovi poi l’articolato liberticidio. Purtroppo questo aspetto manca nel documento d’intenti che si dovrebbe firmare per partecipare alle primarie e scegliere se stare con l’agenda Monti dalla destra di Renzi o stare con l’agenda Monti dalla sinistra di Bersani. Quasi quasi chiedo una rettifica perché assumo di essere ingiustamente offeso.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: