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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri abbiamo appreso che il Ministro della Salute ha scelto in qualità di presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, S.E.R., cioè Sua Eccellenza Reverendissima Vincenzo Paglia, Arcivescovo, Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita, uno cioè dei più influenti esponenti del governo papalino.

Così possiamo star certi che i vecchi sopravvissuti alla combinazione feroce di malasanità e Covid, sono destinati, potendolo, a usufruire della compassionevole cura delle monache degli istituti privati, ospizi compresi, ai conforti della fede che li aiuteranno a espiare anche la colpa di voler morire con dignità.

E sempre ieri Giani, come primo atto della sua presidenza alla giunta regionale Toscana si è recato in devoto pellegrinaggio al santuario di Montenero per recare un cero alla Madonna.

Che dire? Non possiamo che suggerire analoghe pratiche di devozione e omaggio a tutti i santi protettori in cielo e in terra a Azione di Calenda, Italia Viva di Renzi, al Pd di Zingaretti o Bonaccini, alla Lega di Salvini o Zaia, a Forza Italia o Fratelli d’Italia, in segno di gratitudine e come rito apotropaico per il futuro.

Eh si, la Provvidenza e i suoi officianti aiutano gli ossequienti praticanti in vari modi, anche producendosi negli effetti speciali della bomba d’acqua – una volta si chiamava temporale – caduta ieri sera su Roma, che potrebbe rappresentare la più formidabile propaganda offerta su un ombrello d’argento a tutti gli ipotetici candidati al seggio di primo cittadino.

Nella gran confusione che regna sotto il cielo pare che i poteri forti che i 5 Stelle avrebbero dovuto contrastare nella città che forse non è più Eterna come prometteva, non si sono accontentati degli innumerevoli segni di cedimento, e poi delle innumerevoli concessioni accordate, e poi dell’accondiscendenza entusiasta dimostrata.

Così anche lassù si potrebbe ipotizzare che abbiano tolto fiducia alla Raggi, che pure, proprio come Giani, aveva dato il via al suo mandato con una pia missione oltre Tevere. E dire che le aveva fatte tutte per piacere a chi conta, ai re di Roma, Totti compreso, e perfino alle sardine interpretando una tardiva conversione all’antifascismo di facciata togliendo la sede a Casa Pound né più né meno come ha sfrattato i senza tetto occupanti di stamberghe periferiche, in veste di trasgressori punibili dalla legge, si, ma del più forte, e ai quali non è stata proposta dignitosa e certa alternativa.

Si può cominciare dalla madre di tutte le battaglie, quello stadio promesso e avviato da Marino, che aveva fornito l’unico terreno di scontro con Giachetti che ne aveva fatta la bandiera. Da due anni malgrado i principali sponsor dentro al comune fossero stati investiti dai venti giudiziari, la sindaca briga per realizzarlo in qualità di opera di interesse collettivo anche per i laziali, legittimati a esigere il loro colosseo.

Le motivazioni di questa scelta restano oscure salvo quella solita, compiacere costruttori e immobiliaristi vendendo ai cittadini l’altrettanto abituale bufala delle compensazioni, consistenti in interventi inutili se non dannosi per territorio e ambiente, comunque irrilevanti rispetto a priorità che da tempo rivestono carattere di urgenza.

In tanti (qualcuno li aveva anche votati) hanno compreso che l’ambizione dei rappresentanti dei 5stelle era quella di comandare senza l’impegno a governare, arduo e pesante anche per via proprio dello stesso motore inarrestabile e potente che li aveva condotti a Palazzo Chigi, al Campidoglio, a Palazzo Civico, quella eredità di mezzo secolo o quasi di malaffare, malgestione e mal comune, nel doppio senso delle inefficienze della macchina amministrativa e dell’oltraggio perpetrato nei confronti del patrimonio pubblico, dei servizi, e dei bisogni della collettività.

E’ vero, la Raggi, eletta comodamente per mancanza di competitor, aveva trovato una città in vendita sul banco del supermercato, vittima della speculazione, dei Grandi Eventi in agguato, delle valanghe di cemento pronte a rovesciarsi malgrado vanti il record con l’altra capitale, quella morale, dei vani vuoti e insieme dei senzatetto, delle bolle immobiliari e finanziarie, dell’illegalità, quella marrana di Mafia Capitale e quella più marrana ancora della criminalità a norma di legge, infiltra il sistema degli appalti, guida le acrobazie di una urbanistica retrocessa a negoziato tra privati e comune nel quale vincono sempre i primi.

E certo non era facile rompere quella continuità, spesso in aperto contrasto col governo centrale che licenziava misure e imponeva rinunce che aggravavano indebitamento e obbligavano attraverso tagli e frugalità all’impotenza.

Ma la giovane avvocata cresciuta nello studio Previti ce l’ha messa tutta per deludere chi ci aveva creduto, con l’avvicendarsi di consigliori e assessori inadeguati, quando gli unici autorevoli venivano espulsi per eresia.

E se il governo Conte 1 e Conte 2 ha dimostrato una sovrana indifferenza per i temi ambientali e del cambiamento climatico con la radicalizzazione evidente degli eventi estremi, in barba al vaffanculismo green di Grillo e del suo merchandising rinnovabile, la sindaca ci ha fatto sapere che non si presta a sterili polemiche da quattro soldi sulle inadempienze della manutenzione ordinaria, sicché i tombini tappati sono retrocessi a oggetto di vergognosa propaganda ostile, e i rifiuti abbandonati diventano manifestazione di inciviltà popolare, anche quando, come ieri sera, torrenti di pioggia si riversano trascinando tonnellate di immondizia in giro per la città. Ma le inadempienze, l’inadeguatezza, l’incapacità possono ricoverarsi sotto il tendone da circo del fiscal compact, del pareggio di bilancio, per un po’, per un po’ possono trovare giustificazione nell’impotenza a rompere vincoli e a portare avanti un contenzioso con il governo centrale.

Dopo 5 anni però la perseveranza a non fare – che avremmo comunque preferito al poco malfatto – andrebbe punita con severità, se qualsiasi crisi diventa emergenza di ordine pubblico, dai senzatetto ai rom, perlopiù nativi romani, agli immigrati, tutti target che esigono l’intervento della polizia e dell’esercito, oltre che della municipale promossa dai decreti sicurezza degli esecutivi Berlusconi, poi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2, a mantenere il decoro di città idonee solo a funzioni turistiche.

O se dall’agenda politica dell’amministrazione è stata espunta la parola lavoro, a meno che non si tratti dei posti elargiti alle clientele delle aziende consegnate ai miti progressivi delle privatizzazioni: meno servizi più cari, se viene incentivata la pratica di conferire incarichi e concedere appalti opachi con l’unico accorgimento di provvedere a distribuzioni bipartisan, proprio come fa l’esecutivo, imprese o cooperative riciclate dopo la brevissima bufera che ha scompigliato i capelli del vertice del Mondo di Mezzo oggi in libertà e pronto a tornare in azione.

Non c’è da stare allegri, manco la gogna e nemmeno le pasquinate puniranno l’incresciosa sindaca che con tutta probabilità verrà rieletta per mancanza di avversari, come nella prima tornata, come a Venezia, come ovunque il Pd e pure la diversamente opposizione preferisce godersi i successi del mugugno che come è dimostrato, premia elettoralmente, piuttosto di cimentarsi a governare. che su di loro i benefici arrivano comunque, basta aver sottoscritto il patto di sangue con la cleptocrazia, che grazie alla manina della provvidenza cui non sono graditi gli straccioni, fa cadere un po’ di polverina d’oro su chi si affilia, sta in ginocchio, obbedisce e porta i ceri nelle processioni del potere.


Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.


Speculazione all’ultimo Stadio

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

La notizia che il sindaco di un centro terremotato ha appreso dalla stampa che le casette di legno annunciate dal commissario emerito e dal governo diversamente Renzi, saranno “erogate” ai senzatetto nel prossimo autunno o forse addirittura nella primavera 2018 magari in felice coincidenza con le elezioni, ha avuto poca eco. Ritenuta secondaria rispetto alle rivelazioni di un assessore, molto apprezzato per competenza e per battaglie  generose contro speculazioni  e dissipazione del territorio, ma imprudentemente quanto inaspettatamente arreso alle leggi del Gossip in stile Dagospia, alle recriminazioni  di una sindaca più offesa dall’accusa di sciacquetta che perde la testa per er mejo gatto del Colosseo, che per quella di essersi concessa alle brame molto meno innocenti di palazzinari, signori del cemento e del calcio; allo sfrontato riscatto dopo lo schiaffo olimpico di chi ha come mission, purtroppo  possible,   combinare affarismo, sacco del suolo, alienazione del bene comune, con regalie a imprenditori targati Usa, secondo la ricetta Ttip de noantri.

Non c’è da stupirsi, giornali, talkshow, commentatori hanno pari affezione per le beghe cui dare dignità politica, per le contrapposizione che permettono di schierarsi subito col più potente, che per la magnificenza megalomane a spese nostre che dovrebbe restituire autorevolezza, prestigio, fiducia all’Italia tramite Grandi Eventi, Grandi Opere, Grandi Esposizioni, Grandi Giochi piuttosto che ridando le case ai terremotati, i quattrini ai risparmiatori, la scuola ai ragazzi, le cure ai malati.

Lo so, sono ovvietà, tanto che quando qualcuno dice che sarebbe meglio investire in tutela del territorio piuttosto che in Ponti, in sviluppo del trasporto su ferro in modo che i pendolari non siano beffati e derisi piuttosto che in alta velocità perfino sotto il selciato di Firenze, in  salvaguardia del patrimonio artistico e archeologico se è vero che la cultura, il paesaggio e la bellezza sono il nostro “petrolio”, in accoglienza e lavoro piuttosto che in F35, viene automaticamente tacciato di essere un’anima bella visionaria e arcaica, o peggio, colpa inqualificabile, un agit prop del più squallido e demagogico populismo.

Tant’è esserlo davvero populisti  e rispondere a chi osserva che i grandi eventi sportivi rappresentano l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, come la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, i monumenti in rovina prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare e consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, ma non per chi ha saputo approfittarne a spese nostre. O a chi ne esalta le ricadute occupazionali, che ha poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo. Così come quello sotto forma di caporalato con la benedizione delle cordate, cooperative comprese, dei cantieri delle grandi opere. Che non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste.

Tant’è esserlo davvero demagogici per rispondere a chi si aspetta il dovuto attraverso un abbonamento in tribuna d’onore, che lo stadio della Roma non si deve fare perfino per motivi etici, perché le sue fondamenta sono bugiarde. È stato illegittimo attribuire a quell’opera la qualità di intervento di pubblica utilità come è stato fatto dalla Giunta Marino e come rivendica l’allora assessore Caudo, permettendo ai privati di decidere la collocazione di un servizio urbano importante anche se non prioritario, concedendo l’area gratuitamente e senza esigere un concorso internazionale di progettazione, aggirando corrette procedure di impatto ambientale e distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in un parco fluviale.

Tant’è esserlo davvero rigoristi: si tratta dell’ennesimo caso di “urbanistica contrattata”  che riduce la politica di sviluppo di una città all’accoglimento supino di proposte imprenditoriali e ripropone il solito schema scellerato “cubature in cambio di opere che le casse pubbliche non possono affrontare”, una pratica che ha messo in mano all’iniziativa di privati e assoggettate  alla legge del profitto, scelte che avrebbero dovuto essere guidate da una regia mirata esclusivamente all’interesse pubblico. L’area di Tor di Valle nel Piano Regolatore è stata qualificata come R4, come zona cioè ad alto rischio idraulico:  si può trasformare solo dopo avere realizzato le opere idrauliche fondamentali a cominciare dalla messa in sicurezza  del Fosso di Vallerano, e non prima.   Lo stadio  metterebbe a rischio l’incolumità pubblica, in contrasto con l’art 41 della Costituzione “l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà e alla dignità umana”.

E tant’è, per una volta, essere anche realisti e domandarci cosa va al presidente della Roma  James Pallotta   e alla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi  e cosa viene a noi dalla realizzazione su circa 90 ettari, che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato (con un’edificabilità di circa 350 mila metri cubi) di due complessi immobiliari: quello destinato allo stadio (fino a 60 mila posti), impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero; e quello formato da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali (non residenze, che la legge non permette). Il tutto pari a circa un milione di metri cubi, dei quali  quelli destinati allo stadio e ad attività connesse ammontano a circa il 20 per cento, il resto corrisponde agli interventi – privi di rapporto funzionale con lo stadio, un nuovo centro direzionale, cioè,  che costituisce la merce di scambio a compensazione del costo delle opere infrastrutturali necessarie per la fruibilità dell’impianto  che è comunque un intervento privato.  E cosa va all’allenatore Spalletti o al divo Totti che cinguetta: vogliamo il nostro Colosseo moderno e cosa viene ai tifosi di uno sport che in Italia ha perso costantemente spettatori con  una media di presenze  alle partite fra le più basse d’Europa, quando basterebbe attuare la legge sugli stadi e risanare i due già esistenti, impegnando i privati ad investire sui collegamenti su ferro  e sui parcheggi al servizio degli impianti.

È che davvero per essere realisti bisogna chiedere l’impossibile:  sottrarsi agli imperativi del profitto, pensare in bello anziché in grande.

 


Speculatori e Denunciatori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo i reiterati abusi governativi tra prosopopee (quanti morti fatti parlare in favore del Si), eufemismi ( esuberanti per legittimamente licenziabili), metonimie (i nostri monumenti sarebbero il petrolio italiano), ossimori (che dire di “ministro competente”?),  e soprattutto iperbole molto impiegata nella narrazione delle epiche gesta delle compagini, anche i 5stelle hanno diritto alla loro figura retorica, grazie alla sindaca di Roma  convertita in antonomasia: scema come Virginia, inadeguata come la Raggi, e poi bugiarda, sfrontata, maleducata, psicolabile, influenzabile, svergognata e vergognosa, impudente e imprudente.

Almeno quanto un qualsiasi esponente del partito unico tra Renzi e Verdini, De Luca e Toti. Ma siccome l’improbabile dualismo Trump-Clinton ha contagiato sentimento comune e opinionismo, facendo preferire cancro a infarto, fascismo bon ton a quello sguaiato, crimini in tailleur e doppiopetto più sopportabili di quelli col parrucchino, così quello che è perdonabile per il sobrio Sala, le sue dimenticanze, i conflitti di interesse suoi e dei suoi cari, le sue relazioni pericolose e criticabili, comprese quelle incaricate istituzionalmente di assecondarlo, assolverlo quando non lo fa già lui, in nome dell’inviolabile primato morale della gran Milàn, quello che è veniale per il boccoluto Lotti, semmai obiettivo di una maligna macchina del fango indirizzata perfino contro i suoi consulenti, da 3 milioni sì, però meritatissimi, non è tollerabile per la giovane avvocatessa eletta col 67%. E quello che suona ancora più ingiustificabile e inammissibile per i più, è che sondaggi e misurazioni del sentiment  popolare mostrano che, anche se lei ce l’ha messa tutta, il consenso per il movimento resta alto e poco pare condizionato dalla straordinaria mobilitazione mediatica.

Perché è davvero innegabile che lei ce l’ha messa tutta fin dall’inizio: a cominciare dalla protervia con la quale la candidata non ha pensato di preparare una squadra di governo  e di testarne l’accettabilità, dalla insensata tenacia con la quale ha inglobato nel suo staff e nella compagine esponenti dell’ancien règime, dalla inclinazione mafiosetta a circondarsi di personaggi dubbi, rassicuranti per lei quanto inquietanti per i cittadini, dall’evidente assoggettamento  alla mistica del movimento e alla leadership del santone. E se è vero che   i poteri forti remano contro, che il comune è in fallimento, che c’è un’ eredità spaventosa delle giunte precedenti,  che i mass media sparano a zero,  proprio per questo non bisognava commettere errori così marchiani.

La verità però, è che la maggior parte dei tanti che l’hanno votata non erano certo vittime di scriteriati culti della personalità – che tra l’altro bisogna ammettere che la giovane signora non è particolarmente simpatica, malgrado alcuni patetici tentativi di accattivarsi il consenso pop, cimentandosi in vernacolo con competitor attrezzati in vaffa’ o assoldando leggendari capitani della squadra del core -, non riponevano gran fiducia nelle sue capacità. Ma si sono espressi per quello che chiunque al suo posto avrebbe rappresentato: la rottura del patto scellerato stretto da anni tra giunte di diverso colore e immobiliaristi, costruttori, interessi papalini, malavita in doppio petto, in canotta o in felpa, rendite e finanza, informazione costruita sul e col mattone, nomenclatura ministeriale e clientele inossidabili di enti, aziende di servizio, burocrazia comunale e corpi incaricati di poteri dispotici quanto arbitrari.

Era quella la cambiale che avevano firmato, in nome della quale erano perfino disposti a tollerare sia pure malvolentieri l’opacità decisionale, nomine, dimissioni, rinvii, dissensi, ammonizioni, direttori, risse e complotti. Perfino l’evidente forzata confusione tra legalità e opportunità, perché se è evidente che la Raggi non ha commesso  nessun reato, né con le polizze, né con la promozione di Marra, né con nient’altro, è altrettanto chiaro che la legittimità non è una pelle di zigrino che si può tirare d ogni parte per coprire dilettantismo, consuetudini di clan, familismo allargato, distrazioni colpevoli e il trincerarsi dietro il non vedevo, non sapevo.

Resta però intatto malgrado tutto il mandato che gli elettori romani hanno affidato a chi aveva promesso di spezzare quell’alleanza empia, che ha ripetuto su scala locale le politiche die governi che si sono succeduti, confermando l’egemonia del profitto privato, erodendo welfare, impoverendo servizi e assistenza, appagando gli appetiti delle rendite, scegliendo di investire in grandi opere invece di rafforzate la tutela del territorio, trascurando il patrimonio artistico e i paesaggio in modo che fosse conveniente venderlo.

E allora con buona pace di alati opinionisti, arguti osservatori, creativi dell’invettiva invidiosi dei successi 5stelle in materia, giornali e talkshow, tutti ricattabili quanto ricattati da editori impuri e in cerca di protezioni imperiture, cretini del web, anime belle che non si sognerebbero mai di sporcarsi  col “populismo” né tantomeno col popolo, sprecando inutilmente il loro prezioso voto e in attesa che qualcuno gli ri-confezioni e porti a domicilio una sinsitra dura e pira,  la campagna non è davvero orchestrata contro la Raggi che potrebbe pure meritarsela, ma contro i romani che si erano proposti di dire no ai signori del cemento, alle regalie al Vaticano e a quelle ai costruttori, all’urbanistica ridotta a procedura di controllo sociale o, peggio, a negoziazione commerciale con le rendite e i poteri proprietari, al Coni e ai promoter sportivi che sognano di affidare i loro castelli o stadi di sabbia a ex sindaci che si rinnovano al loro servizio, ai criminali sotto varie forme, intrallazzatori, manutengoli, fascistelli, cooperatori sui generis, così come hanno detto no poco dopo.

A quelli non gli andata giù che  tra tanti assessori improbabili e discutibili ce ne sia uno che vanta un curriculum militante di denuncia delle malefatte romane: i cantieri abbandonati dei parcheggi pubblici, a partire da Cornelia con i suoi sette piani interrati, Viale Libia, Val Melaina, Tor Tre Teste, il Mercato pubblico di Via Appia, tutti finanziamenti pubblici spesi male. E le Torri dell’Eur rimaste scorticate, che forse si concluderanno e il patrimonio di Santa Maria della Pietà ridotto in condizioni di pericolo per i crolli. E la Nuvola, fatta purtroppo, (400 milioni e la cessione del patrimonio immobiliare dell’Eur)e il centro commerciale al posto dei Mercati Generali, che si spera non si faccia,  mentre i governi che si sono succeduti hanno  tagliato circa 3 miliardi alle finanze locali e per Roma gli stanziamenti per lo sviluppo urbano ammontano a 500 milioni a fronte di cui ne sono stati assegnati 18 milioni con il recente bando per le periferie.  Non gli va giù il no alle megalomani quanto dannose Olimpiadi la cui candidatura dobbiamo al sindaco che il suo partito, che le vuole a tutti i costi, ha rimosso, quando ci sono 99 stabili occupati da senza tetto e interi falansteri finanziati da soldi pubblici sono in stato di abbandono senza mai essere stati abitati.

E non gli va giù che i tecnici capitolini nel documento trasmesso alla Conferenza dei servizi abbiano giudicato non idoneo il progetto dello stadio della Roma sollevando svariate obiezioni sull’intervento sotto il profilo della sicurezza, dei trasporti e dell’impatto ambientale in un’area a rischio idraulico, un altro no subito squalificato come incapacità e impotenza dal partito del si, inteso come ossequio a soldi, speculazioni, sfruttamento, avidità e accumulazione, sempre e spese nostre.

E quello si, quelli si, che sono scandali, quelli si che corrompono la Capitale e infettano il Paese. Ma i professionisti della denuncia hanno altro cui pensare mentre aspettano che gli si recapitino i biglietti omaggio per la tribuna dei Vip.

 
 

 


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