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Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.


Speculazione all’ultimo Stadio

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

La notizia che il sindaco di un centro terremotato ha appreso dalla stampa che le casette di legno annunciate dal commissario emerito e dal governo diversamente Renzi, saranno “erogate” ai senzatetto nel prossimo autunno o forse addirittura nella primavera 2018 magari in felice coincidenza con le elezioni, ha avuto poca eco. Ritenuta secondaria rispetto alle rivelazioni di un assessore, molto apprezzato per competenza e per battaglie  generose contro speculazioni  e dissipazione del territorio, ma imprudentemente quanto inaspettatamente arreso alle leggi del Gossip in stile Dagospia, alle recriminazioni  di una sindaca più offesa dall’accusa di sciacquetta che perde la testa per er mejo gatto del Colosseo, che per quella di essersi concessa alle brame molto meno innocenti di palazzinari, signori del cemento e del calcio; allo sfrontato riscatto dopo lo schiaffo olimpico di chi ha come mission, purtroppo  possible,   combinare affarismo, sacco del suolo, alienazione del bene comune, con regalie a imprenditori targati Usa, secondo la ricetta Ttip de noantri.

Non c’è da stupirsi, giornali, talkshow, commentatori hanno pari affezione per le beghe cui dare dignità politica, per le contrapposizione che permettono di schierarsi subito col più potente, che per la magnificenza megalomane a spese nostre che dovrebbe restituire autorevolezza, prestigio, fiducia all’Italia tramite Grandi Eventi, Grandi Opere, Grandi Esposizioni, Grandi Giochi piuttosto che ridando le case ai terremotati, i quattrini ai risparmiatori, la scuola ai ragazzi, le cure ai malati.

Lo so, sono ovvietà, tanto che quando qualcuno dice che sarebbe meglio investire in tutela del territorio piuttosto che in Ponti, in sviluppo del trasporto su ferro in modo che i pendolari non siano beffati e derisi piuttosto che in alta velocità perfino sotto il selciato di Firenze, in  salvaguardia del patrimonio artistico e archeologico se è vero che la cultura, il paesaggio e la bellezza sono il nostro “petrolio”, in accoglienza e lavoro piuttosto che in F35, viene automaticamente tacciato di essere un’anima bella visionaria e arcaica, o peggio, colpa inqualificabile, un agit prop del più squallido e demagogico populismo.

Tant’è esserlo davvero populisti  e rispondere a chi osserva che i grandi eventi sportivi rappresentano l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, come la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, i monumenti in rovina prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare e consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, ma non per chi ha saputo approfittarne a spese nostre. O a chi ne esalta le ricadute occupazionali, che ha poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo. Così come quello sotto forma di caporalato con la benedizione delle cordate, cooperative comprese, dei cantieri delle grandi opere. Che non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste.

Tant’è esserlo davvero demagogici per rispondere a chi si aspetta il dovuto attraverso un abbonamento in tribuna d’onore, che lo stadio della Roma non si deve fare perfino per motivi etici, perché le sue fondamenta sono bugiarde. È stato illegittimo attribuire a quell’opera la qualità di intervento di pubblica utilità come è stato fatto dalla Giunta Marino e come rivendica l’allora assessore Caudo, permettendo ai privati di decidere la collocazione di un servizio urbano importante anche se non prioritario, concedendo l’area gratuitamente e senza esigere un concorso internazionale di progettazione, aggirando corrette procedure di impatto ambientale e distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in un parco fluviale.

Tant’è esserlo davvero rigoristi: si tratta dell’ennesimo caso di “urbanistica contrattata”  che riduce la politica di sviluppo di una città all’accoglimento supino di proposte imprenditoriali e ripropone il solito schema scellerato “cubature in cambio di opere che le casse pubbliche non possono affrontare”, una pratica che ha messo in mano all’iniziativa di privati e assoggettate  alla legge del profitto, scelte che avrebbero dovuto essere guidate da una regia mirata esclusivamente all’interesse pubblico. L’area di Tor di Valle nel Piano Regolatore è stata qualificata come R4, come zona cioè ad alto rischio idraulico:  si può trasformare solo dopo avere realizzato le opere idrauliche fondamentali a cominciare dalla messa in sicurezza  del Fosso di Vallerano, e non prima.   Lo stadio  metterebbe a rischio l’incolumità pubblica, in contrasto con l’art 41 della Costituzione “l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà e alla dignità umana”.

E tant’è, per una volta, essere anche realisti e domandarci cosa va al presidente della Roma  James Pallotta   e alla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi  e cosa viene a noi dalla realizzazione su circa 90 ettari, che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato (con un’edificabilità di circa 350 mila metri cubi) di due complessi immobiliari: quello destinato allo stadio (fino a 60 mila posti), impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero; e quello formato da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali (non residenze, che la legge non permette). Il tutto pari a circa un milione di metri cubi, dei quali  quelli destinati allo stadio e ad attività connesse ammontano a circa il 20 per cento, il resto corrisponde agli interventi – privi di rapporto funzionale con lo stadio, un nuovo centro direzionale, cioè,  che costituisce la merce di scambio a compensazione del costo delle opere infrastrutturali necessarie per la fruibilità dell’impianto  che è comunque un intervento privato.  E cosa va all’allenatore Spalletti o al divo Totti che cinguetta: vogliamo il nostro Colosseo moderno e cosa viene ai tifosi di uno sport che in Italia ha perso costantemente spettatori con  una media di presenze  alle partite fra le più basse d’Europa, quando basterebbe attuare la legge sugli stadi e risanare i due già esistenti, impegnando i privati ad investire sui collegamenti su ferro  e sui parcheggi al servizio degli impianti.

È che davvero per essere realisti bisogna chiedere l’impossibile:  sottrarsi agli imperativi del profitto, pensare in bello anziché in grande.

 


Speculatori e Denunciatori

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo i reiterati abusi governativi tra prosopopee (quanti morti fatti parlare in favore del Si), eufemismi ( esuberanti per legittimamente licenziabili), metonimie (i nostri monumenti sarebbero il petrolio italiano), ossimori (che dire di “ministro competente”?),  e soprattutto iperbole molto impiegata nella narrazione delle epiche gesta delle compagini, anche i 5stelle hanno diritto alla loro figura retorica, grazie alla sindaca di Roma  convertita in antonomasia: scema come Virginia, inadeguata come la Raggi, e poi bugiarda, sfrontata, maleducata, psicolabile, influenzabile, svergognata e vergognosa, impudente e imprudente.

Almeno quanto un qualsiasi esponente del partito unico tra Renzi e Verdini, De Luca e Toti. Ma siccome l’improbabile dualismo Trump-Clinton ha contagiato sentimento comune e opinionismo, facendo preferire cancro a infarto, fascismo bon ton a quello sguaiato, crimini in tailleur e doppiopetto più sopportabili di quelli col parrucchino, così quello che è perdonabile per il sobrio Sala, le sue dimenticanze, i conflitti di interesse suoi e dei suoi cari, le sue relazioni pericolose e criticabili, comprese quelle incaricate istituzionalmente di assecondarlo, assolverlo quando non lo fa già lui, in nome dell’inviolabile primato morale della gran Milàn, quello che è veniale per il boccoluto Lotti, semmai obiettivo di una maligna macchina del fango indirizzata perfino contro i suoi consulenti, da 3 milioni sì, però meritatissimi, non è tollerabile per la giovane avvocatessa eletta col 67%. E quello che suona ancora più ingiustificabile e inammissibile per i più, è che sondaggi e misurazioni del sentiment  popolare mostrano che, anche se lei ce l’ha messa tutta, il consenso per il movimento resta alto e poco pare condizionato dalla straordinaria mobilitazione mediatica.

Perché è davvero innegabile che lei ce l’ha messa tutta fin dall’inizio: a cominciare dalla protervia con la quale la candidata non ha pensato di preparare una squadra di governo  e di testarne l’accettabilità, dalla insensata tenacia con la quale ha inglobato nel suo staff e nella compagine esponenti dell’ancien règime, dalla inclinazione mafiosetta a circondarsi di personaggi dubbi, rassicuranti per lei quanto inquietanti per i cittadini, dall’evidente assoggettamento  alla mistica del movimento e alla leadership del santone. E se è vero che   i poteri forti remano contro, che il comune è in fallimento, che c’è un’ eredità spaventosa delle giunte precedenti,  che i mass media sparano a zero,  proprio per questo non bisognava commettere errori così marchiani.

La verità però, è che la maggior parte dei tanti che l’hanno votata non erano certo vittime di scriteriati culti della personalità – che tra l’altro bisogna ammettere che la giovane signora non è particolarmente simpatica, malgrado alcuni patetici tentativi di accattivarsi il consenso pop, cimentandosi in vernacolo con competitor attrezzati in vaffa’ o assoldando leggendari capitani della squadra del core -, non riponevano gran fiducia nelle sue capacità. Ma si sono espressi per quello che chiunque al suo posto avrebbe rappresentato: la rottura del patto scellerato stretto da anni tra giunte di diverso colore e immobiliaristi, costruttori, interessi papalini, malavita in doppio petto, in canotta o in felpa, rendite e finanza, informazione costruita sul e col mattone, nomenclatura ministeriale e clientele inossidabili di enti, aziende di servizio, burocrazia comunale e corpi incaricati di poteri dispotici quanto arbitrari.

Era quella la cambiale che avevano firmato, in nome della quale erano perfino disposti a tollerare sia pure malvolentieri l’opacità decisionale, nomine, dimissioni, rinvii, dissensi, ammonizioni, direttori, risse e complotti. Perfino l’evidente forzata confusione tra legalità e opportunità, perché se è evidente che la Raggi non ha commesso  nessun reato, né con le polizze, né con la promozione di Marra, né con nient’altro, è altrettanto chiaro che la legittimità non è una pelle di zigrino che si può tirare d ogni parte per coprire dilettantismo, consuetudini di clan, familismo allargato, distrazioni colpevoli e il trincerarsi dietro il non vedevo, non sapevo.

Resta però intatto malgrado tutto il mandato che gli elettori romani hanno affidato a chi aveva promesso di spezzare quell’alleanza empia, che ha ripetuto su scala locale le politiche die governi che si sono succeduti, confermando l’egemonia del profitto privato, erodendo welfare, impoverendo servizi e assistenza, appagando gli appetiti delle rendite, scegliendo di investire in grandi opere invece di rafforzate la tutela del territorio, trascurando il patrimonio artistico e i paesaggio in modo che fosse conveniente venderlo.

E allora con buona pace di alati opinionisti, arguti osservatori, creativi dell’invettiva invidiosi dei successi 5stelle in materia, giornali e talkshow, tutti ricattabili quanto ricattati da editori impuri e in cerca di protezioni imperiture, cretini del web, anime belle che non si sognerebbero mai di sporcarsi  col “populismo” né tantomeno col popolo, sprecando inutilmente il loro prezioso voto e in attesa che qualcuno gli ri-confezioni e porti a domicilio una sinsitra dura e pira,  la campagna non è davvero orchestrata contro la Raggi che potrebbe pure meritarsela, ma contro i romani che si erano proposti di dire no ai signori del cemento, alle regalie al Vaticano e a quelle ai costruttori, all’urbanistica ridotta a procedura di controllo sociale o, peggio, a negoziazione commerciale con le rendite e i poteri proprietari, al Coni e ai promoter sportivi che sognano di affidare i loro castelli o stadi di sabbia a ex sindaci che si rinnovano al loro servizio, ai criminali sotto varie forme, intrallazzatori, manutengoli, fascistelli, cooperatori sui generis, così come hanno detto no poco dopo.

A quelli non gli andata giù che  tra tanti assessori improbabili e discutibili ce ne sia uno che vanta un curriculum militante di denuncia delle malefatte romane: i cantieri abbandonati dei parcheggi pubblici, a partire da Cornelia con i suoi sette piani interrati, Viale Libia, Val Melaina, Tor Tre Teste, il Mercato pubblico di Via Appia, tutti finanziamenti pubblici spesi male. E le Torri dell’Eur rimaste scorticate, che forse si concluderanno e il patrimonio di Santa Maria della Pietà ridotto in condizioni di pericolo per i crolli. E la Nuvola, fatta purtroppo, (400 milioni e la cessione del patrimonio immobiliare dell’Eur)e il centro commerciale al posto dei Mercati Generali, che si spera non si faccia,  mentre i governi che si sono succeduti hanno  tagliato circa 3 miliardi alle finanze locali e per Roma gli stanziamenti per lo sviluppo urbano ammontano a 500 milioni a fronte di cui ne sono stati assegnati 18 milioni con il recente bando per le periferie.  Non gli va giù il no alle megalomani quanto dannose Olimpiadi la cui candidatura dobbiamo al sindaco che il suo partito, che le vuole a tutti i costi, ha rimosso, quando ci sono 99 stabili occupati da senza tetto e interi falansteri finanziati da soldi pubblici sono in stato di abbandono senza mai essere stati abitati.

E non gli va giù che i tecnici capitolini nel documento trasmesso alla Conferenza dei servizi abbiano giudicato non idoneo il progetto dello stadio della Roma sollevando svariate obiezioni sull’intervento sotto il profilo della sicurezza, dei trasporti e dell’impatto ambientale in un’area a rischio idraulico, un altro no subito squalificato come incapacità e impotenza dal partito del si, inteso come ossequio a soldi, speculazioni, sfruttamento, avidità e accumulazione, sempre e spese nostre.

E quello si, quelli si, che sono scandali, quelli si che corrompono la Capitale e infettano il Paese. Ma i professionisti della denuncia hanno altro cui pensare mentre aspettano che gli si recapitino i biglietti omaggio per la tribuna dei Vip.

 
 

 


Un No, anche contro la “ludopatia”

Stadio della Roma

Stadio della Roma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che, se la coerenza è la virtù degli imbecilli, come si legge spesso su Facebook, quelli del Pd e i loro fan devono essere davvero intelligentissimi, a ricordare l’encomio sobrio ma infervorato espresso a suo tempo per la decisione di Monti di non candidare Roma alle Olimpiadi del 2020. Cui adesso corrisponde invece la condanna, altrettanto risoluta, per chi ne segue l’esempio, con qualche motivazione in più e proprio come hanno fatto città magari meno investite da fenomeni di corruzioni, degrado dell’ambiente, fenomeni di saccheggio del territorio autorizzati e legittimati da aggiramento di regole e leggi, in virtù di inadeguatezze, incompetenze, ed anche di ritardi promossi e favoriti per ingenerare condizioni di emergenza da gestire tramite regimi speciali, sistemi di deroghe e commissariamenti.

E quell’altissimo QI è dimostrato anche dal nostalgico rammarico col quale guardano al celebre trombato, che, chissà perché, non si sono tenuti, visto che – è opportuno ricordarlo a chi si duole che una scelta strategica e cruciale come la candidatura ai giochi sia affidata a un Comune, mentre dovrebbe avere una portata nazionale per effetti e ricadute – fu proprio Marino a rivendicare quella deliberazione votata dalla sua Giunta che ebbe l’ardire di definire la “sua” strenna per i romani. E fu sempre il mai abbastanza rimpianto, soprattutto dagli abitanti di altre metropoli e cittadine, “marziano” a prodigarsi su un altro intervento altrettanto indecente –  sul quale mi auguro  la ferma opposizione di  Berdini, unico esponente al quale sarebbe comunque doveroso dare fiducia e consenso in una compagine schizzata che gli fa fare da contraltare al socio del sindaco picchiatore – consegnando la città al manipolo di speculatori di Tor di Valle e assoggettando  la Capitale all’empio progetto di uno stadio della Roma in un’ansa del Tevere a Ovest dell’Eur, Un intervento definito di pubblico interesse: circa un milione di metri cubi, pari a dieci Hilton, come ha ricordato Vezio De Luca ricorrendo all’unità di misura della speculazione edilizia inventata  da Antonio Cederna quando denunciava lo scandalo dei 100 mila metri cubi del famigerato hotel Hilton realizzato a Monte Mario dalla Società generale immobiliare.

Iniziativa anche questa molto auspicata dal partito, unico più che trasversale e manager della sola industria davvero produttiva del paese, quella del “falso”, tanto che, ricorrendo alla cosiddetta legge sugli stadi (in realtà tre articoletti spalmati lungo la legge di Stabilità 2014) l’ambizioso progetto, previsto in un’area che il piano regolatore destina a verde attrezzato, impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero,  riserva allo stadio una percentuale “minore” del 20%. Su circa 90 ettari infatti  è prevista l’edificazione di due costruzioni:  quella destinata all’arena (fino a 60 mila posti), e un’altra, costituita da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici dedicata  ad uffici, centri congressi, attività ricettive e commerciali. E chi se ne importa se  questo ennesimo laboratorio di un’urbanizzazione indirizzata solo a premiare rendita e proprietà privata, di un’urbanistica retrocessa a pratica negoziale con immobiliaristi e speculatori, non si preoccupa di collocarsi in un quadro di pianificazione di strutture, infrastrutture e servizi; chi se ne importa degli stadi,: quello in nuce ridotto a accessorio mentre nella si sa della destinazione dell’Olimpico e del Flaminio. E chi se ne importa di consultare e informare le comunità più direttamente interessate, se i giornali in questi giorni così impegnati in attività investigative, tacciono e tacciono perfino i tifosi della Lazio, nella non peregrina e probabile illusione di potesri fare uno stadio tutto loro a spese dei romani.

Le motivazioni che hanno portato il Comune a confermare l’annunciato no, non costituiscono gran motivo di interesse ormai, che siano state dettate dall’opportunità di mantenere il punto e riaggregare un consenso della base e degli elettori minacciato da comportamenti sgangherati e decisioni inopportune, o che invece abbia prevalso la volontà di dimostrare di avere a cuore, coi fatti, l’interesse  di una città in fallimento, con un debito storico intorno ai 14 miliardi, a carico delle generazioni a venire, compresi i debiti risalenti ai giochi del ’60, con un repertorio velenoso di  incompiute a cominciare dalla Città dello sport, con le rovine abbandonate delle costruzioni che dovevano essere completate per i Mondiali di nuoto del 2009, delle prodezze dalla celebrata Archistar, delle stazioni abbandonate, con Grandi Opere che di grande hanno solo la cattiva fama di laboratori sperimentali per corruzione, malaffare e infiltrazione mafiosa, come la Metro C.

E sono risapute quelle che muovono Renzi e il governo a battersi ancora e tenacemente per i giochi, se ancora ieri l’impunito di Palazzo Chigi si è pronunciato lapidario con la consueta faccia di tolla: “c’è chi dice no perché c’è chi potrebbe rubare. Ma in un Paese serio i ladri si arrestano. Ma se si arrestano le grandi opere allora hanno vinto i corrotti”. Una frase la sua davvero esemplare, per via del tornare sempre alla contrapposizione manichea tra si e no,  a causa dell’uso del condizionale a proposito dell’ipotesi remota che ci sia chi ruba nel contesto di grandi opere, grandi eventi, grandi interventi e piccole ricostruzioni, per il suo inusuale richiamo alla giustizia, una parola che sia nel suo significato morale che in quello amministrativo di solito gli fa venire l’orticaria, per non dire del condannabile abuso del termine “serio” per un Paese che sta riducendo a una macchietta, retrocesso a espressione geografica, espropriato di sovranità, lavoro diritti, storia, memoria, cultura.

Forse meno chiare sono le ragioni per le quali, irragionevolmente, vittime dei crimini della sua ideologia, lavoratori, inoccupati, disoccupati, precari, pensionati, malati, vecchi, invalidi, giovani che nemmeno cercano più un’occupazione e cinquantenni che hanno perso tutto compresa l’identità di persone,  dovrebbero dargli retta e, peggio ancora, perché qualcuno, per indole al masochismo o per istinto a preferire il tifo sportivo alla democrazia, gli conceda ancora consenso. Per alcuni ci sarà la speranza che si possa godere della ripetizione su scala e  a livello locale della pratica di clientelismo, favoritismo, familismo, corruzione anche di piccolo cabotaggio, del sistema arbitrario di deroghe e licenze, cifre irrinunciabili della politica governativa e che vengono interpretate come l’unica difesa rimasta in tempi segnati da discrezionalità, precarietà, perdita. Per altri resta un’aspirazione a appartenere, sia pure di riflesso, alla cerchia di chi è “arrivato”, sperando di essere contagiato da fortuna e privilegio. Per qualcuno si tratta ancora della nostalgica identificazione e del malinteso riconoscimento in un corpo sociale, in un’organizzazione, che era stata un grembo materno rassicurante, anche ora che sono evidenti slealtà e tradimento, abiura del mandato e della tradizione.

Ma è possibile anche che tanti siano così disperati da volersi far convincere dall’ottimismo farlocco dei profeti del “fare”, da un dinamismo che assomiglia all’iperattivismo di ragazzini viziati, piazzati davanti ai videogiochi, sempre a pigiare sui tasti di telefonini, Iphone, tablet, svogliati e renitenti a letture e giochi che richiedano attenzione e riflessione, talmente ossessionati dal presente, dal possesso istantaneo del tutto e subito da omettere la visione e la speranza del futuro.

Fa paura la loro visione rosea e giuliva del mondo, il loro affaccendarsi intorno e grazie alla nostra fatica, alle nostre rinunce, alla diserzione obbligatoria di desideri e speranze. Fa paura perché l’impronta che vogliono lasciare la loro megalomania e il loro culto dell’illimitatezza dissipata,  sarà impressa come un marchio sulla nostra carne, si tratti di giochi, ponti, tunnel o perfino di guerra, occasione storicamente consacrata a crescita e profitto. Fa paura anche la loro “ossessione” per il gioco: azzardo, casinò finanziario, Olimpiadi, calcio, tre carte e wargames.


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