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Cinque capoversi sullo sfascio

627px-Giulio_Romano_-_View_of_the_Sala_dei_Giganti_(north_wall)_-_WGA09553Mentre l’informazione italiana è tutta presa a sbattere in prima pagina il mostro Kim Yong e i suoi test missilistici ( che peraltro sono cosa quotidiana in occidente) evitando però di dire che la Corea del Nord ha messo nel sacco gli strateghi occidentali ormai tanto tracotanti quanto ottenebrati e capaci di comprendere solo la complicazione, ma non la complessità, da noi una semplice e superficiale lettura dei giornali, rende evidente lo sfascio e la decomposizione del Paese. Non c’è nemmeno bisogno di commentare perché le cose stesse ormai parlano e quindi l’elencanzione pura e semplice è di per sé eloquente.

  • Il ministro dell’economia Padoan sostiene in Parlamento di non sapere nulla di Susanna Masi, che ha lavorato anche sotto la sua direzione e che si è rivelata a libro paga della società Ernst & Young fornendo riservatissime informazioni sulle finanze dello Stato.
  • Il medesimo Padoan tace sul fatto che la medesima signora è ancora è ancora sindaco di Ferrovie dello Stato e presidente del collegio dei sindaci in Invimit spa due aziende che appartengono interamente allo stesso Ministero dell’economia. Si tratta di poltrone di rilievo dalle quali  è perfettamente possibile continuare a fornire informazioni sensibili  profumatamente pagate agli amici americani di Ernst & Young, il che forse lascia supporre che l’infedeltà della Masi fosse ben conosciuta e forse ritenuta utile se non apprezzata per favorire gli ambienti circonvicini al potere.
  • Sempre Padoan balbetta e non dice nulla quando si tratta di rispondere alle interrogazioni parlamentari che gli chiedono ragione dei 3,5 miliardi  gestiti dai servizi segreti, presso la famigerata Banca popolare di Vicenza, una di quelle che hanno  potuto bruciare somme enormi  grazie a una vasta rete di protezione e di do ut des, compresa l’assunzione massiccia di parenti di poliziotti, carabinieri magistrati, secondo una forma di clientelismo trasversale che poi ha fatto del Veneto una delle lavatrici della mafia come sostiene proprio oggi il procuratore capo di Venezia e capo della Direzione distrettuale antimafia Bruno Cherchi. Si tratta di una questione centrale nella vita del Paese perché quei soldi dei servizi segreti servivano a scopi sostanzialmente estranei a quelli istituzionali e decisamente in rotta di collisione con la Carta costituzionale oltre che illegali visto che venivano utilizzati da una parte per orientare l’opinione publica sovvenzionando, premiando mettendo a, libro paga registi di importanti programmi di informazione e intrattenimento di televisioni nazionali , conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, autori, fumettisti, influencer; dall’altra servivano per controllare il sistema giustizia con il pagamento sottobanco dei funzionari del Consiglio superiore della Magistratura.
  • E’ giunta la notizia che il signor (si fa per dire, naturalmente) Matteo Renzi ha buttato dalla finesta quasi 150 milioni di euro per noleggiare da Ethiad un airbus 340/500 capace di trasportare 300 persone e rimasto poi a lungo “nascosto” negli hangar per timore delle razioni dell’opinione pubblica. A parte la totale inutilità di questo gigantismo di fatto voluto solo per trasportare le frotte di clientes e di gionalisti amici, va detto che proprio il fermo dell’aereo per paura delle polemiche ha fatto saltare la sua ristrutturazione già programmata in un gigantesco hotel volante di lusso. Così i fogli di regime, anche ammettendo una qualche differenza tra loro, adesso dicono che dopotutto si tratta di un aereo “normale”. Ma in realtà il progetto di ristrutturazione lussuosa, totalmente a perdere visto che il velivolo è solo affittato, non è stato per nulla cancellato, ma solo rinviato.
  • Infine per riscattare una pessima giovinezza da fascista in carriera con una vecchiaia ancora peggiore da sfascita, Eugenio Scalfari ci fa sapere che lui ai Cinque stelle preferisce Berlusconi. Immagino per essere più sicuro che nulla turbi lo status quo marcescente che esala dalle prime notizie di questa lista e il precipitoso declino del Paese.

Il fatto è che in Italia la questione delle fake news, anche se avesse un qualche fondamento e non avesse a che fare piuttosto con la repressione della libertà di parola, divenuta ormai l’uomo nero delle oligarchie, è semplicemente ridicola perché ogni giorno ci troviamo di fronte a un’intera classe dirigente è ormai fake di costituzione, completamente inaffidabile e opaca negli atti, nelle parole, nelle omissioni. Che vive  di bufale ed espedienti di ogni tipo, appesa a una narrazione infedele dell’informazione maistream che assume toni paradossali se non parodistici nel tentativo di conferirle una qualche credibilità positiva. E’ proprio come in quel racconto di Poe, poi ripreso infinite volte, in cui i pazzi si liberano e rinchiudono i sani.


Quel marcio che vuole essere Acerbo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che ve ne pare di un governo che manda la sua più illustre girl scout a prestarsi generosamente al call center di un candidato alle amministrative, per vendere il prodotto ai malcapitati utenti come fosse un vino Giordano, un materasso Marion, un contratto Vodafone?

Che ne dite di un partito che promuove in Parlamento e nel governo misure, leggi e provvedimenti d’urgenza tutti mirati al salvataggio di istituti e soggetti in odor di criminalità, le cui azioni sono solo apparentemente meno cruenti e sanguinosi delle stragi di mafia, se oggi sappiamo che la Banca popolare di Vicenza, indenne malgrado la prudente vigilanza e le indagini di Consob, Bankitalia e Procura di Vicenza sulle scorribande finanziarie di Zonin e dei suoi cari e famigli, ha mietuto un’altra vittima, un risparmiatore suicida, in barba alle circolari di Vegas e alle raccomandazioni dello sbriga faccende Visco sulla doverosa trasparenza dell’informazione alla clientela.

Che ne dite di un presidente del consiglio, nonché leader di partito, pronto a partorire una legge che stabilisca la sua obbligatoria permanenza al governo per 10 anni, proprio dopo averci promesso che se vince il no, è determinato a rassegnare desiderabili dimissioni, in modo da superare i record dei suoi padri putativi, Bettino o Berlusconi, per battersela con un caso di eccezione, quello del suo riferimento meno esplicito ma più influente, Benito? e quindi di una proposta ben collocata nell’Italicum e nella riforma costituzionale oggetto del suo plebiscito, in modo che grazie all’elezione sostanzialmente diretta del premier che ne garantisce la poltrona per un mandato di cinque anni, siamo condannati a un Renzi su di noi per un decennio?

Probabilmente abbiamo sbagliato nel pensare che i ragazzi dello zoo di Rignano siano stati alunni poco studiosi, svogliati e promossi solo grazie a nascita, censo, affiliazione o istinto all’ubbidienza. E che abbiano frequentato da fannulloni la scuola e da alacri la ruota della fortuna, per apprendere come possa girare sempre per loro. Invece, magari sul Bignamino, devono aver dato una scorsa frettolosa ma fruttuosa alla storia recente del Paese, per trarne spunti e suggerimenti, che, è noto, fascismo e antifascismo, sono per loro concetti elastici, mobili e precari come il lavoro, la legalità, la pace, la solidarietà, buoni solo se servono per la propaganda elettorale.
Eh si, dovremmo consultarli anche noi i libri di storia e dedicarci alle pagine sul minacciato bivacco nelle aule sorde e grigie, su quelle fasi istitutive del regime, tra intimidazioni, minacce, assassinii, purghe, consumate nell’acquiescenza liberale e nella complicità di larghi strati sociali, ciechi o correi.
Perché troveremmo conferma che non c’è bisogno di un Acerbo, della soggezione morale di uomini tutti d’un pezzo, diventati poi presidenti, del sostegno della massoneria per produrre leggi liberticide, provvedimenti golpisti, gli sono bastate la P2, un presidente troppo poco emerito per rinunciare alla corona, il favore padronale, le protezioni esterne, una stampa assoggettata e pronta a fare da ripetitore sempre attivo dei suoi annunci, dei suoi ricatti e dei suoi abusi. Proprio come prima delle lezioni del ’24, gli slogan minatori del piccolo aspirante duce devono incutere timore, allora di disordini dei facinorosi, oggi della ingovernabilità, allora delle botte reali, oggi di quelle apparentemente meno concrete, a colpi di tasse, fame, sperequazioni arbitrarie, privazioni, come se non ne avessimo avute già abbastanza.
Siamo davvero mal messi: non abbiamo più i socialisti e i comunisti a dire no e nemmeno, pensate un po’, un Don Sturzo. Non abbiamo un Matteotti a denunciare in aula le vergogne del regime, i misfatti, la corruzione, le complicità con banche e affarismo, la concentrazione dei poteri nelle mani di un solo uomo, a un tempo leader e premier. Proprio come aspira a fare Renzi, costruendo un sistema che blinda la maggioranza parlamentare grazie alla coincidente titolarità delle due cariche, controllando e governando le liste di candidati graditi e fedeli da segretario di partito e le loro prestazioni in aula da presidente dell’esecutivo.
Ci sono troppe lezioni della storia e troppe coincidenze per sopportare le sue minacce senza promesse, a meno che non volgiate credere all’impero del ducetto tramite il nuovo colonialismo del Migration Compact, alla sua crescita tramite precariato, finanza e grandi opere, alla sua stabilità tramite golpe, alla sua sicurezza tramite riduzione di libertà, al suo ordine tramite repressione.


Fallimento, l’ultimo “bene comune”

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Azione speculativa illecita volta a provocare variazioni artificiose dei prezzi delle merci al fine di ricavarne un rapido e grande profitto”. O anche: “delitto commesso da chiunque diffonde notizie false o pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione di strumenti non quotati, né in corso di quotazione (art. 2637 c.c.). Qualora le condotte indicate abbiano ad oggetto strumenti quotati o in corso di quotazione si configura la fattispecie di manipolazione del mercato di cui all’art. 185 del d. lgs. n. 58/1998 (Testo unico finanziario)”.

Deve averla fatta proprio grossa il vertice della Banca popolare di Vicenza (700 sportelli da Nord a Sud, 120mila soci, 5.500 dipendenti,  molte ombre sulla gestione tanto che dal dicembre 2014 è passata sotto il controllo della Bce)  se la principale accusa mossa agli indagati per lo scandalo, scoperchiato con non sorprendente ritardo, riguarda un reato – l’aggiotaggio – che sa di antico come l’abigeato, quando  azioni che lo configurano vengono compiute da decenni alla luce del sole, favorite da stati, organi di controllo, agenzie di rating, sdoganate da “studiosi” e economisti,  legittimate da provvedimento eccezionali finalizzati al salvataggio di istituti di credito o da misure indirizzate a dare liceità a speculazioni e transazioni opache, praticate da governi, enti locali, in una commistione e integrazione perversa con i sacerdoti della finanza, o meglio con gli illusionisti e i bari del  suo gioco d’azzardo.  Però c’è anche l’accusa di sottrazione alla vigilanza, colpa grave, quella sì,  che ha richiesto da più di un anno  l’intervento  del cane da guardia europeo,  e che probabilmente costituisce il vero crimine economico,  ipotizzando che un banchiere abbia deciso di farsi gli affari suoi con una partita di giro grazie alla quale gli stessi azionisti hanno comprato azioni della banca,   per giunta perdendoci un grosso malloppo che ha costretto il management a chiedere ai soci tre miliardi per ricapitalizzare,  e cercando una tardiva redenzione grazie all’entrata in campo di  un salvifico consorzio di collocamento con 5 joint global coordinator: BNP Paribas, Deutsche Bank AG, London Branch, J.P. Morgan, Mediobanca e  UniCredit.

D’altra parte nello spazio immateriale della finanziarizzazione, nel suo grande casinò globale sono i signori del credito a farla da padrone, quelli delle banche ma anche quelli di una rete sempre più estesa e sempre più opaca, rappresentata dall’accesso diretto,  di imprese, azionariati, consumatori,  al mercato finanziario, mediante una serie di strumenti gestiti da un sistema “ombra” aggressivo fino al crimine, di intermediari,   che si valuta ormai grande come quello bancario e che con esso  interagisce, perché  ambedue si sono liberati da vincoli, leggi, regole e perché sono parimenti dotati di una vita eterna, grazie al moto perpetuo di debiti nuovi che saldano i debiti scaduti.

Però le banche non falliscono, falliscono i risparmiatori, magari  falliscono gli stati e i comuni,  che frequentano la bisca finanziaria a farsi spennare attratti da guadagni facili e persuasi da biscazzieri  affini, amici, ben vestiti, dai modi disinvolti degli uomini di mondo. Stato, comuni ci sono andati per puntare sui derivati per esempio, prodotti finanziario il cui prezzo “deriva” dal valore di qualcos’altro di immateriale e nascosto, il cosiddetto “sottostante”, che potrebbe essere il prezzo del greggio, del rame, o un tasso di interesse, o un indice azionario, valutario, o quello di un’obbligazione. E quello che investe il giocatore illudendosi di avere entrate immediate senza fatica, altro non è che una scommessa rischiosa, che come sempre succede nelle sale da gioco, favorisce la roulette e premia il banco. Così non ha stupito, ma nemmeno ha avuto grande eco la notizia riportata dal Sole 24 Ore in aprile secondo il quale nei primi mesi del 2012, il ministero dell’Economia aveva pagato all’esattore del casinò, in questo caso  Morgan Stanley, la somma non irrisoria di  oltre  3  miliardi di euro,   che il buco dei derivati  potrebbe assommare a 42,06 miliardi di euro, e che le perdite reali già subite nel quadriennio 2011-2014 ammontano a 16,9 miliardi, tanto che senza la corsa dissennata alle scommesse legali “nel 2014 il debito pubblico sarebbe stato di 5,5 miliardi più basso”.

Eh si possono fallire Stati, esautorati e espropriati della sovranità, e comuni al tracollo per via di nodi scorsoi e  incompetenza. Ma le banche si salvano, si salverà anche la Banca di Vicenza come è successo per il Monte dei Paschi, si salvano malgrado evidente incapacità, spericolata indole alla speculazione più trucida, licenza totale di “deviare” dalla mission di essere al servizio dei risparmiatori, come possono fare i soggetti interamente privati, che possono sfuggire a sorveglianza e controllo dello Stato, ridotto a onlus, ente benefico cui ricorrere in condizioni di emergenza, se siamo l’unico paese europeo nel quale lo Stato non ha mai voluto – o potuto? – entrare nel capitale degli istituti in crisi. A cominciare dal fallimento sfiorato di Unicredit, quando governo e opposizione levarono gli scudi contro un ingresso pubblico   nel capitale della banca. No, perché l’ingegnoso sistema in vigore prevede che invece lo Stato impegni risorse nostre socializzando  le perdite, destinando  a più riprese prestiti sotto forma di bond : i Tremonti bond e i Monti bond, addirittura imponendo per legge nel decreto  «Salva Italia» la garanzia dello Stato italiano su tutte le obbligazioni bancarie di nuova emissione. Che tradotto per noi diventati tutti cattivi pagatori, significa che se una banca fallisce, i suoi sottoscrittori di titoli di credito  potranno ricevere dallo Stato italiano il corrispettivo del danaro a suo tempo investito in obbligazioni di quella banca.

Così l’unico bene comune che resta inviolato è il fallimento. Ne spetta una fettina a tutti noi, neonati compresi, proprio come il debito pubblico, quindi non lamentatevi di essere nullatenenti.

 

 

 


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