Archivi tag: autostrade

Nuova vittima dei Maletton

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma povero Toscani, che terribile rivelazione deve essere stata per lui che i padroni per i quali tanto si è prodigato con il suo talento, con il suo spiritaccio provocatorio, con le grande celebrazioni dell’ipocrisia united colors, immortalando i sorrisi dei ragazzini multicolori e multietnici dietro ai quali si celavano il sudore e le lacrime degli sfruttati in geografie remote e immediatamente dimenticate anche dopo le stragi coloniali, ecco, proprio loro che hanno finanziato la sua impresa “culturale”, come sponsor e testimonial, mentre speculavano indecentemente nella città più colta, ammirata e vulnerabile del mondo, si sono mostrati per quel che sono, cinici, sfrontati, feroci.

E infatti con un comunicato ufficiale  più scarno di un tweet,  Benetton Group, con il suo Presidente Luciano Benetton, ha comunicato di volersi dissociare “nel modo più assoluto dalle affermazioni di Oliviero Toscani (che durante una trasmissione aveva dichiarato «Ma a chi interessa che caschi un ponte?». N.d.R.) a proposito del crollo del Ponte Morandi, prendendo atto dell’impossibilità di continuare il rapporto di collaborazione con il direttore creativo».

L’augusto licenziato sia pur con giusta causa, ha replicato in tempo reale da sbruffone qual è: «Sono finalmente libero dai loro problemi», dimostrando simbolicamente che se i servi non possono fidarsi dei padroni, loro, altrettanto, è meglio che non diano fiducia alla devozione di Arlecchino, anche quando è pagato profumatamente, che si sa che pecunia non olet, e soprattutto se è stato messo a parte di sregolatezze, trasgressioni, reati e crimini. Per dir la verità che quella fosse una famigliola con un certo istinto  criminale era noto a tutti, salvo forse ai governi nazionali e locali che si sono succeduti. Perché storia, cronaca e statistiche insegnano che una dinastia imprenditoriale, o forse è meglio chiamarla famiglia come si usa in altri contesti,  impegnata con poliedrica duttilità in ogni settore economico, consolidando relazioni non sempre trasparenti con la politica e la pubblica amministrazione, comprando e rivendendo con spregiudicato dinamismo, scegliendo piazze commerciali e produttive dove è autorizzato e perfino lecito non osservare leggi sul lavoro, fiscali e ambientali, non è mai al di sopra di ogni sospetto.

E infatti l’impero di Ponzano per usare una terminologia appropriata non agisce solo nel settore tessile e dei filati: attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia, si è infiltrato  in numerosi e diversificati settori,  che spaziano dalla ristorazione (Autogrill, dove in questi giorni in coincidenza con Toscani  hanno licenziato i dipendenti che non avevano voluto i turni nei giorni di Natale), nelle infrastrutture (Eurostazioni) e nei trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale). Edizioni continua malgrado gli incidenti di percorso rende ben grazie a società e affiliate e partecipazioni: Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma,  assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli. Ma non basta.

A questi si aggiungono gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare. La famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia. Non manca il comparto editoriale: se hanno  ceduto la partecipazione diretta del 51% in Rcs, mantengono però quella indiretta tramite Mediobanca e monopolizzano la pubblicità anche grazie ai servizi non disinteressati del loro ex creativo  con un budget che, si dice, si aggirerebbe intorno ai 60 milioni annui, 25 dei quali impegnati nello smunto mercato dell’editoria italiana.

Si  chiama invece Edizione Property  la holding nel settore del mattone, con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.  C’erano  i Benetton dietro il tentativo di oltraggiare Capo Malfitano in Sardegna con  190mila metri cubi di costruzioni suddivisi in quattro complessi alberghieri, quattro residence, due agglomerati di residence stagionali privati e relativi servizi, ma è Venezia il laboratorio del loro talento alla speculazione più sfacciata, fin da quando avevano messo gli occhi sulle nuove opportunità offerte dalla Serenissima partecipando alla cordata che voleva conquistare Venezia, con una Expo per fortuna evitata in extremis.

Ma si sono rifatti anche grazie ai buoni uffici del sindaco Cacciari, quando Edizioni srl acquista l’adiacente hotel Monaco & Gran Canal con il proposito di occupare militarmente tutto l’isolato per farne un “distretto alberghiero e commerciale del lusso”, poi l’isola di San Clemente acquistata nel 1999 dall’Ulss (era sede di un ospedale psichiatrico) per 25 miliardi,  e convertita in albergo per essere rivenduta a una proprietà straniera proprio il giorno dell’inaugurazione. Per non parlare del  Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi di Rialto, da decenni sede della Poste, viene acquisito nel 2008 per 53 miliardi con l’intento di farne un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenti una sorta di immagine globale per il paese” (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/13/terrazza-con-vista-sul-popolo-bue/; e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/07/venezia-presa-per-il-cubo/) . Ecco fatto: perfino l’archistar assunta per coronare il sogno distopico di un centro commerciale come allegoria dell’Italia si ribellerà quando alle pesanti manomissioni che intervengono in corso d’opera, dall’installazione di scale mobili alla rimozione del tetto per sostituirlo con terrazza panoramica mozzafiato,  si aggiungono altri misfatti edificatori e anche qualche caduta di bon ton,  trattando i cambi di destinazione d’uso e le pressioni per accelerare  le procedure, con un generoso contributo per la Fenice.

Poi, come da tradizione familiare,  compiuto il misfatto i “magliari”  cedono il passo a compratori stranieri per occuparsi dell’“assalto al treno”,  grazie alla loro presenza in  quella che hanno rivendicato essere la più “grande multinazionale dei servizi per la gente in movimento”, con infrastrutture, ma anche ristorazione, hotel, shopping,   nella location della Stazione di Santa Lucia con un aumento della superficie dal progetto iniziale da 2500 a 9000 mq,  destinati alla “greppia” internazionale e alle attività commerciali. È così evidente la loro occupazione militare che  il Ponte della Costituzione anche quello frutto della improvvida gestione Cacciari, secondo la guida di Lonely Planet, viene abitualmente definito Benetton Bridge, in omaggio al gruppo che ne ha in parte finanziato la costruzione.

Ma anche il Toscani, benedetto uomo, ma cosa si aspettava, che calasse un silenzio pudico sulle sue incaute affermazioni alla pari di quello steso  sulla festosa grigliata di Ferragosto a Cortina, patronessa la zarina Giuliana, subito dopo il crollo? Ma cosa si aspettava se c’è da sospettare che sia stato lui a suggerire la lunga e accorata paginata su Repubblica (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/02/benetton-la-posta-del-cuore-nero/) nel quale i suoi datori di lavoro rivendicavano l’estraneità di tutti i membri del clan nella gestione di Autostrade e dunque del delitto di Genova?

A volte anche ai Pr, agli architetti e fotografi di regime, ai ritrattisti dei re, ai kapò e gauleiter, ai supporter ingenui e non,  succede di scoprire l’anima nera di quelli che li hanno accolti alla loro mensa, riso delle loro battute da giullari, beneficato di regali e onorificenze. E di accorgersi che sono come tutti i faraoni, satrapi, tiranni e padroni delle ferriere come quello che a Grezzago, nel milanese, all’interno dell’azienda Maschio SN ha  accolto l’operaio infortunatosi nel luogo di lavoro al suo ritorno dopo due mesi di malattia, aggredendolo e trattandolo da “parassita” per poi licenziarlo.

E siccome non siamo in Germania dove i due manager condannati della Thyssenkrupp andranno in carcere, qui dirigenti bancari colpevoli vengono assolti per legge, i proprietari criminali dell’Ilva godono di immunità, impunità e prescrizione, il clan delle autostrade rivendica il diritto a continuare a delinquere. E la giustizia è ingiusta.


Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


Sul ponte sventola bandiera bianca

mor Anna Lombroso per il Simplicissimus

Accidenti, proprio il 14 agosto vi si rompe la lavatrice, l’acqua insaponata vi allaga casa, dentro sono stipate lenzuola e tovaglie e quando arriva il tecnico vi tocca anche sentirvi le sue accuse: non ha usato il Calfort, ha impiegato troppo ammorbidente, ci mette troppi panni, non pulisce il filtro, smanetta sulla tastiera dei comandi avanti e  indietro e comunque da quanti anni ce l’ha? beh,  troppi.

Non occorreva scomodare i satelliti per effettuare una diagnosi di “malfunzionamento” di un prodotto che ha avuto effetti tremendi e assassini, morti e feriti, gente senza tetto e ricadute economiche e sociali drammatiche, bastava il tecnico della Indesit. Perché poi le cause sono sempre le stesse che producono vittime per eventi che non si possono chiamare inattesi, imprevedibili o naturali: inondazioni, alluvioni, crolli che anche in caso di terremoto potrebbero essere meno cruenti, viadotti che sprofondano, valanghe che spazzano via costruzioni abusive. 

A un anno di distanza dal ponte Morando sappiamo soltanto che il più influente  azionista della cordata concessionaria è a piede libero, libero di partecipare di altri importanti operazioni imprenditoriali, libero di mandare sfrontatamente i suoi manager alla commemorazione, libero di esprimersi con spericolata faccia di tolla, ripreso dalla stampa quando  difende l’operato del suo clan: “Non siamo né papponi di Stato né razza padrona” e il crollo del Ponte Morandi è stata “una disgrazia imprevedibile e inevitabile”, rivendicando che la sua famiglia ha in gestione un gioiello, l’Aeroporto di Fiumicino, pluripremiato, e che fa testo della sua fede democratica e della sua integrità l’essere “uomo di sinistra” tanto da aver militato nel Partito Repubblicano.

L’intervista di Repubblica a un anno dalla morte di 43 persone, evita di entrare nel merito del curriculum dell’energico capofamiglia, dal sacco di Venezia dove ha speculato su un patrimonio comune svenduto da un altro “uomo di sinistra” il sindaco filosofo che ha permesso lo scempio del Fondaco dei Tedeschi e la “valorizzazione” di un’isola convertita in hotel esclusivo, allo sfruttamento intensivo di forza lavoro in localizzazioni scelte per poter trarre profitto dal lavoro di donne e ragazzini,  dalla gestione nefanda della società autostrade con l’occupazione militare perfino dei bar e delle toilette.

E d’altra parte figuriamoci se la stampa ( nell’impero c’è anche la partecipazione in Rcs attraverso Mediobanca)  non guarda con ammirazione alla dinastia  United Colors of Benetton (55 società, 40 delle quali con sede all’estero  divise  in tre categorie: quelle di natura commerciale, quelle addette alla filatura e tessitura, e quelle che si occupano del confezionamento) e poi alla  Benetton Group Spa, posseduta per il 67% dalla famiglia Benetton attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia e che annovera, oltre al 100% di Benetton Group, numerose e consistenti partecipazioni che spaziano dalla ristorazione (Autogrill), alle infrastrutture (Eurostazioni) e ai trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale)  e che  ha avuto 3,9 miliardi di ricavi nel 2017 società a cui fanno capo Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma), fino ad assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli.   Potete  aggiungere gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare: la famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia e in quello del mattone con  Edizione Property  la holding  con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.

Prima dell’imponderabile incidente, il Ponte era un fiore all’occhiello anche per la famiglia in qualità prodigio ingegneristico e per via delle sue ardite soluzioni tecniche.  adesso a parte i satelliti, i controlli, le diagnosi tutte effettuate senza doverosi  mea culpa,  la colpa sarebbe da attribuire alle “non  ridondanze”, come a dire  che, se cede una parte, le altre non sono dimensionate per far sì che tutta la struttura regga (citazione dal Sole 24 Ore). Insomma sarebbe venuto meno un principio noto anche ai ragazzini che giocano con Lego o a quelli che tirano su castelli di sabbia. Sempre il Sole 24 Ore, ci insegna infatti che”Bisogna tenere presente che l’equilibrio di una struttura del genere è determinato da un legame a catena tra i vari elementi che la compongono. Se si rompe un elemento, viene meno il legame e quindi l’equilibrio.

Al netto di accuse e polemiche su degrado e manutenzione,   cito dal giornale di Confindustria,  non volendo urtare la sensibilità del clan di Ponzano incarnata da una delle matriarche che il 15 agosto del 2018 ha festeggiato in Ferragosto con una doviziosa merenda sui prati, non potendo attribuire la colpa del crollo della pila 9  a un diverso fattore umano,  la responsabilità sarebbe dunque del defunto Morandi che no aveva saputo prevedere il fisiologico concatenarsi dei cedimenti.

Come al solito possiamo ripetere il mantra di sempre e riporre fiducia nel lavoro della magistratura: la Procura attribuisce importanza decisiva al filmato nel quale si vedrebbe lo strallo di sud ovest (il primo che incontrava sulla sua carreggiata chi procedeva verso Genova) rompersi in un punto vicino alla sommità, il che dimostrerebbe che sono venute meno le indispensabili azioni di sorveglianza, controllo e manutenzione. Verrebbero dunque chiamati in causa   il gestore del ponte (Autostrade per l’Italia, Aspi, che fa capo alla famiglia Benetton)  la Spea (dello stesso gruppo) che ha fatto la maggior parte dei controlli, e il ministero delle Infrastrutture che aveva sì approvato un intervento di rinforzo, ma senza carattere di urgenza. Senza dire che   tre periti nominati dal gip  hanno  descritto le condizioni in cui si trovava il viadotto prima di crollare, citando la  corrosione diffusa non solo sugli stralli   ma anche in diverse parti della struttura, con assenza di interventi di manutenzione che potessero rallentarla o eliminarla.

Non rassicura che il Procuratore di Genova abbia  detto che quel viadotto «è morto, come una persona muore di morte naturale». Viene da rispondergli che non c’è nulla di naturale nel far morire con un ponte 43 esseri umani, per trascuratezza criminale, avidità inestinguibile, istinto feroce. Non è morte naturale, lo dovrebbe sapere, si chiama assassinio.

 

 

 


Il Masaniello di Draghi

5cc214662400003300e4fd73Ho fatto un sogno: che in futuro ci sia un governo Salvini, Berlusconi, Renzi e Zingaretti che finalmente la faccia finita con i troppi equivoci che si sono accumulati negli anni, con l’ipocrisia di un centro che è destra purissima e di una sinistra piccolo borghese che pretende di essere tale solo perché sventola qualche feticcio mediatico. Che il sipario si alzi e mostri l’intera compagnia teatrale dove i buoni e i cattivi della commedia si  tengono per mano in un inchino ai poteri economici e alle loro ideologie. Sì, che almeno le cose siano chiare, se non possono essere giuste e favoriscano una rinascita politica al di fuori dall’ammucchiata dei poteri forti e dei suoi camerieri, ma anche al di fuori dalle illusioni e dalle confusioni. Qualche settimana fa pensavo che Salvini non avrebbe fatto cadere il governo adesso, che avrebbe aspettato il tempo giusto per arrivare ad elezioni in primavera in modo da mandare avanti il governo per gli affari correnti e rimanere ministro dell’ interno, ma soprattutto godere il più a lungo possibile della copertura dei Cinque Stelle a cui attribuire ogni colpa e andare avanti con la sua stravagante strategia di governo e di opposizione: dover fare da solo in queste condizioni appoggiandosi alla mummia vivente e a Renzi, visto che in Parlamento detiene una vistosa minoranza, non gli sarebbe convenuto più di tanto. Ma evidentemente mi sbagliavo: nella mia ingenuità non avevo fatto conto che i miliardi della Tav e il pericolo che venisse tolta la concessione ad Autostrade era troppo per poter attendere, che i clientes , il corpo elettorale ed economico più importante in questo Paese, sanguinavano e facevano salire il loro grido di dolore, volevano a tutti i costi che il male del buon senso fosse estirpato.

Ma c’è un altro elemento importante che si è manifestato quasi in contemporanea con l’apertura della crisi ed è che i due provvedimenti voluti dai Cinque stelle e avversati da Salvini, ovvero reddito di cittadinanza e decreto dignità, hanno avuto un rapido e benefico effetto macro economico come si evince persino dall’ultimo bollettino della Bce: andando avanti così non solo i pentastellati avrebbero potuto recuperare terreno, ma si sarebbe potuta anche insinuare l’idea che i grandi esperti di economia, le santerie bocconiane, le Vanna Marchi del neoliberismo e il leghismo bottegaio che fa da eco dialettale a queste sibille, dicano solo cavolate a favore di una visione padronale della società. Così si è deciso di dare l’avvio alla crisi anzitempo.

Naturalmente a fare il tifo per questa soluzione non ci sono non solo loro: a sanguinare copiosamente c’è anche il sacro cuore immacolato dell’Europa, nemico giurato dei cosiddetti populisti e amico sottobanco di Salvini,  un cuore nero che più va in crisi e recessione, più deve stringere i lacci della cattività monetaria e ordoliberista  nel tentativo di salvare una barca che sta affondando, con falle che si aprono persino nella tolda di comando di Berlino e le batoste a prese dall’industria tedesca (vedi qui ). In autunno tutto questo complesso di modernismo reazionario, questa colonna infame avrà il suo faro, anzi il suo untore capo in Mario Draghi che a settembre dovrà lasciare la Bce ed è ormai da anni in odore di Palazzo Chigi, specialmente dopo il crollo renziano. Proprio per questo pensavo che l’estate sarebbe passata tranquilla e la crisi sarebbe esplosa con le foglie morte, ma non avevo tenuto conto che l’operazione di trapianto d’organo presenta qualche difficoltà, a parte la resistenza dei Cinque stelle: per avere Re Mario saldamente sul trono si deve passare attraverso una via crucis di sussurri e grida, di paure, di spread in alta quota, di incertezza, insomma una dose per uso pubblico di sindrome da ultima spiaggia in modo che alla fine, come è stato con Monti, si accolga Draghi come il salvatore. Così questi signori si sono presi tutto il tempo necessario per organizzare lo spettacolo, sfruttando la vacuità di Salvini che non è altro se non un ingranaggio rumoroso del sistema da cambiare al primo tagliando.

L’operazione avrà le stesse fondamentali movenze del 2011: poco dopo la discesa dal grattacielo di Francoforte, Mattarella, che ha già espresso questa intenzione, nominerà Draghi senatore a vita, ma prima insisterà per una sorta di governo ponte – Conte, con poteri limitati che eviti qualche sbandata in grado di nuocere ai clientes e ai grassatori del Paese, che tenda sulla corda il popolo con l’incertezza delle vicende finanziarie, che dopo aver castrato i Cinque stelle, riporti Salvini alla sua dimensione di ascaro, mentre nel frattempo si lavora a stendere il tappeto rosso per super Mario. In fondo le elezioni, benché ormai un rito ambiguo, come certe processioni nelle quali la statua del santo è portato a spalla dalle peggio persone, possono essere sempre una sorpresa:  potrebbe anche darsi che il movimento Cinque stelle non precipiti nei voti, come ci si attende, che nasca qualche altro soggetto politico in grado di complicare la situazione, che avvenga qualcosa di non previsto. Così la regia non può permettersi di trascurare alcun particolare nel suo palinsesto politico.

Se la crisi arriverà al suo culmine, ai Cinque stelle viene offerta l’occasione di rifondarsi e di ripartire con una struttura più solida e partecipata: è un treno che non passa due volte. Cercare di suturare la crisi con altri cedimenti sarebbe davvero la fine.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: