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Ora e sempre Maletton

sardine-benetton-toscaniNon sono riuscito a sottrarmi al dovere civile di recitare anche io, come i vergognosi giornaloni padronali, un atto di contrizione per quanto hanno dovuto subire i poveri Benetton, ovvero l’ingresso della mano pubblica in autostrade per una quota del 51%. Un atto profondamente ingiusto a fronte della puntuale e magnanima manutenzione della rete autostradale e ad appena una quarantina di morti: di questo passo dove andremo a finire? Ed è consolante sapere come i grandi giornalisti a tariffa forfettaria, si scaglino contro questa offesa al buon senso,  a questo esplodere devastante dello statalismo che nasconde il diavolo del sovranismo: un buon tema di reprimenda morale per i Serra che hanno cominciato col prendere per il culo i possessori della Golf nera, ma che se la sono accattata alla prima occasione e suonano all’impazzata il clacson contro i pedoni poveracci e populisti. Tuttavia, nonostante i lai e le lamentazioni rituali che servono a fare da schermo, la vicenda si è conclusa a tutto vantaggio dei Benetton, già miracolati da una concessione che per opera di Berlusconi e Prodi è stata una delle più assurde regalie che mai si siano viste:  non perderanno nemmeno un’azione e a detrimento degli italiani che saranno invece costretti, attraverso la Cassa depositi e prestiti, a metterci i soldi necessari ad avere il 51 per cento nella nuova società autostrade in via di costituzione, così che finiranno per pagare la gran parte delle spese di ricostruzione e i 10 miliardi di debiti dei Benetton nonché la manutenzione autostradale da essi trascurata. In più a condizionare lo stato dei nostri servizi pubblici essenziali, come in un terzo mondo accuratamente ricreato, ci saranno partecipazioni di colossi come Blackstone che di ponti ne lascerebbero crollare anche cento prima di mollare l’osso.

Infatti l’ eccezionale aumento azionario che si è verificato alla notizia di questo fallimentare accordo, fatto passare come sventura per i Benetton e grande vittoria del senso di cittadinanza,dimostra come si tratti sia  in realtà un compromesso al ribasso aperto ad ogni possibile futura manipolazione, che non revoca la concessione, ma semplicemente la ammorbidisce e l’allarga a nuovi soggetti consentendo ai Benetton di continuare a guadagnare sulle autostrade e presumibilmente di continuare a brigare per tenersi in gioco in un’attività ormai cruciale per il gruppo: i maglioncini sono ormai un ricordo e costituiscono il 5 % dell’attività  che con i soldi facili raccolti ai caselli si va specializzando nella gestione viaria anche in altri Paesi a partire dal Sudamerica. E da oggi questo avverrà anche con i nostri soldi.

Ma la cosa più stupefacente di tali cronache è il fatto che il vecchio  patriarca, Luciano Benetton si lamenti di essere stato trattato come una cameriera, senza nemmeno gli otto giorni di preavviso, (ma in un Paese decente sarebbe stato sbattuto fuori un mese dopo il crollo del ponte Morandi e senza un soldo) nonché di essere stato “espropriato”. Questo la dice lunga sulla mentalità di questi imprenditori che si prendono la concessione, magari  senza nemmeno metterci un quattrino , ma che si sentono ugualmente padroni assoluti forse aiutati in questo dalla complicità di un ceto politico indecoroso e da scriba e farisei di ogni tipo. Forse bisognerebbe spiegargli che i “muri”, ossia la autostrade, sono e rimangono dei cittadini italiani, che lui è solo un gestore pro tempore, la cui incapacità ed immoralità  è sotto gli occhi di tutti. Ma pare che per inveterata tradizione le concessioni in Italia entrino immediatamente nell’asse ereditario e che per nessuna ragione possano essere revocate. Nemmeno la più sconquassata o la più criminale e del resto ci troviamo in un mondo dove la coerenza e lo stesso diritto vacillano: pensiamo che nel 2015 l’Europa di scagliò contro le concessioni eterne, mentre in questi giorni sono giunte forti pressioni per non “danneggiare” Benetton e gli interessi tedeschi in Autostrade.

Il fatto è ancora più irritante perché Benetton non è uno che magna e tase o che come certi tycoon fa sfoggio di  stupida tracotanza, anzi  da decenni ha intrecciato la propria immagine pubblicitaria con una sorta di programma didattico politicamente corretto sul mondialismo neoliberista costruito con gli scatti di Oliviero Toscani. Così ci vende miriadi di united colors, ma poi fa una strage di oltre mille persone persone in Bangladesh per la quale ha pagato meno di un ricevimento in una delle sue ville, magari di quelle con le Sardine, lascia cadere ponti in Italia facendo decine di morti e protesta perché vuole continuare ad avere la concessione, devasta il palazzo veneziano dove sorgevano le poste e sempre in laguna fa scempio di un isola costruendo un  mega albergo poi rivenduto alla speculazione internazionale. Quello a cui tiene in realtà è solo il colore dei soldi, ma non bastano mille Toscani a cambiare la natura di un  magliaro. E dei suoi complici al governo.


L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


Nuova vittima dei Maletton

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma povero Toscani, che terribile rivelazione deve essere stata per lui che i padroni per i quali tanto si è prodigato con il suo talento, con il suo spiritaccio provocatorio, con le grande celebrazioni dell’ipocrisia united colors, immortalando i sorrisi dei ragazzini multicolori e multietnici dietro ai quali si celavano il sudore e le lacrime degli sfruttati in geografie remote e immediatamente dimenticate anche dopo le stragi coloniali, ecco, proprio loro che hanno finanziato la sua impresa “culturale”, come sponsor e testimonial, mentre speculavano indecentemente nella città più colta, ammirata e vulnerabile del mondo, si sono mostrati per quel che sono, cinici, sfrontati, feroci.

E infatti con un comunicato ufficiale  più scarno di un tweet,  Benetton Group, con il suo Presidente Luciano Benetton, ha comunicato di volersi dissociare “nel modo più assoluto dalle affermazioni di Oliviero Toscani (che durante una trasmissione aveva dichiarato «Ma a chi interessa che caschi un ponte?». N.d.R.) a proposito del crollo del Ponte Morandi, prendendo atto dell’impossibilità di continuare il rapporto di collaborazione con il direttore creativo».

L’augusto licenziato sia pur con giusta causa, ha replicato in tempo reale da sbruffone qual è: «Sono finalmente libero dai loro problemi», dimostrando simbolicamente che se i servi non possono fidarsi dei padroni, loro, altrettanto, è meglio che non diano fiducia alla devozione di Arlecchino, anche quando è pagato profumatamente, che si sa che pecunia non olet, e soprattutto se è stato messo a parte di sregolatezze, trasgressioni, reati e crimini. Per dir la verità che quella fosse una famigliola con un certo istinto  criminale era noto a tutti, salvo forse ai governi nazionali e locali che si sono succeduti. Perché storia, cronaca e statistiche insegnano che una dinastia imprenditoriale, o forse è meglio chiamarla famiglia come si usa in altri contesti,  impegnata con poliedrica duttilità in ogni settore economico, consolidando relazioni non sempre trasparenti con la politica e la pubblica amministrazione, comprando e rivendendo con spregiudicato dinamismo, scegliendo piazze commerciali e produttive dove è autorizzato e perfino lecito non osservare leggi sul lavoro, fiscali e ambientali, non è mai al di sopra di ogni sospetto.

E infatti l’impero di Ponzano per usare una terminologia appropriata non agisce solo nel settore tessile e dei filati: attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia, si è infiltrato  in numerosi e diversificati settori,  che spaziano dalla ristorazione (Autogrill, dove in questi giorni in coincidenza con Toscani  hanno licenziato i dipendenti che non avevano voluto i turni nei giorni di Natale), nelle infrastrutture (Eurostazioni) e nei trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale). Edizioni continua malgrado gli incidenti di percorso rende ben grazie a società e affiliate e partecipazioni: Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma,  assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli. Ma non basta.

A questi si aggiungono gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare. La famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia. Non manca il comparto editoriale: se hanno  ceduto la partecipazione diretta del 51% in Rcs, mantengono però quella indiretta tramite Mediobanca e monopolizzano la pubblicità anche grazie ai servizi non disinteressati del loro ex creativo  con un budget che, si dice, si aggirerebbe intorno ai 60 milioni annui, 25 dei quali impegnati nello smunto mercato dell’editoria italiana.

Si  chiama invece Edizione Property  la holding nel settore del mattone, con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.  C’erano  i Benetton dietro il tentativo di oltraggiare Capo Malfitano in Sardegna con  190mila metri cubi di costruzioni suddivisi in quattro complessi alberghieri, quattro residence, due agglomerati di residence stagionali privati e relativi servizi, ma è Venezia il laboratorio del loro talento alla speculazione più sfacciata, fin da quando avevano messo gli occhi sulle nuove opportunità offerte dalla Serenissima partecipando alla cordata che voleva conquistare Venezia, con una Expo per fortuna evitata in extremis.

Ma si sono rifatti anche grazie ai buoni uffici del sindaco Cacciari, quando Edizioni srl acquista l’adiacente hotel Monaco & Gran Canal con il proposito di occupare militarmente tutto l’isolato per farne un “distretto alberghiero e commerciale del lusso”, poi l’isola di San Clemente acquistata nel 1999 dall’Ulss (era sede di un ospedale psichiatrico) per 25 miliardi,  e convertita in albergo per essere rivenduta a una proprietà straniera proprio il giorno dell’inaugurazione. Per non parlare del  Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi di Rialto, da decenni sede della Poste, viene acquisito nel 2008 per 53 miliardi con l’intento di farne un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenti una sorta di immagine globale per il paese” (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/10/13/terrazza-con-vista-sul-popolo-bue/; e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/07/venezia-presa-per-il-cubo/) . Ecco fatto: perfino l’archistar assunta per coronare il sogno distopico di un centro commerciale come allegoria dell’Italia si ribellerà quando alle pesanti manomissioni che intervengono in corso d’opera, dall’installazione di scale mobili alla rimozione del tetto per sostituirlo con terrazza panoramica mozzafiato,  si aggiungono altri misfatti edificatori e anche qualche caduta di bon ton,  trattando i cambi di destinazione d’uso e le pressioni per accelerare  le procedure, con un generoso contributo per la Fenice.

Poi, come da tradizione familiare,  compiuto il misfatto i “magliari”  cedono il passo a compratori stranieri per occuparsi dell’“assalto al treno”,  grazie alla loro presenza in  quella che hanno rivendicato essere la più “grande multinazionale dei servizi per la gente in movimento”, con infrastrutture, ma anche ristorazione, hotel, shopping,   nella location della Stazione di Santa Lucia con un aumento della superficie dal progetto iniziale da 2500 a 9000 mq,  destinati alla “greppia” internazionale e alle attività commerciali. È così evidente la loro occupazione militare che  il Ponte della Costituzione anche quello frutto della improvvida gestione Cacciari, secondo la guida di Lonely Planet, viene abitualmente definito Benetton Bridge, in omaggio al gruppo che ne ha in parte finanziato la costruzione.

Ma anche il Toscani, benedetto uomo, ma cosa si aspettava, che calasse un silenzio pudico sulle sue incaute affermazioni alla pari di quello steso  sulla festosa grigliata di Ferragosto a Cortina, patronessa la zarina Giuliana, subito dopo il crollo? Ma cosa si aspettava se c’è da sospettare che sia stato lui a suggerire la lunga e accorata paginata su Repubblica (ne ho scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/02/benetton-la-posta-del-cuore-nero/) nel quale i suoi datori di lavoro rivendicavano l’estraneità di tutti i membri del clan nella gestione di Autostrade e dunque del delitto di Genova?

A volte anche ai Pr, agli architetti e fotografi di regime, ai ritrattisti dei re, ai kapò e gauleiter, ai supporter ingenui e non,  succede di scoprire l’anima nera di quelli che li hanno accolti alla loro mensa, riso delle loro battute da giullari, beneficato di regali e onorificenze. E di accorgersi che sono come tutti i faraoni, satrapi, tiranni e padroni delle ferriere come quello che a Grezzago, nel milanese, all’interno dell’azienda Maschio SN ha  accolto l’operaio infortunatosi nel luogo di lavoro al suo ritorno dopo due mesi di malattia, aggredendolo e trattandolo da “parassita” per poi licenziarlo.

E siccome non siamo in Germania dove i due manager condannati della Thyssenkrupp andranno in carcere, qui dirigenti bancari colpevoli vengono assolti per legge, i proprietari criminali dell’Ilva godono di immunità, impunità e prescrizione, il clan delle autostrade rivendica il diritto a continuare a delinquere. E la giustizia è ingiusta.


Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


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