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Sul ponte sventola bandiera bianca

mor Anna Lombroso per il Simplicissimus

Accidenti, proprio il 14 agosto vi si rompe la lavatrice, l’acqua insaponata vi allaga casa, dentro sono stipate lenzuola e tovaglie e quando arriva il tecnico vi tocca anche sentirvi le sue accuse: non ha usato il Calfort, ha impiegato troppo ammorbidente, ci mette troppi panni, non pulisce il filtro, smanetta sulla tastiera dei comandi avanti e  indietro e comunque da quanti anni ce l’ha? beh,  troppi.

Non occorreva scomodare i satelliti per effettuare una diagnosi di “malfunzionamento” di un prodotto che ha avuto effetti tremendi e assassini, morti e feriti, gente senza tetto e ricadute economiche e sociali drammatiche, bastava il tecnico della Indesit. Perché poi le cause sono sempre le stesse che producono vittime per eventi che non si possono chiamare inattesi, imprevedibili o naturali: inondazioni, alluvioni, crolli che anche in caso di terremoto potrebbero essere meno cruenti, viadotti che sprofondano, valanghe che spazzano via costruzioni abusive. 

A un anno di distanza dal ponte Morando sappiamo soltanto che il più influente  azionista della cordata concessionaria è a piede libero, libero di partecipare di altri importanti operazioni imprenditoriali, libero di mandare sfrontatamente i suoi manager alla commemorazione, libero di esprimersi con spericolata faccia di tolla, ripreso dalla stampa quando  difende l’operato del suo clan: “Non siamo né papponi di Stato né razza padrona” e il crollo del Ponte Morandi è stata “una disgrazia imprevedibile e inevitabile”, rivendicando che la sua famiglia ha in gestione un gioiello, l’Aeroporto di Fiumicino, pluripremiato, e che fa testo della sua fede democratica e della sua integrità l’essere “uomo di sinistra” tanto da aver militato nel Partito Repubblicano.

L’intervista di Repubblica a un anno dalla morte di 43 persone, evita di entrare nel merito del curriculum dell’energico capofamiglia, dal sacco di Venezia dove ha speculato su un patrimonio comune svenduto da un altro “uomo di sinistra” il sindaco filosofo che ha permesso lo scempio del Fondaco dei Tedeschi e la “valorizzazione” di un’isola convertita in hotel esclusivo, allo sfruttamento intensivo di forza lavoro in localizzazioni scelte per poter trarre profitto dal lavoro di donne e ragazzini,  dalla gestione nefanda della società autostrade con l’occupazione militare perfino dei bar e delle toilette.

E d’altra parte figuriamoci se la stampa ( nell’impero c’è anche la partecipazione in Rcs attraverso Mediobanca)  non guarda con ammirazione alla dinastia  United Colors of Benetton (55 società, 40 delle quali con sede all’estero  divise  in tre categorie: quelle di natura commerciale, quelle addette alla filatura e tessitura, e quelle che si occupano del confezionamento) e poi alla  Benetton Group Spa, posseduta per il 67% dalla famiglia Benetton attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia e che annovera, oltre al 100% di Benetton Group, numerose e consistenti partecipazioni che spaziano dalla ristorazione (Autogrill), alle infrastrutture (Eurostazioni) e ai trasporti (Atlantia, che gestisce 3mila km autostradali italiani (quasi la metà del totale)  e che  ha avuto 3,9 miliardi di ricavi nel 2017 società a cui fanno capo Autostrade per l’Italia e Aeroporti di Roma), fino ad assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota in Pirelli.   Potete  aggiungere gli investimenti nel settore agricolo e in quello immobiliare: la famiglia detiene il 100% dell’azienda agricola Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia e in quello del mattone con  Edizione Property  la holding  con un patrimonio immobiliare che vale intorno a 1,4 miliardi di euro.

Prima dell’imponderabile incidente, il Ponte era un fiore all’occhiello anche per la famiglia in qualità prodigio ingegneristico e per via delle sue ardite soluzioni tecniche.  adesso a parte i satelliti, i controlli, le diagnosi tutte effettuate senza doverosi  mea culpa,  la colpa sarebbe da attribuire alle “non  ridondanze”, come a dire  che, se cede una parte, le altre non sono dimensionate per far sì che tutta la struttura regga (citazione dal Sole 24 Ore). Insomma sarebbe venuto meno un principio noto anche ai ragazzini che giocano con Lego o a quelli che tirano su castelli di sabbia. Sempre il Sole 24 Ore, ci insegna infatti che”Bisogna tenere presente che l’equilibrio di una struttura del genere è determinato da un legame a catena tra i vari elementi che la compongono. Se si rompe un elemento, viene meno il legame e quindi l’equilibrio.

Al netto di accuse e polemiche su degrado e manutenzione,   cito dal giornale di Confindustria,  non volendo urtare la sensibilità del clan di Ponzano incarnata da una delle matriarche che il 15 agosto del 2018 ha festeggiato in Ferragosto con una doviziosa merenda sui prati, non potendo attribuire la colpa del crollo della pila 9  a un diverso fattore umano,  la responsabilità sarebbe dunque del defunto Morandi che no aveva saputo prevedere il fisiologico concatenarsi dei cedimenti.

Come al solito possiamo ripetere il mantra di sempre e riporre fiducia nel lavoro della magistratura: la Procura attribuisce importanza decisiva al filmato nel quale si vedrebbe lo strallo di sud ovest (il primo che incontrava sulla sua carreggiata chi procedeva verso Genova) rompersi in un punto vicino alla sommità, il che dimostrerebbe che sono venute meno le indispensabili azioni di sorveglianza, controllo e manutenzione. Verrebbero dunque chiamati in causa   il gestore del ponte (Autostrade per l’Italia, Aspi, che fa capo alla famiglia Benetton)  la Spea (dello stesso gruppo) che ha fatto la maggior parte dei controlli, e il ministero delle Infrastrutture che aveva sì approvato un intervento di rinforzo, ma senza carattere di urgenza. Senza dire che   tre periti nominati dal gip  hanno  descritto le condizioni in cui si trovava il viadotto prima di crollare, citando la  corrosione diffusa non solo sugli stralli   ma anche in diverse parti della struttura, con assenza di interventi di manutenzione che potessero rallentarla o eliminarla.

Non rassicura che il Procuratore di Genova abbia  detto che quel viadotto «è morto, come una persona muore di morte naturale». Viene da rispondergli che non c’è nulla di naturale nel far morire con un ponte 43 esseri umani, per trascuratezza criminale, avidità inestinguibile, istinto feroce. Non è morte naturale, lo dovrebbe sapere, si chiama assassinio.

 

 

 


Il Masaniello di Draghi

5cc214662400003300e4fd73Ho fatto un sogno: che in futuro ci sia un governo Salvini, Berlusconi, Renzi e Zingaretti che finalmente la faccia finita con i troppi equivoci che si sono accumulati negli anni, con l’ipocrisia di un centro che è destra purissima e di una sinistra piccolo borghese che pretende di essere tale solo perché sventola qualche feticcio mediatico. Che il sipario si alzi e mostri l’intera compagnia teatrale dove i buoni e i cattivi della commedia si  tengono per mano in un inchino ai poteri economici e alle loro ideologie. Sì, che almeno le cose siano chiare, se non possono essere giuste e favoriscano una rinascita politica al di fuori dall’ammucchiata dei poteri forti e dei suoi camerieri, ma anche al di fuori dalle illusioni e dalle confusioni. Qualche settimana fa pensavo che Salvini non avrebbe fatto cadere il governo adesso, che avrebbe aspettato il tempo giusto per arrivare ad elezioni in primavera in modo da mandare avanti il governo per gli affari correnti e rimanere ministro dell’ interno, ma soprattutto godere il più a lungo possibile della copertura dei Cinque Stelle a cui attribuire ogni colpa e andare avanti con la sua stravagante strategia di governo e di opposizione: dover fare da solo in queste condizioni appoggiandosi alla mummia vivente e a Renzi, visto che in Parlamento detiene una vistosa minoranza, non gli sarebbe convenuto più di tanto. Ma evidentemente mi sbagliavo: nella mia ingenuità non avevo fatto conto che i miliardi della Tav e il pericolo che venisse tolta la concessione ad Autostrade era troppo per poter attendere, che i clientes , il corpo elettorale ed economico più importante in questo Paese, sanguinavano e facevano salire il loro grido di dolore, volevano a tutti i costi che il male del buon senso fosse estirpato.

Ma c’è un altro elemento importante che si è manifestato quasi in contemporanea con l’apertura della crisi ed è che i due provvedimenti voluti dai Cinque stelle e avversati da Salvini, ovvero reddito di cittadinanza e decreto dignità, hanno avuto un rapido e benefico effetto macro economico come si evince persino dall’ultimo bollettino della Bce: andando avanti così non solo i pentastellati avrebbero potuto recuperare terreno, ma si sarebbe potuta anche insinuare l’idea che i grandi esperti di economia, le santerie bocconiane, le Vanna Marchi del neoliberismo e il leghismo bottegaio che fa da eco dialettale a queste sibille, dicano solo cavolate a favore di una visione padronale della società. Così si è deciso di dare l’avvio alla crisi anzitempo.

Naturalmente a fare il tifo per questa soluzione non ci sono non solo loro: a sanguinare copiosamente c’è anche il sacro cuore immacolato dell’Europa, nemico giurato dei cosiddetti populisti e amico sottobanco di Salvini,  un cuore nero che più va in crisi e recessione, più deve stringere i lacci della cattività monetaria e ordoliberista  nel tentativo di salvare una barca che sta affondando, con falle che si aprono persino nella tolda di comando di Berlino e le batoste a prese dall’industria tedesca (vedi qui ). In autunno tutto questo complesso di modernismo reazionario, questa colonna infame avrà il suo faro, anzi il suo untore capo in Mario Draghi che a settembre dovrà lasciare la Bce ed è ormai da anni in odore di Palazzo Chigi, specialmente dopo il crollo renziano. Proprio per questo pensavo che l’estate sarebbe passata tranquilla e la crisi sarebbe esplosa con le foglie morte, ma non avevo tenuto conto che l’operazione di trapianto d’organo presenta qualche difficoltà, a parte la resistenza dei Cinque stelle: per avere Re Mario saldamente sul trono si deve passare attraverso una via crucis di sussurri e grida, di paure, di spread in alta quota, di incertezza, insomma una dose per uso pubblico di sindrome da ultima spiaggia in modo che alla fine, come è stato con Monti, si accolga Draghi come il salvatore. Così questi signori si sono presi tutto il tempo necessario per organizzare lo spettacolo, sfruttando la vacuità di Salvini che non è altro se non un ingranaggio rumoroso del sistema da cambiare al primo tagliando.

L’operazione avrà le stesse fondamentali movenze del 2011: poco dopo la discesa dal grattacielo di Francoforte, Mattarella, che ha già espresso questa intenzione, nominerà Draghi senatore a vita, ma prima insisterà per una sorta di governo ponte – Conte, con poteri limitati che eviti qualche sbandata in grado di nuocere ai clientes e ai grassatori del Paese, che tenda sulla corda il popolo con l’incertezza delle vicende finanziarie, che dopo aver castrato i Cinque stelle, riporti Salvini alla sua dimensione di ascaro, mentre nel frattempo si lavora a stendere il tappeto rosso per super Mario. In fondo le elezioni, benché ormai un rito ambiguo, come certe processioni nelle quali la statua del santo è portato a spalla dalle peggio persone, possono essere sempre una sorpresa:  potrebbe anche darsi che il movimento Cinque stelle non precipiti nei voti, come ci si attende, che nasca qualche altro soggetto politico in grado di complicare la situazione, che avvenga qualcosa di non previsto. Così la regia non può permettersi di trascurare alcun particolare nel suo palinsesto politico.

Se la crisi arriverà al suo culmine, ai Cinque stelle viene offerta l’occasione di rifondarsi e di ripartire con una struttura più solida e partecipata: è un treno che non passa due volte. Cercare di suturare la crisi con altri cedimenti sarebbe davvero la fine.


Buon Anno cattivo

passato-presente-futuro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non per fare sempre il bastian contrario, ma oggi vorrei farvi gli auguri di un anno cattivo, dispettoso, sospettoso, di sorridere come Franti, di attaccare il barattolo alla coda dei gattini virtuali di quella comunità social che si intenerisce e sottoscrive entusiaste petizioni per qualsiasi causa purché lontana, meglio se morta, meglio se non prevede nemmeno un misero sms da 1 euro.

Ci sono ricette infallibili per non diventare come il piccolo Enrico, il piccolo borghese anticipatore dell’ideologia politicamente corretta: quella di oggi che vi consiglio, è la lettura del Corriere con le omelie agli italiani in concorrenza con benedizioni papali e discorso di fine anno a reti unificate dal Quirinale.

Vedrete che come per incanto vi troverete seduti  dalla parte giusta, che purtroppo è scomoda ma non fa vergognare, perché dalla parte opposta ci sono i sacerdoti della nuova triade Dio, Patria e Famiglia, nella quale Dio è ovviamente il mercato, la Patria consiste in quell’armamentario retorico del Bel Paese pieno di Buoni Sentimenti, di italiani brava gente, di patrimoni dell’Unesco, già incartati per essere svenduti in blocco, arte, cultura, storia, santi, navigatori, poeti e lavoratori. E la Famiglia, quando non è quella dei boss, è preferibile che sia quella liquida di Bauman, quella combinatoria del Censis,  insomma un nucleo difensivo e offensivo che deve corrispondere ai bisogni del dio di cui sopra, consumando, pagando fondi pensionistici e  assicurazioni sanitarie, ripristinando i ruoli patriarcali in sostituzione di stato sociale, pari opportunità e uguale espressione di vocazioni e talenti.

Potreste cominciare con la letterina di Buon Anno di Cazzullo, nostalgica dei bei tempi andati quando la Balena Bianca provvedeva per noi: allora, scrive il Moccia della sociologia un tanto al metro, era possibile fare l’Autostrada del Sole e i ponti non crollavano. Certo, ammette, l’architettura era quello che era, ma dipendeva non certo dalla corruzione, dall’urbanistica negoziata nella quale vincono sempre i privati, dalle mani sulla città delle cupole immobiliari e del cemento alleate con la politica. Macché, allora tutti erano concordi e coesi intorno all’intento condiviso di ricostruire, fare presto, agire, mentre ora, si direbbe, ha la meglio la sfiducia e il disfattismo che ostacola lo sviluppo, la competitività del sistema Italia, il lavoro, la libera iniziativa, e il loro monumento in Val di Susa,  che pregiudicano il futuro con la propaganda arcaica della decrescita, perfino di una malintesa e egoistica “ecologia”, quando ci sarebbe bisogno di bei palazzoni in dignitose periferie per i senzatetto, così non occuperebbero il centro storico delle città, bene esclusivo  di un cerchia che se lo merita anche come ricompensa per l’erogazione di sfrontati pistolotti natalizi E quando occorrerebbero altre infrastrutture  irrinunciabili come la Brebemi per appagare  gli appetiti dei signori dei pedaggi e dove far correre su reti beatamente  deserte gli obbligatori Suv, e quando necessitiamo di vettori velocissimi per le consegne Amazon e Ebay che tanto i rampolli del delfinario imperiale mica vanno a fare l’Erasmus in treno dove rischierebbero di mescolarsi con i molesti pendolari.

Ecco direte voi, un altro che rimpiange i bei tempi andati per mettercelo in quel posto con la nostalgia.  No, avete sottovalutato il Corriere, sempre attento a garantire pluralismo delle idee: gli risponde infatti  il Gramellini, con un inno al progresso, al presente che  ci fa dimenticare riscaldamenti razionati, auto inquinanti, classi numerose, telefoni duplex e perfino la corsa in edicola per comprare il quotidiano e dedicarsi alla preghiera laica del mattino.

Pensare che se c’è una cosa per la quale ringrazio il passato è per avermi insegnato a non correre giù col cappotto sopra il pigiama per comprarmi Repubblica o il Corriere, così mi risparmio la lettura infame di Gramellini appunto o di Serra & simili. Mentre non gli perdono di aver permesso che ci sia chi si trastulla ancora con le magnifiche sorti e progressive, rimuovendo i suoi effetti collaterali, la mancanza non di termosifoni ma di tetti sulla testa, le scuole meno affollate dove si predica rifiuto e emarginazioni dei poveri esterni o interni al nostro benessere, l’apocalisse climatica. In attesa di un caffè sospeso che gli dovremmo per le sue paternali, Gramellini nel citare il “suo mito”,   Montanelli che raccontava di avere scritto di guerre e rivoluzioni senza mai uscire dall’albergo, vuol ricordarci che, evviva il villaggio globale, se adesso esiste la rete che deforma ma anche informa e smentisce. Mai abbastanza sembrerebbe, se lui per primo si colloca negli intoccabili, fa consumo e spaccia fake intollerante a ogni critica e obiezione e ci parla del mondo dalla sua poltrona.  Da dove ci raccomanda anche lui fiducia. Fiducia, perché il passato deve servire come esempio, ma solo per farci capire quanto è bello esplorare e vivere il presente.

Fiducia, con gente così, con una informazione di questo genere, è difficile coltivare questa virtù, giustamente obsoleta perché di hanno abituato a convertirla in delega, in cambiale in bianco, in procedura governativa per limitare partecipazione democratica.

Non a caso raccomandano questa professione di fede cieca, che sconfina nell’ubbidienza beota, quelli che si dicono entusiasti del passato o del presente in modo da eludere il futuro, che predicano un uso politico della storia per stabilire la necessità della benefica menzogna, e un uso morale del presente come migliore di mondi possibili del quale è doveroso accettare le limitazioni imposte a critica, bisogni, desideri e diritti e la rinuncia al domani, ormai ipotecato dalla paura dell’ignoto. Vedi mai che invece decidiamo di riprendercelo o peggio, di farcelo come lo vorremmo.


Paga Arlecchino!

nave 1Anna Lombroso per il Simplicissimus

È diventata ormai una simpatica consuetudine, largamente accettata,  quella secondo la quale chi ha abbattuto l’edificio di garanzie, sicurezze, diritti conquistati in secoli di lotte,  chi ha foraggiato per salvarle coi nostri quattrini banche criminali in rovina per aver giocato alla roulette ormai russa del casinò globale e per aver concesso illimitate risorse a debitori eccellenti e irriducibilmente riottosi e impuniti, chi ha permesso che grandi imprese private prosperassero mettendo a rischio le vite dei cittadini, lucrassero su servizi inefficienti, insomma proprio quelli si sentano autorizzati a impartire la loro pedagogia educativa al popolo di indolenti ed egoisti sull’obbligo di farsi carico  dei danni che hanno prodotto.

Sul dovere cioè  di contribuire a vario titolo al salvataggio di Mps, Banca Etruria, Banca Marche, Popolare di Vicenza, in modo che possano continuare a sostenere avidità, accumulazione e debiti di vip dissipati, di consigli di amministrazione banditeschi e dirigenze killer, di non penalizzare Autostrade e i suoi potentati,   di prodigarsi  insieme alle vittime per il soccorso a  imprenditori malavitosi e assassini che hanno distrutto interi settori produttivi, avvelenato le vite dei lavoratori e dei cittadini senza che siano obbligati in alcun modo alla riparazione e al risarcimento,  di sacrificare se stessi e una città, la più delicata e vulnerabile, per assoggettarsi  alla prepotenza di corsari senza scrupolo: , perché altrimenti si penalizzerebbero settori strategici del cosiddetto sistema paese e i loro profitti, si punirebbero risparmiatori che hanno scommesso con i rischi che comportano al gioco in borsa, si metterebbero in pericolo posti di lavoro inutile dire che mi riferisco alla più brutale delle fake news, la più antica ma la più efficace, che, cioè, non ci sia modo di resistere e opporsi al ricatto, all’intimidazione, all’estorsione.

E invece nei giorni scorsi Venezia, i suoi abitanti e quelli che hanno a cuore quel prodigio urbano, artistico, storico, ha dovuto di buon grado e in nome di quella menzogna accettare l’oltraggio del passaggio non indolore di 14 grandi navi nel weekend.

Perfino il mio pc è stanco di parlarne di quella ferita, inferta da quel turismo ignorante e improduttivo (l’unico lascito è l’immondizia la cui raccolta  gestione è pagata dai residenti, sempre di meno rispetto ai passanti sempre di più)  di chi percorre stancamente le vie della serenissima ansioso di tornare sui ponti in alto a farsi selfie e fotografare le formiche veneziane sempre meno sempre più offese e arrabbiate, che è meglio guardarsela lassù, visto che è risaputo che la vera meta dei forzati delle crociere è la nave stessa, il suo intrattenimenti, l’animazione, le abbuffate reiterate. Sono le imbarcazioni diventate città sul mare la destinazione  con le loro piazze, viali, ristoranti, boutiques, piscine, palestre, night, dove socializzare e fare incontri come nei telefilm americani.

Perfino il mio pc è stanco di sentir dire che bisogna prendere atto di quella che è la vera vocazione di Venezia,  di parco tematico intitolato alla sua leggenda di icona dell’immaginario collettivo, che darebbe a  ognuno di ogni latitudine il diritto inalienabile di andarci, approfittare di lei, sporcarla, prendere a spintoni che ci abita, lasciarci cacca e pipì ma lamentarsi della esosa ospitalità dei figuranti che la abitano retrocessi a affittacamere, locandieri, camerieri,  dei prezzi alti, della cattiva cucina, della nebbia, della pioggia dei vaporetti pieni, della difficoltà di infrangere le leggi dell’impenetrabilità dei corpi. Perché vige  la convinzione che l’unico effetto della livella della giustizia sociale sia rimasto quello   poter essere tutti in condizione di recarsi  nello stesso posto e nello stesso tempo, davanti alla Gioconda, sotto la torre di Pisa o a Petra o dentro alle piramidi, tutti salvo chi possiede tutto e quindi putto può permettersi, che la bellezza la visita in esclusiva, soggiorna in appartatati relais, viaggia non in condomini ma in barche di proprietà. Tanto che il brand del sonno della ragione che genera mostre si fonda sulla creazione artificiale di fenomeni artistici sotto forma di eventi spot, o grazie a libercoli e campagne stampa e iniziative di mercanti in fiera, norcini compresi, promossi per convogliare masse e collocarle davanti al prodotto sia il rinascimento secondo Farinetti, la Ragazza con l’orecchino di Perla, la promessa di un Leonardo.

A Venezia la Grande Bugia sulle Grandi navi vorrebbe persuadere che siano indispensabili e che i benefici siano di gran lunga superiori per la città dei danni: le gravi conseguenze ambientali  sull’ecosistema marino, sulla qualità dell’aria, sugli ambienti urbani e portuali, si dovrebbero sopportare in vista delle ricadute commerciali. Si dimentica quindi che si tratta di viaggiatori di passaggio, di escursionisti guidati nella città in corteo, concentrati nei mesi di massima pressione turistica (da Maggio a Settembre), nei fine settimana (in certe giornate scendono dalle navi anche 44.000 persone) e nelle ore di massimo afflusso, che hanno forgiato i percorsi per adattarli all’interno di un itinerario specifico in determinate fasce orarie, producendo fenomeni acuti di congestione ed una notevole riduzione di mobilità per gli abitanti e gli altri turisti, che questo ha generato una domanda e un’offerta  di esercizi e servizi specifici (fast food, take-away, bancarelle, negozi di paccottiglia a basso costo) che ridisegna  l’intero tessuto terziario con uno squilibrio che produce un rialzo dei prezzi di affitto degli spazi ed una progressiva desertificazione delle aree marginali e impoverendo la specificità culturale del luogo per farne un triste luna park.

Come  denuncia da anni un appassionato difensore di Venezia, Giuseppe Tattara, si è registrata una colpevole abiura del settore pubblico delle funzioni di pianificazione e governo che ha prodotto “un porto crocieristico estraneo alla città, anche se costruito con capitale pubblico. Un porto basato su una enclave extraterritoriale (le navi), gestito in regime di monopolio da compagnie di navigazione straniere, che hanno interesse a fare apparire pochi profitti in loco, trasferirli all’estero, con una corsa al ribasso dei costi ed un’alta precarizzazione dei rapporti di lavoro”.

Si racconta che ci fosse un’altra Venezia, nata sulle pianure liquide come le chiamò Mommsen, a San Marco in Boccalama, si racconta che i veneziani temendo una rapida sommersione avessero cercato di tenerla a galla ancorandola a grandi velieri dei quali resta traccia in forma di relitti invasi da alghe e peoci proprio come le paratie del Mose. Pensavano di salvare la città grazie a grandi barche, oggi la sua morte viene anche da altre grandi barche. Come uccelli acquatici i primi abitanti giunsero  là per sfuggire alle invasioni, oggi i barbari li cacciano: sono 55.000 i residenti contro 27 milioni di turisti. Di questi 1,7 milioni sono i passeggeri delle Grandi Navi  con una media probabile di 247 per ogni abitante della città d’acqua,  circa 4.886 crocieristi al giorno.

Sabato e domenica prossimi (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/21/mose-limpero-del-fango/) ci saranno un po’ di quelle formiche, che i prepotenti delle crociere guardano e fotografano dall’alto del ponte,  a protestare.

Meglio non lasciarli sole, a rischiare di scomparire non ci sono solo loro, c’è una città, c’è la sua storia e il suo mito, c’è una parte di noi e dei nostri sogni.

 

 


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