Melandri, la Maxxi Architetta

melandri-maxiiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti architetti, il saggio che il più elegante schizzinoso e sofisticato fustigatore di costumi newyorkese dedicò alle perversioni dell’architettura del Novecento, all’imperturbabile distacco tra  progettista e committente,  all’egocentrismo divistico che del quale era affetta la professione diventata sempre più teorica e immateriale ancora prima delle archistar,  potrebbe arricchirsi di un nuovo capitolo. Il giorno 14 febbraio, dedicato a San Valentino e agli innamorati, il Consiglio nazionale degli architetti (CNAPPC) ha leggiadramente  conferito la laurea honoris causa come architetto onorario a Giovanna Melandri, autodefinitasi a suo tempo “mamma del Maxxi”, il Museo d’arte moderna di Roma, le cui incerte sorti fanno pensare a uno sventurato trovatello.

Non sorprende che lei abbia sfrontatamente  detto si al riconoscimento francamente spropositato. È una sua cifra prestarsi senza remore a esperienze, le più varie, santuari dell’arte, il Maxxi, o dell’intrattenimento, il Billionnaire.

E non stupisce nemmeno che l’organismo rappresentativo di una professione in crisi di identità e di realizzazioni, si voglia conquistare la gratitudine di una patronessa, che dell’architettura vuol fare un pilastro del suo ente, un museo appunto. A conferma della profezia di Wolfe, di un mestiere cioè sempre più visionario e sempre meno “concreto”, più adatto alla ricerca e all’accoglienza dei progetti in musei che alla realizzazione nelle città, mentre   Vitruvio, già nel primo secolo a.C., nel De architectura scriveva : “…Il vero architetto dovrà possedere doti intellettuali e attitudine all’apprendere… Sia perciò competente nel campo delle lettere e soprattutto della storia, abile nel disegno e buon matematico; curi la sua preparazione filosofica e musicale; non ignori la medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi che regolano i moti degli astri…”.

Non vale nemmeno la pena esplorare le performance dell’icona bionda della valorizzazione della creatività italiana, le sue incantevoli giravolte per accreditare quella che definisce la sua grande sfida: integrare vari mondi quello del cinema, della musica, dell’architettura, dell’arte nel Maxxi per fare di questo “la nostra grande community” – anche grazie a corsi di Yoga molto propagandati … e dire che a Roma bastava semplicemente un museo, peraltro beneficato di ben 5 milioni di euro,  o della sua vezzosa inclinazione a esaltare il suo interesse appassionato per il patrimonio culturale italiano a fronte di un’altrettanto appassionata dedizione per il suo di patrimonio, tramite cospicui emolumenti, dei quali aveva dichiarato di voler fare a meno, come una generosa mecenate.

Ma vale invece indagare un po’ nei suoi piani per la rivalutazione dell’architettura attraverso spazi e tematizzazioni dedicate nel Museo, che per ora si sono limitate all’ostensione di reperti fotografici e all’ospitalità di qualche archivio, non sappiamo se ancora consultabile da volonterosi utenti.

Perché avrebbe  ragione Melandri a dire che l’architettura è quell’arte che disegna gli spazi sociali,  che per questo dovrebbe essere quella più vicina a committenti e cittadinanza, ma se il suo è l’unico museo nazionale di architettura, forse la sua specificità dovrebbe essere rafforzata ben oltre “la sua dimensione di ricerca storica, di ricerca contemporanea, di spazio per un confronto con un pubblico più vasto che può accogliere e apprezzare i film, i talk”.

È che ormai gran parte dei mestieri da noi e non solo sono diventate  palestre d’esercizio per sontuosi e privilegiati acchiappa citrulli benestanti, filosofi, economisti,  architetti, chef, poeti,  molto innovativi, molto poliedrici, molto giocosi, molto visionari, molto immateriali, a fronte di migliaia di laureati ben contenti di insegnare applicazioni tecniche, di progettare tinelli in part time da Divani & Divani, di arredare la camera die ragazzini di zia. Che invece resta intatta l’egemonia dei geometri delle villette monofamiliari  o dei condomini aberranti degli ingegneri al servizio di dinastie di cementifica tori, autorizzati ad ogni obbrobrio da decreti del Fare, da Piani Casa e Piani Città prodotti dal susseguirsi di governi “costruttivisti”.

Sfigati ma colpevoli, comunque i maledetti architetti, che si lagnano dell’imperio delle archistar straniere che tirano su ponti che di sdraiano leggiadramente e sui quali si cade, teatri che non osservano i criteri di sicurezza,  con una netta preferenza per la magnificenza di costruzioni stupefacenti che non si capisce come si reggano, e infatti non è detto.. per lo sbalordimento dei passanti, per lasciare l’impronta di committenti megalomani. Ma che evidentemente hanno rinunciato al loro ruolo politico, quello appunto di creativi che devono saper far di conto, che devono conoscere materiali e calcoli, ma che soprattutto devono “fare case” avendo a cuore l’interesse generale,  rispettando da addetti ai lavori i diritti dell’abitare prima ancora dei loro a esprimersi, non dimenticando di voler bene al bene comune, suolo, risorse, territorio, spazio, bellezza.

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