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I molti modi di tagliare la testa

Image processed by CodeCarvings Piczard ### FREE Community Edition ### on 2015-06-27 10:36:41Z |  |

In attesa di sapere se gli attentati di ieri abbiano avuto qualche coordinamento o siano invece frutto di un magmatico mondo arabo che risponde a sollecitazioni emotive generali su scala locale, come è assai più probabile per non dire certo, mi godo le reazioni francesi ed europee di fronte al decapitato di Lione. Ho usato appositamente godere perché raramente si ha una prova così palese dell’autoreferenzialità  occidentale e la sua incapacità di dare risposte che vadano oltre quella nilitare.

Non sarò così caustico da ricordare agli orripilati francesi il particolare curioso che questo ennesimo atto di barbarie si è compiuto nel Paese che ha fatto del taglio della testa un vanto della propria tecnologia e nel quale l’ultimo decapitato ufficiale risale non a qualche secolo fa ma al 10 settembre del 1977 (ironicamente il ghigliottinato fu un pappone tunisino, privo di una gamba per un incidente sul lavoro, reo di omicidio di una delle sue ragazze, disgraziatamente francese), né mi dilungherò sulle otto donne decapitate nella repubblica di Vichy per reati legati agli aborti, la vicenda di una delle quali è stata tema di un film di Chabrol. Per fortuna si tratta di tempi faticosamente superati.

Ciò che invece mi pare ancora avvolto nell’oscurità di un eurocentrismo ormai ingenuo e di una cecità ideologica, è lo stupore di fronte al fatto che immigrati di seconda e terza generazione, nati ed educati in Europa possano essere travolti dalle lotte in medioriente e ancor più che giovani europei , senza alcun retroterra culturale arabo o mussulmano possano partire per militare nell’Isis o in altre fazioni. Ora a parte che chi partecipa alle varie “liberazioni” organizzate e sovvenzionate dall’occidente è considerato un eroe, per decenni nessuno si è scandalizzato o si è interrogato sul fatto che giovani e meno giovani europei partecipassero come mercenari alle varie lotte in Africa, Asia e Sud America. Certo si trattava di guerre e di stragi in accordo con le strategie occidentali e neocoloniali quindi chiunque si arruolasse in queste legioni straniere, recentemente divenute private e anche al soldo di multinazionali, poteva al massimo suscitare qualche domanda sull’equilibrio psicologico, ma di certo non rappresentava una contraddizione culturale.

Adesso invece ci si trova di fronte a persone che non credono più nel sistema di mercato, che guardano altrove per cercare un senso, anche in mancanza di un qualsiasi retroterra familiare. Ed è un fenomeno in crescita perché sui 15 mila foreign fighters che combattono tra Siria e Irak , più di un terzo non  hanno nulla a che vedere con origini vicine o lontane con il medioriente. Naturalmente possono guardare dalla parte sbagliata o da quella indicata come sbagliata e magari sostenuta sottobanco,  ma di certo costituiscono la punta di un iceberg che dovrebbe preoccupare per questioni più cruciali del possibile attentato di ritorno: perché l’iceberg non è altro se non una progressiva perdita di senso, di valori, di attrazione del modello occidentale o almeno di ciò che esso è divenuto negli ultimi decenni.

Quello che chocca le opinioni pubbliche non è tanto l’orrore dell’attentato in sé, quanto il fatto che le seconde e terze generazioni di immigrati possano mettere in discussione la superiorità occidentale dopo averla provata e cominci a farlo persino chi non ha alcun retroterra esogeno: che questi vadano dietro alle bandiere nere o comunque a situazioni di conflitto invece di mettersi in fila per acquistare l’ultimo modello di smartphone che costa quanto un salario da precario o stare tutto il giorno a pippiare sui tasti del medesimo o sognare con la dovuta pervicacia di fare lo chef, è intollerabile per gli assetti di potere che si sono determinati. Chissà dove si può andare a finire: magari qualcuno può accorgersi che invece di  inseguire qualche bandiera lontana e di incerta origine è meglio darsi da fare per cambiare le cose in patria. Perché in fondo ci sono molti modi di tagliare le teste e dopotutto il più efficace è quello di renderle inutilizzabili. Oltrettutto non esce nemmeno sangue.

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Isis e terrorismo

June 18, 2014A forza di dire bugie il potere occidentale ha finito per credere alle sue stesse narrazioni e dunque si trova nell’incapacità di comprendere ciò che accade. Straordinario è l’esempio dell’Ucraina dove è stato creato un colpo di stato nella convinzione che la Russia non avrebbe reagito: lo choc nel vedere che le cose non andavano come previsto e suggerito dagli analisti è stato tale da scatenare negli Usa e parzialmente anche in Europa una ridda di rabbiose e patetiche accuse a Putin colpevole di non aver reagito come ci si aspettava e di non aver accettato la democrazia uncinata messa in piedi a Kiev.

Ma le cose vanno anche peggio quando si pretende di interpretare fenomeni complessi attraverso la categoria del terrorismo che è stata un’invenzione tutta occidentale al tempo della guerra fredda e in seguito un utilissimo spauracchio grazie al quale ridurre la libertà nel proprio campo, secondo le tendenze oligarchiche divenute ormai senza freno. Ma quello che sta avvenendo in Medio oriente tutto è tranne che terrorismo, anche ammesso che qualcuno ne riesca mai a dare una definizione plausibile e non contraddittoria. Per analizzare ciò che sta accadendo è molto meglio riferirsi agli annuari della De Agostini e alle sinossi storiche che alla opinionistica di basso e infimo livello che ci viene fornita. Scopriremmo così che il mondo islamico conta un quinto abbondante della popolazione mondale, possiede la maggior parte delle risorse petrolifere e costituisce ufficialmente il 10% della finanza mondiale (ufficiosamente parecchio di più), ma non pesa nulla sulla ribalta internazionale: non ha alcun seggio nel consiglio di sicurezza, non è nel G8, ha una parte ridicolmente marginale nel G20, non  ha alcuna poltrona nelle istituzioni finanziarie che poi determinano il destino di interi Paesi ed è tuttavia coinvolto in quasi tutti i conflitti armati sparsi per il pianeta .

La parte araba del mondo islamico, divisa in 13 stati, tra repubbliche di stampo militare che hanno fallito ogni opera di modernizzazione e monarchie classiche socialmente immobili e con dinastie fedelissime agli Usa, aveva sognato fino più o meno agli anni ’80 di trovare una sorta di aggregazione attorno agli stati più grandi come l’Egitto o l’Iraq per tentare di contare qualcosa, ma le numerose sconfitte militari, la vischiosità di società rimaste arcaiche anche a causa del colonialismo, la resistenza o l’ostilità di monarchie filo occidentali per necessità di sopravvivenza, ha reso del tutto impraticabile questo obiettivo che si è rivelato di volta in volta fallimentare, lasciando il posto ad ulteriori frammentazioni dovute alle avvenute occidentali e alle loro tempeste nel deserto. Questo è fonte di un’ infinita frustrazione del mondo arabo, resa ancora più acuta dalla consapevolezza che l’età d’oro del petrolio comincia a declinare e nascono perciò movimenti e tentativi transnazionali di cui sono espressione sia i Fratelli mussulmani, sia l’Isis. Assistiamo al tentativo di dare una centralità araba al mondo mussulmano che comprende anche Paesi come la Turchia, l’Iran, il Pakistan, l’Indonesia, potenzialmente più forti, di giungere a un coordinamento tra stati, spesso disegnati secondo gli interessi dell’occidente coloniale, di dare un peso collettivo a una parte attraversata nell’ultimo secolo da gigantesche speculazioni e rapine.

Il cosiddetto terrorismo è una parte marginale in tutto questo, frutto di isolamento ed esaltazione personali, di operazioni dei servizi segreti, di finanziamenti occulti quando non di operazioni mediatiche tendenti a confondere più che a capire, ed è per quanto paradossale possa sembrare, la parte più “occidentale” del fenomeno, una sorta di superficie agitata sotto la quale non si sa e non si vuole andare a vedere. Così si rimane intrappolati nelle stesse narrazioni ufficiali, ormai utilizzate ad uso interno per fini politici in maniera così sfacciata da suscitare molti dubbi sulle dinamiche e le circostanze degli eventi. Per questo non si è in grado di mettere a punto alcuna strategia efficace. Prova ne sia che Al Quaeda, creata dagli americani al tempo dell’ Urss in Afganistan e successivamente sfuggita di mano è ancora viva e vegeta, anzi si è rafforzata enormemente nonostante 14 anni di guerra, l’uccisione di Bin Laden e di gran parte del gruppo dirigente: forse l’organizzazione non è quella che viene presentata sui media occidentali o quanto meno non solo quella. Forse le azioni terroristiche vere e attribuite non sono che un aspetto secondario e marginale, così come le decapitazioni vere o attribuite all’Isis, non sono che un povero ritaglio di realtà.

Sarebbe come se un individuo adulto, di normale intelligenza e onestà credesse davvero che le crociate siano state organizzate per liberare il santo sepolcro (per la cronaca non dagli arabi, ma dai turchi) provocando la tortura e lo sterminio di decine di migliaia di ebrei e di ortodossi oltre che il saccheggio delle terre che si volevano difendere e assicurare alla cristianità. In realtà, come sappiamo, furono “suggerite” dall’affermazione della primogenitura nel mondo feudale e la conseguente necessità di evitare mutazioni profonde nell’ordinamento sociale e religioso dovuto al sempre maggior numero di “cadetti” diseredati, ma  esperti nelle armi, in cerca di un posto al sole. Il santo sepolcro fu solo il pretesto adeguato nella cultura di allora per deviare queste forze verso mete lontane e favorire il trasferimento di ricchezza dall’oriente ex bizantino in Europa. Quando il “Califfato” accusa il neo miles gloriosus Gentiloni di essere un crociato non solo gli fa l’enorme regalo di consideralo realmente esistente, ma dimostra una maggiore consapevolezza storica rispetto alla mediocrità del contesto politico italiano. Almeno possiamo stare sicuri che qui tagliare le teste sarebbe superfluo vista la tempra dei guerrieri da riporto che ci ritroviamo e che rischiano di causare danni enormi al Paese.

L’esempio delle crociate non vuole essere uno scontato  contraltare giustificatorio alle violenze che oggi vediamo, ma solo un richiamo a comprendere che “le forze della storia sono sempre molte, complesse e contingenti, più di quanto le bugie non le facciano sembrare” come ha scritto l’altro giorno Adam Gopnik sul New Yorker. Fermarsi all’orrore è solo stare al gioco. Ed è anche la strada maestra della sconfitta.


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