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L’Appecorona-Virus

greg   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tributare un omaggio all’impegno quotidiano che l’Italia e gli italiani stanno profondendo nella lotta contro l’emergenza coronavirus. Allo spirito resiliente che anima chi è da mesi in prima linea: medici, infermieri, operatori sanitari e di Protezione civile. Accendendo i fari anche sui cittadini che, seguendo le regole imposte e facendo ogni giorno la propria parte, contribuiscono alla riduzione dei contagi”.

Viene presentata con i toni dimessi e sobri, consoni al momento, l’iniziativa del Corriere della Sera che oggi offre agli affezionati lettori che sfidano il contagio per recarsi all’edicola, «Il nostro Tricolore», un’opera unica in cartoncino plastificato, firmata da due grandi artisti contemporanei, Armando Milani e Ugo Nespolo per “ celebrare la forza, l’orgoglio, l’impegno e il talento con cui l’Italia e gli italiani stanno affrontando i giorni del coronavirus”.

È probabile che ci salveremo dal virus, ma siamo ormai  irreversibilmente contagiati  dai veleni  della retorica più bieca e scellerata, quella dei buoni sentimenti: amor patrio, fede, speranza, obbedienza, carità.

Basta dare un’occhiata intorno nella rete, dove è tutto un estasiarsi e  sperticarsi per le magnifiche e munifiche gesta scaricabili dalle tasse di imprenditori e magnati, definiti così non certo perché dovrebbero aver magnato abbastanza da vergognarsene, ma perché stanno erogando generosamente quattrini sottratti al fisco,  profitti dello sfruttamento e  rendite parassitarie convertiti per magia in prodighe donazioni.

Ogni giornale li elenca in veste di splendidi mecenati, mettendo tra parentesi l’entità  della carità pelosa, gli  Agnelli (10 milioni) proprio come Berlusconi da Nizza, Armani (1 milione e 150 mila euro), i Benetton che gettano con uno sguardo dal Pone e uno rivolto agli incendi del Bangladesh, ben  3 milioni,  Lavazza (10 milioni), Barilla (2 milioni), Caltagirone (1 milione), Della Valle (5 milioni) e poi compagnie assicuratrici, banche, compresa Mediolanum fiera di contribuire con 100 mila euro al Sacco di Milano, intendendo l’ospedale e non le attività predatorie che hanno contribuito a farne la capitale del Coronavirus.

Ma sarebbe troppo facile osservare che editori contigui ai grandi elemosinieri e i loro giornalisti sono per natura  “appecoronati” nella più sordida cortigianeria.

Macchè il servo encomio per le oblazioni Vip spopola in rete, e fa  il paio con l’ammirata considerazione riservata alle misure del governo in previsione del new deal dell’era Draghi, che elargiscono prestiti, tramite finanziamenti bancari, per 25 mila euro a piccole imprese individuali, aziende e esercizi in rovina per le restrizioni e limitazioni imposte dalla pandemia, e che li dovranno restituire, pena il sequestro delle proprietà, prima casa compresa, risparmiata dagli appetiti di Equitalia.

Grazie al Coronavirus insomma siamo tutti iscritti al partito dell’amore universale. Per questo possiamo essere partecipi della fierezza e dell’orgoglio che ogni giorno merita il riconoscimento della stampa padrona, degli opinionisti un tanto al metro che fanno di noi del nuovi partigiani anche se conservano quel tanto di pudore da chiamare il #iorestoacasa  solo resilienza e non resistenza.

Precipitati in un contesto deamicisiano, con il Cuore, grazie alla gratitudine esercitata nei confronti del personale sanitario ma anche di pony, operai, commesse, magazzinieri, ma pure con Amore e Ginnastica, se pensiamo alla priorità attribuita al bisogno di fare benefiche corsette seppure limitate allo stretto  circondario, ci viene dato in prestito il piccolo eroismo domestico del domicilio coatto.

Che poi altro non è che la piccola utopia ottocentesca, il mito borghese, accuratamente selettivo grazie al quale c’è chi sopravvive anzi vive bene tra letture ritrovate, conversari, ricamo, torte e confetture, beandosi della riconquista di tenerezze e affettuosità, mentre altri meno meritevoli di questi agi, sono obbligati a prestarsi al loro servizio per curare i malati, certo, ma anche per fornire la frutta per le marmellate, la farina per le crostate, stampare i giornali da commentare davanti al  caminetto.

Dalle periferie, da scomodi bilocali, da villine bifamiliari e falansteri dell’hinterland, dalle viscere della #MilanoNonSiFerma, escono ogni giorno e ogni notte milioni di lavoratori come si compiace di ricordare Boccia che rivendica di aver “mandato avanti la produzione”, come vuole Renzi preoccupato che non si metta mano a altri ponti a beneficio delle solite cordate di famigli e amici, come esigono presidenti di regione e associazioni imprenditoriali che aiutano le autorità a scaricare su singoli la colpevolizzazione di comportamenti “irresponsabili” e criminali, runners, senzatetto, casalinghe a caccia di uova, bambini che giocano a calcetto in strada e senza “cane da uscire”.

Altro che resilienza: la quarantena prolungata è un lusso, un privilegio che farà strage di chi perderà reddito, lavoro, sicurezze, garanzie già minacciate, salute (già ora patologie corniche sono trascurate forzatamente), relazioni e affetti messi alla prova dalla lontananza. Che è sopportabile, anche psicologicament,e da chi sente e gode dell’appartenenza a un ceto superiore a quello  dei lavoratori che nelle province di Milano, Bergamo e Brescia sono stati costretti a continuare a lavorare dopo la creazione delle prime zone rosse, a quei due milioni di persone, più della metà nei cosiddetti comparti produttive non essenziali, che per settimane – e tanti altri se ne sono aggiunti –   costrette a uscire di casa, a contagiarsi e a creare contagi, in fabbrica, in ufficio, sui bus, sui treni, sulla metro guidati da altri potenziali untori e esposti, per la celebrazione del profitto.

Altro che eroismo della resilienza, altro che celebrazione della segregazione, chi dice che è accettabile il ricatto o la borsa o la vita, a carico di altri da loro, come quelli di Taranto, delle aziende dell’amianto, oggi dei settori “essenziali” F35 compresi, perché c’è in gioco la salute propria e altrui, gli stessi che in mancanza di elementari criteri di efficienza della sanità pubblica, invece di svolgere la necessaria facoltà di partecipare e opporsi alla demolizione del sistema dell’assistenza si sono arresi a fondi, assicurazioni e cliniche private, ha introiettano l’ideologia secondo la quale non c’è alternativa possibile allo sfruttamento, alle privatizzazioni, alla speculazione, alla svendita dei diritti ridotti a merce.

E che conviene anzi è doveroso scavarsi una nicchia al loro interno, con la speranza di approfittare  di quel poco di benessere che arriva della polverina d’oro frutto dell’arricchimento di pochi, effetto collaterale positivo, ma anche quello selettivo, della competizione universale, della crescita economica, dello sviluppo tecnologico, della scienza.

Perfino adesso che questi “valori” e il loro senso progressivo e emancipatore si perde assumendo quello distruttivo della natura, della salute, dei rapporti sociali, in nome di un ordine sociale sano, sperano con l’obbedienza a regole limitative di libertà e autonomia, con la rinuncia alla critica rinviata a “dopo”, di conservarsi quella tana, dove hanno diritto di cittadinanza solo gli istinti animali,  sopravvivenza e sopraffazione.


I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Le nozze ai tempi del colera

sp Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il partito trasversale dell’Amore si arricchisce ogni giorno di nuove immaginette sacre offerte alla venerazione dei fedeli e affiliati. Ha contribuito ieri anche  la Stampa alla ricerca di ritratti agiografici da aggiungere all’album di famiglia orbato ormai della vicende della vera dinastia reale i cui ultimi rami genealogici contribuiscono solo in veste di indolenti e pallidi azionisti o di zerbinotti scapestrati.

E ci ha raccontato con gli accenti toccanti del suo Specchio dei Tempi, la tenera storia di una coppia un po’ particolare che convola a nozze, intitolandola “Parla il cuore” e indicandola agli emozionati lettori come un’allegoria della vita e dei sentimenti che l’hanno vinta sul tempo che passa, sulle rughe, sulla vecchiaia e la solitudine cui condanna gli uomini, rievocando, per chi li conosce, gli ultimi versi della lirica “Alla vita” di Hikmeth, quelli che recitano “Prendila sul serio ma sul serio a tal punto, che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia”.

Eh si, perché l’irriducibile protagonista maschile della vicenda ha 76 anni – mentre la leggiadra fidanzatina ne conta appena 37 – e approda con spericolata audacia al suo quinto matrimonio facendo dire alla impavida cronista che “il matrimonio nella terza età è, io credo, l’idea stessa del matrimonio come legame tra due persone.  Non ci si sposa per fare figli, per costruire una o due carriere. Ci si sposa per essere in due e basta. La vita continua, dice il cuore di chi si sposa da vecchio” perché così  “restituisce alla scelta di sposarsi il concept della condivisione disinteressata”.

Ma come? Direte voi,  lo storico quotidiano torinese  -noto per essere da sempre interprete del benpensantismo più retrivo, misoneista e bigotto, quello che in anni non lontani approvava i pogrom e le pulizie etniche a carico di insediamenti rom e accampamenti di poveracci perlopiù stranieri,  quello che gongola per le piazze Si Tav che contrastano con la delicata fermezza delle signorine Felicita gli energumeni che si oppongono al veloce trasferimento sui buffet e comò di oltralpe di gianduiotti e tartufi  – deve aver perso il lume della ragione a squagliarsi per la relazione ovviamente opaca di una intraprendente giovane donna con tutta probabilità ucraina o moldava che ha irretito un ex ribaldo costretto dagli anni e forse da qualche patologia a consegnarsi alle sue cure opache, regalandole in cambio dei servigi squallidi e calcolatori permesso di soggiorno, status e rispettabilità.

Macchè, state tranquilli, basta guardare ai nomi della ineffabile coppia che ha originato il delicato concept a firma Boralevi, per capire le ragioni di tanto entusiasmo.  Perché lui è Claudio Martelli, delfino dell’ ex leader oggi alla ribalta postuma in qualità di compianto statista costretto immeritatamente all’esilio, un beneficiario con altri della cupola post nenniana dei giovamenti del Conto Protezione, ritiratosi poi a vita non abbastanza privata in modo da dedicarsi a buone letture e un po’ meno buone scritture, quelle settimanali sul settimanale Oggi, cui possiamo immaginare sarà riservata l’esclusiva del reportage delle festose se non fastose nozze.

La “lei” invece è Lia Quartapelle,  un’altra ex protégée de luxe,  oggetto dei favori fervidi e calorosi di Renzi che la volle dappertutto in veste di “ambasciatrice” e interprete della sua “visione” atlantica, tanto da conferirle un discusso seggio alla Camera nel collegio di Milano 13 e un trono ben meritato nella Trilaterale.

Il suo curriculum e le sue referenze, compresa quella che riguarda il ruolo svolto per combattere oscure trame russe intese a sostenere l’impeachment di Mattarella dopo il suo diniego alla candidatura di Savona all’Economia, confermano senza dubbi o possibili sospetti a che la sua scelta non può che essere dettata da focosa passione, slancio affettivo e disinteressato, consolidamento per legge di affinità e empatie superiori per qualità e durata a quelle di qualsiasi giovane donna di belle speranze ma inferiori meriti, inferiore ceto, inferiore appartenenza sociale, dunque inferiore credibilità che si aggiudichi i favori e il nome di un anziano benestante che conserva ancora una posizione e una visibilità nella società.

Nemmeno mi soffermo a immaginare che trattamento avrebbe subito anche da parte dei fan del bon ton e del politically correct una coppia speculare, lei 76enne e lui con 40 anni di meno, andando a ritroso nelle cronache rosa dei settimanali cui collabora lo sposino in oggetto, nemmeno mi soffermo sulla inguaribile indole piccolo borghese e provinciale della stampa italiana, che si appassiona alle defezioni dei reali inglesi dalla Corte più ancora che dall’Ue. E nemmeno mi soffermo su quell’altro tratto altrettanto mediocre che la connota, quel voyerismo applicato uniformemente ai talami, ai confessionali e alla politica, che si è prestato a fare da ripetitore di foto di famiglia dei golpisti e dei puttanieri, con pastellate cronachette rosa divulgate per convincere il popolo che padroni e potenti sono come noi, con le loro piccole miserie ma con in più le loro grandi virtù, che devono indurre al perdono per certe leggerezze e certi soprusi.

Invece mi soffermo eccome, a osservare che non è un caso che i nuovi fermenti intitolati e ispirati al trionfo dell’amore piacciano tanto a antiche formazione e alla loro stampa cocchiera perché raccomandano la fine dell’odio che più li spaventa, quello di classe e della ribellione legittima che dovrebbe provocare.

E dire che dovrebbero far capire a tutti  – anche a quelli che si sentono ancora protetti dalla percezione illusoria di essere esenti dalle disuguaglianze più crudeli, per via dell’appartenenza a una classe che conserva ultimi residui di privilegio  – che amore, solidarietà, affetti, reputazione, libere inclinazioni, scelte personali, vincoli di amicizia, di sostegno e assistenza, una vecchiaia rispettata e dignitosa, in una parola i “diritti” se ancora non sono merce riconosciuta sono destinati a diventarla, tanto sono stati resi negoziabili,  contrattabili al minimo in cambio di imitazioni di garanzie elargite e riconoscimenti offerti come mancette per far dimenticare la rinuncia a quelli fondamentali, che credevamo inalienabili e dei quali ci siamo lasciati derubare.

 

 


Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


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